Chi ha perso paghi.
Alla prima risposta di Almerico replicò la terza lettera del Buonsanti.
«Vedo che a Roma, dopo l’«Aida», non ci son più buoni spettacoli.
Poveri nostri Romani! Se non hanno un po’ di «Carmen», non si ritrovano
più in nessun luogo. La cosa è antica quanto le Georgiche. Anche
Virgilio Marone, se voleva divertirli, era costretto ad usare di quello
spartito. «Romana per oppida Carmen»; ricordo di averlo tradotto in
prima rettorica.
«Vengano qua, i Romani; avranno spettacoli a bizzeffe. L’altra sera
siamo andati alla Commedia Francese, alla casa di Molière, come dicono
qui. Ho notato che c’è un gran rispetto per le fame stabilite, e alla
centesima rappresentazione di un lavoro la stessa curiosità, quasi
direi lo stesso entusiasmo che alla prima. Sai la ragione. L’uditorio
si rinnova ogni sera, e non ci sono abbonati per contender le repliche
e gl’introiti al poeta. Abbondano i forastieri, gente per solito
civile, e sempre fresca di sensazioni artistiche.
«Al «Grand Opéra» poi, si pontifica a dirittura. Non per niente lo
chiamano «Académie Nationale de Musique». L’esecuzione musicale è
qualche volta pari, qualche volta inferiore alle nostre, della Scala di
Milano, o del San Carlo di Napoli; ma la decorazione scenica non teme
confronti, e spesso si lascia indietro il meglio dei nostri primari
teatri. E i prezzi? Bassini, mio caro. Figurati che una poltrona
nell’anfiteatro, dove le signore vanno in tutta gala, non costa che
quindici lire. È vero che gli sportelli si aprono mezz’ora prima dello
spettacolo, e c’è sempre una coda di mille persone. Tu non puoi andar
là, ad aspettar la fortuna, col rischio di non trovare il fatto tuo,
specialmente se hai da condur signore al teatro. Ma per questo hai
i «bureaux de location», botteghini di rivendita, dove quel posto da
quindici lire te lo dànno per sessanta, ad ogni ora del giorno. È caro,
sì, non lo nego; ma non fai coda; e sopra una pianta topografica del
teatro, coi numeri corrispondenti ad ogni posto, puoi scegliere il
luogo che ti pare; e ciò val bene le sessanta lire che spendi. Iersera,
per l’appunto, ci eravamo slanciati, avevamo spesa l’egregia somma,
felici del pensiero di assistere ad uno spettacolo, di cui i giornali
ci annunziavano mirabilia magna. Ma vedi disdetta! Alle sei si ammala
il tenore: non si può ripiegare con altra opera; per conseguenza
«Relâche», cioè il famoso spettacolo che spesso si annunzia, e non
si gode mai. Ce ne siamo vendicati, andando al Circo d’inverno; ma
questa mane, veduto l’avviso dell’«Opéra», che si restituivano i
denari ai possessori di biglietti della sera innanzi, andai subito
al mio «bureau de location», per ritirare le nostre centottanta lire.
«Monsieur, ce n’est pas ici»; mi dice cortesemente l’impiegato. «Pour
la restitution de l’argent il faut aller au guichet de l’Opéra».
Ringrazio, e vado. Cento ottanta lire, capirai, non si perdono mica
volentieri. Disgraziatamente c’era un po’ di coda: almeno ottocento
persone prima di me. Dopo una mezz’ora di aspettazione, con interiore
attaccatura di moccoli, mi avviene di barattar parole con un vicino,
gentilissima persona, che aveva da farsi restituire il prezzo di una
sedia di platea: sette lire. «Du moins je n’aurai tout perdu»; mi dice
il vicino. «J’ai acheté ça vingt francs au bureau de location». Come!
esclamo. Non rendono il prezzo che si è pagato colà? — «Non, monsieur;
le bureau de location est censé acheter les billets aux mêmes prix que
vous et moi. Le bureau du theâtre ne fait aucune différence entre ceux
qu’il passe en bloc au bureau de location et ceux qu’il débite lui
même».
