XV.

Il poeta nelle nuvole.

Almerico di Montegalda aveva già ripreso da parecchi giorni il suo

lavoro quotidiano nel gabinetto di Sua Eccellenza il ministro di grazia

e giustizia. Era ritornato da Parigi, calmo secondo il suo costume

e con la bianca faccia velata di soave malinconia, come tanti bei

cavalieri di Antonio Van Dick, taciturni ma pieni di pensiero, che

spiccano luminosi dal fondo scuro, e proprio «raggianti di pallore»

come l’eroina del «Ballo in maschera». Non crediate che con questo

paragone si voglia far onta al Montegalda, e neanche farvi ridere un

pochino alle sue spalle. Almerico non potrebbe far ridere, come tanti

eroi tenebrosi di romanzi e poemi alla moderna; al più al più, potrebbe

far pensare che se gli uomini fossero tutti come lui, buoni, modesti,

severi, animi aperti a tutti i grandi entusiasmi e chiusi a tutto il

rimanente, il mondo sarebbe assai bello, tanto bello, da diventarne

monotono. Ma quando una cosa simile si fosse pensata, verrebbe subito

alla mente lo stato vero della società civile; si riconoscerebbe

che quella monotonia di perfezione non può essere raggiunta, e quei

caratteri, esemplari rarissimi di bellezza morale, potrebbero nella

peggiore ipotesi essere argomento di satira superficiale, ma altresì

d’invidia profonda: come i ritratti di Van Dick, che possono far

sorridere di compassione un’arte smargiassa, e sono in pari tempo il

desiderio di tutti i Musei.

Il soggiorno di Almerico a Parigi non era durato più di due settimane.

Fin dai primi giorni il nostro giovinotto aveva adempiuto l’incarico

del suo ministro, e senza molta fatica. Le conoscenze che aveva dovuto

fare per ciò negli alti uffizi della Repubblica giovarono anche alle

dame, poichè esse, introdotte dal conte di Montegalda, videro un po’

più del meccanismo politico della Francia, che non fosse il recinto

delle due Camere deliberanti. Così nella parte politica del viaggio

era stato egli il cicerone; per tutto l’altro la duchessa Serena e la

marchesa Flora avevano guidato esse il conte Almerico. Nella parte sua

il Montegalda non abusò della pazienza delle dame, ben sapendo che i

congegni politici, per chi non ha da usarne, son più noiosi di quelli

d’un orologio, quando non si è orologiai. Le dame, per contrario,

presero con gusto matto a condurre Almerico un po’ da per tutto,

facendogli vedere ogni minuzia, delle tante ond’erano state colpite, in

un mese di gite continue.

Le donne, diciamolo subito ad onor loro, hanno un lor modo particolare

e bellissimo di vedere il mondo. L’uomo è sintetico; esse sono

analitiche. Ma la sintesi ha un gran valore, quando riassume e

compendia il frutto di molte osservazioni; ne ha poco, o non ne ha

punto, quando si contenta di guardare a volo e di concludere da scarse

premesse. Con tutti i suoi difetti, è dunque da preferire l’analisi,

in viaggio, e per ragione d’analisi l’osservazione minuta di tutte le

piccole cose. Voi andate per le vie, costretti dalle vostre gentili

compagne a fermarvi ogni tre passi, e vi pare che si perda il tempo in

scioccherie; vi pare inoltre, sul finire della giornata, che la testa

vi giri, per quella gran confusione; ma poi, con vostra maraviglia,

guardandoci dentro con gli occhi della meditazione, ve la ritrovate

stupendamente arredata di mille cognizioni utili. E Parigi si conosce

bene, studiata attraverso le osservazioni di una donna. Essa è, del

resto, la città più femminea del mondo: quella che ha più delicatezze,

e mettiam pure esagerazioni di delicatezze, perchè di tutte le

esagerazioni una sola è brutta davvero, cioè a dire la esagerazione

della volgarità. Certuni vanno a Parigi per veder teatri, palazzi e

musei; altri per goder la vita dei passeggi e delle trattorie; altri

per veder biblioteche, istituti scientifici, fabbriche, magazzini e

via discorrendo. Tutte cose bellissime, non lo nego. Ci sono anche dei

libri, che vi istruiscono largamente intorno a tutte queste bellissime

cose. Perfino gli uffici dei giornali, le scene drammatiche e le

liriche, gli studi dei pittori in voga, i penetrali domestici dei

commediografi e dei romanzieri di grido, così aperti al pubblico e

chiassosi come i santuarii delle dive di palcoscenico, hanno i loro

ciceroni, a tre lire il volume. Parigi delicata, femminea, pensosa ed

operosa, che intende ed appaga tutti i bisogni della vita, offrendo ai

più modesti spiriti come ai più ambiziosi la loro parte di felicità;

non si vede bene, non si conosce intimamente che in quella minuta

analisi, e con quella guida che vi ho detto. Utile guida, ma anche

pericolosa! Se la bellezza è compagna all’uffizio, povero a voi!

