Ma un altro e nuovo amico aveva maggior lusso di araldica, agli
occhi dei Lockwood. Costui portava «d’argento, con un leone azzurro,
coronato d’oro, caricato nel cuore d’uno scudetto di rosso, alla croce
d’argento, e il capo di Francia, d’azzurro, coi tre gigli d’oro».
Scambio della corona comitale, che cimava lo scudo di Massimo, portava
corona marchionale, e con tanto di mantello di porpora, foderato di
vaio.
Chi era costui? Vi contento subito: era il marchese Gerolifi di Monte
Carmelo. E come era entrato nella intimità dei Lockwood? Anche questo
si può dire in poche parole. Mister Montgomery lo aveva conosciuto
in casa del Mapleson, suo banchiere, e ventiquattr’ore dopo la fatta
conoscenza, il marchese di Gerolifi di Monte Carmelo aveva portato i
suoi due biglietti di visita ai Lockwood, consegnandoli, con la piega
di rito, al portiere dell’albergo. Mister Lockwood aveva chiesto a
Massimo un cenno delle usanze italiane, in materia di visite e di
biglietti di visita. Massimo non aveva potuto ricusarglielo. Così,
per opera sua, il Creso americano aveva ricambiato la cortesia; e due
giorni dopo il marchese Gerolifi di Monte Carmelo si era presentato
ad ossequiar le dame all’albergo. Bell’uomo, non più giovane, ma ben
conservato (Massimo soggiungeva: e ben restaurato!), cortesissimo,
con un’aria di gran signore, anzi di sovrano in vacanza, il marchese
Gerolifi piacque molto a mistress Eliza. Che si fa celia? Una corona
marchionale! e il mantello di porpora, foderato di vaio! e i gigli
di Francia! Per concessione, si capisce. Ma lo scudetto di Savoia,
nel cuore del leone! Perchè doveva essere di Savoia, e non d’altra
famiglia. E messo là dentro significava un certo grado di parentela.
Il Gerolifi, destramente interrogato, non disse di sì, ma non disse
neanche di no. Cose antiche! Chi se ne ricordava, oramai?
Non vi dirò una cosa strana, annunziandovi che il personaggio piacque
poco al conte di Riva. Quando si è innamorati, ogni nuova figura dà
noia, nel piccolo mondo in cui abbiamo concentrati tutti i nostri
pensieri, dimenticando le cure e i desiderii, le vanità e le ambizioni
del grande. E lo aveva tirato egli in casa, quel marchese Gerolifi!
Perchè, infatti, era egli, Massimo, che aveva istruito l’americano
intorno agli usi italiani, in materia di biglietti di visita. Ma sì!
Se non fosse stato lui, sarebbe stato un altro: il banchiere Mapleson,
per esempio, a cui il signor Lockwood si sarebbe certamente rivolto
per consiglio. Ebbene, fosse pure così: glielo avrebbe potuto dire
il banchiere: che sciocchezza era stata la sua, d’informarlo così
minutamente egli stesso? A buon conto, sarebbe stato anche possibile
che il banchiere avesse altre usanze, e non vedesse la necessità di
un così pronto ricambio di cerimonie. Ah noioso Gerolifi, con quella
sua corona marchionale! e con quel signor Montgomery, poi! con quel
cittadino della libera America, che non studiava niente, che non aveva
bisogno di studiar niente, e nondimeno si occupava con tanto amore di
notizie araldiche!
Un giorno, all’ora del thè, Massimo aveva avuto occasione di fare
uno sperticato elogio dell’America settentrionale. Beato paese nuovo!
Le vecchie razze europee erano andate a rifarcisi, a prender laggiù
nuovo vigore e bellezza. Capirete che a questo punto del suo inno,
Massimo mandò una languida occhiata a miss Madge. Paese nuovo, sì,
bisognava insistere sull’aggettivo. Laggiù non si era portato nessuno
dei sopraccapi della vecchia Europa: nè le grandi signorie ereditarie
d’Inghilterra, nè le contee di Pomerania, nè le grandezze di prima
classe della Spagna, nè i ducati d’Italia: a farla breve, nessuna tra
le forme dell’aristocrazia e del feudalismo, che guastavano il vecchio
mondo. Era laggiù una grande espansione, un rigoglio di vita giovane,
la poesia del lavoro, la ricchezza, la libertà. Gran cosa, la libertà,
figlia della nativa eguaglianza, madre della fraternità, fonte di tutte
le virtù, custode e dispensiera di tutti i beni del mondo!