«Dunque i miei tre biglietti d’anfiteatro? «On vous rendra vos
quarante-cinq francs, n’en doutez pas. Seulement, ce sera un peu long.
Vous voyez que de monde avant nous!» Ah davvero? Ma il mio tempo vale
di più; rinunzio ai quarantacinque franchi. — «Comment! Mais c’est de
l’argent, ça!» — Ebbene se non è per offendervi.... mettete questi
quarantacinque insieme ai vostri sette. — «Ça fait cinquante-deux,
monsieur». — Onore all’aritmetica! Il vicino accetta e mi ringrazia.
Non ne franca le spesa, gli rispondo. Del resto, una buona lezione non
si paga mai abbastanza».
Così folleggiava nella sua lettera il cavaliere Buonsanti. Solo nel
poscritto accennava alle sue compagne di viaggio. E con un verso,
niente di più: «Le signore stanno bene, e ti ricambiano i saluti».
Ah briccone d’un cavaliere! Non lo faceva forse a bella posta?
Un’altra lettera, venuta dopo i soliti cinque giorni, continuava le
descrizioni e gl’inni a Parigi. «Caro mio, debbo dichiararti che noi
non abbiamo intesa la vita. Parigi è la vera patria dell’uomo: specie
dell’uomo che invecchia. Qui non ci si avvede più degli anni che
passano; tutto distrae; tutto consola. Che dintorni, poi! Siamo stati
a Saint-Germain-en-Laye, ed abbiamo pranzato nel padiglione Enrico IV,
proprio al posto dove Anna d’Austria, di romanzesca memoria, mise alla
luce Luigi XIV, Luigi decimoquattordici, come diceva il mio maestro
di storia, buon’anima sua. Che dirti della Senna, fuor di città? Par
d’essere sull’Oceano. Ad ogni passo un’isola di Robinson. Non c’è
pericolo di trovarci il cannibalismo in fiore? Si evita volentieri la
costoletta, chiedendo un fritto di pesce, sempre squisito, e non si
corre il rischio di mangiar l’avventore del giorno innanzi.
«E Versaglia! Ah, caro mio, che gran cosa, che mondo, che visibilio
di grandi cose! Come s’intende a Versaglia il gran re! Mi dicano
quel che vogliono gli storichetti alla moda. Se non era un gran re,
bisogna dire che ha saputo recitar bene la parte, e senza uno straccio
di suggeritore, perbacco! Vedi che contorno ci ha avuto! una nazione
ammirabile di valore e di spirito; una nobiltà fastosa e colta, un
popolo che gli dava Corneille, Racine, Molière, Lafontaine, Bossuet,
Larochefoucauld, ed altre piccolezze! Crudele con le donne! Sarà.
Ma non è forse da supporre che fossero troppo tenere loro? Anche la
duchessa ne ha convenuto con me».
— Ah, meno male! — esclamò Almerico.... — Si parla un pochino delle
signore.
Ciò detto, proseguì la lettura.
«Ne ha convenuto con me. Ho sempre pensato che la signorina della
Vallière non avrebbe avuto tanti dispiaceri, se avesse amato un suo
pari. O che voleva costei? metter le barbe sul trono? E la povera Maria
Teresa, santa donna e legittima moglie, non avrebbe neanche dovuto
avere il conforto di vederle passare, l’una dopo l’altra, tutte quelle
illustri sciagurate? O perbacco, chi ha voluto andare dal carbonaio, si
tinga! La Montespan non si discute nemmeno. Ambiziosa e interessata,
ebbe tutto quel che voleva. O che meritava proprio di esser trattata
coi guanti? Ma vedilo un poco, il mio re, quando trova una donnina di
garbo, che lo ama per davvero e si contenta di stare nell’ombra! Egli
vuole innalzarla, ed ella resiste a tutte le tentazioni. La povera
Maintenon ha nemici tutti i romanzieri, dai quali per solito impariamo
la storia francese di quel tempo.
