X.

Giornate di sole.

Possiamo ben dire che Almerico di Montegalda è giunto in porto,

quantunque Parigi non sia ancora un porto di mare, come Marsiglia,

Genova e Napoli. A proposito di Napoli, dobbiamo ricordare che laggiù

è andato da un pezzo il conte Massimo di Riva. Ma si può dire ch’egli

sia in porto egualmente? Vediamolo, anche a risico di ritornare qualche

passo indietro. Fortunatamente i passi del narratore, e quelli del

lettore per conseguenza, non sono i passi del camminatore, e si fanno

comodamente, in un batter d’occhio, senza muoversi dalla scranna.

Forte della sua maravigliosa invenzione, Massimo era partito da Roma.

A quella invenzione, per altro, ci pensava il meno che poteva; su quel

punto critico della sua vita amava far notte, non pure agli occhi degli

altri, ma ancora ai suoi occhi medesimi. Non avendo nessuno ai fianchi

per sentirsene a parlare, avendo pregato l’amico Montegalda di non

gliene scrivere, era nella felicissima condizione di tacerne anche a

sè stesso. Ma spesso gliene tornava alla mente il pensiero, e Massimo

lo discacciava, alzando le spalle, scuotendo la testa, fremendo, come

farebbe, punto dai ferri delle banderuole, un toro infuriato.

Giunse a Napoli, e Napoli lo calmò. La regina del Sebeto è una grande

Sirena. Come resistere al suo canto? Come pensare alle tristezze, nella

gaia confusione del suo regno?

C’è un luogo di Napoli, la badìa di San Martino, sotto il castello di

Sant’Elmo; c’è un punto della badìa, il Belvedere, con un terrazzino

alto, a capo di un lungo corridoio. Di lassù vedete tutta Napoli,

sdraiata ai vostri piedi: tutta Napoli, meno i quartieri di Chiaia e

Mergellina, che son nascosti dal contrafforte di Pizzo Falcone, e che

ad ogni modo lo sporto dell’edifizio monastico non vi consentirebbe di

vedere: tutta Napoli popolosa, mezzo patrizia e mezzo plebea, offrente

ai vostri occhi una immensa testuggine di tetti e di terrazzi, donde vi

sbucano qua e là campanili, palme, aranci dai frutti dorati, e oleandri

dalle rappe vermiglie. Più in là, sulla vostra diritta, si stende il

gran golfo turchino, con l’isola di Capri che rosseggia nel fondo.

Davanti a voi, oltre il gran colmo della città, si allarga la valle

dei Paduli, chiusa dagli immani fabbricati rossastri dei Granili, nelle

cui vicinanze san Gennaro sta preparato, in atto di arrestare le lave

del Vesuvio, caso mai volessero rovesciarsi dalla parte della città

prediletta, che custodisce il suo sangue. Anche il terribile vulcano

è laggiù, non troppo lontano, davvero, e tuttavia (tanto a Napoli è

artista anche il cielo!) già velato ai vostri occhi d’una gratissima

tinterella d’azzurro sperso.

Affacciati a quel grande spiraglio di vita, vi par di essere tra cielo

e terra, immersi in una pace profonda. Ma, subito dopo, qualche cosa

di strano vi giunge all’orecchio: un rumore sordo dapprima, poi a mano

a mano più chiaro, che sale, cresce, e si diffonde, come una sinfonia

rossiniana. Cesserà? Niente affatto, crescerà ancora dell’altro, e vi

parrà da un momento all’altro di dover presto sentire, non più quel

confuso gridìo, ma voci e frasi distinte. È Napoli, tutta Napoli,

laggiù; Napoli che parla, gesticola, grida, canta, suona, si lagna, si

rallegra e vive; smisurato alveare, dove le api sono creature umane, e

il ronzìo continuo, incessante, ha suono di cateratta. Per un tratto la

cosa vi dà gusto, poi incomincia a turbarvi, mentre durate a star là,

sul terrazzino solitario, e finisce con intronarvi gli orecchi, come un

concerto di musica dotta. C’è modo da pensare altro, lassù? E laggiù,

nell’alveare, che manda ai luoghi eccelsi un così grande frastuono,

peggio che mai; bisogna vivere di quella vita, dimenticar tutto il

resto.

Sentite il parere di un uomo da nulla: se avete un dolore da

dimenticare, correte a Napoli, dopo aver scelta sull’orario delle

strade ferrate la via più spedita. Laggiù il dolore vi passerà, fosse

pure il dolore di denti, che certi filosofi hanno sentenziato essere il

peggiore fra tutti. Perfino il pensiero della morte, che riesce uggioso

a tanta brava gente, perde molto della sua tristezza sotto il cielo

di Napoli. Nelle regioni medie e nelle settentrionali, la malinconia

di quel pensiero ha in sè qualche cosa del freddo che vi pare di

dover sentire nella buia dimora. A Napoli, con quel caldo estivo, con

quel tepore invernale, vi è già risparmiata quella anticipazione di

brividi. Se poi avete una gioia da conservare, un affetto da ravvivare,

portatelo con voi a Napoli. Sarà, non sarà, ma c’è da scommettere che

ve ne dimentichereste, lasciandolo, puta caso, a Domodossola. Amico, od

amica, secondo che siate lettrice o lettore, la vostra gioia vi segua.

