Come fu? come non fu?
La notte che seguì alla gita di Pozzuoli, il conte Massimo non potè
chiuder occhio. Era fortemente irritato contro il mondo e contro sè
stesso. Voleva escire ad ogni costo da quello stato d’incertezza in
cui era vissuto fino a quel giorno; cercava le vie, senza trovarne una
buona; mulinava cento disegni, uno più strambo dell’altro. Ora chiedeva
un abboccamento a sir Montgomery, e tremava di averlo chiesto; ora
aveva un dialogo con miss Madge, da cui non poteva cavar altro che
un dolcissimo ma oscurissimo avverbio. Ritornava al babbo di lei, e
ne aveva molte dichiarazioni d’amicizia, ma tanti se, tanti ma, che
avrebbero levato di speranza il più ostinato dei postulanti. Ah, egli
la intendeva bene la ragione di tutti quei se, di tutti quei ma, del
signor Montgomery Lockwood. Era una ragione araldica! Il conte di Riva
non gli pareva abbastanza alto nella gerarchia del patriziato italiano,
per ottenere la mano della figlia d’un minatore americano. Con mistress
Eliza il conte Massimo era più fortunato. Brava donna, quella signora
Lockwood; ma un’oca, Dei immortali, e non avrebbe salvato Massimo,
come le sue sorelle del vecchio Mondo avevano salvato una volta il
Campidoglio. Mistress Eliza poteva poco sull’animo duro del minatore.
Da giovane, forse, era stata bella, e amata, per conseguenza, ed
ascoltata; ma per allora, diventata una giraffa.... Badate, o lettori,
non le invento io, tante bestie; è il signor Massimo, nella sua notte
tormentosa. Vedeva tutto nero, il signor conte di Riva, tutto nero!
e sotto quel cielo di Napoli, così sereno e bianco nelle sue notti
divine! Ma forse il cielo di Napoli non ha mai avuti e non avrà
mai i sopraccapi del signor conte di Riva. È alto, prima di tutto,
così alto, che nessuna gerarchia umana può offenderlo; inoltre, le
bellezze sovrane non ha avuto da cercarle, perchè son giunte a lui,
desiderose de’ suoi sorrisi immortali, da Clodia Metella ad Emma Liona.
Massimo di Riva non era per verità in una condizione così bella, per
essere egualmente sereno. E come mai era venuto a mettersi in tante
difficoltà? Perchè non aveva colto il primo momento, l’unico buono, per
parlare ed essere ascoltato, quando i suoi dolci americani gli avevano
detto: venite a Napoli con noi?
A giorno chiaro, il conte Massimo rise un pochino dei suoi timori
della notte. Ma il suo era un riso superficiale, e sentiva di convulso.
Quella doveva essere la sua grande giornata. Non era necessario farsi
coraggio, molto coraggio, per attaccare quel benedetto discorso con
mister Lockwood? Proprio uno dei tanti discorsi che aveva abbozzati
nella notte, e che gli erano riesciti tutti così male! Perdio! male o
bene che dovessero riescire, non si doveva indugiare dell’altro. Voleva
parlare, voleva averne l’intiero. Avrebbe lasciato andar le dame col
marchese Gerolifi; magari con Memmo Savelli; ma avrebbe dato battaglia
a sir Montgomery; e battaglia campale.
Si vestì, e andò fuori a prender aria. Per far ora, e per dare un
pochino di elasticità alle sue fibre, entrò all’Haman, novità balnearia
parigina, da poco tempo introdotta anche a Napoli. Ma le sudate del
«Laconicum» e il tragitto a nuoto nella gran vasca d’acqua fredda
non valsero a calmarlo: gli accrebbero in quella vece la tensione dei
nervi.
Riprese la via del Chiatamone e del Giardino d’Inverno, passò davanti
all’Albergo, senza pure alzar gli occhi, e proseguì verso la Riviera
di Chiaia, andando a fermarsi davanti al portone di una casa elegante,
ridotta ad albergo, ma senza insegna, e gradito ritrovo di gran signori
in viaggio, che amano avere il loro bel quartierino, senza l’apparato e
le seccature della vita d’albergo.
— È in casa il principe Savelli? — domandò Massimo al portiere
gallonato, che era escito dalla sua loggia per fargli riverenza.
