Tra Roma e Parigi.
I preparativi delle signore non vollero che un paio di giorni, e questi
due giorni piuttosto per la marchesa Terenziani che non per la duchessa
di San Secondo. Donna Flora portava di molta roba, e il cavaliere
Buonsanti, vedendo arrivare tutti quegli impicci alla stazione, osservò
che la marchesa voleva fare una «campagna» in piena regola.
— Questo è un vero arsenale! — diss’egli. — Si vuole espugnar Parigi.
Avrete anche il parco d’assedio, m’immagino! —
Quanto a lui, era uomo, e le sue valigie erano presto fatte. Il vecchio
soldato avrebbe potuto partire un’ora dopo ricevuto l’avviso.
Almerico di Montegalda accompagnava i suoi amici alla stazione
di Termini. Avendo licenza per tutta la giornata, deliberò di
accompagnarli un tratto di strada, fino a Civitavecchia; cortesia
profumata, di cui gli furono riconoscenti le dame.
— Làsciati sedurre; — gli disse il Buonsanti, come furono là. —
Prosegui fino a Parigi.
— Il dovere, caro mio! — rispose Almerico.
— Che dovere! Scrivo io un biglietto al guardasigilli, e non c’è più
doveri. Sai che è un uomo per bene, il tuo ministro? Un buon figliuolo,
anzi, che ti mette in confidenza alle prime. Io non so già più quando
ci siamo conosciuti; mi pare che siamo andati a scuola insieme, parola
d’onore!
— Te l’avevo pur detto, che è un angelo! — replicò Almerico. — Ma
appunto per ciò non bisogna abusarne.
— Un mesetto, via! — mormorò il Buonsanti, ammiccando. — Che cos’è un
mesetto, davanti all’eternità?
— No, niente mesetto; — disse Almerico. — Relazioni, lettere
confidenziali, questioni personali, delicatissime.... Chi lo
aiuterebbe, in questi ufizi gelosi? Buon viaggio, mie signore! E
comandino al loro segretario di mandarmi qualche volta le loro notizie.
È un certo tomo, questo cavaliere Buonsanti! Ora mi fa carezze, ma
poi!... Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
— Eh, meriteresti che non ti scrivessi affatto! — rispose il Buonsanti,
mentre i frenatori chiudevano gli sportelli. — Ma prenderò ordini.
_Ciao!_ —
Almerico stette ancora un paio di minuti ritto sul marciapiede. Poi la
campana suonò, la vaporiera fischiò, le catene si tesero stridendo, il
treno si mosse, ed Almerico si levò il cappello, facendo il suo ultimo
saluto. Passarono otto o dieci carrozze, e la linea si sgombrò davanti
a lui. Il treno della maremmana andò via sbuffando e fumando, verso
Tarquinia e Montalto.
Che fare, a Civitavecchia, quando non ci si ha da far nulla? e quando
non ci si conosce nessuno? Almerico aveva molto tempo da annoiarsi,
sotto la tettoia della stazione; non ne aveva forse abbastanza per una
visita al porto. E neanche un giornale da leggerlo tutto, dal primo
articolo all’ultimo avviso! Son quelle, per solito, le occasioni in
cui si legge religiosamente anche una quarta pagina. Ma il cavaliere
Buonsanti, oltre i giornali suoi, aveva insaccati anche quelli
dell’amico. Il povero Montegalda non possedeva neanche un orario, a
cui confidar le sue noie. Entrò al caffè, sorseggiò un ponce, e non
riuscì che ad ammazzare dieci minuti di tempo. Allora escì da capo sul
marciapiede, e passeggiò lento, taciturno, come una coppia di reali
carabinieri, contando i lampioni, leggendo i numeri della portata sui
carri delle merci, fantasticando sulle lettere strane scritte di rosso
accanto o sotto quei numeri, non perdonando neanche ai nomi di lontane
stazioni, segnati a matita su quei carri, da frenatori e facchini
in esercizio di calligrafia. Dopo un secolo di quella occupazione
mentale, e peripatetica insieme, giunse il treno che doveva ricondurlo
a Roma. Le carrozze erano tutte quasi piene di viaggiatori, e il nostro
Montegalda ebbe per gran ventura di trovarne una, dove non erano che
tre prima di lui. Erano tutti e tre infervorati in una disputa, che
toccava molti punti di politica parlamentare, programmi, discorsi,
cose e persone; a farla breve, interessi del paese. L’emendamento, la
questione pregiudiziale, la chiusura, la condizione del ministero, la
legge di qua, la leggina di là; c’era da averne la testa intronata. Per
fortuna, nessun dei tre conosceva, o nessuno riconobbe, vedendolo, il
segretario particolare del ministro guardasigilli; altrimenti, povero
a lui! lo avrebbero costretto a parlare, con quella poca voglia che ne
aveva. Almerico si rannicchiò nel suo angolo, e si volse al finestrino,
per guardare il paese.