«Ha consigliato un grande errore, una grande ingiustizia, mi dicono.
Ma è poi certo che l’abbia consigliata lei? Non è lei, a buon conto,
che ha inventati i gesuiti. Ha chinata la testa davanti alla terribile
Compagnia, come tanti e tanti, uomini e gran signori, che avrebbero
potuto ribellarsi meglio di lei. Perchè rovesciare su lei ogni
colpa? Infine, un errore non basta ancora ad offuscare l’immagine
di una donna, che è bella, nobile e seria. Il re crudele l’ha amata,
quantunque essa non gli abbia dato figli; l’ha rispettata, sopra tutto.
Ecco una virtù.
«Ma che mi salta in capo di difendere la signora di Maintenon? Ha forse
bisogno delle mie difese costei, che passò la sua vita consolando
infelici? Scarron, un povero poeta paralitico; Luigi XIV, un povero
re pieno d’acciacchi, ma sempre simpatico a me, come a lei. Un re
assoluto? Ah sì bella forza! Ha servito a tavola il Molière; eccoti
il suo dispotismo. Ha detto: «lo Stato son io», ma a chi? Ad uno di
quei parlamenti, che non piacquero nemmeno agli uomini della grande
rivoluzione. Per me, ha fatto Versaglia, e basta. Versaglia io la
sceglierei per mio dormitorio.
«Povero amico! Ti ho seccato abbastanza, togliendoti per giunta alle
tue belle dissipazioni romane. A proposito, ne sappiamo delle belline,
sul conto tuo! Si dice che sei sempre in giro, come un leone in cerca
di preda. Si aggiunge che fai una corte spietata a certa madama
Lucrezia, che sta in fondo di piazza San Marco. Altri pretende di
sapere che corteggi la moglie di Cesare. Bada, perdio! la moglie di
Cesare non dev’essere sospettata. E poi quel povero ministro che lasci
sempre così solo! È una perla d’uomo, e tu ne abusi. Mi raccomando,
dedica almeno qualche ora del giorno allo scrittoio; altrimenti finirai
con perderci la mano. A proposito del ministro, se hai occasione di
vederlo, offrigli la mia servitù, te ne prego....»
Almerico sentì la celia e sorrise. Ma a tutta prima, vedendosi accusare
di dissipatezza e di corteggiamenti, si era fortemente turbato. In
verità non era un uomo, il Montegalda; era una sensitiva.
Quel giorno, come potete credere, egli portò i saluti del Buonsanti
al suo ministro. L’occasione di vederlo era là, non più distante di un
uscio.
— Ah, bene! grazie! — rispose il guardasigilli, ritornato allora da
una seduta di Montecitorio. — Che fa il commendatore vostro amico? Si
gode la vita, non è vero? Gli si può permettere, dopo che l’ha esposta
tante volte in servizio della patria. Questi vecchi soldati, che
uomini! Nel periodo eroico han fatto, com’era naturale, gli eroi; ora
si riposano sugli allori mietuti, e fanno da vecchi tutto quello che
non hanno potuto fare da giovani. Quantunque, — soggiunse il ministro,
— c’è qualche eccezione da fare. Gli alunni di Marte non hanno mai
tralasciato di sacrificare alle Grazie, tra una campagna e l’altra;
anzi, diciamo pure che non lasciavano sempre finir la campagna. Il
Cinquantanove, per esempio, è stato un’epopea tutta piena di episodi.
E la critica li ha rimproverati al Tasso, nella sua «Gerusalemme»!
Come si vede che non capisce niente, la critica! Vedete, conte! Io so
di un bravo capitano che dopo la giornata di San Martino, scambio di
andarsene a letto, passò la notte in casa del sindaco di Pozzolengo a
descrivere la battaglia in versi francesi, per una gentil principessa
polacca. Io ebbi la fortuna di leggerli nel salottino della signora.
