XII.

Tempo grigio.

Dopo quella scoperta del cavalierato di Malta, il conte Massimo ebbe

un istante di felicità, e di felicità tanto più profondamente sentita,

quanto più gli giungeva inaspettata, fra i sospetti e i timori di

quegli ultimi giorni. E che scappate di allegrezza, da quella profonda

felicità! Non erano sicuramente più vivaci nè meglio colorite le

fiammate di zolfo, dallo sfiatatoio del cratère di Pozzuoli. Con che

gusto matto pensava egli allora al domani! Perchè, infatti, gli era

sembrato di capire che mister Montgomery Lockwood, ad onta di tutte

le dimostrazioni araldiche di lui, anteponesse i marchesi ai conti:

preferenza di nessuna importanza, se si fosse trattato di ogni altro

cittadino della libera America, ma importantissima, e grandemente

pericolosa, trattandosi del padre di miss Madge. Ah, ah, povero signor

Montgomery! Egli non aveva ancora una giusta idea di ciò che fossero

i cavalieri di Malta. Con che gusto matto si sarebbe incaricato egli,

Massimo di Riva, dell’ufficio amorevole d’istruirlo in proposito!

Glorioso, trionfante, Massimo non sentì neanche il bisogno di correre

quella sera all’albergo. Notate, del resto: era la prima volta che

passava la giornata lontano dai suoi compagni di viaggio, e Massimo

non credette fosse conveniente di presentarsi all’ora del thè.

Il Gerolifi non aveva parlato di andare all’albergo, per fare una

visitina che era passata oramai in consuetudine; e Massimo non ne

parlò nemmeno lui. Stette adunque con l’amico Gerolifi e con Memmo

Savelli; passeggiò lungamente con ambedue, facendo poi una bella

fermata al caffè dell’Europa, ritrovo serale di tutta la gioventù

elegante. Si ritirò molto tardi, e i due compagni di passeggiata lo

accompagnarono all’albergo. Tanto, era tutta strada, anche per Don

Memmo; e il marchese Gerolifi di Monte Carmelo avrebbe poi accompagnato

quest’ultimo, cinquanta passi più in là, ritornandosene a casa sua per

la riviera di Chiaia.

Quando fu all’albergo, non era più ora di bussare dai Lockwood. Massimo

scrisse alcune righe in fretta sopra un biglietto di visita, e questo

biglietto consegnò al cameriere, perchè lo portasse la mattina seguente

a mister Montgomery, insieme col suo caffè nero; poscia si ritirò nel

suo quartierino, consolandosi di non aver data la buona notte a miss

Madge, col pensiero di quella nobilissima istituzione che era l’ordine

antico ed accetto dei Cavalieri di Malta.

Ah, sì, veramente egli amava quella bionda fanciulla. E le gioie del

futuro, come gli passavano gloriose davanti agli occhi della fantasia!

Trascorrere nel mondo, ricchi, belli e felici, come in un cocchio

d’oro, e con tanto d’aureola d’intorno, che sogno maraviglioso! Perchè

questa è consuetudine in noi, anche quando l’esperienza vorrebbe

insegnarci il contrario: noi pretendiamo di godere nell’eternità quella

gioia sperata, che è un punto luminoso, ma un punto unico, un istante,

un attimo, nella vita dell’uomo.

Ma il conte di Riva non doveva per allora fermarsi a raccogliere le

ammonizioni dell’esperienza. Sognava, sognava bene, e chi sogna bene

non ama svegliarsi.

Il sole, puntualissimo principe, apparve dai monti Amalfitani,

stendendo i suoi raggi vermigli sulla quieta marina del golfo. Ma il

conte di Riva non si svegliò per lui dal suo sogno. Venne più tardi a

risvegliarlo il cameriere, portandogli la risposta di mister Montgomery

Lockwood. Massimo gli aveva domandato, nel suo bigliettino, che

cosa contavano di fare le signore nella mattina seguente, per essere

anch’egli ai loro ordini; e mister Montgomery gli rispondeva: «nessuna

decisione è stata presa; si risolverà all’ora di colazione; felicissimi

di concertare con l’aiuto del vostro consiglio».

Non c’era niente di strano; era anzi naturalissimo che, trattandosi di

andare in giro per Napoli, o per i dintorni di Napoli, si aspettasse

il consiglio di Massimo, accompagnatore costante. Ma per quella volta

gli parve d’essere un gran personaggio! tanto è vero che le cose più

naturali e le più comuni possono parere straordinarie e maravigliose,

secondo il momento in cui le vediamo, o secondo il colore degli

occhiali che la nostra fantasia, miope graziosa, ha voluto inforcare.

Lo dice anche un proverbio spagnuolo:

_Todo es segun el color_

_Del cristal con que se mira._

Il conte di Riva si vestì in fretta, andò a farsi bello, più bello

del solito, poi capitò nel salottino dei Lockwood. Miss Madge era

là, seduta accanto alla finestra, leggendo, in attesa della madre,

che finiva di abbigliarsi, e del babbo, che era andato a fare la sua

passeggiata mattutina alla Villa.