v’innamorate del vostro cicerone in gonnella. È anche vero che se voi

non ve ne innamorate, il cicerone vi serve poco: la vostra intelligenza

non ritrae nessun vantaggio da insegnamenti così fitti e minuti.

Povero Almerico! Non si vive impunemente al fianco di una bella

persona, quando già da un pezzo tutti i moti dell’anima costringevano

ad amarla. Spirando inavvertito da lei, involgendolo come in una nube,

il dolce veleno gli era penetrato per tutti i pori. Non resisteva più;

non si sforzava, come prima, di negare il fatto a sè medesimo; amava ed

era contento di amare. Frattanto, non aveva detto una parola, neanche

la più timida e riguardosa, donde l’amor suo trasparisse. E questo io

penso che non parrà tanto strano. Oltre che nell’amore è uno stadio di

calma apparente, in cui si direbbe che l’animo si trattenga a meditare

sulle novità delle sue sensazioni, come l’infermo, richiamato da morte

a vita, non pensa per un tratto che alla gioia tranquilla di sentirsi

vivere, dobbiamo ricordare che Almerico di Montegalda apparteneva

a quella classe d’uomini che sentono molto e perciò durano maggior

fatica ad esprimere. Acqua profonda è lenta; lascia intender poco delle

interne correnti che le dànno la via.

Anche la duchessa appariva tranquilla; e fin troppo, Dio buono,

fin troppo! Ora, una simile tranquillità di spirito, facilmente

scambiata con la fredda immobilità d’una statua, sarebbe bastata a

trattenere Almerico, quando pure egli avesse desiderato parlare. E così

tranquilli, sebbene tanto vicini, facevano pensare alle due famose

isole Aleardiane, che «si guardan sempre e non si toccan mai»; cosa

naturalissima nelle isole d’uno stesso arcipelago, se nessuna eruzione

sotterranea interviene a commuovere il fondo d’un braccio di mare, e

con le sue lave a colmar l’intervallo.

Pure Almerico sentiva un vulcano nel suo cuore. Ma ne covava un altro

nel cuore di lei? Nessun indizio poteva avere egli di ciò; e forte,

quant’era timido, contenne gelosamente i moti del suo.

Il cavaliere Buonsanti era rimasto lontano parecchi giorni oltre il

termine assegnato alla sua gita. Ma finalmente ritornò, e con lui

la bella allegria che sappiamo. Aveva il buon umore comunicativo, il

Buonsanti; era pieno di vita, quel vecchio soldato; l’uso dei campi, le

fatiche e i pericoli, avevano formato una ruvida corteccia intorno al

suo cuore, conservandoci dentro un tesoro di gioventù. Si rise molto

con lui, e le ciceronesse parigine che con Almerico erano state tanti

giorni sul grave, parvero ragazze uscite di conservatorio, quando

s’aggiunse alla brigata il cavaliere di Carpigliano. La marchesa

Flora, a dir vero, non faceva una grande novità, essendo stata sempre

di umore più gaio. Ma di lei v’importa poco, lo so, e vi confesso

che non ne importa molto a me, quantunque io l’abbia per una brava

signora. Vi parrà in quella vece più strano di veder ridere la duchessa

Serena. Ed era strano davvero, ed anche piacevole, perchè madonna

aveva una bocca stupenda. La serietà della duchessa era vinta, e molto

naturalmente, dalla apparizione del Buonsanti. Non era giusto, infatti,

che si festeggiasse il ritorno di quell’ottimo fra gli amici? Le gite

della brigata furono da quel giorno più amene; i pranzi del quartetto

riuscirono i più allegri del mondo. Almerico, a buon conto, non avrebbe

osato condurre le dame a pranzare lungo la Senna, in un’«isola di

Robinson». Ma bene l’osò il cavaliere Buonsanti: e il pesce fritto di

un’osteriuccia campestre, mezzo ascosa tra i salici, col fiume davanti

agli occhi, i vaporini che passavano oltre, carichi di gente allegra,

le canòe lunghe e sottili che sfioravano l’acqua sotto l’impulso

gagliardo di una squadra di rematori, diede argomento ad uno dei più

graziosi idillii che l’uomo moderno possa immaginare, in mezzo ai

sopraccapi, alle noie, alle volgarità della vita cittadina.