— «Si ha da credere?» mi diceva lei. «Il nostro eroe mi racconta che,
marciando all’assalto della Cascina Bianca, gettò il mio nome in faccia
ad un cannone austriaco, che tirava a scaglia contro la sua compagnia».
Ricordo ancora questo verso, fra tanti che ne aveva scritti il capitano
poeta: «Je lui disais: Mathilde! Il répondit: mitraille!» Ma non
divaghiamo. Salutatemi quel caro commendatore e ditegli che si diverta
molto. Vorrei fare lo stesso ancor io. Ma non è permesso, pur troppo;
io ho da invigilare l’esecuzione delle leggi! Ah, se torno a nascere,
Montegalda mio, se torno a nascere!...
— Ebbene, se torna a nascere, Eccellenza, sarà il guardasigilli del
secolo venturo.
— Grazie dell’augurio! Ma ci saranno ancora sigilli da guardare?
— Ne dubita forse, Eccellenza?
— Eh, caro conte! a veder la piega che piglia il mondo, c’è da
scommettere che nel secolo venturo non ci sarà più nè giustizia nè
grazia. —
Era una giornata di nervi, ed Almerico rispettò la piega che prendeva
la filosofia del suo ministro. Anch’egli, il nostro giovanotto,
era nervoso la parte sua. Che istoria lunga, quella di Luigi XIV e
della signora di Maintenon! Francava la spesa di scriver lettere da
Parigi.... e di leggerle!
Quasi in punizione della poca stima che ne faceva Almerico, per sei
giorni alla fila fu interrotto l’epistolario del cavalier Buonsanti.
Allora, anche a costo di sentire che cosa pensasse l’amico suo di Luigi
XV e delle sue invocazioni al diluvio universale, Almerico avrebbe
voluto lettere di laggiù. Ma il sesto giorno passò ed anche mezzo
il settimo, senza che il corriere di Francia gli portasse ciò che
aspettava.
— Se l’ho detto io! — esclamò. — È felice chi parte! —
Che c’entrava il Buonsanti, in quella felicità? Ma il nostro Almerico
aveva detto così, ed io riferisco testualmente.
A mezzo il settimo giorno, il ministro lo chiamò nella sua stanza, lo
fece sedere sulla poltrona dei seccatori, e gli disse:
— Conte, voi dovreste farmi un piacere.
— Che dice, Eccellenza? Mi dia un comando.
— No, si tratta di un piacere, e voi potreste anche dirmi di no. Ma non
me lo direte, io spero. Dovreste viaggiare.... per me.
— In capo al mondo, Eccellenza.
— Oh, non così lontano, — rispose il ministro; — neanche alle colonne
d’Ercole. Solamente a Parigi. —
Almerico guardò in faccia il ministro.
— A Parigi! — ripetè, quasi temendo di aver male udito.
— Sì; vi dispiace forse! Vorrei aver copia di certi atti del secolo
scorso, che sono conservati nell’archivio del ministero di grazia e
giustizia, a Parigi, e mi premerebbe anche di averli presto. Laggiù
non me li negheranno di certo; ma io non posso apparire noioso,
sollecitando la spedizione. Una persona che se ne incarichi, e
all’occorrenza si prenda la briga di trascrivere, può farmi avere in
otto giorni ogni cosa. Ora, voi lo sapete, ci son tre modi di spender
male i denari dello Stato, dando ad altri un incarico di questa fatta:
o una somma abbastanza rilevante, alla cieca, col rischio di non essere
servito, ma con la certezza di non vedere più un soldo; o l’indennità
quotidiana secondo le competenze gerarchiche di un ufficiale dello
Stato, che approfitta dell’occasione per fare una passeggiata, e sa
anche farla durare; o finalmente il rimborso delle spese, secondo una
nota che l’incaricato fa di sua testa, mettendoci il fiaccheraio a
tutte l’ore del giorno, le cinque lire date al facchino, le dieci al
portiere, e le venti alla cameriera dell’albergo. A proposito di questi
incarichi straordinari, c’è una storia, nei ministeri (ma forse non è
che una leggenda), di diecimila lire spese per mandare una commissione
fuori Stato, e sapere ciò che già da un anno era stampato in un volume
da due lire e cinquanta. Or dunque, e ritornando al caso nostro, noi
non ci appiglieremo a nessuno di questi tre modi, signor conte. Voi mi
farete il piacere tutto intiero, andando a Parigi per me, ma a spese
vostre.