Come è triste, la campagna romana! L’osservazione è vecchia, ma è
anche vecchia la cosa. Ora, la desolazione è grande, sopra tutto da
Civitavecchia a Roma. Pare che quel largo tratto della costa italiana
fosse il prediletto dei Saraceni, nelle loro scorrerie secolari. Se
sono essi che hanno fatto quel deserto, e senza mestieri di sabbie,
bisogna dichiararli più valenti a gran pezza del Simoun. Ma pensateci
bene, e vedrete che non sono stati i soli, e che qualche figlio di
cristiani ha tenuto il sacco ai seguaci di Maometto. La natura, senza
dubbio, ci aveva avuto fin da principio la parte sua, foggiando quella
costa grigia e giallognola, davanti a quel mare che l’eterno libeccio,
o poco o molto che sia, non lascia mai tingere di turchino, e con
quelle pietruzze ferrigne che spuntano, qua e là, Nereidi immote, quasi
per dirvi, nel loro muto linguaggio: «qui non c’è fondo d’acqua, miei
cari!»
Che pensare, inoltre, di quelle stazioni di strada ferrata,
senz’ombra di paesi, e nemmeno d’alberi, che Iddio le benedica?
Chi prenderà mai per alberi quegli eucalitti magri, allampanati,
che hanno l’aria di compiangere il signor capostazione ed il signor
capotraffico, sbadiglianti sul marciapiede? Davanti a quelle case
gialle e solitarie, intorno a cui non è sorriso di aiuola, nè fiorisce
l’ibisco, nè fa pompa del suo grand’occhio d’oro il girasole, passano
i treni malinconici, e sembrano quelli di Geremia. Desolazione
dell’abominazione! Palo! Palidoro! Sì, metteteci pure la compagnia del
nobilissimo tra i metalli; son sempre pali, e mai alberi. Poi, qua e
là, ma a grandi distanze, negri casolari che sudano la miseria e la
febbre da ogni screpolatura; qualche pezzo di terra smossa, qualche
buca di pozzolana, degli abbeveratoi, degli stecconati, oh sì, sopra
tutto degli stecconati, con molti buoi dalle corna lunghe, assai
lunghe, più lunghe d’un periodo del Guicciardini. Amici buoi! neanche
voi contenti all’aspetto! La gente che passa e vede le vostre corna
inusitate, s’immagina che siate voi i bufali decantati, e fa l’atto
di ammirarvi. Unico sollievo, in quella triste campagna, un errore di
zoologia! Ma quando si penserà alla botanica? Quando si spezzetteranno
questi latifondi noiosi, e vigne ed orti e giardini daranno argomento
di stupore più lieto? O almeno, perchè il tornaconto ci sarebbe, quando
si dissoderanno questi maggesi, per piantarli a caffè? Vi hanno fatto
il conto, o signori, dopo una prima e felicissima prova; guadagnereste
otto volte tanto. Ma è proprio vero che per mutarti faccia, o
campagna romana, ci vorranno due generazioni di scialacquatori? O
Dei.... Consenti, protettori di Roma! se non c’è altro da sperare, nè
previdenza di privati, nè provvidenza di leggi, consentite voi che
venga a fare il miracolo tutta una legione di vizi, tra nostrali ed
esotici.