Mister Lockwood ascoltava e sorrideva.
— Ebbene, mio caro, — gli disse, come quell’altro ebbe finito, — fatevi
cittadino degli Stati Uniti. —
Massimo aveva dato un balzo sulla sedia.
— Sotto il vostro patrocinio, sir Montgomery, — gridò egli allora, —
quando vi piacerà!
— Badate, giovinotto! — riprese il signor Lockwood, continuando a
sorridere. — Anche quando sarete cittadino americano, vi chiameranno
il signor conte. E voi non perderete l’orgoglio del vostro titolo,
vedendolo apprezzato anche laggiù; e farete dipingere il vostro stemma,
la vostra corona, sugli sportelli delle vostre carrozze. Chi ne ha
diritto nella vecchia Europa, trapianta assai bene e volentieri questi
ricordi nella vergine America. I titoli son sempre titoli, anche
dall’altra parte dell’Atlantico.
— Ma non ci son re per distribuirne, tra voi.
— È vero, ci manca il re. Ma credete che non nascerà, un giorno
o l’altro? Mio caro amico, voi siete entusiasta, e vedete le cose
attraverso il prisma della vostra immaginazione italiana. Ma tutto
il mondo è paese, e gli umori degli uomini, come tutti gli altri
liquidi, posti in comunicazione tra loro, tendono a prendere uno stesso
livello. L’Europa invidia a noi le nostre miniere d’oro e d’argento,
i nostri grandi depositi di petrolio, le nostre ricche foreste, e
quelle immense vie commerciali che sono i nostri fiumi. Noi invidiamo
alla madre Europa quelle antiche istituzioni che a voi sembrano tanto
fastidiose. —
Massimo non poteva riaversi dallo stupore, udendo quei ragionamenti
all’europea. Una cosa, per altro, lo rallegrava: il consiglio di
mister Lockwood. — «Fatevi cittadino degli Stati Uniti». — E come
aveva sorriso maliziosamente, dicendolo! Il vecchio americano
aveva dunque indovinato il segreto del suo cuore? e non mostrava
di sgradire l’omaggio che si faceva alla bellezza di miss Madge?
Ah, meno male! Se così pensava il padre della bellissima fanciulla,
si poteva anche passargli qualche eresia di discorso. Ma bisognava
parlare, far la domanda. Sì, un giorno o l’altro l’avrebbe fatta, ma
dopo aver tastato il terreno con mistress Eliza. Per quanto vedesse
di non essere sgradito compagno, non poteva dimenticare che era un
compagno di viaggio, e che in viaggio si suol correre, così nella
scelta delle relazioni, come sulle rotaie delle strade ferrate. A
tentare un’apertura di quella fatta, ci voleva una bella dose di
coraggio: anzi, diciamo meglio, d’audacia. Massimo era ricco, ma
non esageratamente: ricco per una gran città di provincia. Un paio
di eredità che aspettava, lo avrebbero fatto ricco per una città
capitale. Ma che cos’era tutto ciò, a petto d’una miniera d’argento?
Egli non conosceva le fortune dei Lockwood che per sentita dire;
ma così a occhio e croce poteva credere che miss Madge fosse venti
volte, e magari quaranta volte più ricca di lui. Quello era un guaio.
Massimo non poteva mettere sull’altro piattello della bilancia che il
suo stemma e la sua corona di conte. Un bel peso, se mister Lockwood
pensava quel che diceva! Ma proprio allora che la contea gli avrebbe
fatto giuoco, Massimo si vedeva capitare nei fianchi un marchesato.
Gerolifi! Monte Carmelo! Nomi sonori, troppo sonori! E donde veniva
quel marchesato del diavolo?