— Sì; — disse il portiere; — ha preso ora il suo caffè. Ma non riceve
ancora.
— Fategli passare questo biglietto e vedrete che mi riceverà; — disse
Massimo allora. — In caso diverso, mi farà sapere a che ora potrò
ritornare. —
L’asseveranza del visitatore vinse la ritrosìa del portinaio. La
corona di conte e lo stemma, veduti sul biglietto di visita, lo fecero
correre. Pochi minuti dopo egli discendeva le scale, dicendo a Massimo:
— Eccellenza, degnatevi di salire. Il signor principe vi aspetta. —
Don Memmo si degnava anche lui, venendo sul pianerottolo per fare
accoglienza all’amico.
— Oh, che fortuna! — esclamò, mentre stendeva la mano.
Si accorse allora che Massimo era molto serio, e la mano distesa per
offrirsi descrisse un giro sapiente nell’aria, come per indicare la
strada. Don Memmo frattanto sorrideva, ma d’un sorriso interrogativo.
Sapete pure che c’è anche questa forma di sorriso, tra i molti della
buona società, che debbono naturalmente servire ad ogni maniera di
casi.
— Don Memmo, — incominciò Massimo, appena fu entrato, — vorrei avere un
colloquio, e piuttosto lungo, con voi. —
L’esordio fece senso a Don Memmo. I due amici si davano ordinariamente
del tu. E il conte di Riva passava di schianto a dargli del voi!
Novità, dunque, e novità di mal augurio. Ma niente paura, il principe
Savelli si strinse nelle spalle, ed accettò quella variante, senza
discuterla.
— Vi ascolterò; — diss’egli. — Ma voi mi sembrate molto inquieto,
stamane.
— Or ora ne udrete la ragione; — replicò il conte di Riva.
— Sedete, ad ogni modo; — ripigliò il Savelli. — Sedete, prima di
tutto. Si può sedere, anche dandosi del voi.
— Il voi, — rispose Massimo, — è la forma di discorso che si
conviene ancora ad un certo grado di conoscenza, ed anche, se volete,
d’intimità. Il tu non è che dell’amicizia, e della fede scambievole.
Posso io aver fede in voi, Savelli? Non fate voi la corte a miss
Lockwood?
— No; — rispose pronto il Savelli.
— Veramente no? — disse il conte di Riva. — Potreste giurarmelo? —
Il Savelli aggrottò le ciglia, e stette alquanto sopra di sè, guardando
il suo interlocutore.
— Ah, sentite, signor conte; — riprese egli poscia, con accento
severo. — Vi ho detto di no, perchè non è vero, e non ho potuto
resistere al primo sentimento, che fu quello di respingere un vostro
erroneo giudizio. Avrei dovuto custodir meglio la mia dignità,
rispondendovi.... che non rispondo. Ma basti di ciò: attribuite il
mio no alla schiettezza naturale dell’animo, ed anche ad un resto
d’amicizia, di intimità, di consuetudine, di tutto quel che vorrete. Ed
ora ditemi voi: con che diritto mi fate certe domande? —
Massimo rimase un istante perplesso.
— Vi ho per un gentiluomo.... — diss’egli.
— Lo sono, e me ne vanto; — rispose Don Memmo.
— Io dunque vi credo; — soggiunse Massimo. — Ma che debbo io pensare di
ciò che avviene? Amo miss Lockwood; per lei son fuggito da Roma.... ho
dimenticato ogni cosa....
— E non fu bene; — osservò freddamente il Savelli.
— Perchè?
— Il perchè lo sapete; lo sentite voi stesso, poichè riconoscete di
esser fuggito. Vi si faceva il più felice degli uomini.
— E non era vero; — gridò il conte di Riva.
— Me ne accorgo ora; — riprese Don Memmo. — Perchè, infatti, la
dama.... di cui non dirò il nome nè il titolo, è di quelle che si amano
per tutta la vita; poichè esse, come son fatte per ispirar l’amore
più forte, comandano ancora il rispetto più grande a chi le avvicina.
Comunque, vi si credeva un uomo felice. Nessuno ha turbata la vostra
felicità. E ce n’erano, ne converrete con me, ce n’erano moltissimi che
avrebbero potuto invidiarvela, molti che avrebbero potuto contendervi
il posto. Non lo hanno fatto, e voi avete creduto che fosse per timore.