Quello fu anche l’ultimo giorno della lor dimora a Parigi. La mattina

seguente si fecero le valigie, per ritornare in Italia. La marchesa

Flora Terenziani era aspettata a Roma. La duchessa Serena voleva anche

rientrare nel suo palazzo, per chiuderlo e andare in campagna.

— Senza di noi, duchessa, come farete? — le diceva il Buonsanti,

ridendo. — Vi annoierete a morte, non è vero?

— Eh, non lo dite per celia; — rispose la duchessa. — Potrei annoiarmi

davvero. Ma voi verrete a trovarmi. Tivoli non è in capo al mondo, che

io sappia. —

Fin dai primi giorni che era ritornato a Parigi, il Buonsanti

aveva preso in disparte Almerico, e passeggiando il «boulevard des

Italiens», nell’ora mattutina che sapete, si era sfogato in una lunga

conversazione con lui.

— E così in questo tempo che io son rimasto fuori, hai fatto il tuo

dovere?

— Ci ho messa tutta la mia buona volontà; — rispose Almerico. — Ma

sicuramente non ci son riescito come te. Vedi come per il tuo ritorno

le dame si son rifatte allegre?

— Eh, caro mio! — esclamò sospirando il Buonsanti. — Son miracoli,

questi, che non vogliono dir nulla. L’amicizia fa stare allegri, ed è

poco; meglio vale l’amore, che fa pensare e soffrire.

— Ma bravo! — disse Almerico, sforzandosi di sorridere. — Ecco il mio

Buonsanti romantico!

— Ebbene? Ti sembra strano? Pensa che quando son nato io, erano

romantici tutti, perfino le balie: ed io ho succhiato di quel latte.

Ai miei tempi si amava sospirando; e credo, senza far torto alle nuove

generazioni, che dovrebb’essere così, anche ora, per tutti i cuori....

cioè, no, diciamo meglio, per tutti i polmoni ben fatti. Ma ritorniamo

a noi. Tu hai fatto il tuo dovere, mi dici. Spero bene che avrai fatta

la tua corte.

— Io, no.

— Come, no? Sei dunque un classico, tu?

— Che cosa intendi per classico? — disse Almerico.

— Eh, ai miei tempi era il contrapposto di romantico; — rispose il

Buonsanti. — Si chiamava classico il genere noioso. La calma, la posa,

tutto ciò era classico, tutto ciò era noioso in grado superlativo.

— Ebbene, — rispose Almerico, — che ci vuoi fare? Sono stato classico.

— Male, perdinci bacco! — gridò il Buonsanti. — Ed io che speravo!...

La paglia accanto al fuoco, avevo detto tra me, conviene che

arda. Senti, Almerico, non vorrei che tu mi avessi per un curioso

impertinente. Io non ho parlato per desiderio di sapere i tuoi segreti.

Sono un maestro, vorrei che tu approfittassi delle mie lezioni: ecco

tutto.

— Ed io vorrei dirti tutto, se qualche cosa ci fosse; — rispose

Almerico. — Ma non c’è stato nulla, te lo giuro. Non ho parlato.

Ho fatto male, tu dici. Chi sa? Permettimi di non essere della tua

opinione. Vicino a quella donna un gran timore mi prende, e mi prende

sopra tutto alla gola.

— Ah poveri noi! Che pesci si piglia, se tu non hai coraggio di

spingerti in alto mare? Ed io che son partito a bella posta, con la

speranza di.... di ciò che non è avvenuto! Capirai che per il mio

gran da fare a Carpigliano un notaio bastava. Sono andato: ho fatto

venticinque ore di strada ferrata andando; ne ho fatte venticinque

ritornando; e non ti parlo neanche delle ore di carrozza. Tutto questo

incomodo per farti servizio! E tu non ne hai approfittato; tu non

hai detto nulla: sei rimasto lì, drago imbelle.... Scusami sai, dico

imbelle, ma potrei anche allungar la parola! Sei rimasto lì, drago

imbelle, a guardare il tuo tesoro, con gli occhi chiusi! Ma tu sei,

per dirtela in altri termini, il modesto ignorante della parabola,

che ebbe un talento da governare, e lo nascose sotto terra. Va, ti

dirò col padre, quando venne e chiese conto di ciò che aveva fatto

il figliuolo.... Che cosa disse il padre? Non lo ricordo più; ma

sicuramente andò in bestia.