Io qui non avrei neanche mestieri di avvertire il benigno lettore che
queste malinconie non mi appartengono in proprio. Io, già, per dir le
cose come stanno, non ho malinconie di nessuna specie; sto coi frati
e zappo l’orto. Erano queste, invece, le malinconie di Almerico di
Montegalda, che passava, con la velocità media di cinquanta chilometri
all’ora, e cionondimeno era assai triste. Che ci posso far io? Doveva
esserci ne’ suoi tessuti un leggero spargimento di fiele; perciò, come
in simili casi può accadere ad ogni fedel cristiano, vedeva più giallo
del vero.
Ora, perchè i lettori hanno orrore della tristezza come la natura
del vuoto, salteremo l’arrivo a Roma e il ritorno alle occupazioni
quotidiane. Delle quali dirò solamente, che Almerico si diede a lavorar
più che mai, offrendo occasione al suo ministro di scherzare su quella
assiduità portentosa.
— Per caso, Montegalda, aspettate una gratificazione? Badate, è per
impiegati inferiori, e non per voi. A voi daremo una commenda, che
diamine! Ma non c’è proprio bisogno che lavoriate anche di sera. Che
razza d’uomo mi diventate? Non più passeggi, non più teatri, non più
conversazioni.... Son tutte in campagna le vostre conoscenze? —
Almerico sorrideva, ma seguitava a lavorare.
— Non si maravigli, Eccellenza! — diss’egli una volta, rispondendo ad
una di quelle esortazioni straordinarie. — Anch’io sono stato pigro;
ma poi mi son vinto. Un giorno, quando mi vidi davanti una catasta
di carte, una congerie smisurata di lavoro, scambio di abbattermi,
saltai su come un capriuolo. Aspettate! gridai; ora v’accomodo io. E
senza guardar più a quella montagna, senza perder tempo a scegliere,
incominciai a lavorare. Uno, due, tre giorni di lavoro fitto fitto, e
la montagna pareva sempre alta egualmente; ma poi incominciò anche lei
a dar giù. Ed io a lavorare, a lavorar sempre, come un disperato, come
un dannato, cinque, sei, otto giorni alla fila, cioè fino a tanto che
non ebbi sgombrata la tavola, mandando insieme con l’avanzato anche
quel soprappiù che mi capitava via via. Che giorni furono quelli,
Eccellenza! Non era una voglia di lavorare, la mia; era una rabbia, un
furore. Mi persuasi allora di una grande verità. L’unica vendetta che
l’uomo possa fare contro la ferrea necessità, è quella di prenderci
gusto.
— Vi faccio i miei complimenti — disse il ministro. — È un rimedio
eroico. L’ho usato ancor io, nei miei primi anni di avvocatura, ma non
ci avevo mai ragionato su, come voi. Animo, ora, mio caro Almerico;
lasciate lo scrittoio e venite a prender aria. Tanto, non ci sarà
pericolo che le montagne vi crescano davanti come allora. —
E lo conduceva a fare una scarrozzata fuori porta Pia, o verso ponte
Molle, procurando di distrarlo, se non per avventura di tenerlo
allegro, con l’eterno romanzo della politica parlamentare.
Frattanto passavano i giorni. Ne erano già trascorsi sei, dacchè
Almerico aveva fatta la gita di Civitavecchia, e nessuna notizia
giungeva da Parigi. Dovevano aver molto da fare, gli amici suoi, o quel
diavolo di cavaliere l’aveva ancora con lui e voleva punirlo col suo
silenzio ostinato. Oh, infine, che bisogno c’era di aver lettere? «Pas
de nouvelles, bonnes nouvelles!»
— Beati loro, che se la passano allegramente! — pensava Almerico. —
L’essenziale è che la duchessa dimentichi. E quell’altro di Napoli, che
fa il morto! Oh, davvero, son sciocco, io, a darmi pensiero di lui. In
fondo, siamo tutti sciocchi, quando pensiamo agl’impicci degli altri,
come se fossero i nostri. È poi vero che siano così gravi gli affanni
del prossimo, come noi ce li figuriamo qualche volta? Il dolore morale
è forse un affar di epidermide, come i geloni. Par di morire, tanto
sono acute le trafitture. Ma poi, un cambiamento di temperatura, con
qualche linimento di glicerina.... «tout passe». Già! ed anche «tout
lasse, et tout casse!» —
Pensava anche in francese! Ma sì, lettori, e non ci vedete nulla di
strano. Il suo amico Buonsanti era a Parigi, obbligato a parlare quella
lingua con albergatori e camerieri, con tavoleggianti e cantinieri,
merciai, giornalai, portieri, guardiani «et omni genere musicorum».