Troppa sicurezza, conte!... Lasciatemi dire tutto quello che penso,
come lo dite voi: troppa sicurezza era la vostra. Ed ora v’è piaciuto
di cambiare. Non eravate il felice che tutti credevano, ed io non
insisterò su questo punto, poichè la vostra lealtà e il fatto istesso
lo dimostrano. Eravate in quella vece innamorato della signorina
Lockwood. Anche questo è dimostrato dalla vostra confessione leale. Ma
ditemi: con quali speranze?
— Perchè mi domandate ciò? Con quale diritto? — gridò Massimo, che era
stato già troppo ad udire la predica.
Il Savelli sorrise, vedendo che il cavaliere, sceso in giostra con lui,
perdeva le staffe.
— Non ho nessun diritto, in verità! — diss’egli, continuando a
sorridere. — Non lo avevate neppur voi, a farmi una domanda consimile.
Riconosciamo sinceramente di essere due matti.
— E sia! — rispose Massimo. — Ma io.... sono un matto furioso.
— Voglio sperare che non lo sarete con me; — replicò tranquillamente
il Savelli. — Se parlate da amico, e solamente da amico, ci sarà modo
d’intenderci. Altrimenti, no. —
Il conte di Riva stette pensoso un istante, considerando il pro ed
il contro dell’alternativa di Don Memmo. Poi, ravveduto a mezzo, gli
disse:
— Voi mi domandavate poc’anzi quali fossero le mie speranze?
— Sì, — rispose il Savelli, con quella sua calma maravigliosa, — e se
permettete rinnovo la domanda. Avete voi una promessa?
— No; — disse quell’altro.
— O allora?... — esclamò egli, accompagnando le parole con un gesto di
trionfatore.
— Allora.... — rispose Massimo, messo alle strette, — allora io perdo
il lume della ragione. Son venuto a Napoli.... perchè mi hanno detto di
venirci. Non pare a voi che un invito così formale.... quando si ha una
figliuola da marito....
— Ahimè! — interruppe il Savelli. — Voi, caro mio, fate i conti senza
gli usi americani, che non conoscete niente più di me; fate i conti
senza le costumanze di viaggio, assai più libere e sciolte di quelle
della vita sedentaria, nel proprio paese, nella propria città. Se non
avete altri.... argomenti.... — (e voleva dire: moccoli, il trionfante
Savelli; ma si trattenne in tempo) — se non avete altri argomenti,
potete far conto di non esser neppure escito da Roma. Vi concedo, per
altro, che se voi avete dalla vostra il cuore di miss Madge....
— L’ho sperato; — disse Massimo.
— È già qualche cosa; — ripigliò il Savelli. — Di solito, queste
speranze non nascono senza aiuto di parole. Voi avete detto, miss Madge
vi ha risposto....
— No; — interruppe Massimo. — Ella non ha avuto da rispondermi, perchè
io non ho detto nulla di molto chiaro. Certi discorsi aperti non si
fanno senza averli incominciati prima col padre.
— Vi lodo, signor conte; — disse il Savelli. — E perchè non li avete
incominciati col padre?
— Stavo per farlo, quando voi siete capitato. Introdotto da me,
diventato compagno nostro a tutte le ore del giorno, siete stato, ne
converrete anche voi, un elemento perturbatore.
— Ma non il solo, conte, non il solo. C’è anche il marchese Gerolifi,
non lo dimenticate.
— Che! quello è cavaliere di Malta.
— È vero; — riprese il Savelli; — e voi ragionate benissimo. Ma perchè
presentar me, elemento perturbatore?
— È il mio torto; ma potevo io pensare che foste mai un pretendente,
voi, nemico giurato del matrimonio?
— Giurato! è un po’ troppo; — rispose Don Memmo. — Avevo un’opinione.
Si può cambiar d’opinione.
— Ora, dunque? la cambiate ora?
— Ora.... o un’altra volta, non importa cercare. Stabilisco il mio
diritto. Che volete, conte mio? Si deve pur mettere un fine, alla
propria gioventù e a tutte le graziose follìe che l’accompagnano. Ci si
stanca d’ogni cosa, alla lunga; perfino della libertà!