— Non vi abbiamo veduto, iersera! — gli disse la fanciulla.

Le parole potevano essere di rimprovero; ma l’accento non c’era. Miss

Madge parlava italiano, ma non dava colore alla frase.

— Signorina! — esclamò Massimo, mettendo egli in una sola parola tutto

il colore che sarebbe potuto bastare al più lungo dei discorsi. — Fu un

giorno di pena, quello di ieri. Doveva essere intiero. Ed io lo segnerò

tra i nefasti.

— Veramente? —

E gli sorrise, miss Madge, gli sorrise, mormorando il suo

deliziosissimo avverbio. Ah, il sole, apparendo dai monti Amalfitani, e

stendendo i suoi raggi vermigli sulla quieta marina del golfo, non era

più bello di lei in quel punto.

Poco stante, capitò mister Montgomery, e dopo di lui mistress Eliza.

— Vi abbiamo veduto alla Villa; — disse il Lockwood. — Perchè non siete

venuto a prendere il thè?

— Perdonate, sir Montgomery! Avevo trovato un amico di Roma, e mi ero

trattenuto a discorrere con lui; — rispose Massimo. — Poi capitò il

marchese Gerolifi, e dovetti presentare l’uno all’altro. S’incominciò

a chiacchierare, e si fece tardi, non potendo io più liberarmi dalla

compagnia, del resto piacevolissima. Quel marchese Gerolifi è un così

grazioso discorritore!

— Ah, davvero? — esclamò mister Montgomery.

— Certamente! Ho conosciuto in vita mia pochi uomini la cui

conversazione fosse tanto piacevole come quella del signor marchese di

Monte Carmelo.

— Gli siete diventato molto amico; — notò mistress Eliza, che non aveva

mai sentito parlar Massimo in tal modo del Gerolifi.

— Milady, che debbo dirvi? — rispose il conte di Riva. — Io non ho

l’uso di giudicar gli uomini alla prima. Li studio molto attentamente,

e quando li ho conosciuti, la mia amicizia ha fondamento sicuro nella

stima che meritano. Il marchese di Monte Carmelo è un perfettissimo

gentiluomo.

— E di buona nobiltà; — soggiunse mister Montgomery.

— Eccellente; — replicò Massimo. — Può aggiungere al suo titolo quello

dei duchi di Santa Maria. Sotto questo nome, che appartiene di diritto

al ramo primogenito, i Gerolifi hanno bellissime pagine nella storia

del reame di Napoli.

— Oh! — disse l’americano, col suono gutturale e lungo, che rende così

importante e fa parer così piena di significato la interiezione sulle

labbra del ceppo anglo-sassone.

Quell’«oh!» voleva dire, per esempio, al signor conte di Riva: — Caro

amico, in verità, mi fate stupire. È la prima volta che io vi sento

parlare con tanto calore del nostro bravo Gerolifi. Che cambiamento è

avvenuto in voi, da un giorno all’altro? —

Ma quell’«oh!» poteva anche non dir nulla di ciò, ed esprimere soltanto

un sentimento di soddisfazione, per il reame di Napoli.

Comunque fosse, mister Montgomery si era fermato lì, e Massimo non ebbe

modo di aggiunger altro al suo inno. Con che gusto avrebbe conchiuso: —

il nostro Gerolifi è cavaliere di Malta! — Il signor Lockwood avrebbe

fatto un altro: «oh!» Miss Madge avrebbe esclamato: — veramente? — Ed

egli allora si sarebbe fermato con molta compiacenza a spiegare che

cosa fossero i cavalieri di Malta, quali i loro uffici, quali i voti

che pronunziavano, entrando in quella vecchia religione. Ma l’occasione

di fare tutti quei discorsi mancò, e il conte di Riva sentì la

inopportunità di venire a quei particolari, senza averne un appiglio.

— E così, — diceva intanto mistress Eliza, — siete andato a passeggio,

col nuovo amico di Roma.

— Sì, milady, col vecchio amico; — rispose Massimo, cambiando

destramente l’aggettivo. — Mi era capitato tra i piedi, e non potevo

liberarmene. Lo avevo anzi presentato al marchese di Monte Carmelo,

e la conseguenza fu questa, che si dovette rimanere tutta la sera

insieme.

— Ah, ricordo che eravate in tre, alla Villa Nazionale; — disse mister

Montgomery. — Ed era quel signore alto e bruno?

— Per l’appunto.

— Romano, avete detto. Chi è?

— Un Savelli.

— Savelli! — esclamò l’americano. — Aspettate! Colonna.... Orsini....

Caetani.... Mi avete detto i nomi delle più antiche famiglie di Roma. E

tra queste c’è anche la Savelli, non è vero?

— Verissimo; potete dire la più antica, perchè è citata nella storia

prima di tutte le altre. Ha dato due papi, nei primi secoli della

Chiesa, e questi papi furono anche santi. Ma a voi questo particolare

importerà meno, sir Montgomery....