Qualche spruzzatina di francese ne’ suoi soliloqui romani era il meno
che Almerico di Montegalda potesse fare per il commendatore Buonsanti
di Carpigliano.
Alla fine del decimo giorno, Dei immortali! capitò una lettera col
francobollo azzurro della repubblica francese. Era tempo, perbacco!
Almerico poteva già pensare che fossero tutti morti, laggiù.
Aperse la sopraccarta con una ingiusta impazienza; spiegò il foglio, e
incominciò a leggere, dopo il «Caro amico» di rito, un verso di questa
fatta: «Mi affretto a scriverti....»
— Sì, davvero, gran fretta! — borbottò Almerico tra parentesi. — Ma
andiamo avanti.
«M’affretto a scriverti, nel primo momento di libertà, e temendo ancora
che mi manchi il tempo per giungere alla fine. Se tu sapessi che da
fare è il mio! Ma incominciamo dal principio. Ti dirò che abbiamo
fatto il solito viaggio lungo lungo. Trentotto ore di strada ferrata,
caro mio, stancano un bue; figurati un uomo. Aggiungi un tempaccio;
le signore avevano freddo; si stette sempre coi finestrini chiusi,
appannati dalle solite cause fisiche, di cui ti farò grazia.
«Siamo giunti a Parigi di sera, e con una nebbia uggiosissima. Siamo
smontati all’«Hôtel de Bade», sul nostro «boulevard». Dico nostro,
perchè lo hanno dedicato a noi, Italiani. Ti raccomando l’«Hôtel de
Bade», e la sua cucina; per la colazione s’intende. Quando avrai
occasione di venirci, domanda una costoletta con patate. Dio, che
costoletta! E che patate! oro ammorbidito, mio caro. E poi, se vedessi
come gli fanno sollevar la crosta, a quelle fette di patata! Ti pare di
avere nel piatto dei piccoli croccanti. Ho domandato al cameriere come
facevano ad ottenere quel doppio rigonfiamento, e m’ha risposto con
aria misteriosa: «c’est le secret de la maison, monsieur!» Bisognerà
crederlo, non potendo andarci a vedere più addentro.
«Eccoti del resto, la mia giornata parigina. Mi alzo per tempo: verso
le otto. Scendo sul «boulevard» un po’ prima delle nove, per prendere
una boccata d’aria. È l’ora in cui si spazzano le strade; la qual
cosa ti porge argomento di correre a farti lustrare le scarpe. Io,
seguitando la mia passeggiata, vado dal lustrascarpe che è sotto la
galleria «de l’Horloge»; bel luogo, pieno di botteghe di fiori e di
ninnoli, e con un maestro di scherma il cui nome non promette niente
di buono alla pelle degli avversari. Si chiama «Gâtechair». Ma andiamo
dal lustrascarpe. Egli ti fa salire un alto gradino, ti fa sedere sopra
un trono alto di velluto, dove hai il «Figaro», il «Gaulois» ed altri
giornali da scegliere. Leggi, vedi, e cinque minuti dopo senti un colpo
di spazzola sul gradino del trono. «Monsieur est servi» ti dice il tuo
ministro della pubblica lustrazione; e allora tu scendi dal trono,
e vai da «madame», per pagare al suo banco la tenue moneta di venti
centesimi, essendoti anche permesso di lasciarne cinquanta.
«Finita quella operazione, dirò così, preliminare, esco da capo sul
«boulevard», fermandomi a tutte le vetrine, specialmente a quelle dei
fotografi. Ci sono tutti i grand’uomini, mescolati a tutte le gran
donne del tempo presente. I grand’uomini hanno nome e cognome; le gran
donne non hanno che il nome di battesimo, se pure è quello, veramente,
e non un nome di guerra. Inclino a crederlo un nome di guerra, perchè
tutte queste donne celebri hanno dei tipi d’amazzoni. Poi faccio
un’altra fermatina davanti alle mostre dei librai: un’altra ancora
davanti a quelle dei tappezzieri; un’altra ancora davanti a quelle dei
venditori di quadri, dove l’arte moderna guadagna il suo pane, facendo
esposizioni di croste. Dico per celia, sai, perchè ci sono anche delle
cose bellissime.