— Come te; — disse Almerico. — Ma non parlò così lungamente come te.

— Sfido io! — replicò il buon cavaliere. — L’entità del tesoro che ti

avevo affidato val bene questa abbondanza di parola. Ora sentimi, caro

il mio guardasigilli: quello che non si è fatto, può farsi. Tu devi

finirla con la tua taciturnità; devi parlare.

— No, non parlerò.

— E perchè?

— Perchè, te l’ho detto, perchè non ardisco.

— E non ardisci, perchè non ami abbastanza. —

Almerico diede al cavaliere Buonsanti una guardata, più eloquente a

gran pezza di tutte le risposte possibili.

— Allora, io non ti capisco — ripigliò il cavaliere. — Ami, sei un uomo

leale, ti vedi bene accetto, ti sai apprezzato per quel che vali, e ti

manca il coraggio di dire quel che senti? Il coraggio non è da tutti,

lo so; ma il sentimento del dovere può comandare anche ai pusillanimi

un atto di eroismo. E qui non ti si domanda neanche di essere un eroe.

Vedete che gran sacrifizio, da tremar tanto!

— Tremo, sì; — disse Almerico. — È il caso di tremare, quando si ama

davvero. A parlare, certe volte, si guasta.

— E a tacere non si fa strada; — ribattè pronto il Buonsanti. — Ah, se

foss’io in ballo, e con vent’anni di meno!...

— Stile romantico, non è vero?

— Ma sì, romanticissimo. Mi sarei già buttato a’ suoi piedi, le

avrei detta la grande parola, ed anche soggiunto: ora, voi disponete

di me, signora, come di un vostro servo; la mia vita e la mia morte

sono egualmente nelle vostre mani. Ma tu sei classico! Falle almeno

un’anacreontica!

— Non so far versi; — rispose Almerico.

— Davvero, sei un miracolo d’uomo; — esclamò il cavaliere. — Neanche

far versi, e ai tempi nostri, in Italia, dove grugniscono un’ode anche

i porcellini da latte!

— Cavaliere! — disse il Montegalda, con aria di finta gravità. — Questo

linguaggio....

— È orribile, lo so; — rispose il Buonsanti. — Così voglio che sia.

Tu faresti perdere la pazienza a più santi che io non ne abbia nel mio

riverito cognome. —

Checchè dicesse il Buonsanti per convincerlo, Almerico non aveva

parlato. La cosa non gli era neanche possibile, come il Buonsanti

credeva, fidando troppo nella efficacia dello stile romantico. Le

occasioni che schiudono le labbra ad una dolce confidenza debbono

nascere spontaneamente. E se le occasioni non nascono, a che sforzare

il terreno? In fin dei conti, c’è una intimità di consuetudini che

ha pure i suoi pregi. Vivendo insieme, ragionando garbatamente di

mille cose che si vedono insieme, due anime hanno tempo a rivelarsi

scambievolmente. Non so se abbiate osservato mai che quando un uomo

e una donna si son detti la gran parola a cui accennava il cavaliere

Buonsanti, non hanno più altro argomento a trattare che quello (fino

al giorno che se ne infastidiscono tutt’e due, soggiungerebbe uno

scettico), e per tutto l’altro son come mutoli. Così non avviene più

che le due anime si confondano in una piena e libera comunione di

pensieri. Si è uniti per l’amore, unico nodo, mentre su cento altri

punti, ed anche essenziali, può essere cagione di discordia: latente,

fin che duri la fiammata della passione, aperta e palese e rumorosa,

quando del primo incendio non rimangono che faville. Andare adagio sui

principii, conoscersi intimamente, sapere che si pensa allo stesso modo

su molte quistioni, temperare all’uopo le proprie opinioni, ricambiarsi

le idee, conformare i sentimenti, non è bella cosa e savia per due

anime che sperano di poter fare insieme il lungo cammino della vita?