— Oh! importa moltissimo; — rispose il Lockwood. — In Germania abbiamo

conosciuto un discendente di Lutero. Tutte illustrazioni! Stanno bene,

in famiglia. E questo principe Savelli è venuto a Napoli?

— Sì, di passaggio. Va nelle Puglie, dove ha qualche possessione. Credo

che parta domani.

— Che peccato! — esclamò mister Montgomery. — Se si fosse fermato,

avreste potuto presentarmelo. Amo tanto le famiglie storiche della

vostra bella Italia! —

Massimo incominciò a pentirsi di aver magnificate le grandi famiglie

storiche d’Italia, in confronto alla poca nobiltà dei Gerolifi. E più

ancora incominciò a pentirsi di avere accennato quell’incontro del

Savelli alla Villa Nazionale. Con quei cittadini della libera America

era molto pericolosa l’araldica. Per fortuna il Savelli doveva partire.

Non così presto, com’egli aveva detto a mister Montgomery; ma infine,

giorno più, giorno meno, sarebbe sparito, e non era il caso di fare la

presentazione d’uno dei quattro o cinque più antichi nomi d’Italia al

padre di miss Madge, della bionda divina.

Quel giorno si doveva andare a Pozzuoli, che un’altra volta i Lockwood

avevano veduto passando, senza fermarsi, avviati com’erano a Cuma e

al Capo Miseno. Ma il conte di Riva pensò che si sarebbe passati per

Chiaia, e che c’era pericolo d’incontrare il Savelli. Propose adunque

di fare una gita ad Ischia. Ma il signor Lockwood non voleva per quel

giorno mettersi in mare. Aveva anche da vedere il suo amico Mapleson,

che gli proponeva l’acquisto di due bei quadri antichi, per il suo

salotto di Baltimora.

— Ebbene, — osservò Massimo, allora, — ecco una ragione di più per

non andare nemmeno a Pozzuoli. Voi, sir Montgomery, andrete dal signor

Mapleson; io accompagnerò le signore a vedere il Tesoro di San Gennaro.

Sarà una gita in città, e ci ritroveremo all’ora del pranzo.

— Mi conviene; — rispose mister Montgomery.

Conveniva anche alle dame. Mistress Eliza amava molto le pietre

preziose, le oreficerie, le stoffe antiche e i merletti: tutte cose

che sicuramente avrebbe vedute nella cappella del Tesoro. Miss Madge

avrebbe potuto ammirare dei quadri di Luca Giordano, un pittore col

quale ella aveva un punto di somiglianza, artisticamente parlando. Un

punto solo, per verità, e non il migliore. Luca Giordano era stato dai

suoi contemporanei decorato del soprannome di Luca «Fa presto», e la

bella biondina tirava giù i suoi disegni sull’albo, con una rapidità

portentosa.

La giornata fu buona. Si andò al Duomo e si ritornò all’albergo, senza

aver veduto ombre pericolose, od altrimenti moleste.

Ma più tardi, quando capitò il marchese Gerolifi a far visita, Massimo

ebbe la noia di sentir parlare da capo del suo buon amico Savelli.

Ed era mister Lockwood, che lo rimetteva in ballo, accennando ancora

all’incontro e al saluto del giorno innanzi, sull’ingresso della Villa

Nazionale. In verità, io vi dico, quel cittadino della libera America

aveva la manìa dei titoli, dei privilegi e di tutte l’altre malinconie

della povera Europa.

Il marchese di Monte Carmelo non mostrò di dolersi d’una conversazione

che tendeva a glorificare gli assenti. In ciò, veramente, era superiore

al conte di Riva. — «Bella forza!» pensò quest’ultimo. «Egli è

cavaliere di Malta». Comunque fosse, il Gerolifi lodò grandemente il

suo amico Savelli, ricordando ancora una volta, con nobile compiacenza,

i vincoli di parentela che stringevano la sua famiglia a quella di Don

Memmo. E quando il signor Lockwood, nella sua ingenua tenerezza per le

grandi famiglie storiche, ebbe detto al marchese Gerolifi: «dovreste

presentarcelo», il cavaliere di Malta rispose prontamente:

— Ci avevo già pensato, e volevo appunto parlarne al conte Massimo,

per procurarmi questo piacere insieme con lui. La nostra parentela

coi Savelli è antica e lontana, oramai; la mia amicizia col suo ultimo

rappresentante è di ieri soltanto, e ne son debitore al conte di Riva.

— Ma... — balbettò questi, schermendosi. — Sarà difficile, per ora. Il

nostro amico va nelle Puglie.

— Non ancora, mio buon Massimo, non ancora; — rispose il Gerolifi. — Ho

fatto io il miracolo di trattenerlo.

— Davvero? E in che modo?