— Grazie! — proruppe Almerico. — È un delicato pensiero.
— Con uomini come voi non si può fare altrimenti; — disse il ministro.
— Ho pensato che avete bisogno di una piccola licenza, per riposarvi da
tante fatiche, durate in questi ultimi tempi. Amo darvela ora, che il
lavoro non è più così urgente. E perchè voi neppur oggi la gradireste,
colgo l’occasione di uno studio che mi preme sia fatto da qualcheduno,
e vi dico: volete farmi il piacere?
— Eccellenza, — rispose Almerico, — voi nascondete sotto il velo della
commissione un favore, ed è questo il modo di raddoppiare il prezzo. Ma
se io non potessi andare a Parigi?...
— Che? come? — gridò il ministro. — Ditemi la ragione.
— In verità.... — balbettò Almerico. — È un caso tanto delicato!...
— Quand’è così non insisto. Ma voi, conte, mi permetterete di dirvi che
io credevo di meritare una confidenza. —
Il povero Montegalda si pentì di aver tirata fuori la delicatezza in
mal punto.
— Ed eccola, se il mio pensiero può dare argomento ad una simile
interpetrazione, eccola in poche parole, Eccellenza; — diss’egli. —
Ci ho degli amici, a Parigi, degli amici che sono andati da qualche
settimana laggiù.
— Ebbene? Tanto meglio.
— No, Eccellenza: nel caso mio, tanto peggio. —
Qui il ministro non potè trattenersi dal ridere.
— Ecco un ragionamento più sottile dei miei di poc’anzi; — diss’egli.
— Con voi, caro Almerico, non si può giuocare d’astuzia. Io dunque
metterò carte in tavola. Conosco uno degli amici vostri, ai quali
accennate; voi stesso me lo avete presentato. È per l’appunto il
cavaliere di Carpigliano quegli che m’ha chiesta la licenza per voi,
ricordandomi una promessa che io gli avevo fatta a voce. Ecco qua
la sua lettera; — soggiunse il ministro, prendendo un foglio sulla
scrivanìa e spiegandolo sotto gli occhi del Montegalda; — leggetela
pure. L’amico vostro ha certi suoi interessi da curare in Piemonte, per
la morte d’una vecchia zia; deve lasciare per alcuni giorni Parigi;
forse a quest’ora ha già ripassato il Cenisio. Ora voi sapete che
l’amico vostro accompagnava due dame, le quali non si possono muovere
così facilmente come lui, e che del resto non avevano nessuna ragione
di muoversi, avendo fatto disegno di rimanere ancora un po’ di tempo
laggiù. «Non c’è altri che il Montegalda» mi scrive il cavaliere di
Carpigliano «non c’è altri che lui per tenere il mio posto; amico al
pari di me della duchessa di San Secondo e della marchesa Terenziani;
gentiluomo, onest’uomo, la man di Dio, in questa congiuntura. Potrei
volgermi direttamente a lui, ricordandogli che abbiamo fatta una
scommessa e che egli ha perduta una discrezione. Ma perchè egli
potrebbe non pagarla, scusandosi con un caso di forza maggiore, mi
rivolgo a Vostra Eccellenza, che ama tanto il conte Almerico, che
rispetto a lui mi ha fatta una gentile promessa, e la prego di dire
all’amico mio che la discrezione è questa, d’un suo viaggio a Parigi.