— Voi che siete forte di storia, — gli disse una sera mister Lockwood,
— diteci un poco che nobiltà è questa dei Gerolifi di Monte Carmelo.
— Non ne so nulla; — rispose Massimo.
— Come? E siete italiano?
— Sir Montgomery, vi prego di considerare che io sono delle provincie
settentrionali, e faccio già molto a raccapezzarmi tra le mille e una
famiglie storiche di lassù. Conosco poco la nobiltà delle due Sicilie,
tanto più numerosa della nostra, per cagione dei tanti governi che
si son seguiti in questa parte d’Italia. Normanni, Svevi, Angioini,
Aragonesi, Spagnuoli, Borboni.... c’è da confondersi. Del resto, il
casato di cui mi chiedete ha un’aria tutta egiziana.
— Egiziana! — esclamò mistress Eliza. — Come è possibile?
— Lo dice il nome, che sa di Geroglifici; — replicò Massimo, contento
di avere scagliata la sua freccia. — Piuttosto m’impaccia un pochino
quella giunta di Monte Carmelo.
— È in Terrasanta — osservò miss Madge. — Forse il titolo risale al
tempo delle Crociate.
— A prima vista pare così; — disse Massimo, inchinandosi. — Ma non
dimentichiamo, signorina, che ci sono in Italia i frati Carmelitani, e
che ogni loro convento ha il suo Monte Carmelo. Se il nome vien di lì,
la nobiltà dei Geroglifici potrebb’essere molto recente.
— Dimenticate la croce di Savoia; — entrò a dire mister Lockwood.
— Ah, sir Montgomery! Vi prego di considerare ancora che ce ne son
mille, di famiglie nobili, che portano di rosso alla croce d’argento,
ed altre mille che portano d’argento alla croce di rosso. Poi la croce
di Savoia è caricata nel cuore di un’aquila. Questa dei Gerolifi è
caricata nel cuor d’un leone. —
Erano in questi discorsi, quando capitò, «lupus in fabula», il
marchese Gerolifi. I Lockwood continuarono a parlare d’araldica, con
gran noia di Massimo, che vide il nuovo venuto farsi liberale della
sua erudizione alle dame. Il Gerolifi era espertissimo nella materia,
e in mezz’ora di parlantina sciorinò davanti a miss Madge tutto un
trattato sull’arte del blasone, colori e metalli, partizioni, pezze
onorevoli, figure, armi di padronanza, di successione, di adozione,
di concessione, e via discorrendo. Numerò le principali famiglie
dei Sedili di Napoli e del reame di Sicilia, e trovò ancora il tempo
di blasonare lo scudo del conte di Riva, suo buon amico, facendogli
complimento per il capo dell’Impero, che denotava grandi benemerenze
della sua casa verso la fazione ghibellina. Udito poi da miss Madge che
i conti di Riva erano una diramazione dei Collalto, prese a magnificare
questi ultimi, lagnandosi garbatamente che avessero abbandonato il loro
primitivo nome di Trevigi, che ricordava i fasti della gioiosa Marca
Trivigiana.
Il conte di Riva lì per lì fu contento, udendo esaltare la sua
famiglia, e miss Madge richiamarne in campo le illustri parentele. Ma
di parentele sue proprie il Gerolifi ne aveva da citarne a diecine.
Tutti i primi nomi di Napoli erano collegati per qualche vincolo al
suo. Passando in rassegna solamente i tre ultimi secoli, con molta
disinvoltura, senza insisterci punto, il marchese di Monte Carmelo si
dimostrava consanguineo di tutta l’aristocrazia delle Due Sicilie.