— Perciò, — chiese Massimo, volendo metter egli alle strette il suo
avversario, — vi atteggiate a pretendente presso i Lockwood? Chiederete
la mano di miss Madge?
— No, nel senso che voi immaginate; — rispose Don Memmo. — Sentite,
conte; ho incominciato con la sincerità, e con la sincerità voglio
finire. Non chiedo io.... son chiesto. —
Qui il conte di Riva diede un balzo sulla seggiola.
— Come? — gridò egli. — Voi chiesto? È nuova!...
— Negli annali del mondo, sia pure; — rispose placidamente Don Memmo. —
Quantunque, badate, mio caro! gli annali non dicono, non possono dire
ogni cosa. Quanti sono i matrimoni combinati per offerta, nel vecchio
mondo e nel nuovo! Le grandi alleanze di famiglia, come le grandi
operazioni commerciali, si trattano con molta delicatezza, per via
d’intermediarii....
— Ma qui non ne vedo, intermediarii! — esclamò Massimo. — Se pure non è
stato il cavaliere di Malta....
— No, niente Malta. Non accusate quel povero Gerolifi, così garbato
nella sua galanteria, così misurato in ogni suo atto, che vive in
società stando sulla vita e sempre in guardia, come se fosse sul
tavolato di una sala di scherma.
— Non accusiamo il Gerolifi; — rispose Massimo. — Voi mi direte allora
come sia andata la faccenda.
— In un modo semplicissimo, quantunque possa parervi strano. Il signor
Montgomery ha fatto egli stesso le prime aperture. Pare che sia l’uso,
in America. Ieri, nel bel mezzo dell’anfiteatro di Pozzuoli, mentre
voi, con le dame e col marchese Gerolifi eravate scesi a visitare i
sotterranei, mister Lockwood mi ha sparato il suo colpo a bruciapelo.
Sì, caro mio, quell’ottimo gentiluomo mi ha invitato a fare una
passeggiatina in America.
— Come ha invitato me! — disse Massimo. — Anche a me, sui primi giorni
del nostro soggiorno in Napoli, egli ha fatto questo discorso.
— Benissimo! — esclamò il Savelli. — Quasi quasi ci sarebbe da credere
che il signor Lockwood fosse un agente di emigrazione. Ma sentite
il resto, e vedremo poi se combinerà con tutto quello che egli ha
detto a voi. Il nostro amico deve ritornare agli Stati Uniti, ma non
fa conto di rimanerci. Vuol liquidare in due anni, al più, le sue
grandi fortune. È stanco di lavorare, è sazio di arricchire. Gli piace
immensamente l’Italia. La nostra patria, per sua confessione, è un
paese privilegiato. «Tutto è fatto, da voi» si è degnato di dirmi.
«Qui solamente si capisce e s’impara la bellissima arte di non far
niente. Io l’ho capita, l’ho imparata in due mesi, e non desidero
altro che di venire ad esercitarla nella vostra gran Roma». Basta,
— soggiunse Don Memmo, — lasciamo le chiacchiere e veniamo al punto
essenziale della conversazione. Il signor Montgomery, dopo avermi preso
per il braccio, e quasi parlandomi all’orecchio, mi fece quest’altra
confessione sincera, che un genero come me gli andrebbe moltissimo. Io,
capirete, rimasi di stucco. Avevo indovinato l’animo suo, ma non potevo
immaginarmi che dovesse venire così presto a mezza spada. Aggiungete
che avevo indovinata la vostra passioncella per miss Madge, e mi
pareva strano che a quest’ora non aveste parlato. Infatti, è una cosa
strana, stranissima, che siate giunto a quest’oggi, senza fare un passo
decisivo.
— Aspettavo ancora qualche giorno; — disse il conte di Riva, un po’
stordito dalla parlantina del Savelli, ma più da quel tegolo che gli
rovesciava sul capo la stravaganza del Lockwood. — Capirete.... non si
fanno questi discorsi senza pensarci molto. Io non sono ricchissimo....
— Neppure io lo son tanto da aspirare a venti, trenta, forse quaranta
milioni di dote. E gliel’ho detto, sapete? gliel’ho confessato
candidamente. «Che importa?» mi ha ribattuto il degno signor Lockwood,
ficcando a dirittura il suo braccio sotto il mio. «Voi siete ricco per
due, ed io son ricco per venti. Debbo forse andare a cercare uno che
sia ricco per venticinque? Non badiamo, per carità, a queste miserie».