Non è un capriccio mio, ma una necessità; se anche non fosse tale, egli
dovrebbe inchinarsi egualmente ed arrendersi. Chi ha perso paghi: è la
legge del giuoco. Capite, Almerico? — riprese il ministro, deponendo
la lettera. — È la legge. Ed io che veglio alla osservanza delle leggi,
debbo anche far osservar questa a voi, sebbene la discrezione non abbia
ancora il suo articolo corrispondente nel Codice civile. —
Almerico capì che il ministro era stato bene informato, messo a
parte d’ogni segreto, dal suo amico Buonsanti. L’accenno alla gentile
promessa dimostrava chiaramente che tra il cavaliere di Carpigliano e
Sua Eccellenza si era parlato a lungo di lui.
— Ma io.... — si provò egli ancora a rispondere.
— Almerico! — esclamò il ministro, mozzandogli le parole in bocca.
— Non so come nè perchè l’autorità ministeriale si trovi impegnata
in questo negozio. So che vi amo come potrebbe amarvi un padre. E da
padre vi dico: siete un gentiluomo, avete perso, pagate. Infine, è
una licenza che vi dò, poichè l’avete ad ogni modo meritata, e ve la
dò insieme con una commissione, la quale, per gran novità, non costa
un soldo allo Stato. Vi aiuto a fare il debito vostro di cavaliere, e
faccio un buon affare per giunta. —
A quelle argomentazioni non c’era da replicare più altro. Almerico di
Montegalda accettò la licenza e la commissione a Parigi.
Le sue valigie furono presto fatte. Prese la commissione, si congedò
dal suo ministro, e partì, senza mandare avviso del suo arrivo al
Buonsanti.
Perciò, immaginate la sua maraviglia, quando egli, smontando dal treno
d’Italia alla «gare de Lyon», trovò il Buonsanti che lo aspettava sul
marciapiede.
— Tu qui? — esclamò, dopo averlo abbracciato. — Come sapevi?...
— Caro mio, — rispose l’altro, ridendo, — abbiamo i nostri
referendarii, e in alto luogo, come ti è lecito di argomentare.
— Io ti credevo già partito; — riprese Almerico.
— Avrei dovuto partire, infatti, fin da ier l’altro; — disse il
Buonsanti. — Ma non ho saputo risolvermi, lasciando le signore sole
in un albergo. Sicuro che saresti venuto, ho preferito aspettarti. Ma
tu mi vedi qua in abito da viaggio. Non rientro neanche in Parigi.
Ti metto in carrozza e me ne ritorno dentro, ad aspettare il mio
treno. Orsù, dunque, vieni; consegna la tua sacca da viaggio a questo
giovanotto, ed usciamo. —
Almerico lo seguì, in mezzo alla calca dei viaggiatori. Sulla
piazzetta della stazione, un po’ lungi dalla fila degli omnibus, stava
una vettura di rimessa, aspettando. Verso questa vettura andava il
Buonsanti. Due figure apparvero allo sportello, due figure appaiate
e digradanti in prospettiva, come su certe medaglie a due teste; e
nella prima di esse, alla mezza luce della sera, Almerico riconobbe il
profilo della duchessa Serena. Il giovanotto si accostò, grandemente
turbato, come potete immaginarvi. In verità, non aspettava tanto.
Ma egli, se era modesto, non era meno intelligente, e potè spiegarsi
la presenza delle dame laggiù, pensando che avevano accompagnato il
cavaliere, per dargli il buon viaggio.
Le due signore accolsero lietamente il Montegalda. La Terenziani,
amabile ciarliera, dopo aver stretta la mano d’Almerico, disse al
Buonsanti:
— Cavaliere, faccio ammenda onorevole. Avevate ragione voi.
— Grazie; — rispose il Buonsanti. — Ma guai a me, non è vero? guai
a me, se il nostro Montegalda non giungeva stasera. Sarei passato
ai vostri occhi per un cattivo negromante, che non sa far gli
scongiuri. —
Il Montegalda, argomento di quel discorso, non capì nulla, e non
domandò di essere informato della cosa. Egli guardava davanti a sè,
naturalmente confuso, come il viaggiatore che per la prima volta arriva
in una grande città. Un fattorino, col berretto gallonato, gli si
accostava in quel mentre, domandandogli lo scontrino per ritirargli il
bagaglio.