— In un modo semplicissimo. Quando abbiamo accompagnato voi

all’albergo, siamo andati oltre chiacchierando, verso la Riviera di

Chiaia. Si parlò, naturalmente, del troppo breve soggiorno che Don

Memmo voleva fare tra noi. Che diamine! gli dissi. Ciò non va bene.

Un proverbio, che ha ricevuta la sanzione dal tempo, comanda a tutti

i viaggiatori: vedi Napoli e poi mori. Qui non si vuol più la morte

del viaggiatore; gli si domanda almeno di veder Napoli; e non si

chiama vederla il restarci tre giorni. Neanche si può dire di averla

veduta, quando ci si capita dopo cinque o sei anni di assenza, com’è

per l’appunto il caso di Don Memmo Savelli. Di questo egli ha dovuto

convenirne con me. Gli ho poi ricordato che egli ha qui dei parenti,

oltre i duchi di Santa Maria. Il principe di Serra Grimalda è suo

alleato, perchè figlio di una Savelli. Tutti i Palombara di qui sono

parenti dei Savelli alla quarta generazione. Non gli pareva necessario

di fare una visita? —

Massimo avrebbe mandato volentieri a quel paese tutti i Palombara,

tutti i Serra Grimalda della terra e il marchese Gerolifi per giunta.

Oh andate a fidarvi d’un cavaliere di Malta!

— Tutte illustre parentele! — esclamò il signor Lockwood. — E siete

così riescito a trattenerlo?

— Sì, ha dovuto arrendersi a discrezione; rimarrà un paio di settimane.

— Da bravo, dunque, presentateci il vostro amico. Mi ha l’aria di un

gentiluomo.

— Oh, per questo, — rispose il Gerolifi, — lo è fino alla punta dei

capegli. Domandatene al conte di Riva, che lo ha tra i suoi amici

migliori. —

Massimo, così tirato in ballo, rispose con un cenno del capo.

— Abbiamo anche parlato dei signori Lockwood; — proseguiva intanto il

Gerolifi. — Io gli avevo chiesto come mai non avesse conosciuta questa

rispettabile famiglia, nel suo passaggio a Roma....

— Ah sì! — interruppe il signor Lockwood. — Mi maraviglio anch’io di

non aver conosciuto il principe Savelli.

— La maraviglia è reciproca; — rispose il Gerolifi. — Ma egli diede una

spiegazione della cosa, osservando che sir Montgomery Lockwood aveva

fatto una troppo breve sosta nella eterna città.

— Oh, ci ritorneremo! Dopo Napoli e Palermo, ci ritorneremo

sicuramente; — replicò mister Lockwood, decorato dal marchese Gerolifi

del titolo di «Sir».

E forse non solamente da lui, ma anche da Don Memmo Savelli. Non

riferiva egli, infatti, un discorso di Don Memmo? E Massimo, che

aveva fatta egli la maravigliosa trovata, se la vedeva sfruttare dagli

altri. Era proprio il caso di ripetere con Virgilio: «Sic vos non vobis

mellificatis apes!»

— Siamo dunque intesi; — ripigliò il signor Lockwood. — Voi ci

presenterete il principe Savelli.

— Barone, sir Montgomery! — notò Massimo, che sentiva l’americano già

per la terza volta risciacquarsi la bocca con quel titolo di principe.

— I Savelli sono baroni.

— Sì, baroni romani; — ribattè il signor Lockwood. — Me le avete

insegnate voi, queste cose, mio caro conte Massimo. I baroni romani son

tutti di là dal Mille, e se il mondo fosse finito nel Mille, sarebbero

morti baroni. Ma il mondo non è finito, ed essi hanno ancora avuto il

tempo di diventar conti, marchesi, duchi, principi, ed anche grandi

di Spagna. Ho notato, — soggiunse l’americano, — ho notato, leggendo

l’almanacco di Gotha, che i principi romani son tutti grandi di Spagna.

— Non tutti, veramente, ma una gran parte sì; — corresse discretamente

il marchese di Monte Carmelo.

— È del resto una particolarità di minor conto; — osservò Massimo,

sforzandosi di dare alle sue parole un tono accademico. — Son grandi di

Spagna, ma non hanno avuto dogi in famiglia.

— Ci hanno avuti dei papi; — ribattè il signor Lockwood. — E alcuni di

essi ci hanno anche avuto dei santi.

— Ah, questo è innegabile; — disse il conte di Riva, inchinandosi

all’evidenza.

Del resto, il signor Lockwood non faceva che ricordare le sue stesse

lezioni. In una sola cosa il cittadino della libera America non si

era voluto piegare alla dottrina del conte di Riva. Nell’ammettere la

piena eguaglianza dei titoli di nobiltà, mister Montgomery, peccatore

ostinato, seguitava a credere nella gerarchia. Che tenesse un conte

superiore ad un barone, poco male! Ma egli teneva un marchese superiore

ad un conte, e questo era un guaio; teneva un duca od un principe

superiori a un marchese e ad un conte, e questo era intollerabile

senz’altro. Povero Massimo di Riva, che i suoi antenati avevano tenuto

alla misura di conte, con nove perle in vista, e neppur l’ombra di un

doge!

