Il resto del carlino.
Mister Montgomery era là, seduto al suo solito posto, col suo gran
sigaro ai denti, il suo bicchier di birra daccanto e il suo arcipelago
intorno: un arcipelago che non impediva ai venditori ambulanti di
accostarsegli tratto tratto, per offrirgli la loro mercanzia, scatole
di cartone, incrostate di nicchi marini, orecchini di lava del Vesuvio,
corni di corallo contro la jettatura, libriccini di amena e scorretta
letteratura, nè ai piccoli lustrascarpe di presentargli la cassetta,
accompagnando l’atto col loro piangoloso: «Eccellenza, vulìte?»
— Oh, caro amico, siete voi? — gridò il signor Lockwood, alla vista del
conte. — Posso offrirvi qualche cosa?
— No, grazie, sir Montgomery; non prenderei nulla; — rispose Massimo; —
ho la bocca amara.
— Un bicchierino di ginepro, allora; — ripigliò il signor Lockwood. — È
indicatissimo.
— Grazie, non mi sento di bere.
— Voi avete dormito male, caro amico! Siete anche molto pallido.
— È vero, ho dormito malissimo; — replicò Massimo. — E mi pare che
dovrei farvi un certo discorso, per rimettermi un poco.
— Un discorso, a me? Fatelo subito.
— Voi non mi giudicherete un impertinente, poi?
— Come? che c’entra l’impertinenza? Spero bene che non vorrete
offendermi; — disse il signor Lockwood, aprendo le vaste mascelle ad un
sorriso di caimano.
— Che dite, sir Montgomery? Per quanto riguarda le mie intenzioni, la
cosa è impossibile affatto. Ho un gran rispetto per voi e per tutta
la vostra cara famiglia. Solamente questo rispetto mi aveva trattenuto
fin qui dal parlarvi di cosa che a me preme assai, ma che potrebbe non
premere a voi nè punto nè poco.
— Fate conto che possa premermi, — rispose il signor Lockwood, — e
parlate.
— Ma.... — disse il conte, perplesso. — Questo, in verità, non sarebbe
il luogo più adatto. Siamo in mezzo a due usci.
— Verissimo; andiamo dunque al largo. Si potrà bene discorrere
passeggiando?
— Certo, — replicò Massimo, — ed io vi ringrazio, sir Montgomery,
dell’incomodo che vi prendete per me.
— Oh, niente, niente! — esclamò il signor Lockwood, sciogliendo
l’intreccio delle due grandi seste che servivano molto bene alla sua
locomozione, ma che spesso impacciavano i suoi riposi. — È anche bene
di muovere un poco le gambe. La gran piazza del Plebiscito è fatta a
posta per questo esercizio. Non vi darà noia il sole? —
La domanda non era fuori di luogo. A quell’ora la piazza del Plebiscito
era tutta inondata di luce, un vero lago di sole.
— Non importa: suderemo; — rispose Massimo, sforzandosi di sorridere.
— Purchè la cosa non dispiaccia a voi! Io, del resto, ho già un
sudor freddo alla fronte, dovendo parlarvi di ciò che mi preme. E
per cominciar subito, vi rammenterò un discorso che mi avete fatto
a Roma, con la vostra solita bontà. Mi diceste allora, in un salotto
dell’albergo del Quirinale, alla presenza delle vostre gentili signore:
conte, volete venire a Napoli con noi?
— Mi ricordo benissimo di avervi detto ciò; — rispose il signor
Lockwood. — E vi dico oggi egualmente: volete venire a Palermo? Se non
conoscete quella città, o se vi piace di rivederla, ecco un’occasione
come un’altra. Voi siete un _gentleman_, un’eccellente compagnia. E
poi, in viaggio, più si è, più ci si diverte. —
Non era la risposta che Massimo avrebbe desiderata; ma infine, poichè
il signor Lockwood non aveva certe delicatezze di pensiero, bisognava
contentarsi di un complimento come quello.
— Grazie; — riprese Massimo allora. — E mi avete anche detto un giorno:
venite con noi agli Stati Uniti.