— Consegnalo pure a questo giovanotto; — gli disse il Buonsanti,
vedendo che Almerico rimaneva perplesso. — È un fattorino dell’albergo,
e ti porterà le tue robe laggiù. Frattanto tu accompagnerai le signore.
Come vedi, entri in servizio fin d’ora. —
Almerico aveva cercato un pochino, e finalmente trovato il biglietto
nel suo portafogli. Non gli restava che di obbedire al Buonsanti, e
di salire in carrozza. Il buon cavaliere lo aiutò in quella difficile
impresa, e richiuse poi lo sportello.
— Adesso, signore mie, — diss’egli, — buona sera e buona permanenza.
— Buon viaggio! — disse di rimando la duchessa, stendendogli la mano. —
Cinque giorni, non è vero?
— O sette; — rispose il Buonsanti. — Dipenderà dal notaio di
Carpigliano. Ma sicuramente non più di sette giorni. Se potrò sbrigarmi
prima, tanto meglio. Non son niente contento di lasciare questo
soggiorno. Ora vado; ma al ritorno, volerò. —
Le signore salutarono ancora il Buonsanti; Almerico rispose con
qualche frase scucita alle raccomandazioni dell’amico, e ad un cenno di
quest’ultimo il cocchiere sferzò i cavalli. — Buona sera! buon viaggio!
— e la carrozza si avviò per la discesa, verso la piazza di Mazas;
donde, piegando verso la Senna, e costeggiandola un lungo tratto, andò
a cercare la strada di Rivoli.
— Eccovi dunque a Parigi, Montegalda! — esclamò la marchesa Flora,
vedendo che Almerico, nella sua confusione, non riesciva ad attaccare
il discorso. — Sapete che non lo speravamo?
— E perchè, signora?
— Perchè pensavamo al vostro gran da fare. Il cavaliere, invece,
era sicuro del fatto suo, ma senza volerci dire le ragioni della sua
certezza. Stamani ancora, non vedendo vostre lettere, si era detto al
cavaliere: «voi fate i vostri preparativi di partenza, ma il vostro
amico non verrà, a cambiare la guardia».
— Così poca fede avevate in me, Donna Flora! — rispose Almerico, non
osando estendere il discorso alla duchessa di San Secondo.
— Eh, ve l’ho detto; — replicò la Terenziani. — Non avevate dato un
cenno del vostro arrivo. Aggiungete che noi non sapevamo di quali
scongiuri si fosse servito il cavaliere, per farvi venire a Parigi.
— Marchesa, mi fate torto; — disse Almerico. — Non occorrevano
scongiuri; bastava il desiderio.
— Eppure, a Civitavecchia non vi era bastato.
— Allora, non avevo licenza dal ministro. Ora l’ho avuta, ed
eccomi. —
Serena non prendeva parte alla conversazione; ma era presente, e
l’interno della carrozza era pieno di una luce viva, da non confondere
con quella che mandavano dentro i lampioni, accesi allora allora
lungo la calata del fiume; nè solamente di luce viva, ma anche
d’una fragranza arcana e penetrante, che non era quella dell’asfalto
parigino.
— Ma tutto ciò, — ripigliava la marchesa, — non ci spiega ancora come
vi siate risoluto di partire, voi, così attaccato ai sassi di Roma.
— Signora, — rispose Almerico, — il nostro cavaliere mi ha scritto che
doveva allontanarsi per alcuni giorni, chiamato da affari urgenti di
famiglia, e che gli doleva di lasciar le signore sole all’albergo di
Baden. Per la prima volta in vita mia mi son veduto utile a qualche
cosa nel mondo. Finora, — soggiunse egli, mezzo ridendo e mezzo
sospirando, — non mi ero fatto un’idea molto chiara del perchè fossi
nato. —