Le dame tacevano, lasciando al capo della famiglia il carico di quella

conversazione, che dava tanta noia al signor Massimo. Delicatezza, od

istinto, consiglia certi silenzi alle donne? Le due cose si confondono

spesso, tanta è la sottigliezza loro; e la psicologia e la fisiologia

non arrivano a sceverarle, nella traccia sinuosa dei loro incerti

confini.

Frattanto il signor Massimo aveva un diavolo per occhio. E a proposito

di diavoli, quale fra i tanti aveva condotto a Napoli il Savelli, per

cacciarglielo tra’ piedi? Di sicuro, in tutto ciò che era avvenuto,

non aveva ombra di colpa Don Memmo. Si va a Napoli come in ogni altra

città, per semplice diporto, e Don Memmo ci aveva anche la ragione

naturalissima del viaggio nelle Puglie. Quando si è in Napoli, non

è meno naturale che sull’ora del passeggio si vada anche alla Villa

Nazionale. Fin qui non c’era nulla a ridire. Tutto il resto, poi, era

avvenuto per colpa di Massimo. Gran sciocchezza, la sua, di presentare

il marchese Gerolifi al nuovo venuto! Maggior sciocchezza, di citare

i Savelli come una delle primissime famiglie storiche italiane, ad

un uomo tanto desideroso di fumo quanto era provveduto di arrosto,

come quel signor Lockwood, re di denari e possessore d’una miniera

d’argento!

Era egli, conte di Riva, che aveva tirato in casa dei Lockwood il gran

signore romano! Era egli, che, uscito a mala pena di sospetto per uno,

apriva la porta ad un altro!

Vi parrà strano, ma questo pensiero lo calmò. Virtù di analogia!

L’uomo, già lo sapete, è un animale superstizioso e cabalista per

eccellenza. Or dunque, il nostro Massimo pensò che aveva temuto tanto

del Gerolifi, e che il pericolo di un pretendente, di un rivale,

gli era svanito ad un tratto. Temeva tanto del Savelli, e non doveva

egualmente svanirgli quel nuovo pericolo? Ma sì; la cosa era chiara,

andava pari pari come la regola del tre. Infine, il Savelli non era

noto a tutta Roma per i suoi corteggiamenti da Don Giovanni? E questi

non erano tali da escludere ogni idea matrimoniale? Don Memmo aveva una

avversione profonda contro ogni vincolo eterno. Quante volte non gli

aveva sentito dire: i Savelli finiranno con me!

Non c’era dunque da temer tanto; anzi, non c’era da temere affatto. Il

primo dei sospettati, il Gerolifi, non poteva; il secondo, il Savelli,

non avrebbe voluto. A premunirsi contro il pericolo di un terzo

pretendente, Massimo voleva fare la sua brava domanda di matrimonio.

Era un giovedì, giorno eccellente per ogni impresa che debba essere

tentata in buon punto. Ma disgraziatamente quel giorno era anche

trascorso mezzo. Occorreva dunque rimandare l’attacco. Ma il domani era

un venerdì, giorno nefasto tra tutti. Nel sabato, adunque, nel sabato

avrebbe aperto il suo cuore a sir Montgomery, messo un termine a tante

incertezze proprie, a tante debolezze pericolose di quel ricco plebeo.

Al pari di Massimo non era superstizioso il Savelli? O forse aveva

il venerdì per un giorno fortunato? O forse non pensava affatto al

calendario? Comunque fosse, Don Memmo Savelli si lasciò presentare in

venerdì. Bel giovanotto, alto, bruno, tutto d’un pezzo, piacque molto

al signor Lockwood.

— Come si vede che è romano! — esclamò questi, parlando al conte di

Riva. — C’è in lui il tipo degli antichi dominatori del mondo. —

Massimo avrebbe voluto temperare un pochino quegli ardori di

romanità: parlar d’innesti servili, della Grecia e dell’Asia minore;

poi d’invasioni barbariche, di Vandali, di Goti, di Bisantini, di

Longobardi e simili altri elementi perturbatori; poi delle condizioni

particolarmente infelici di una città discesa a poche migliaia

d’abitanti, e dovuta rinsanguare con nuovi e ripetuti arrivi di

Toscana. Ma il signor Lockwood non gli avrebbe dato retta. — «Tutto

bene, quel che voi dite», gli avrebbe risposto quell’ostinatissimo

uomo «ma questi Savelli sfuggono alla vostra statistica. Non mi avete

detto voi medesimo che le memorie della loro famiglia risalgono al

terzo secolo dell’Era cristiana?» Massimo pensò queste cose, e si

astenne prudentemente da una serie di osservazioni critiche ancor più

pericolose d’ogni entusiasmo. Infine, non voleva aver l’aria di temere.

Egli era il conte di Riva, perbacco!