— Sicuro; — replicò l’americano. — È un paese da vedere. Noi siamo pur
venuti nel vecchio Mondo! Perchè non verreste voi nel nuovo? L’uomo
deve istruirsi, quando ne ha i mezzi, e il miglior modo d’istruirsi è
quello di viaggiar molto, di osservare, di paragonare.
— Ebbene, è anche questa la mia opinione, sir Montgomery. Io verrò a
Palermo, e verrò anche in America. Ma ditemi, ora, — soggiunse Massimo,
con voce tremante, — posso io sperare che il conte di Riva, mio zio
paterno, e il marchese di Villabruna, mio zio materno, gli unici
parenti che mi rimangono e dei quali io sono l’erede, saranno bene
accolti da voi, se verranno a chiedervi per me l’onore che ambisco....
di esser considerato da voi come figlio? —
Ah, finalmente, era detta! Massimo respirò, dopo aver messo fuori
quella stentatissima frase.
Il signor Lockwood sicuramente si aspettava qualche cosa di simile.
Tutti i preliminari della conversazione di Massimo accennavano ad un
attacco di quel genere, e l’americano, appunto perchè immaginava di
dover giungere fin là, aveva facilmente accettato di muover le gambe.
Ma si fermò, quando Massimo ebbe finita la frase, si fermò su quelle
lunghe gambe, guardò il suo compagno di passeggiata e gli disse:
— Ma come, signor conte?... Io sono troppo onorato.... non incomoderò
mai due persone così degne, che abitano tanto lontano di qua.
— Sir Montgomery, non dovete voi fare una gita a Venezia? — ripigliò
il conte Massimo. — Essi, in tal caso, non avranno da fare un lungo
viaggio, per giungere a voi. Ma, non pensiamo per ora all’incomodo dei
due nobili vecchi. Son io che intanto vi prego, e vi domando, con molta
temerità, ma con pari devozione: posso io sperare che mi avrete per
figlio?
— Una adozione! — borbottò mister Lockwood. — Sapete bene che ho già
una figlia.
— E di fatti, — rispose timidamente Massimo, — se non vi dispiacesse
troppo....
— Capisco, sì, capisco: mi domandate la sua mano. È un modo di dire;
ed anche molto grazioso! — rispose quel padre, con aria di somma
benignità. — Ma voi giungete tardi, per questo; mi rincresce di
dirvelo, giungete tardi.
— E perchè?
— Perchè.... sono impegnato, caro amico, impegnato.
— Col principe Savelli?
— Ah, lo sapevate! E come?
— Non lo sapevo; — rispose Massimo. — Mi è passato per la mente.
— Vi faccio i miei complimenti per la vostra penetrazione; — disse
il signor Lockwood. — Sì, caro mio, così è; questo principe mi
conviene. Ha un bel nome vecchio, di quelli che piacciono a me. Sarà
una debolezza, ma già, chi non ha le sue? Sarà una debolezza, ed
io non voglio nasconderla ad un amico come voi. Savelli.... con due
papi in famiglia e principe.... Era proprio il fatto mio. Non ha che
sessantamila lire d’entrata, ma che importa?
— Anche questo sapevate?
— Certamente; io so tutto quello che mi conviene di sapere. Son partito
da Roma avendo in portafoglio una lista di tutti i principi e duchi
scapoli della vostra capitale, con la cifra totale delle loro fortune a
riscontro dei nomi. Non si sa mai! bisogna essere preparati a tutto! Il
signor Savelli, adunque va poco più su del milione; sottosopra, è come
voi, caro amico. Voglio concedere che un giorno voi sarete anche più
ricco, ereditando dai vostri due zii. Se vivono molto, e seguitano a
far risparmi, potrete andare sui tre milioni; ed è una bella sostanza,
in mano ad uno che sappia farla fruttare. Vi raccomando di essere
accorto. Ma già, questi sono discorsi fuori di luogo, con voi che
volevate parlarmi d’altro. Mio caro conte, che cosa debbo dirvi di più?
Giungete tardi.... giungete tardi!
— È dolorosa! — gridò Massimo. — Uno strano timore mi aveva trattenuto
finora. Ah, sir Montgomery! io non saprò darmene pace.