Così parrà certamente a tutti gli spiriti sani, che ragionino di queste

cose tranquillamente, e diciamo pure accademicamente, come io e voi.

Ma così non pare che vada, quando si è in causa propria. Almerico non

ragionava come io e voi; seguiva il costume di tutti gl’innamorati a

buono; dubitava, e dubitando giungeva fino a credere che quella donna

non avrebbe mai potuto amar lui. Il cavaliere Buonsanti, veramente,

pensava il contrario. Ah sì, il Buonsanti, poteva dire quel che voleva,

anima buona, semplice nella sua bontà, non andava al fondo delle cose,

che infine non era affar suo. Non intendeva dunque ciò che vedeva così

bene Almerico. Poteva questi, dopo essere stato quasi intermediario

fra Massimo e la duchessa e confidente di una gran pena, sperare di

essere amato egli, da quella donna che aveva veduta così afflitta per

il tradimento di Massimo? Anche il parlare, per indagar l’animo della

duchessa, gli doveva parere una cosa impossibile, una enormità senza

esempio. Non si sarebbe egli mostrato tracotante? non avrebbe corso il

rischio di apparirle mosso da un secondo fine, in quel poco che aveva

tentato di fare? Brutta cosa, il secondo fine, e non bella esserne

sospettato. Perciò non avrebbe ardito mai di parlare. E così, non

interrogando, non intendendo, o forse intendendo troppo, dal dubbio

era passato alla certezza del peggio. Era una triste condizione, la

sua; ma naturale, ma necessaria. E in quella condizione, meglio era

un sollecito ritorno a Roma; dove almeno la intimità e il tormento di

tutte le ore del giorno gli sarebbero mancati, ed egli avrebbe potuto

affogare le sue tristezze nella furibonda assiduità del lavoro.

Così erano partiti da Parigi, per ritornare in Italia. E in viaggio

parevano tutti allegri; tanta era la festività del cavaliere Buonsanti!

così bene confondeva egli, nelle girandole scoppiettanti del suo buon

umore, la calma pensosa di Serena e la mestizia contegnosa di Almerico.

Della marchesa Flora non è mestieri parlare. La vecchia bella, se non

era così allegra come il cavaliere di Carpigliano, poteva passare per

un’ottima compagna di viaggio, disposta a prendere il colore del tempo

e dell’ambiente, che nel caso nostro sarebbe il colore della brigata.

Del resto, la marchesa Terenziani era per il momento una donna felice:

portava da Parigi due nuove abbigliature, molti preziosi nonnulla, e

grande provvista di cosmetici.

Rientrati in patria, si erano fermati ancora un paio di giorni a

Torino. La cosa era stata solennemente dichiarata necessaria dal

cavaliere, tanti erano in quella città i monumenti e i ricordi del

risorgimento civile d’Italia. Città militare, fin che si vuole; anzi

diciamo di più: è gran ventura che ce ne sia stata una. C’è poi tanta

poesia, in quella vasta caserma! e ce ne durerà tanta per i poeti

futuri, se ai presenti non giova!

Nel monumento di piazza Carlo Alberto il cavaliere Buonsanti potè far

ammirare alle signore la sua uniforme di ufficiale piemontese, dal

Quarantotto al Cinquantanove. A farlo a posta, la figura di bronzo

ch’egli accennava alla duchessa, aveva un’aria di famiglia con lui.

— Vedete un po’! — disse la dama. — Queste figure eroiche sembrano

oramai di un tempo lontano. E voi, cavaliere, siete qui sempre giovane.

Ciò mi avverte che quel tempo è di ieri.

— Ah, duchessa! — esclamò sospirando il Buonsanti. — Si è fatto un

gran salto, da quell’ieri a quest’oggi. I giovani, per dirne una,

son già più vecchi di noi. A me, qualche volta, par d’essere il

personaggio della leggenda, che si svegliò dopo una notte di sonno,

e trovò il mondo cambiato. Anch’io sarei per dubitare d’aver dormito

cent’anni. —

Dopo aver filosofato abbastanza a Torino, i nostri personaggi

ripartirono per Roma. Giunsero sulle undici del mattino a

Civitavecchia, e il cavaliere notò che sotto quella tettoia si erano,

quaranta giorni addietro, separati dal conte di Montegalda.

— Che cosa avete fatto del vostro tempo quando siete rimasto solo? —

domandò la marchesa Flora ad Almerico.