Le dame fecero lieta accoglienza al nuovo venuto, ma senza follìe

di gente nuova. Mistress Eliza era compassata per indole, e le sue

articolazioni avevano anche poca elasticità di movimenti. Miss Madge,

nella sua condizione di fanciulla, non poteva apparire niente più

espansiva, ed era già molto quando esciva dal suo «veramente?» per

arrisicarsi ad una frase formata. Anche il Savelli fu molto misurato

nelle parole e negli atti; non andò in visibilio per la conoscenza dei

Lockwood, non rimase in estasi davanti alla unica erede d’una miniera

d’argento. Checchè ne pensi il signor Massimo, conte di Riva, e geloso

feroce, il romano moderno ritiene ancora molto de’ suoi antichissimi

progenitori; egli conserva per intanto la loro bella gravità. Niente

lo stupisce; niente gli par superiore a sè stesso. Era ben romano

quel Don Camillo Borghese, che non mostrò di aver perduta la testa

per l’altissimo onore d’imparentarsi con Napoleone Bonaparte, primo

console, poi imperatore dei Francesi ed arbitro dei destini d’Europa.

Forse gli parve naturalissimo d’esser cognato al grande uomo. Men

naturale dovette parergli che il grande uomo non facesse di lui un re

di corona. S’aspettava un trono, il bravo Don Camillo; e non ebbe che

uno straccio di prefettura; come a dire una derisione, un affronto!

Presentato in venerdì, Don Memmo fu subito invitato ad una gita per il

sabato. Si andava all’isola di Capri. Niente noioso, quel Savelli! Non

ebbe l’aria di voler disturbare nessuno. Stette tutta la giornata a

far conversazione col vecchio Lockwood, che non era sempre piacevole.

Massimo potè credere che il suo amico romano avesse un gran rispetto

per tutti i diritti acquisiti.

Una gita all’isola di Capri non si racconta più, dopo tante descrizioni

che ne son state fatte, in libri di viaggi e romanzi. Chi non sa che

si parte da Napoli in piroscafo, o direttamente per l’isola, o per la

spiaggia di Sorrento, donde poi vi porta alla marina di Capri la famosa

barca postale di Don Michele Desiderio? Dalla marina di Capri alla

grotta Azzurra non si va che in piccole barche, ognuna delle quali è

capace di tre viaggiatori. Veramente potrebbe contenerne di più; ma c’è

una ragione fortissima per restringere il numero a tre persone, anche

lasciando l’antica e proverbiale dell’«omne trinum est perfectum»;

e la ragione fortissima è questa, che entrando nella grotta bisogna

coricarsi in fondo alla barca, non essendo l’ingresso più alto d’un

metro sul livello dell’acqua.

La distribuzione di sei viaggiatori in due squadre non costò nessun

dispiacere al conte di Riva. Don Memmo pareva attaccato ai panni

del signor Lockwood, e il marchese Gerolifi si attaccò facilmente

per quella occasione ai panni di tutti e due. Massimo rimase con le

signore, e senza aver dovuto fare il menomo sforzo. Fin qui, tutto

bene; e fu anche meglio, allorquando, costeggiata un tratto la rupe

e veduta apparire la bassa apertura, per cui doveva entrare la barca,

i viaggiatori dovettero accoccolarsi sotto il capo di banda. In quel

punto la guancia di Massimo (e quasi potremmo dire il suo labbro)

si ritrovò naturalmente sopra una mano di miss Madge. Ci fu uno

sfioramento lieve lieve, che non doveva esser poi contro le leggi di

una garbata «flirtation», e che ad ogni modo era giustificato dalla

incomoda postura del conte di Riva. Voi mi direte che il signor Massimo

avrebbe potuto piegarsi da un’altra parte, dov’era mistress Eliza.

Lo so anch’io, che avrebbe potuto; ma forse non ci pensò, e dovendo

piegarsi, seguì ciecamente l’istinto, quel benedetto istinto che ci

tien di qua o di là, secondo che una parte mette più conto dell’altra.

Anche miss Madge, benedetta fanciulla, perchè era rimasta con quella

mano distesa?

Si dolse ella dell’atto? Voglio creder di no. Era una cosa da

nulla, e poteva attribuirsi al caso, cieco anche lui, come è cieco

l’istinto. Del resto, la bionda fanciulla aveva altro da pensare

in quel punto. Entrata là dentro con un po’ di terrore, era rimasta

presa da una grande maraviglia. E non già per l’ampiezza della grotta.

Il barchettaiuolo aveva un bel dire che la vôlta era alta tredici

metri, e l’acqua profonda quindici, che la lunghezza della grotta era

di cinquantatrè e la larghezza di trentadue. Quelle misure potevano

strappare qualche «oh!» al labbro di mistress Eliza; ma la sua bella

figliuola non ascoltava neanche, colpita com’era dalla bellezza dello

spettacolo, affascinata dal colore azzurro che prendeva ogni cosa fuor

d’acqua, e dal colore d’argento che aveva ogni cosa entro l’acqua,

perfino l’immagine sua, riflettendosi, fuori dal capo di banda, in quel

magico specchio.