— No, caro amico, dovete darvene pace. È poi vero che se foste giunto
prima la cosa sarebbe andata secondo il vostro desiderio? Non abbiate
rimorsi; io voglio essere schietto con voi. Capirete, mio caro, che
tanti milioni.... non li ho veramente fatti io; li ha fatti la fortuna,
che mi ha messo sulla strada di una miniera. Non ero ricchissimo; anzi,
per un minatore, per un armatore di laggiù, potevo dirmi povero, quando
sono entrato nell’impresa. La miniera, dopo aver dato grandi speranze
agli azionisti, non le giustificò. Erano tutti disanimati; si parlava
già di smettere un lavoro che assorbiva tante migliaia di dollari ad
ognuno di noi. Solo fra tutti ebbi fede, o cedetti ad un capriccio,
dategli quel nome che volete. Comprai sottomano tutte le azioni, e
quando le ebbi comprate mi ritrovai povero, più povero di Giobbe.
Cattivi giorni furono quelli, cattivi giorni, mio caro. Vorrei avervi
veduto ne’ miei panni, allora. Vi giuro io che avreste dato della testa
nei muri.
— Perchè, poi? — disse Massimo. — Avevate pure una speranza, tentando
quel colpo.
— L’avevo, sicuramente, o piuttosto diciamo che non mi ero disanimato
come i miei soci. Ma quando mi vidi solo, incominciai a tremare.
Per me, esser povero, dover ricominciare la mia vita, non sarebbe
stato nulla. Ma pensavo a mia moglie, che avrebbe dovuto adattarsi
ad uno stato più umile; pensavo alla mia figliuola, che non avrei
potuta mettere in un conservatorio, nè provvedere di maestri in casa.
Ebbene, mentre io ero in quelle angustie, e andavo innanzi nei lavori,
indebitandomi fino agli occhi, si scoperse il filone, il ricco filone
che si credeva smarrito. Un atto di follìa, caro amico, è stato il
principio della mia fortuna. Perciò, non mi credo autore di questa;
mi tengo solamente per il suo depositario. Anche questa sarà una
debolezza; ma io, vedete, non credo nel denaro; credo invece, e molto,
nella nobiltà, nei titoli della storia. Questi milioni che vengono a
me, ho detto fin d’allora, debbono servire per associare il mio ad un
gran nome del vecchio Mondo.
— Poveri gran nomi! — esclamò Massimo, con accento che pareva di
commiserazione, ed era di dispetto.
— Poveri gran nomi! Voi dite benissimo; — riprese il signor Lockwood.
— E perciò bisogna arricchirli. I più vecchi sono appunto in Italia.
La nobiltà inglese non può entrare in paragone con l’italiana. I nomi
più antichi d’Inghilterra fanno molto se risalgono alla terza Crociata.
In Francia, i nomi più sonori son più moderni; la maggior parte son
debitori del loro lustro alla corte di Luigi XIV. Germania ed Austria
non hanno nomi più antichi, o li hanno in condizioni molto oscure
di piccola nobiltà provinciale. L’Italia, che ha avuto storia prima
di tutte le altre nazioni d’Europa, ha essa i nomi più vecchi. Roma,
Venezia e Genova (questo me lo avete detto voi) dànno i nomi più vecchi
d’Italia. Ma a Genova e a Venezia, che furono repubbliche, i grandi
nomi sono rimasti decorati di titoli gerarchicamente inferiori, mentre
Roma non ha avuto che da lasciar fare i suoi papi, per accrescerne il
lustro e l’importanza. Tutti i sovrani dell’Europa hanno fatto a gara
per dar diplomi, titoli e privilegi alla nobiltà che circondava il
soglio pontificio. Sia dunque Roma, ho detto fra me, sia Roma l’erede
dei milioni di casa Lockwood. Una modesta ambizione! — soggiunse
mister Montgomery, chinando la testa ed allargando le braccia in
atto di grande umiltà. — L’unica che fosse permessa ad un uomo senza
figli maschi. Se avessi avuto un figliuol maschio, caro mio, ne avrei
fatto.... un minatore, come me. Non ho avuto che una figlia: ne faccio
una principessa romana.
— E siete venuto a Napoli?
— Per viaggiare, amico mio, per vedere. Non andrò ancora a Palermo?