— Non saprei, veramente; — rispose il giovane, alquanto confuso. —

Ero come un povero uomo, rimasto lì, da un momento all’altro, senza

impiego.

— Ah, bene! ecco una galanteria; — notò la marchesa Terenziani. — Che

ne dite voi, cavaliere?

— Dico, — rispose il Buonsanti, — che dal conte Almerico potevamo

aspettarci qualche cosa di più. Senza andare alle romanticherie, —

soggiunse, battendo il sostantivo, — ed anche nel genere classico che a

lui piace, aveva altri paragoni da trovare.

— Sentiamo che cosa avreste detto voi, nel suo caso; — replicò la

marchesa.

— Io? Avrei detto un mondo di cose; tra l’altre questa: son rimasto,

signore, come lo schiavo che vede partire i padroni.

— Sarà classica, questa, — osservò Almerico, — ma è debole più della

mia. Lo schiavo può vedere nella partenza dei padroni una buona

occasione di riconquistare la sua libertà. Chi perde l’impiego perde il

suo pane.

— Ah, vivaddio! — esclamò il cavaliere. — Ecco qualche cosa che mi va.

Il commento è migliore del testo. —

Si rise molto, seguitando sul tema, ed Almerico si maravigliò con sè

stesso di aver potuto dir tanto. Gli pareva fin troppo, figuratevi!

Il nostro giovanotto si separò dalle dame alla stazione di Termini.

Non era necessario ad esse, poichè avevano per cavaliere il Buonsanti;

inoltre pensò che non fosse delicato andar quarto con loro, per le

strade di Roma. Fece adunque riverenza alle dame, le accompagnò al

_landau_ padronale della duchessa e chiuse egli medesimo lo sportello,

rubando la mano al servitore; poi rimase là, ritto ed immobile, a veder

partire la carrozza.

La duchessa di San Secondo si volse ancora a salutarlo con un

cenno grazioso del capo. Anche la marchesa e il cavaliere; ma egli,

naturalmente, non vide altro saluto che quello. E gli parve che in quel

punto gli fosse strappato il cuore dal petto. Ah, lo sentiva allora,

quanto fosse stato dolce il suo tormento di quindici giorni alla

fila! Era solo, oramai, solo, solo. L’avrebbe pur veduta, quella sera

medesima. Ah sì, che era ciò, al confronto della vicinanza di tutte le

ore del giorno? delle corse fatte insieme, della mensa comune, degli

spassi in compagnia, del saluto serale, col pensiero di riposare sotto

il medesimo tetto? Felicità, che sentiamo soltanto quando sei perduta,

Almerico di Montegalda ti paragonò allora con la sua solitudine.

Almerico di Montegalda salì in carrozza a sua volta e si recò al suo

quartierino solitario di Fontanella Borghese. Un’ora dopo ricompariva

al ministero di grazia e giustizia, per occupare il suo posto.

Il ministro era all’ufficio, e Almerico domandò di potersi presentare a

Sua Eccellenza.

— Venga, venga subito! — gridò, balzando in piedi, il più nervoso e il

più dolce dei guardasigilli. — Ebbene, così presto? — soggiunse, dopo

aver stretta la mano del suo segretario. — Avevate libertà di più lunga

assenza, e non vi è piaciuto di usarne?

— Eccellenza, non mi vuole? — disse Almerico. — Le son dunque così

inutile?

— No, perbacco, e vi voglio. Mi siete mancato più volte, perchè, lo

sapete, nessuno mi contenta come voi. Ma io abomino gli egoisti, caro

Montegalda, e il mio odio, per essere ragionevole, deve incominciare da

ogni sentimento di questa natura, che potesse nascere in me. Vi sapevo

felice, e ciò bastava a farmi paziente. —

Almerico rispose alle parole del ministro con uno de’ suoi malinconici

sorrisi.

— Ditemi ora; — ripigliò il ministro; — e non vi paia impertinente la

domanda di un amico. Quando faremo le nozze? —

Qui non era più il caso di sorridere. Almerico si turbò senz’altro.

— Eccellenza.... che dice? — balbettò egli, confuso. — Non so di nozze,

io.

— Come? Siamo ancora tanto lontani? — esclamò il ministro. —

L’amico vostro, il cavaliere di Carpigliano, mi aveva pur lasciato

trapelare....