Interrogato dal curiosissimo signor Lockwood, venne da ultimo a
discorrere sull’origine del suo casato. I Gerolifi si erano chiamati
in principio Gerosolimi, o Gerosolimiti, come discendenti di antichi
pellegrini e guerrieri di Terrasanta. Ma il nome si era sformato
in processo di tempo, e la sformazione incominciava ad apparire
in atti notarili del 1300. A Monte Carmelo uno de’ suoi maggiori
aveva resistito lungamente alle armi vittoriose di Saladino, dopo
il mal esito della seconda crociata; donde il titolo era venuto alla
famiglia, e riconosciuto da tutti i principi cristiani. Da quel tempo
i Gerolifi non si erano mai lasciata fuggire nessuna occasione di
combattere contro i figli di Maometto; e quando la Palestina fu perduta
irremissibilmente per la Chiesa latina, essi avevano dato quasi ad ogni
generazione uno dei loro all’ordine dei cavalieri di Rodi, che poscia
erano diventati cavalieri di Malta.
Tutto questo racconto, sebbene fatto con molta discrezione, faceva
restare a bocca aperta i due coniugi Lockwood. Una considerazione di
mister Montgomery urtò maledettamente i nervi al conte di Riva. Il
marchese Gerolifi aveva chiuso il suo discorso con queste malinconiche
parole: — «Oramai, son glorie morte, e non si tengono più in conto che
come ricordi di famiglia».
— Ah, un bel nome e con tanti ricordi, — aveva esclamato mister
Lockwood, — val bene una miniera d’argento! —
Briccone d’un Montgomery! Pensava egli dunque di regalare un altro
cittadino alla libera America?
I poveri conti di Riva, che non avevano difeso nessun Monte Carmelo
contro le forze soverchianti di nessun Saladino, rimasero male, nella
persona del loro ultimo discendente, per due giorni alla fila. Miss
Madge se ne avvide e volle chiedere spiegazione di quel malumore.
— Che avete? — diss’ella a Massimo. — Perchè siete così triste?
— Quel Gerolifi mi turba; — mormorò egli; — mi rende la vita infelice.
— Veramente? Ma è un compitissimo cavaliere.
— Con voi, miss!
— Ed anche con voi, conte Massimo. Ha perfino blasonato il vostro
stemma, e fatte le lodi del vostro casato.
— Ah sì! Poteva provarsi a fare altrimenti! Il mio casato è modesto, ma
storico.... il suo.... mi pare un romanzo.
— Via! — esclamò la fanciulla. — Non siete buono, quest’oggi.
— Sono geloso; — rispose Massimo.
— Veramente?
— Sì, veramente, verissimamente. —
Miss Madge a tutta prima sorrise; ma poi, a grado a grado, si fece
seria. Il conte di Riva, notando quel mutamento, incominciò a temere
d’essere andato tropp’oltre. Voleva parlare, ma ella non gliene diede
il tempo, e andò a rifugiarsi sotto le ali materne. Per tutto quel
giorno non gli diede più occasione di parlarle da solo a sola.
Il giorno seguente, mentre erano al Museo Nazionale, al piano
superiore, nella galleria dei quadri. Massimo trovò il buon momento per
bisbigliarle:
— Sempre in collera, miss?
— Io? — esclamò la fanciulla, con aria di stupore. — E perchè? contro
chi?
— Ah, siete cattiva! — mormorò Massimo, vedendo ch’ella non voleva
ricordarsi. — Ed io che vi amo tanto! —
Temette lì per lì di vedersi dare una voltata di spalle. Ma la
signorina Madge non cedeva a questi impeti subitanei di sdegno
meridionale europeo.
— Signor conte, — diss’ella, con accento tranquillo, ma un tantino
sarcastico, — c’è un proverbio, al mio paese.... —
E si fermò a mezza strada, come se volesse con la sua sospensione dare
maggior forza a ciò che si prometteva di soggiungere.
— Quale? — domandò Massimo allora.
— Bel fuoco divampa: buon fuoco è sotto cenere; — rispose la fanciulla.
— E sia, — replicò Massimo, — ma dopo aver divampato. —
La fanciulla non disse altro. Le sue cognizioni in materia di fuoco non
le permettevano forse di ribattere la sentenza del suo interlocutore.
Il quale, con tutta la sua vittoria di parole, rimase anche più male
dei giorni antecedenti. Credete pure che aveva un diavolo per occhio.