Non andrò a Venezia? Una cosa non ha da far nulla con l’altra. La mia
scelta, per quanto riguarda il collocamento di mia figlia, è già fatta.
— Ma per intanto l’avete fatta a Napoli; — ribattè Massimo. — Ed ero io
che dovevo presentarvi il principe romano! —
Mister Montgomery stette muto un istante e come chiuso in sè medesimo.
Sicuramente egli, con tutta la sua abbondanza di parole, meditava molto
quel che fosse da dire, e ancor più quel che fosse da tacere.
— Che ci volete fare? — esclamò egli poscia. — Il caso, amico mio, il
caso che ha condotto me sul filone d’argento nativo, il caso ha voluto
che trovassimo il romano per le strade di Napoli. Ma a Roma, dopo
tutto, sarei ritornato. Non vi ho detto io che possedevo una lista
di nomi? In questa lista era anche il vostro amico segnato, e dei
primi. —
Massimo chinò la testa, abbattuto, ma non rassegnato.
— Io dunque, signor Montgomery, — diss’egli omettendo per la prima
volta il «Sir», — non ho da sperare più nulla da voi?
— Ma.... non saprei! Che cosa intendete di dire? Potete contar sempre
sulla mia amicizia; — rispose l’americano. — Se voi non foste ricco e
vi bisognasse la mia borsa, sarei qua, pronto sempre ad offrirvela.
— Grazie, è troppo poco, in confronto di ciò che io speravo da voi; —
replicò il giovanotto. — Ma ditemi ancora; così disponete del cuore di
miss Madge?
— Mia figlia obbedisce.
— È il suo dovere, lo capisco; ma potrebbe soffrirne. E se il suo cuore
non ratificasse il vostro.... contratto?
— Caro mio, non sono così cattivo padre come voi mi credete; — rispose
il signor Lockwood. — Mia figlia ha ratificato.
— Ah! veramente?
— Come ho l’onore di dirvi. Confido un segreto alla vostra amicizia,
alla vostra lealtà. Iersera si è fatto in casa un piccolo consiglio di
famiglia.
— E miss Madge ha detto di sì?
— Non era neanche da dubitarne. Ella mi ha risposto con queste semplici
parole: «ciò che fa mio padre è ben fatto».
— Tutto bene, adunque! — borbottò il conte Massimo. — Tutto bene!
— Ma sì, caro amico, tutto bene; — ripetè mister Lockwood. — Ed ho
piacere che in questa circostanza, molto spiacevole per me, ancora più
che per voi, vi dimostriate così uomo.
— E cavaliere, anche, signor Montgomery; — ribattè il conte Massimo.
— Non dimenticate che se l’uomo può inchinarsi alla vostra volontà, il
cavaliere avrà qualche cosa da dire al barone Savelli.
— Qualche cosa da dire? — domandò il signor Lockwood, fermandosi e
guardando negli occhi il suo interlocutore.
— Certamente, — rispose Massimo, — da dire.... e da fare. Gli chiederò
ragione dell’avermi così attraversata la strada.
— Voi non farete ciò; — disse il signor Lockwood.
— Lo farò, vedrete.
— Voi non farete ciò; — ripetè quell’altro, riscaldandosi.
— Signor Lockwood! Vorrei sapere un po’ come potreste impedirmelo; —
rispose con piglio severo il conte di Riva.
— Come? In un modo semplicissimo; — replicò il signor Lockwood. — Con
una lettera circolare a tutti i giornali d’Italia, a tutti i giornali
d’Europa.
— Una lettera! — esclamò Massimo. — Ai giornali? Che cosa potrete
dire nella vostra lettera, che mi trattenga dal fare ciò che può
consigliarmi l’onore, o solamente l’orgoglio ferito?
— Direi press’a poco così: «Signor Editore, io nel mio viaggio
d’Italia ho conosciuto un signore.... il tal di tale.... che credevo un
_gentleman_ e come tale ho ammesso nella mia intimità. Protestandomi
molta amicizia, mi seguì da Roma a Napoli; mi avrebbe seguito a
Palermo, e in ogni altro luogo, perfino in America. Egli mi ha chiesto
la mano di mia figlia, unica erede del poco che io possiedo.... una
bagattella, che lascio stimare da tutti i primarii banchieri dei due
Mondi! Io avevo già disposto della mano di mia figlia, ed ho dovuto
ricusarla a lui, ma l’ho fatto con parole di cui ogni galantuomo
avrebbe dovuto contentarsi. Egli no, non si è contentato; ha voluto
offendere, provocare il gentiluomo che io avevo scelto per genero,
trovandolo di mia convenienza. Denunzio a tutto il mondo civile il caso
di questo conte italiano, che....»