— Il cavaliere è troppo buono per me;. — rispose Almerico,

schermendosi. — Mi ama troppo....

— E vi dispiace che vi amino troppo? Badate, conte, mi metterete nella

necessità di non potervi più esprimere la mia amicizia.

— Ah, fossero tutti come Vostra Eccellenza e come il cavaliere

Buonsanti! — gridò Almerico, grato al suo nobile interlocutore del

nuovo giro che aveva dato al discorso.

— Ebbene, — riprese il ministro, — chi vi conosce davvero non può far

altra stima di voi; stimandovi così, non può far altro che amarvi, come

noi due. Abbiate più fiducia in voi medesimo. Averne molta e mostrarla

è da sciocchi; averne abbastanza è necessità, per non ricever danno da

un eccesso di modestia. Questa è una virtù, sicuramente; ma nessuno è

disposto a tenervene conto. Anzi, vedete, molti vi crederanno sulla

parola, quando voi confesserete umilmente la vostra pochezza. Siamo

così felici, quando riusciamo a farci intorno uno strato di mediocrità,

su cui possa regnare, o creder di regnare la nostra! È un triste mondo,

quello in cui viviamo, un triste mondo! —

Come andavano le cose per il ministero, alla Camera? O piuttosto, come

andavano per il guardasigilli, nel ministero di cui era parte? Non lo

sappiamo; ma dal vedere che quella era una giornata di nervi per lui,

dobbiamo arguire che una ragione delle accennate ci fosse. Soltanto la

improvvisa venuta del suo buon segretario poteva rasserenare un pochino

il guardasigilli, che poco dopo parlò di smettere il lavoro, per andare

a prendere una boccata d’aria verso il ponte Nomentano.

Ritornata in Roma, la duchessa di San Secondo aveva ripreso il suo

tenore di vita: non quello degli ultimi tempi, intendiamoci, ma quello

dei primi. Riceveva molto, andava spesso a teatro e ogni giorno alle

solite passeggiate dell’alta società romana. Veramente, un po’ d’aria

forastiera non fa bene soltanto al corpo, ma ancora allo spirito. Siamo

di gran fanciulli, noi! Nati al mare, ci giovano le arie ossigenate

della montagna; nati alla montagna, ci rimettono in salute le arie

jodurate del mare. Colpiti da un gran dolore, ci abbattiamo facilmente;

la casa nostra, le solite vie, la solita città, coi suoi aspetti noti

e con le sue usanze quotidiane, ci riescono una morte continua. Ma

se ci leviamo di lì, se andiamo a respirare in un ambiente diverso,

ricevendo come una scossa morale dalla novità delle cose, ci sentiamo

rivivere, e ritorniamo a casa nostra così rifioriti da non parer più

quelli di prima. — «Oh caro!» vi grida il conoscente, stendendovi le

braccia. «Come vi ritrovo bene!» — «Ma sì, perbacco! Anche a me pare di

aver guadagnato vent’anni». — Così non solamente voi crepate di salute;

altri ne crepa di rabbia. E non crepi, poi; chè veramente non si ha da

augurare la morte del peccatore; ma è sempre una gran soddisfazione

interna poter dire al prossimo suo: «vi voglio tutto il bene.... che

voi volete a me».

Orrori, concedo; ma qualche volta il mondo vi farebbe dir peggio. E

non c’è bisogno, per questo, di essere il guardasigilli del nostro

Almerico. Del quale nessuno domandò, nè fece discorso alla duchessa

di San Secondo, fra tanti cavalieri, Pietri, Paoli e Mattei, che

frequentavano il suo salotto. Nessuno seppe ch’egli fosse andato a

Parigi, poichè con nessuno si era egli confidato di quella gita; nè il

ministro ne parlò, nè il Buonsanti. Aggiungete che nessuno badò alla

sua presenza in casa San Secondo, andando egli di rado ai ricevimenti

della duchessa. Egli era poi di quegli uomini che vivono in società

tenendoci il meno di posto possibile. Tanta gioventù frivola non pensa

che a sè; ignora facilmente gli altri, quando non si mettono in mostra.