Nei luoghi topici d’ogni escursione ci sono le consuetudini inveterate,

le esperienze inevitabili, obbligate in chiave. Sulla via di Pozzuoli,

e presso le stufe di San Germano, è una piccola grotta, celebre per

le sue esalazioni di gas acido carbonico, dove fanno entrare un povero

cagnolino, per darvi lo spettacolo di una passeggiera asfissia, e per

dimostrarvi che se il cane è l’amico dell’uomo, l’uomo non è altrimenti

l’amico del cane. Nella grotta Azzurra di Capri vi dànno volentieri

l’altro spettacolo, fortunatamente più umano, del marinaio che si butta

nell’acqua, e nuota un pochettino sotto i vostri occhi. Così quando è

sott’acqua, come quando ne esce fuori, il nuotatore vi offre la grata

illusione di un pesce rivestito di scaglie d’argento.

— Vedete! — esclamò miss Madge, osservando il palombaro, che si era

buttato in acqua per lei. — Poc’anzi lo abbiamo veduto color di rame,

dalla marina di Capri alla Grotta; qua dentro era d’acciaio brunito;

ora è d’argento. Pare un Dio marino.

— E voi, miss?... — mormorò il conte Massimo. — E voi, con quei capegli

d’oro, e con quella figura dolcemente azzurrina, sembrate una Dea del

mare, la più bella tra le figliuole di Nettuno; se non forse Venere

istessa, quando apparve la prima volta dalle spume dell’Oceano. —

Vi fo grazia della risposta di miss Madge (una risposta che oramai

conoscete), e vorrei tenere per me il suo divino sorriso. Ho sempre

amato un bel sorriso, anche quando l’anima non era bella egualmente.

Qui poi non è il caso di far distinzioni, poichè niente ci offre

argomento a credere che l’anima di miss Madge non fosse bella come la

sua bocca.

Mister Montgomery Lockwood vedeva l’argento nell’acqua, e sebbene

non si trattasse che di una immagine, di un riflesso ingannatore,

possiamo dire che fosse nel suo proprio elemento. Il marchese Gerolifi

faceva da Cicerone, ed essendo napoletano, da Cicerone «pro domo sua»;

anch’egli, adunque, si ritrovava nel proprio. Don Memmo Savelli era

calmo; fu calmo, impassibile, per tutta quella giornata di Capri. Non

maravigliarsi di nulla, era questo il suo programma. Infine, non era

egli romano? E non si poteva supporre, pensando all’antichità della sua

stirpe, che uno de’ suoi maggiori fosse vissuto a Capri, fin dai tempi

dell’imperatore Tiberio?

— Sono molto contento di Capri; — disse il signor Lockwood, ritornando

quella sera a Napoli.

Frattanto, perchè il sabato era stato dedicato all’isola di Capri,

Massimo non potè colorire il suo disegno di parlare a quattr’occhi col

signor Lockwood. La domenica, poi, fu destinata ad un’altra corsa fuor

di città. Si andava a Pozzuoli, per vedere il suo magnifico anfiteatro

e il tempio di Serapide, con le sue colonne bucate dai molluschi

litofagi, di cui è fatta menzione in tutti i trattati di geologia per

le scuole.

Don Memmo fu ancora della brigata: con che gusto per Massimo, lascio

immaginare a voi. Ah perchè il Savelli non era anche lui cavaliere di

Malta? Il conte di Riva, per verità, pensava spesso all’avversione di

Memmo per lo stato matrimoniale, e ricordava volentieri la frase di

lui: «i Savelli finiranno con me». Ma questi conforti non gli bastavano

ancora: un cavalierato di Malta per quell’inevitabile amico gli avrebbe

fatto più comodo.

L’albergo della «Bella Venezia», dov’erano andati a pranzo, diede

occasione di un mezzo trionfo e di un gran dispiacere al conte di Riva.

Mistress Eliza aveva notato, prendendo argomento dal nome dell’albergo,

che ancora non erano stati a vedere la città delle lagune.

— Come, signora? — esclamò il Gerolifi. — Avete veduto Torino, Genova,

Milano, nell’Italia superiore, e non siete giunti a Venezia?

— No, siamo invece discesi nella Toscana, per veder Pisa e Firenze.

L’itinerario è stato fatto da mio marito.

— «Seigneur et maitre»! — ripigliò il Gerofili, sorridendo. — Ma io già

capisco che sir Montgomery, dopo aver veduto Palermo, vorrà risalire

per la spiaggia Adriatica fino a Ravenna e Bologna. Di là, veduta

Ferrara e il suo maraviglioso castello, proseguirete per Padova e

Venezia. Là, poi, signore mie, avrete un ottimo cicerone, la perla dei

ciceroni, nel nostro buon amico, il conte di Riva. —

Quella era una gran cortesia del marchese Gerolifi, che con poche

parole buttate là a caso, offriva al conte Massimo un eccellente

appiglio per fare accanto a miss Madge tutto il giro d’Italia. Massimo

ringraziò il cavaliere di Malta con una occhiata amorevole. E subito,

cogliendo la palla al balzo, fece di Venezia una pittura stupenda.