— Basta! — gridò Massimo, non reggendo più a quello scherno, e
immaginando con terrore che quel diavolo d’americano avrebbe fatto
sicuramente quello che prometteva. — Non per niente voi siete della
patria di Barnum!
— Barnum ha del buono, nei suoi metodi; — rispose tranquillo il signor
Lockwood. — La stampa è una gran forza, e noi sappiamo servircene.
Non ci venite a seccare, vecchi europei; se no, ci troverete, ve lo
prometto io, ci troverete.
— Ebbene, lasciamo stare il Savelli; — rispose Massimo, con voce
soffocata dalla rabbia. — Ma se io chiedessi ragione a voi?...
— Un duello con me? Non mi batterei; — disse il signor Lockwood. —
Sarebbe una pazzia, accettare le vostre armi, rinunziando alle mie.
Vedete, mio caro, questo torace? Ha sessant’anni, ma è ancora quello di
un atleta. Vedete questa mano? È larga tanto da contenere tutt’e due
le vostre; così forte, poi, da prendervi per il petto e scaraventarvi
al muro. Se vorrete provare, sarò disposto sempre a dimostrarvi tutto
quello che affermo. Ma sono anche un brav’uomo, con tutti i difetti
che ora vi piacerà di ritrovare in me; — soggiunse il signor Lockwood,
aprendo le vaste mascelle ad uno de’ suoi sorrisi di alligatore. — E
questa mano, signor conte, può anche stringere la vostra, senza farle
alcun male. Volete ridere con me di ciò che si è detto, ed essermi
amico?
— No; — rispose il conte di Riva.
— Avete torto. Nessuno ha dovuto mai pentirsi di avermi per amico. Ed
io che contavo su voi per la gita a Venezia!
— Vi consiglierei di cercarvene un altro; — rispose Massimo, stizzito.
— Già troppo tempo ho perduto in viaggi.
— Quand’è così, fate il comodo vostro; — disse il signor Lockwood. — A
me, caro amico, avete fatto perdere un buon bicchiere di birra.
— Ritornate al vostro tavolino, signor Montgomery: io ho finito di
darvi noia, e vi saluto.
— Ancor io, conte, ancor io. Ma badate! Son della patria di Barnum. Se
mi fate qualche ragazzata col principe Savelli, io faccio uno scandalo
europeo.
— No, non dubitate: ve lo lascerò intatto, il vostro principe. Con lui
avremo sempre tempo a ritrovarci. —
Ciò detto, il conte di Riva si allontanò, senza aspettare altre
gentilezze dal suo caimano, dal suo alligatore, dal suo coccodrillo.
— Ed io, sciocco, tre volte sciocco, ho potuto vivere un mese nella
compagnia di quel villanaccio! — diceva tra sè il conte Massimo. —
Ed è miss Madge figliuola a costui? Ebbene, che c’è egli di strano?
Perchè non dovrebb’essere sua figlia? Non c’è ancora una rassomiglianza
esteriore, ma verrà con gli anni, oh se verrà! Di dentro è già come
lui: la medesima ambizione sfrenata dei nuovi ricchi, la medesima
durezza orgogliosa! Ah, il magnifico premio che ho ricevuto stamane
di un amore come il mio. Soffrite per le donne, amatele, servitele, e
vedrete quello che vi toccherà in contraccambio! —
Molte altre cose pensò il conte di Riva, egualmente giuste, egualmente
assennate, mentre se ne andava sbuffando, sotto quella sferza di sole.
Non voltò già dalla parte del Gigante, per ritornare all’albergo; andò
verso il largo di San Ferdinando, e di là verso la strada di Chiaia.