Quel giorno i Lockwood erano invitati a pranzo dai Mapleson, nella
loro villa di Posilipo. Fino allora mister Montgomery, col pretesto
delle corse al Vesuvio, a Sorrento, a Cuma, e via discorrendo, si era
schermito da quella gran noia dei pranzi solenni. Ma oramai le grandi
escursioni erano state fatte: al nuovo e formale invito non si poteva
dire di no.
— C’è il giardino, del resto; — osservò giudiziosamente mistress Eliza.
— Voi, caro amico, salvo nell’ora di tavola, potrete passeggiare,
fumare e.... respirare liberamente. —
Massimo, adunque, per una mezza giornata era libero. Triste libertà,
che lo costringeva a pranzare e a passeggiare da solo! Ma al cattivo
umore, quando si è impadronito di noi, questi momenti di libertà,
vere interferenze di luce, non fanno male: aiutano qualche volta a
dissiparlo, per via di smaltimento.
Purchè i Mapleson non avessero invitato a pranzo anche il Gerolifi!
Ma!... questo poteva darsi benissimo. Il signor Lockwood non lo aveva
conosciuto per l’appunto in casa del suo banchiere, quell’uggiosissimo
tra tutti i marchesi della cristianità?
— Che cosa farete voi della vostra libertà? — aveva chiesto la signora
Eliza al conte di Riva, nell’atto di prender congedo da lui.
— Milady.... scriverò delle lettere; — rispose Massimo.
— Benissimo! Ne avrete anche molte da scrivere. Noi vi facciamo perdere
tanto tempo, ogni giorno!
— Ah, che dite mai? Tempo guadagnato, milady, a stare nella vostra
amabile compagnia! —
Il complimento era portato dalla necessità; non fioriva spontaneo.
Comunque, mistress Eliza lo ricompensò con un sorrisetto. Ahimè, non
era un sorriso di miss Madge.
— E poi, — soggiunse la signora Lockwood, — spero che vi vedremo al
corso di Chiaia. —
Massimo ringraziò la signora; quantunque a dirvi tutta la verità, egli
avrebbe amato assai più che l’invito gli fosse stato fatto dalla sua
graziosa figliuola. Ma la bella dai capegli d’oro, dai raggi filati,
non diceva nulla, non esprimeva nulla, in quel punto. Non gli stava
già sostenuta, come un’italiana avrebbe fatto in una simile occasione;
spegneva la luce de’ suoi occhi, e allora, buona notte! il viso della
graziosa americana era muto come il suo labbro. Care donnine d’ogni
paese, come siete brave voialtre, quando vi prende il capriccio di far
disperare il prossimo!
Il conte di Riva pranzò dunque da solo, sforzandosi di parere gaio ai
suoi commensali della tavola rotonda. Non ci vedrete contraddizione,
io spero, tra i commensali e la solitudine sua. Si è soli ad una
tavola d’albergo, quando non si ha la propria società. Tutti gli altri
commensali sono pranzatori della medesima ora, coi quali è già molto
che si scambi un cenno del capo, quando si son veduti a quell’ora per
otto giorni di seguito. A questi ultimi desiderava di apparire gaio
quel giorno, affinchè non lo prendessero per un ragazzo abbandonato,
per un cane sperduto.
Finito il pranzo, escì subito dall’albergo, e andò a fare una
scarrozzata in Toledo. Di là, a piedi, si avviò per Chiaia, lentamente,
guardando le botteghe, e giunse finalmente alla Villa, dove si fermò
in vicinanza dell’entrata, come tutti gli altri eleganti giovanotti,
per vedere i cavalli, le livree, gli equipaggi e le dame. Era là
da parecchi minuti a piuolo, quando si sentì mettere una mano sulla
spalla.
— Massimo! — gli disse una voce, accompagnando quell’atto di grande
familiarità.
Il conte di Riva si volse e riconobbe il personaggio.