Laggiù potrete ossigenarvi insieme; sarete allegri, espansivi, felici;

poi, per tutto il rimanente della vita, ricorderete quei giorni. Anche

l’odor d’aglio di basso Porto, e quello d’ostriche di Santa Lucia,

ritorneranno a voi trasformati in quintessenza di rose. È piacer vero,

e veramente sentito, quello che lascia grata memoria di sè.

Miss Madge, o bionda fanciulla, o fiore americano dalle forme eleganti

e dai vivaci colori! Il sole di Napoli v’illuminava, v’inondava tutta,

e non metteva in evidenza la più piccola menda sulla vostra superficie

di porcellana di Sèvres. Ma che porcellana vado io ricercando? Eravate

un bel fiore metallico, finamente smaltato, di quelli che l’industria

moderna ha trovati, gareggiando con la natura e con l’arte ad un tempo:

uno di que’ fiori che fanno venire la voglia matta di brancicarli e di

romperli, almeno di sbreccarli un tantino sugli orli. Ci sono di questi

desiderii nell’ammirazione, di queste follìe nell’amore.

Massimo guardava, ma non toccava. Il fiore americano era un fiore

animato, e non avrebbe permesso tanta confidenza di ammirazione. Ma

egli sospirava, respirava, aspirava; ed era felice, correndo qua e

là, sempre in compagnia di miss Madge. Erano viaggiatori ambedue;

erano a Napoli tante cose da vedere, che due persone come loro, anche

senza vincolo di parentela, potevano benissimo andar di conserva, per

ricevere le medesime sensazioni. Guai, se nel ritrovo della sera, a

pranzo, o alla distribuzione del thè, uno di loro avesse raccontato

di avere ammirata una cosa che dall’altro non fosse stata veduta

egualmente. Ci sarebbe stato da morire d’invidia, da schiattare di

gelosia: almeno almeno da farci una cattiva nottata.

In quelle corse quotidiane, c’era anche da stancarsi. Ma niente

affatto! Miss Madge, fiore americano e metallico, non si stancava

mai. Alla mattina erano escursioni a Posilipo, a Capri, a Pozzuoli,

a Cuma, a Baia, a Miseno, oppure a Portici, ad Ercolano, a Pompei, a

Castellamare, a Sorrento, al Vesuvio; si vedevano ruderi, case antiche,

grotte, laghi, solfatare, vulcani, e magari s’andava più in là, a

visitare qualche tempio greco, o qualche repubblichetta medievale

lungo le rive del golfo Salernitano. Poi, quando le corse mattutine

non erano così lunghe da occupare tutta la giornata, si visitavano

chiese, palazzi, giardini e musei. Dopo il pranzo, in carrozza, e via

per il corso di Chiaia e di Mergellina, godendo il fresco della sera

e la sfilata dei ricchi equipaggi. Da ultimo, la fermata dei gelati,

in piazza del Plebiscito, e per ultimissimo un po’ di musica, o di

Pulcinella, nei piccoli teatri, che bisognava vedere.

Infine, era una festa continua degli occhi, un’orgia dello spirito,

ma altresì uno strapazzo enorme di nervi e di tèndini. Ma che? il

fiore metallico non sentiva nulla di nulla; a tarda sera appariva

ancor quello del mattino. Che fibra maravigliosa! Ed anche la

mamma, Dei buoni! Quella non si poteva paragonare ad un fiore; ma

neanche si voleva fargli torto, paragonandola ad uno struzzo, ad una

giraffa. Questi animali si citano per dare un’idea della sua forza

di resistenza, in un clima come quello. Del resto, non son io che li

cerco, i paragoni; è il conte di Riva che li ha trovati. Questo vi

parrà dal canto suo un mancar di rispetto alla sua futura suocera;

ma io non so proprio che farci. Del resto, a scusare i pensieri,

soccorrevano gli atti. Massimo era assai cortese, cerimonioso,

ossequente con mistress Eliza, che suo marito chiamava familiarmente

Assy, ed egli decorava sempre del titolo di milady.