Oltre la piazza dei Martiri gli appariva in lontananza il verde della
Villa Nazionale; ma egli tirò di lungo per Vico Freddo: il meglio che
potesse fare, con le vampe al cervello. Ma là, in fondo al Vico Freddo,
ove si sbocca sulla Riviera, il conte Massimo doveva imbattersi ancora
ne’ suoi cantastorie, per sentire il maledetto ritornello:
E come fu? come non fu?
Povera figlia, contalo tu.
Che cosa gli restava di fare? Le valigie per andarsene da Napoli. Sì,
andarsene, e al più presto possibile; ed anche senza vedere le dame.
Una letterina di congedo, almeno, per salvar le apparenze? Il negozio
urgente, la chiamata d’uno zio ammalato, od altro di somigliante,
poteva sempre fornire il pretesto d’una fuga. Ma a che pro, quello
spreco d’inchiostro? Non era anche una inutile menzogna? Se la sera
innanzi i Lockwood avevano tenuto consiglio di famiglia, niente di più
naturale che avessero parlato anche di lui, dei disegni suoi, di ciò
che era e di ciò che rappresentava, al paragone di un Savelli e d’altri
partiti possibili. Lo avevano discusso, sicuramente, e lo avevano
scartato. Mandarli al diavolo, e senza commendatizie, era la cosa più
spicciativa. A buon conto, li mandava tutti, padre, moglie e figliuola,
dove avevano mandato lui senza aver l’aria di dirglielo.
Frattanto, proseguiva la sua strada. Dove andava egli? Se ne avvide,
il conte Massimo, quando fu davanti alla pensione dov’era stato quella
mattina medesima.
— E ora, — pensò egli, — che ci vado a fare? Ho io risoluto che cosa
gli dirò? —
Veduta la necessità di pensarci, tirò via, attraversò la strada
ed entrò nella Villa Nazionale, dove tanti grand’uomini potevano
dargli, con l’esempio della loro freddezza marmorea, il consiglio
di mastro Raffaele. Quattrocento o cinquecent’anni prima, nel cuore
del medio evo, la vista del simulacro di Virgilio Marone avrebbe
potuto ispirargli il pensiero di consultare gli oracoli, aprendo
a caso l’«Eneide» e leggendo il primo verso che gli fosse capitato
sott’occhio. Ma ai tempi nostri queste cose non si usano più; si pensa,
si medita, si risolve da sè, quantunque non si faccia niente di meglio.
E là, passeggiando presso il tempietto del buon Virgilio, pensò,
meditò, desideroso di risolversi. La voglia di leticare col Savelli
non era poca; ma due pensieri dovevano trattenerlo. In primo luogo
il terribile americano avrebbe fatto la pubblicità che prometteva,
nello stile del Barnum, e la cosa si sarebbe risaputa subito a Roma,
facendo rider di gusto qualche persona, in un certo palazzo, qualche
persona di cui egli non aveva considerati i pianti, ma di cui temeva
molto le risa. No, no, niente scandali, niente quistioni personali
col Savelli. Poi, bisognava osservare un’altra cosa. Don Memmo si era
dimostrato un falso amico; ma aveva almeno rispettate le forme della
convenienza sociale. Siamo così fatti, nella civil compagnia. Si salvi
la convenienza, si rispetti la forma, e tutto è lecito, di niente è
permesso lagnarsi.
Ma se per allora non era da far nulla di grave, restava ancora la
necessità di vedere Don Memmo. Andarsene senza dirgli una parola,
dopo il patto di quella mattina, non era da buon cavaliere, e poteva
anche sembrare da troppo timido uomo. Fatto adunque il suo proposito,
il conte di Riva si mosse dalla Villa, per andare alla pensione dove
alloggiava Don Memmo.
Il portiere lo riconobbe tosto.
— Vuol salire dal principe? — gli disse. — È in casa; poco fa c’è
andato un vecchio signore a trovarlo.
— Ah! — esclamò il conte Massimo. — Un signore alto, dalle spalle
quadre, con una barbetta rossigna, già brizzolata e tagliata a
ghirlanda sotto il mento?
— Sì, Eccellenza, e dev’essere un inglese.
— Un inglese... d’America; — disse Massimo, in quella che metteva mano
al suo portafoglio.