In questi, come in tanti altri casi, son più accorte le donne. Alla

loro perspicacia, sempre desta, sempre in esercizio, non è facile

nascondere il vero; dai più lievi indizii riconoscono qual sia l’uomo

pericoloso e fatale, od altrimenti il preferito, anche se molti

s’inframmettano a far da comparse. Dopo il ritorno della duchessa

Serena parecchi si erano rifatti assidui nel suo salotto. Pietro e

Paolo, per esempio, i due baroncini, i due fratelli Siamesi; ma quelli

avevano un bel comparire: non davano ombra a nessuno. Assiduo del pari

il Mattei, e si notava ancora una certa sua insistenza a farsi vedere

accanto alla carrozza di Donna Serena, nelle fermate della fontana,

a Villa Borghese. — «È il Mattei, questa volta» s’incominciava a

susurrare. «Nino, l’incostante Nino, si è finalmente posato». E Nino

lasciava dire, felice in cuor suo che dicessero.

A questa sua nuova passione si accennava per l’appunto, lui presente,

in casa Cempino. Dame e cavalieri a gara, quelle più copertamente,

questi senza tanti riguardi, gli avevano tirate parecchie frecciate,

accolte da lui col sorriso ineffabile di san Sebastiano dipinto dal

Reni; un san Sebastiano che sente i colpi e intravvede la gloria dei

beati.

La principessa, bella dama ed arguta, ed anche maligna parecchio, trovò

il buon momento per dire a Nino Mattei:

— Badate, caro mio; giungete tardi.... nei pressi del Campidoglio.

— Davvero? e perchè? — domandò il giovanotto.

— Il perchè lo so io. Posto preso!

— Ed anche abbandonato, se mai.

— Ah sì, voi pensate al conte di Riva. Ma quella è storia antica; —

replicò la principessa. — Temete di un altro.

— Non so di chi dovrei temere, perchè non ho da sperare; — disse il

Mattei. — Ma, dato il caso, quale sarebbe il pericoloso rivale?

— Non ve ne siete ancora avveduto? Il conte di Montegalda.

— Ah, quello?... — esclamò il Mattei, sorridendo di compassione. —

Quello è un poeta.

— Ebbene, che importa? Diffidate del poeta.

— Donna Emilia, io credo che v’inganniate. Il Montegalda non si vede

mai, a far la sua corte.

— Come il poeta; — ribattè Donna Emilia; — precisamente come il poeta.

Non appare in nessun luogo, ed è dappertutto. Non la conoscete voi

la ballata tedesca? Il poeta era presente perfino alla creazione del

mondo.

— Mi pare di ricordarla, così, vagamente; — rispose Nino Mattei. —

Domineddio diede a tutti qualche cosa, e a lui nulla.

— È vero; ma spero che ne saprete il perchè.

— No, veramente. Vi ho detto, signora, che ho della ballata tedesca un

ricordo assai vago.

— Rinfrescherò io la vostra memoria; — ripigliò la principessa arguta.

— Eccovi quello che avvenne. Domineddio aveva creato, e non gli restava

più che di regalare virtù, qualità ed altri bei doni a tutti gli esseri

viventi, ch’erano esciti dalle sue mani. Quando ognuno ebbe la parte

sua, anche il Signore aveva finita la sporta. Tutti erano andati; uno

solo restava, e con le mani vuote. «E tu chi sei?» domandò. «Io non

ho nulla per te. Che cosa facevi, che non ti sei avanzato, fin tanto

che io avevo qualche cosa da dare?» Quell’altro, allora, timidamente

rispose: «Sono il poeta: ero qua, mio Signore, tutto occupato a

consigliare la vostra munificenza». Allora Iddio disse: «È vero; ma

io frattanto non ho più nulla da darti in compenso, e tu non ti sei

affrettato a chiedere. Bene! quel che è fatto è fatto, e non ci si

rimedia. Se ti piace, mi farai compagnia; starai sempre con me, nelle

nuvole». —

Rise il Mattei, a quella chiusa della ballata e del discorso di Donna

Emilia; ma rise male, vi so dir io, rise male. Di quel riso certamente

non rideva san Sebastiano, nel dipinto del Reni.

Almerico di Montegalda era dunque, per concessione di Nino Mattei, un

poeta; secondo l’uso di tutti i poeti, e per benigno consenso della

principessa di Cempino, viveva nelle nuvole. Ma anche dalle nuvole si

casca; e ne cascò davvero, il nostro Almerico, quindici o venti giorni

dopo il suo ritorno da Parigi, quando l’usciere del gabinetto entrò nel

suo studio per annunziargli la visita del signor conte di Riva.

La spada di fuoco · 第 19 / 27 题