C’è da ridere, non è vero? — soggiunse Don Memmo. — Il signor Lockwood
ha proprio detto: miserie! —
Massimo non aveva nessuna voglia di ridere, e però non tenne bordone
alla ilarità del Savelli.
— E voi, — diss’egli, dopo un istante di pausa, — che cosa gli avete
risposto?
— Che ci avrei pensato, perbacco! Sentivo tutto l’onore che mi faceva;
ma in verità non ne sarei stato degno, se avessi accettato con tanta
prontezza il largo partito che egli mi offriva. Ero confuso. Si poteva
esser confusi per molto meno. Gli domandavo perciò di lasciarmi un po’
di tempo, per raccapezzarmi, e per ringraziarlo degnamente più tardi.
Allora il signor di Montgomery si staccò da me, mi guardò in faccia e
mi disse: «Patti chiari, principe mio! Vi ho parlato da uomo per cui il
tempo è moneta. In tutte le cose mie son sempre andato diritto al fine,
e così pure ho amato di fare con voi, perchè mi piacete moltissimo.
Quello che io vi ho detto sia pure per non detto, se la cosa non
vi torna. Voi ci pensate, naturalmente, ed anche prendete le vostre
informazioni. Il signor Mapleson è il primo banchiere di Napoli. Egli
conosce lo stato della mia casa. A Roma, poi, mi conoscono i Flaminii,
gli Spada, i Marignoli, gli Schmid, Krüger e compagno, e a farvela
breve tutti i banchieri primarii della città. Se la cosa vi conviene,
voi già conoscete l’animo mio ben disposto per voi; mi fate la vostra
domanda, io l’accolgo, e non vi resta più che di piacere a mia figlia,
come piacete a me. Di mistress Lockwood non vi parlo neanche; ella vede
con gli occhi di suo marito». —
Massimo era sconfitto, senza speranza di tornare alla riscossa.
— E siete rimasti così? — domandò.
— Così; — rispose il Savelli.
— Liberi, dunque?
— Liberissimi.
— Potete dire di no, — riprese Massimo, — o non dir nulla, che sarà
come un no.
— Potrei benissimo; — replicò il Savelli; — ma per una liberalità
del signor Lockwood, della quale io non vorrei approfittare. Del
resto, sentite, signor conte, io vi fo una proposta da gentiluomo,
anzi meglio, da galantuomo. Volete battervi con me? Lo farò, per
compiacervi, ma senza trovarci nessun gusto, perchè non ho da prendere
più, nè da voi, nè da altri, i miei sproni di cavaliere. Un duello, se
vorrete, ci sarà sempre tempo a farlo; ma io, che non lo fuggo, non
lo desidero; credo anzi che sia, nel caso nostro, una cosa ridicola.
Fate meglio: inoltrate, come si dice in lingua ufficiale, la vostra
brava domanda. Io vi prometto di stare in disparte. Se il vecchio mi
chiede parere (e lo farà certamente, dopo il discorso di ieri) io gli
rispondo che siete un partito eccellente e per tanti rispetti superiore
a me. Infine, caro mio, vi son debitore di questa cortesia, perchè voi
eravate primo sull’orma. Se dopo ciò egli s’incoccia a non volervi per
genero, la colpa non sarà mia. E voi, cavaliere come siete, non vorrete
mica condannare miss Madge a morir fanciulla, perchè l’avranno ricusata
a voi!
— Allora, — disse Massimo, andando diritto in fondo al pensiero di Don
Memmo, — sarete voi, che la sposerete?
— Mio Dio! non lo so; — rispose languidamente Don Memmo. — Io sono
capriccioso, e non posso dirvi oggi quel che farò domani, in materia
di sciocchezze. Ma voi pensate al patto che vi offro. È leale, e
risponde con molta liberalità, con molta benevolenza, alle intenzioni
quasi feroci con cui siete venuto a farmi visita. Pensateci dunque.