— Oh, Memmo! — diss’egli. — Tu qui? —
Era infatti Don Memmo Savelli, suo amico di Roma. Non avrete già
dimenticato che Massimo era stato padrino in una quistione tra il
Savelli e il Riccoboni, avendo anche la fortuna di rappattumare
quei due vecchi amici. Don Memmo veniva per l’appunto da Roma, e
si disponeva a fare un giretto nelle Puglie, per vedere certi suoi
fondi. Ne aveva anche laggiù, e un vecchio castello per giunta, nelle
vicinanze d’Atripalda. Ma non si passa da Napoli senza fermarcisi
almeno un paio di giorni; e Don Memmo aveva fatto disegno di rimanere
anche una settimana, per vedere tutte le novità di quegli ultimi anni.
Massimo in sulle prime temette che quell’altro gli parlasse della
società romana e di certe cose su cui egli non voleva tornare.
Da un mese che era a Napoli, le aveva dimenticate così bene! E
adesso capitava Don Memmo, a rinfrescargli la memoria! Gli avrebbe
incominciato a parlare del Montegalda, poi.... poi di chi sapete.
Pensando a queste cose, il conte Massimo tremava. Ma il Savelli era
pieno di prudenza; fors’anche era scarso di memoria; fatto sta che non
toccò nessun tasto spiacevole. Parlò invece e lungamente di Napoli.
Era giunto nella mattina e sentiva un gran bisogno di sfogare la sua
ammirazione, specie per tutti i cambiamenti che erano stati fatti in
quella parte signorile della città.
Veramente, non erano tutti cambiamenti in meglio. Ma il giudizio
dipendeva dal modo di considerare le cose. Il corso di Chiaia antico
era più rumoroso, più pittoresco, nella sua confusione. Oramai, ridotto
nei viali della Villa Nazionale, senza le dissonanti compagnie di
carri e carretti che passavano per la via provinciale, era diventato
una cosa molto elegante, più elegante del bosco di Boulogne, a Parigi.
Nondimeno, aveva perduta la sua curiosa impronta napoletana, e tutta
la bellezza naturale che gli era data in altri tempi dalla gran scena
del golfo. Verissimo che si poteva anche andarci, sulla strada antica,
a Mergellina, al palazzo di Donna Anna Carafa, a Posilipo. Del resto,
una trottata fin là, tutti gli equipaggi solevano farla. Ma perchè
il vero corso signorile era nella Villa, addio lunghe andate e lunghi
ritorni, col facile incontro, la comodità di una lunga guardata e di
un lungo saluto. Tutto non si può avere ad un tempo; pazienza! Così
com’era diventato, e dimenticando le usanze anteriori, il corso di
Chiaia era bellissimo. Don Memmo lo gradiva assai più di quell’altro,
a Roma, nella eterna Villa Borghese, co’ suoi alti e bassi, co’ suoi
stecconati, e con la inevitabile umidità della sera.
Don Memmo non parlava di nessuna cosa che potesse dargli noia. Era
dunque un ottimo compagno per quelle ore disoccupate. I due amici
stettero insieme a chiacchiera, vedendo passare le carrozze. Il Savelli
ravvisò qualche conoscenza di Roma, e salutò. Massimo, dal canto suo,
vide passare la carrozza dei Mapleson, tirata da quattro cavalli,
niente di meno! e il Savelli ammirò quelle due stupende pariglie di
rovani, in quella che Massimo salutava le dame. Mistress Eliza rese
il saluto con un mezzo inchino; miss Madge non fece che un cenno
impercettibile degli occhi; mister Montgomery salutò a mano aperta e
soggiunse ad alta voce: — Addio, conte! —
Il Savelli, quasi sarebbe inutile il dirlo, aveva salutato per
consenso, vedendo l’atto di Massimo. Nè altrimenti fece caso di quella
apparizione; non mostrò neanche di aver riconosciute le americane, la
cui presenza, per la bellezza di una tra loro e per la notizia della
miniera d’argento, aveva fatto chiasso in Roma, tanto da non poter
essere ignorata da un giovanotto della buona compagnia.
Poco dopo giungeva il Gerolifi, e si fermava a discorrere col conte di
Riva. Questi fu lieto di vederlo capitare dalla parte di Pizzo Falcone,
anzi che da quella di Posilipo: segno che il marchese di Monte Carmelo
non era stato a pranzo dai Mapleson.