«Mi dirai: e dal parrucchiere.... Ah, caro mio, ci sono stato una
volta, ed ho subito ripreso a farmi la barba da me. Se vai da un
parrucchiere per barba e testa, come canta Figaro nel suo recitativo,
son tre lirette di prima spesa. Ti riducono all’ultimo figurino, lo
capisco, ma tre lirette son troppe. E poi, non bastano ancora. «Est-ce
que monsieur ne veut pas qu’on lui fasse une lotion?» Credi che si
tratti di una lavata di testa, ed accetti. Allora il giovane va alla
vetrina, prende una bella custodia tonda di bosso, gira il coperchio,
ne cava una boccetta stupenda, l’apre, e la mette lì. «D’abord, il vous
faut une friction, pour degraisser les cheveux». Diamine! C’è dunque
un’altra operazione preliminare? E vada per la frizione. «Au Quinquina,
naturellement? Monsieur ne voudrait pas d’autre chose. Les propriétés
du Quinquina....»
«E qui una lezione scientifica, che va risparmiata. Intanto ecco
un’altra boccetta. Ed ecco una spazzola nuova, per la «lotion». Ed ecco
un barattolo nuovo per la manteca, che si può usare dopo la «lotion».
Ed ecco ancora non so che altro. Intanto l’operazione procede, e
tu leggi un giornale, politico, faceto, illustrato, come ti pare.
Il giovane ha finito, ti guardi allo specchio. Dio di misericordia,
come sei bello! E nero, poi, neri i capegli, d’un nero che incanta.
«O come? tu gridi. Ed io che non volevo tingere!...» Il giovane ti
guarda con aria di stupore. «Monsieur a désiré une lotion?» Ah, è
vero, sì, «une lotion». Non l’hai chiesta, l’hai accettata, il che
torna lo stesso. «Du reste, vous étes si bien! Si jeune encore! Les
cheveux blancs vous déparaient». Già, era vero; quei capegli bianchi
ti facevano scomparire. E ancora così giovane! Il complimento ti va
all’anima, sorridi, e domandi il conto. «Trente-sept francs, monsieur».
Come? Così caro? «Oh, monsieur, pas trop cher, puisque c’est garanti.
Ajoutez que vous en avez pour dix lotions, au moins, c’est-à dire
pour cinq mois, après quoi... vous savez l’adresse, qui est ci-jointe.
Voulez-vous emporter ça, ou bien permettez-vous qu’on vous l’apporte à
l’hôtel?» Sono cortesissimi, non c’è che dire. E te ne vai con quaranta
lire di meno in saccoccia; ma nero, poi, nero, a quel dio! Credilo,
Almerico, tu non sei così nero; io non lo sono mai stato tanto, neanche
a vent’anni. Oh le risate delle signore, quando mi videro comparire!
Temevo anche quelle delle persone di servizio. Ma qui non si ride.
Già, devono essere avvezzi a queste trasformazioni dei viaggiatori. Il
cameriere che ci serve a colazione non ebbe neppur l’aria di avvedersi
della mia. La cameriera non mi sorrise niente più dell’usato. È vero
che mi sorrideva già molto.
«Oh, scusami! debbo lasciarti. Le signore mi chiamano, per andare al
bosco di Boulogne. La giornata è passabile, e godremo tutto quello che
si può godere attraverso i cristalli. Dunque, addio, chiudo la lettera,
salutandoti di cuore. Il tuo, ecc.».
Ne sapeva molto, dopo aver letta quella prosa internazionale, il
nostro Almerico! Voi già immaginate quel che fece. Mandò al diavolo il
prosatore.
La seconda lettera, capitata cinque giorni dopo, incominciava così:
«Dov’eravamo rimasti? Ah, in carrozza, per andare al bosco di Boulogne.