Siamo qui, l’uno davanti all’altro, come i Francesi e gl’Inglesi alla
giornata di Fontenoy. Arrivati a cinquanta passi dalla linea francese,
gli ufficiali inglesi salutarono, levandosi il cappello, e al saluto
inglese risposero con pari cortesia gli ufficiali delle guardie
francesi. Allora milord Hay gridò: «Signori delle guardie francesi,
tirate!» Il conte di Hauteroche rispose: «Signori, non siamo mai i
primi, a tirare; tirate voi!» Allora gl’inglesi fecero una scarica,
che mise fuori di combattimento ventitrè ufficiali e trecento ottanta
soldati. Non c’è male, come vedete; — soggiunse il Savelli. — Io dunque
non vi dico nemmeno, come in queste occasioni si suole: «chi ha più
polvere spari»; vi offro di sparare per il primo.
— Se siete sincero.... — balbettò il conte Massimo.
— Voi dubitate ancora? — disse il Savelli. — Ebbene, in questo caso,
non più parole. Esciamo, cerchiamo un paio d’amici, andiamo al Vomero,
ai Bagnoli, dove vorrete, e facciamo una cosa ridicola, dopo la quale
nessuno di noi potrà presentarsi più ai signori Lockwood.
— Avete ragione; — rispose Massimo. — Scusate! Accetterò il primo
partito. Ma voi mi prometterete almeno una cosa.
— Quale?
— Di rimanere un giorno fuori di scena.
— Anche due, conte. Aspetterò le vostre notizie. Se la risposta del
signor Lockwood sarà quale la desiderate, o tale da lasciarvi una
fondata speranza, io me ne andrò nelle Puglie. Se non lo sarà, vedete
la mia larghezza, andrò egualmente; ma libero io di ritornare, e
lasciando ancora a voi la facoltà di tentare la prova, in virtù della
massima: «chi ha più polvere spari».
— Grazie! — disse il conte di Riva.
— Ah, sia lodato il cielo! — esclamò allora Don Memmo. — Voi fate
giudizio. Vedete, Massimo, che io non sono quel cattivaccio che voi
immaginavate, insidiatore della vostra felicità, o dei diritti che
credeste di averci.
— Vado; — disse il conte di Riva, desideroso di metter fine a quella
scena, che ancora non distingueva bene se fosse girata a suo vantaggio,
o a suo danno.
Il Savelli lo accomiatò con garbo signorile, non potendo con
dimostrazioni di affetto, e cerimoniosamente lo accompagnò sulle scale;
quindi rientrò nel suo quartierino, stropicciandosi allegramente le
mani.
— Non ci sarebbe mancato altro che un duello inutile! — pensava egli
frattanto. — Ora se la intenda un po’ lui col signor Montgomery,
che vuol regalarmi la sua miniera per forza. Miss Madge è una bella
ragazza, e vale anche il sacrifizio della nostra libertà. Ma sono ben
sicuro io che ella non veda il conte Massimo più volentieri di me? Ecco
qua, dunque: ciò che il mio rivale otterrà oggi, facendo il maggiore
sforzo possibile con le sue batterie, sarà un ottimo elemento di prova
per me. —
Massimo non faceva di questi ragionamenti. Massimo, per dirvi la
verità, non ragionava affatto. Gli passava per la mente di aver
guadagnato un gran punto, ed anche di non aver guadagnato nulla; ma era
una coscienza oscura e confusa. Infine, il Savelli restava inerte, ed
egli, Massimo, poteva operare. Se il signor Lockwood aveva manifestato
un suo pensiero a Don Memmo, la signorina Lockwood non aveva ancora
manifestato il suo a nessuno. Le preferenze di miss Madge non potevano
essere diverse da quelle di suo padre? Ma a chi avrebbe egli parlato
prima? al padre o alla figliuola? Non lo sapeva ancora; non lo cercava
nemmeno. Aveva la giornata davanti a sè, e la sorte per condurlo.
In questa confusione di pensieri andò verso l’albergo, non vedendo
nulla, neanche una frotta di persone che facevano circolo intorno a
due suonatori di piazza, davanti all’ingresso e sotto le finestre dei
Lockwood.
Salì al primo piano e bussò all’uscio del quartierino occupato dai
suoi compagni di viaggio. «Entrate!» disse una voce argentina, che gli
fe’ battere il cuore. La sorte lo favoriva; miss Madge era sola nel
salottino, accanto alla finestra, donde si mosse, per salutare il conte
di Riva.