Venezia non era men bella di Roma e di Napoli; era una bellezza d’altro

genere, circondata dalle acque, vera perla del mare. Quei miracoli di

architettura che nel mezzogiorno d’Italia si vedevano in tanta parte

distrutti, erano rinnovati e freschi a Venezia. L’arte bizantina non

si vedeva in piedi che là, nella basilica di San Marco; l’arte gotica

e quella del Risorgimento offrivano i loro più graziosi esemplari nei

palazzi del Canal Grande, sulla riva degli Schiavoni, sulla piazza

monumentale di San Marco, sulla famosa piazzetta. Il palazzo dei dogi,

da solo, era un mondo di maraviglie. E qui molto Byron, per dar colore

al discorso. Non ignorate che il conte di Riva, dopo aver fatta la

conoscenza di miss Madge, si era dato a rileggere tutte le opere di

lord Byron, l’autore prediletto della bionda americana.

Miss Madge ascoltava con molta compiacenza, gustava gli accenni

veneziani del poeta, attraverso le descrizioni del prosatore.

— Ah! — mormorò ella, levando i suoi begli occhi al cielo. — Vedrei

volentieri Venezia!

— E ci andremo, figlia mia, ci andremo; — disse il signor Lockwood, con

accento di promessa solenne. — Dovreste venire anche voi, signori miei;

— soggiunse egli, volgendosi al Gerolifi e al Savelli. — Questa sarebbe

una scappata per voi, e un gran piacere per me. —

Il marchese di Monte Carmelo non poteva allontanarsi da Napoli,

ed espresse con molto garbo il rammarico che sentiva, di non poter

accettare una proposta così bella, così onorevole, così degna dei

più caldi aggettivi. Don Memmo Savelli era più calmo e più sobrio

nell’espressione dei suoi sentimenti. Egli rispose brevemente:

— Perchè no? In vostra compagnia, caro amico, si può fare anche

questo. —

Qui il conte di Riva s’inquietò per davvero.

— Ma che gli salta in testa? — pensò. — Di seguirci dappertutto? Sarò

io condannato a vedermelo tra’ piedi per tutta l’eternità? —

Ah no, conte Massimo! non per tutta l’eternità. In queste cose le

grandi parole non servono. O giù l’uno, o giù l’altro: resta nella

posizione chi ha vinto, e l’eternità non ci ha nulla a vedere.

Ma intendiamoci bene: queste cose il conte Massimo le intendeva,

senza mestieri delle nostre osservazioni critiche. La sua esclamazione

interiore, con tutta quella forma iperbolica, non esprimeva altro che

un gran timore di dover lasciare a Don Memmo Savelli il benefizio

della eternità sullodata. Gli accresceva il timore quella medesima

calma olimpica del principe romano; gli schiudeva orizzonti paurosi

quel «caro amico» che egli non s’era mai arrischiato di dire a

mister Lockwood, e che Don Memmo Savelli aveva messo fuori con tanta

prontezza, con tanta facilità di discorso familiare. Caro amico! che

si fa celia? Bisogna esser molto sicuri del fatto suo, per chiamare in

tal forma il padre di una bella ragazza, il possessore di una miniera

d’argento.

— Tutto ciò non va bene; — diss’egli ancora tra sè. — Ho veramente

indugiato troppo a parlare. Ma, Dio santo, chi poteva prevedere queste

noie? Ci metteremo buon ordine. Oh, se ce lo metteremo! Il signor

Savelli mi dirà donde ha preso questo «caro amico» e il diritto di

servirsene. —

Miss Madge, per altro, non era niente mutata con lui. Quel giorno,

fosse il pensiero di Venezia, o la poesia di lord Byron, Massimo

trionfava ancora con lei, ne otteneva qualche frase gentile, oltre il

solito avverbio. Don Memmo, poi, non aveva punto l’aria di contendergli

la compagnia nè la conversazione della fanciulla. Andava sempre col

vecchio, e lasciava a lui la sua bella figliuola. Non a lui solo,

veramente! non a lui solo, poichè c’era anche la mamma, e non mancava,

tratto tratto, l’accompagnatura del cavaliere di Malta.

Curiosa brigata, del resto! Quella bionda fanciulla, decorata di quel

babbo e d’una miniera d’argento, si trascinava dietro, satelliti

costanti, un conte, un marchese, un principe. Vedute da vicino,

sembrano cose da nulla; ad una certa distanza, e ragionandoci su,

fanno senso. Se verbigrazia quei tre signori avessero portate in capo

le rispettive corone dei loro biglietti di visita, ci sarebbe stato

da filosofare, e da ridere, filosofando, a vedere quei tre satelliti

coronati, che descrivevano la loro orbita intorno ad una bella massa

d’argento.

La spada di fuoco · 第 16 / 27 题