— Sarà come dice Vostra Eccellenza; — ripigliò il portiere. — Se vuol
degnarsi di salire....
— No, non occorre; — rispose Massimo. — Gli porterai il mio biglietto
di visita, con due righe di scritto. —
Preso frattanto la matita, vergò sul biglietto queste poche parole:
«_Don Memmo Savelli!_
«Vi sciolgo da ogni impegno con me. Avete più polvere; sparate
liberamente. Buona caccia nelle tenute di Lockwood!»
E firmò, dopo avere scritta la sua piccola impertinenza; quindi
consegnò il biglietto al portiere, che lo recò subito al principe
Savelli.
— Ora, se vai in collera tu, tanto meglio; — borbottò il conte Massimo,
riprendendo la sua via.
Don Memmo ricevette il messaggio, mentre stava a colloquio col signor
Lockwood, suo grande amico e futuro suocero. Tra quei due, come vedete,
si faceva tutto alla svelta. A giustificazione di mister Montgomery
si può dire che un principe, da farne un genero, non si trova ad ogni
cantonata. A giustificazione di Don Memmo va soggiunto che una miniera
d’argento nativo ha i suoi pregi, anche per uno che fosse partigiano
del monometallismo. Il Savelli, del resto, non si guastava il sangue
con queste malinconie economiche. Per lui, in materia di moneta, i
metalli erano quattro: rame, argento, oro, e biglietti di banca.
Ritorniamo alla piccola impertinenza di Massimo. Il Savelli la sentì
male e fu per andare in collera davvero. Certe volgarità si possono
dire, ma consegnate alla carta dispiacciono. Che polvere! che sparare!
Aveva egli, principe Savelli, bisogno della licenza del conte di Riva,
e d’una licenza buttata giù con quella dimestichezza sprezzante, per
chieder la mano di miss Madge?
Il signor Lockwood era corso dal suo grande amico Savelli, immaginando
che Massimo avrebbe fatto qualche ragazzata. E vedendo giungere quel
biglietto che dava tanto sui nervi al Savelli, intese facilmente che
il biglietto era di Massimo. Anch’egli lesse ciò che il conte di Riva
aveva scritto, poichè Don Memmo non voleva nascondergli nulla.
— Caro amico, — gli disse allora, — calmatevi. Io temevo di peggio. Ci
siamo liberati ambedue. Quello che voi volevate fare, andando da lui,
non fu più necessario, perchè egli è venuto da voi. Poc’anzi, passando
all’albergo, ho saputo che il giovanotto era stato anche da mia figlia,
che lo ha trattato secondo i suoi meriti. Dopo quelle due conversazioni
è ancora venuto da me, a prendere, come dite voi altri, il resto del
carlino. È battuto, battuto su tutta la linea; che il suo amor proprio
ne soffra, mi par naturale, e noi possiamo perdonargli un po’ di
dispetto.
— Avete ragione; — rispose Don Memmo. — Ma non mi capiti tra i
piedi! —
E già aveva preso il biglietto, per farlo in pezzi; ma il signor
Lockwood lo trattenne in tempo.
— Perdonate! — diss’egli. — Questo biglietto è prezioso; va conservato.
Anche le lettere d’uno sciocco hanno il loro prezzo, in un dato
momento. Imparate, mio caro genero, a non buttar via nulla, a riporre,
a classificare tutto quello che ricevete di scritto. Vien sempre il
giorno che dovrete lodarvi della vostra previdenza. Voi credevate
di aver fatto un magazzino: e in quella vece avevate preparato un
arsenale. —
Don Memmo capì che il suo futuro suocero aveva ragione; e conservò il
biglietto del conte di Riva.
Massimo era ritornato all’albergo. Sull’ingresso aveva trovato il
portiere, che, sapendo le sue relazioni e la consuetudine delle gite
quotidiane coi Lockwood, si era creduto in obbligo di dirgli:
— Le signore sono già escite.
— Ah, bene! — rispose egli, sorridendo, come uomo a cui non si dica una
cosa nuova. — E ritorneranno per l’ora del pranzo, naturalmente. —
Così dicendo, spiccava dal quadro la chiave della sua camera. Aveva
parecchie ore davanti a sè, per aspettare un messaggio del Savelli, se
al suo fortunato rivale fosse venuto in mente di rispondergli qualche
cosa, e per far intanto le sue valigie.