— Buon giorno, signorina! — diss’egli. — E la mamma?
— È ancora nella sua camera; — rispose la fanciulla. — Non ha passata
bene la notte!...
— Oh Dio! ammalata?
— No, niente di grave. Era un po’ stanca della gita di ieri.... con
quel sole!...
— Capisco; — disse il conte Massimo. — Infatti se ne lagnava un poco,
mentre salivamo all’Anfiteatro. Speriamo che qualche ora di riposo
le giovi. E voi, miss, niente stanca? Sempre forte ed alacre come
Diana.... a cui somigliate tanto!
— Veramente? Avete conosciuto Diana?
— Sì, come è stata raffigurata dai grandi scultori di Grecia. Sapete,
signorina, che per dare un’immagine alle loro divinità, gli artisti
greci andavano a cercare le più perfette creature.
— Benissimo! — esclamò miss Madge, ridendo. — Venite a sentire questi
cantatori. Mi diverto tanto anche senza capirli. Voi mi direte che
cos’è questa povera Cicuzza.
— Cicuzza! — chiamò il conte Massimo. — Ah sì, è il titolo d’una
canzoncina popolare. Una scioccheria, veramente. Si racconta la
storia di una fanciulla che è stata presa dai Turchi, perchè si lasciò
cogliere a passeggio lungo la spiaggia del mare. —
Frattanto, i suonatori ambulanti, vedendo la giovane coppia che si
era affacciata alla finestra, riprendevano lena, uno con la chitarra,
l’altro col suo passagallo e con la voce, attaccando non so bene se
l’ultima o la penultima strofa della canzone. Qualunque fosse, il
ritornello era sempre il medesimo:
E come fu? come non fu?
Povera figlia, contalo tu.
Quel ritornello, già tanto ameno nelle parole, annegava nella sua
onda melodicamente canzonatoria ogni tristezza di racconto; e miss
Madge rideva, e col suo accento anglo-sassone si provava a ripeterlo,
canterellando sottovoce.
Il conte di Riva gittò uno scudo d’argento al suonatore, che gli diede
dell’Eccellenza e del principe a tutto spiano.
— Lo avvezzerete male; — disse miss Madge.
— È piaciuto a voi, signorina; — rispose Massimo. — Non gli avrò dato
mai abbastanza.
— Veramente?
— Veramente, e col cuor sulle labbra, perchè voi.... — siete un
angelo. Vogliate ascoltarmi, signorina. Posso io confidarvi un mio
segreto? —
La fanciulla levò gli occhi a guardarlo; arrossì, vedendolo così
infervorato, e scosse ripetutamente la sua bella testina.
— No, no; — rispondeva frattanto.
— Perchè, signorina? Perchè mi negate la prima grazia che io vi domando?
— Perchè, signor conte, io non posso sentir segreti, non potendo
custodirne.
— Neanche di persone amiche?
— Neanche.
— È triste; — riprese il conte Massimo. — Ma potrò almeno confidarlo a
vostro padre? Mi date licenza di far ciò? —
La fanciulla rimase un istante perplessa.
— Per darvi licenza, — rispose poscia, — dovrei conoscere questo
segreto. E siccome non posso saper nulla.... —
Qui, senza finire la frase, miss Madge si riaffacciò alla finestra,
sperando di potere con quell’atto troncare egualmente il discorso.
— Siete molto severa, stamane! — mormorò Massimo, offeso e contristato
da quella durezza.
— Son quella di tutti i giorni, — rispose miss Madge, non voltandosi
che a mezzo.
— No, permettetemi di dirlo; — replicò il giovanotto; — eravate più
buona con me, nel tempo passato. A Roma, per esempio!... Napoli vi ha
cambiata, miss Madge!
— Questo non è bello nè per Napoli, nè per me; — disse miss Madge.
— Voi mi fate pensare che a Roma io abbia potuto parere un’altra da
quella che credo di essere sempre stata. Signor conte, vi prego!... Voi
non siete buono, quest’oggi.
— Ah, io? io non sono buono? Non siete voi, che vi siete mutata? —
mormorò Massimo, con accento d’amarezza. — Ma come fu, ve lo domando
con le stesse parole che poc’anzi vi piacevano tanto sulle labbra d’un
povero cantastorie, come fu che il vostro amico devoto, il vostro servo
obbediente, ha perduta la vostra grazia? —
Il conte di Riva credeva di averla intenerita, o almeno almeno di
averla disarmata, con quell’accenno alla canzone di piazza. Ma niente
gli valse.