Di questo ne avrai piena la testa. E d’altre cose ancora, tutte
descritte un migliaio di volte. Vuoi il pozzo di Grenelle, dove non si
vede pozzo, nè acqua? l’«Hôtel des Invalides»? Non offre più grande
interesse, dopo che non fanno più vedere «le grenadier à la tête de
bois». Dev’esser morto, il pover’uomo, che aveva lasciata la testa a
Waterloo. Eccone uno che non faceva uso della «lotion» di «monsieur
Louis» della strada di Helder! Non vorrai, spero, che io ti descriva
la tomba di Napoleone I. Gli han posto addosso un gran coperchio di
pietra, che un gigante non alzerebbe; forse temendo che a quell’altro
gigante non venga il ticchio di escire. È un uomo che amo. Sia storia
o leggenda il suo genio militare, quell’uomo ha messa a soqquadro
l’Europa. E i Moreau, i Bernadotte, i Marmont, e tutti gli altri che
una tarda critica ha voluto anteporgli, non avrebbero fatto la decima
parte di quello che ha fatto egli, se anche fossero stati al suo posto.
Ma ora la passione politica entra da per tutto, anche nella storia.
Ah, purchè non la mettano nella «bisque aux crevettes» e nella «sôle
à la Normande»! Due piatti, caro mio! cioè una minestra ed un piatto,
da leccarsi le dita; se fossimo antichi romani, ben inteso, e non si
adoperassero cucchiai nè forchette.
«Ah, queste trattorie! Non ti puoi immaginare come pelano. Suppergiù
come da noi; ma con quanta differenza nel modo! Da noi, anche in
un albergo di prim’ordine, vorranno farti passare per fresco della
giornata il pesce, o la pera, o il grappolo d’uva che ti mettono in
tavola, mentre tu giureresti che è tutta roba del giorno innanzi,
a volergli usare cortesia! Qui invece non ardiscono imbandirti dopo
mezzogiorno la roba fresca della mattina. Tutto quello che mangi è
dell’ultimo arrivo. Piuttosto che darti una vivanda o un frutto della
sera innanzi, sarebbero capaci di trucidarsi con le loro proprie mani,
come Vatel, il loro sublime esemplare.
«Capisco che tutto il segreto di questa freschezza è nella rotazione
della derrata. La trattoria di prim’ordine cede ogni mattina tutto
l’avanzo della sua mostra serale alla trattoria di second’ordine.
Questa, a sua volta, cede sul mezzogiorno l’avanzo della sua mostra
a quella di terzo; e così via, d’ordine in ordine, lasciando a te
la dolce sicurezza di mangiare anche in una trattoria di terz’ordine
il pesce arrivato la sera innanzi dall’Havre, o la pera colta nella
giornata antecedente a Melun. Del quarto ordine non so. Forse c’è
ancora il quinto ed il sesto: sicuramente c’è della gente che si
contenterebbe del settimo. Ma queste sono miserie di tutto il mondo,
pur troppo».
— Ma si può dar di peggio! — borbottò Almerico, leggendo quell’altra
tantafèra. — Non ci ha proprio altro da raccontarmi? —
S’intende che aveva risposto alla prima lettera, imparando anch’egli
l’arte sopraffina di non dir niente in quattro pagine di scritto.
Qual è quel gentiluomo che non scrive le sue quattro pagine, quando
la lettera è diretta ad una dama, o deve andare, od è probabile che
vada, sotto gli occhi di una dama? La cosa è tanto naturale, che si
è inventata a bella posta la carta di piccolo sesto, e con essa una
certa calligrafia lunga, mezzo coricata, con filettature e svolazzi,
a tutto spiano. Scorrete quelle linee con una facilità maravigliosa;
siete giunti alla fine senza avvedervene, e quando vi pareva di avere
appena cominciato. Ma le quattro paginette ci sono, tutte debitamente
inchiostrate. Così fanno anche i notai, senza lesinare, viva la faccia
loro, sulla carta bollata. Ma io vorrei sapere come scrivono i notai,
quando scrivono per sè, in carta semplice. Ora, a farlo a posta, di
amici notai non ne ho che uno; il quale non mi scrive mai; e non son
donna, per innamorarlo di me.