Il lavoro non era difficile e non sarebbe stato neanche lungo. Ma
il conte Massimo ci perdette un po’ di tempo, perchè il cervello gli
andava in processione. Di tanto in tanto, scambio di riporre qualche
capo di vestiario nella valigia, il nostro giovanotto lo scaraventava
contro la parete, e lo stazzonava fra le mani, passeggiando concitato,
borbottando frasi vuote di senso e prive di grammatica. Si era ben
lontani dalla pazzia di Orlando, sicuramente; ma anche Massimo di Riva
era lontano dall’epoca dei paladini. Ogni età deve avere le sue proprie
forme di sciocchezza: ci sono state le epiche; poi le drammatiche; ora
siamo alle comiche.
Erano le quattro dopo il meriggio, quando il conte di Riva ebbe finito
di far le valigie. Chiamò allora il cameriere e domandò il conto della
settimana, annunziando che voleva partire.
— Si ha da mandar la roba al piroscafo? — chiese il cameriere.
— No, alla stazione.
— Ah, scusi, signor conte, credevo che andasse a Palermo.
— A Palermo! che novità?
— Ma.... sapendo che i signori Lockwood partono questa sera per
Palermo....
— No, — interruppe Massimo, — io soffro il mal di mare, e Palermo non
mi vedrà. —
Il cameriere non rispose più nulla, e andò a cercar la vettura.
Frattanto il conte Massimo sapeva le nuove risoluzioni dei Lockwood.
Anche il signor Montgomery voleva fuggire. Andasse pure; andasse anche
al diavolo. Ma chi gliel’avrebbe mai detto un giorno avanti, che la
gita di Napoli dovesse finire a quel modo? E gli passavano davanti
agli occhi della mente i giorni dell’amor suo, delle speranze, dei
sogni, mentre gli suonavano all’orecchio gli ultimi echi del ritornello
canzonatorio: «E come fu? come non fu? Povera figlia contalo tu».
Ah sì, povera figlia! Sciocca smorfiosa, piuttosto! E non meno sciocco
lui, a lasciarsi incantare da quella bionda americana. Moglie e buoi,
dei paesi tuoi. Gli era sempre parso volgare il proverbio, che appaiava
le donne ai buoi; ma allora non più: allora gli pareva sublime, di
giustezza e di verità. Come aveva egli potuto invaghirsi a tal segno,
perdere il lume degli occhi per quella puppattola, che sapeva dir
«veramente?», che sorrideva molto e non capiva nulla? E quel padre!
Quel caimano vestito da uomo! Che smania, che furore di titoli sonori
aveva egli portato dai cunicoli della sua miniera d’argento! E vedete
da che dipendeva, se mai, la fortuna di un povero amore! Se i Riva
avessero avuto un prete in famiglia, e quel prete fosse stato nominato
vescovo, e quel vescovo creato papa, i Riva ci diventavano principi,
grandi di Spagna, Dio sa che altro ancora! e miss Madge, della progenie
boscaiuola e minatrice dei Lockwood, sarebbe stata felicissima di
concedergli la sua mano. Ah, sposasse chi voleva, oramai! Il conte
Massimo non ne poteva più dalla rabbia, dalla vergogna, e dal disprezzo
di sè. Un’ora prima del bisogno, fece portare le sue valigie alla
stazione; non gli parve di respirar bene, se non quando sentì chiudere
gli sportelli, gridar la partenza e fischiar la vaporiera del treno di
Roma.
Bella gita di Napoli! come gli aveva fruttato! Partenope, lusinghiera
e traditrice Sirena, quanto era stato saggio Ulisse, a non voler udire
i tuoi canti! Di quei canti il viaggiatore aveva ancora intronato
l’orecchio. «E come fu? come non fu?»
Il treno di Roma si avviò rumorosamente attraverso gli orti dei
Paduli. Un grande scenario, il fondo di quella valle, chiusa a levante
dall’azzurra montagna di Somma! Il Vesuvio fumava, nettamente profilato
su quel cielo di madreperla. E la testa di Massimo fumava assai più del
Vesuvio.