— Dite piuttosto come non fu; — rispose miss Madge; — perchè io non ho
avuto nulla da mutare, e non ho nulla da dire. Aggiungete che non ho
servi, io; non ho altri amici che quelli di mio padre. —
C’era da andare in collera, non vi pare? Davanti agli occhi di Massimo
passò come una nube; e in quella nube si addensavano tutti i ricordi
di due mesi di follìa, gli atti continui di una amorosa servitù, che
doveva parergli accettata, poichè era ricambiata da gentili sorrisi e
da una dolce intimità di consuetudini. Ahimè! consuetudini di viaggio!
intimità di strada ferrata! sorrisi di tavola rotonda!
— Capisco... — rispose il conte Massimo, non potendo più reggere a
tanta freddezza. — Capisco benissimo. Il barone Savelli è il nuovo
sole, che si è levato sull’orizzonte di Napoli. —
Miss Madge fece un gesto d’impazienza, e si spiccò dalla finestra, con
impeto subitaneo.
— Permettete! — diss’ella. — Credo che mia madre abbia bisogno di me.
— Signorina!... perdonate!... vi prego, vi supplico, rimanete un
istante... un solo istante!... —
Ed era per inginocchiarsi, il pentito. Ma l’America non vide
l’umiliazione dell’Europa, poichè miss Madge era andata risolutamente
verso un uscio, lo aveva aperto, ed era sparita, richiudendolo dietro
di sè. L’Europa, nella persona del conte Massimo di Riva, sentì il
bisogno di sfogar le sue collere, e stracciò con le sue dita convulse
un fazzoletto di tela batista.
Ah, perdio, era dura! e per un semplice accenno al Savelli, a
quell’ultimo venuto, che miss Madge conosceva a mala pena, e da cui
non aveva avuto che riverenze cerimoniose, mentre egli, conte di Riva,
si era dedicato a lei con tanta servitù cavalleresca! Il conte di Riva
rimase un pezzo nel salottino, aspettando che la fanciulla ritornasse,
pentita anche lei di averlo trattato con tanto rigore. Ma la bionda
americana non ritornò, e Massimo escì disperato.
Mille idee, tutte feroci, gli passavano per la mente. Non si sarebbe
già fermato a stracciar fazzoletti, nè a sfogar la sua rabbia contro
gli oggetti inanimati. Volti d’uomini, avrebbe sfregiati; petti,
e petti di traditori, avrebbe squarciati. Ah, Don Memmo Savelli,
l’avreste pagata voi, quella fuga!...
Ma infine, vediamo, non poteva anche essersi ingannato? La colpa di
quella fuga non poteva esser sua? Quando era entrato nel salottino,
miss Madge gli aveva sorriso, come al solito; gli aveva dato la mano
con la stessa intimità degli altri giorni. La dolce consuetudine non
appariva punto mutata. Ad uno de’ suoi complimenti, ad una delle sue
galanterie, miss Madge aveva risposto: «veramente?» Era poco, sì,
ma era tutto quello che la bella biondina soleva dire di più vivo,
in simili circostanze. Ebbene, di che si doleva egli dunque? Di un
ritegno naturalissimo, rispettabilissimo in lei? Poteva ella accogliere
una confidenza come quella che egli le aveva annunziata con tanta
solennità? Dandogli licenza di fare quella confidenza al babbo, non
avrebbe avuto l’aria di riceverla anticipatamente ella stessa? E poichè
egli aveva insistito, poichè aveva fatta una scena di gelosia, non
giustificata da veruna leggerezza di lei, poteva miss Madge rimanersene
fredda? non fare quel che aveva fatto?
Il ragionamento andava, non faceva una grinza. Poteva esser falso,
poteva esser vero; l’essenziale era di assicurarsene, tenendo la via
più diritta, per rintracciare la verità. Ora, la via più diritta era
quella del Chiatamone, che, seguitando per Santa Lucia e per la salita
del Gigante, riesciva alla piazza del Plebiscito e al caffè di Palazzo
Reale.