Ma dopo questo primo senso di piacere, Massimo ne ebbe un secondo, e
fu di noia. Gli toccava infatti di presentare scambievolmente i due
personaggi. Ne avrebbe fatto volentieri di meno; ma sarebbe stata una
villanìa, e Massimo non poteva risolversi a commetterla.
— Il signor marchese Gerolifi di Monte Carmelo; — diss’egli allora. —
Don Memmo Savelli, barone di Monte Savello. —
I due personaggi, che già aspettavano quella doppia esposizione
di generalità, si salutarono, molto cerimoniosamente: poi subito
attaccarono discorso. Evidentemente si riconoscevano di giusta misura
l’un l’altro. Il Gerolifi, del resto, assai disinvolto cavaliere,
sfoderò tosto la sua amabilità di sovrano in vacanze. Era anche un
bell’uomo, col suo occhio nero e grande, il suo volto roseo dorato e i
baffi neri, fin troppo neri, ammagliati con garbo.
— È una fortuna per me di conoscere il signor duca di Palombara; —
diss’egli, soggiungendo quel titolo, come per mostrare che conosceva la
storia di casa Savella. — Godo anche di questa occasione, la quale mi
permette di ricordare che una Savelli, Donna Barbara, gran letterata,
e tra gli Arcadi «Amarilli Tiburtina», sposò nel 1774 un duca di Santa
Maria, mio bisavolo paterno.
— Rammento benissimo questa gloria della famiglia; — rispose Don Memmo,
stendendo la mano al marchese Gerolifi. — E mi stimo fortunato di
riconoscere un consanguineo. —
Diavolo d’un Gerolifi! Era dunque consanguineo di tutto il genere umano?
Pochi minuti dopo passò ancora l’equipaggio del Mapleson. Il marchese
Gerolifi fece il suo saluto alla grande, il saluto delle occasioni
solenni, a mezzo arco di cerchio.
— Savelli mio, — diss’egli, poichè la carrozza fu passata, — ecco un
fiore che Napoli ha rubato a Roma.
— Ah, sì, la Lockwood; — mormorò il Savelli. — Mi ricordo, infatti, di
aver veduta questa famiglia a Roma.
— Un fiore di bellezza, di bontà, d’intelligenza! — riprese con la sua
abbondanza di frase il Gerolifi. — Non è vero, conte? —
Massimo, così interrogato, assentì del capo; ma con una voglia matta
di mandare a quel paese tutta la discendenza dei Gerolifi di Monte
Carmelo.
Frattanto il Savelli, messo in sulla via dalla parlantina del
suo interlocutore, aveva preso a dirgli, con lo stesso suo tono
confidenziale:
— Ne parlate con un grande entusiasmo, marchese! Per caso, avrei io
salutata con voi una futura parente?
— Ah, ah, mi fate ridere! — rispose il Gerolifi. — Ecco l’impossibile
di tutti gl’impossibili.
— E perchè, di grazia?
— Per una ragione semplicissima: la mia ascrizione all’Ordine sovrano
di San Giovanni di Gerusalemme. —
A quelle parole, proferite con grande solennità, Massimo aveva rizzato
l’orecchio.
— Voi siete cavaliere di Malta? — esclamò.
— Non ve l’ho detto, mio caro conte? — riprese il Gerolifi. — Credevo
che oramai lo sapeste. Ad ogni modo, ve lo dico ora: son cavaliere di
San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta, comunque vi piaccia
chiamare il vostro servitore ed amico.
— Me ne congratulo con voi; — disse il conte di Riva. — Ma in che
l’esser cavaliere di Malta potrebbe impedirvi il matrimonio? Ci son
forse più voti?
— Altro! — replicò il Gerolifi. — E voti solenni.
— Così, dunque, il vostro bel nome.... si spegnerà con voi?
— No, caro amico. Vive ed ha figli il mio fratello maggiore, il duca di
Santa Maria. —
Qui, se Massimo non abbracciò il marchese Gerolifi di Monte Carmelo,
cadetto della casa ducale di Santa Maria, credete pure che fu per
riguardo al luogo pubblico, e per timore di far ridere la gente.