Quella mamma, del resto, non era di quelle che pensano ancora a sè,

avendo già delle figliuole da marito. Difettava di fantasia, la buona

mistress Eliza, e la sua vita intellettuale era scarsa. Spesso pareva

che non pensasse nemmeno. Come certi organismi inferiori, in cui il

tronco materno non sembra sopravvivere che per servire di sostegno e di

guardia alla prole, così mistress Eliza non viveva che per miss Madge,

per quel bellissimo fiore, di cui si riduceva ad essere la stipula

protettrice. Figuratevi che quando andavano fuori di città, la fredda

e taciturna madre portava col suo anche lo scialle che doveva riparare

la personcina elegante della sua stupenda figliuola. Inseparabili,

naturalmente, vedevano ed ammiravano le medesime cose; ma era miss

Madge che dava il segnale della maraviglia. Ambedue si mostravano

riconoscenti al loro gentil cicerone: miss Madge con un sorriso

incarnatino, rugiadoso e luminoso, donde sbocciava un «veramente?»

deliziosissimo: mistress Eliza con un asciutto «beautiful» che non

oltrepassava la chiostra dei lunghi denti bianchi e delle labbra

sottili come due listerelle di pergamena.

E mister Montgomery Lockwood? Il grand’uomo, il re di denari, decorato

da Massimo del titolo di «Sir», non si divertiva in Napoli al modo

delle sue donne. Le accompagnava ancora nelle corse lunghe, all’aperto;

ma, per le gite in città, si era presto seccato di veder chiese e

palazzi. Nella reggia dei Borboni, e a Capodimonte, loro estiva dimora,

gli avevano dato noia quei pavimenti di legno gentile, così tersi e

lucenti, dove non si vedeva pur l’ombra d’una di quelle utili cassette,

piene di segatura, che nella sua patria si mettevano in tutti gli

angoli delle case, perfino nei salotti, e a Washington nell’aula magna

del Congresso! Meno male a Pompei! Anche nel tempio d’Iside e nella

casa di Pansa, si poteva fumare, segnando di spruzzi moderni i lastroni

e i tesselli venti volte secolari.

Perciò il signor Montgomery Lockwood amava stare all’aperto, e soleva

fare le sue più lunghe fermate al caffè del Palazzo Reale, l’unico

caffè napoletano, dove, per la condizione del luogo, si potesse star

seduti comodamente di fuori. Colà sedeva il cittadino della libera

America, fumando i suoi eterni «trabucos» e bevendo birra nel cospetto

dei cieli. A Napoli, birra? Sicuramente. Ci sono anche degli Italiani

che trovano gusto in questo fermento di luppoli (quando son luppoli!)

nelle regioni del sole. Iddio li confonda in questa vita, se anche è

disposto a perdonarli nell’altra.

Fumava, adunque, il nostro personaggio, e frattanto formava davanti

a sè un arcipelago. Le sue donne andavano attorno con Massimo; e

poi, quando avevano girato abbastanza, sapevano dove trovarlo; là,

davanti al caffè, con le spalle al muro, la testa ripiegata sul petto,

gli occhi grigi affondati sotto le ispide ciglia, le lunghe gambe

accavalciate l’una sull’altra, terminate da due lunghissimi piedi.

Miss Madge aveva sfoderata a Napoli una nuova virtù; se pure non è più

giusto il dire che l’aveva anche a Roma, e la esercitava liberamente,

ma lungi dagli occhi di Massimo. A Roma il conte di Riva non aveva

occasione di accompagnare le signore Lockwood nelle loro escursioni.

Or dunque sappiate che miss Madge aveva studiato il disegno, e

portava sempre attorno albo e matita, per fissare sulla carta le

sue impressioni dal vero. Con tante fotografie, ripetute a migliaia

d’esemplari, d’ogni monumento e d’ogni scena della natura, quella

fatica poteva parere sprecata. Ma no; miss Madge voleva esprimerlo

a modo suo, il ricordo, con la sincerità del suo sentimento e la

ingenuità dell’arte sua. Spesso non erano che poche linee; ma le linee

tracciate dalla mano di una bella ragazza, si sa, valgono tutte le

fotografie della terra.

— Napoli è tutta nel colore; — le disse un giorno il conte di Riva. —

Perchè non dipingete, miss? La cosa vi riescirebbe a maraviglia.

— Veramente?

— Ve lo assicuro. Col vostro ingegno, in pochi giorni colorireste come

il nostro grande Morelli.

— Non lo farò; — rispose miss Madge. — Il colore insudicia troppo le

mani. —

E guardava, così dicendo, le sue, che erano bellissime. Anche

Massimo le guardava, e gli facevano dimenticare la poca perizia della

disegnatrice. Che importavano gli errori di prospettiva, quando erano

fatti da quelle mani gentili? Nè solamente queste guardava, ma ancora

quella graziosa testina, e quel collo di cigno, su cui scendevano

scherzando i bei riccioli d’oro.

Una volta, al Museo Nazionale, al pian terreno, nella galleria delle

statue, davanti al torso delicatissimo di Psiche, il giovane innamorato

fece osservare molto giudiziosamente a miss Madge che l’attaccatura

del collo e la curva dell’òmero erano pari, nella statua ed in lei.

Il lettore indovina l’avverbio e l’interrogazione con cui rispose

la bionda americana al complimento del suo cavaliere. Quasi sarebbe

inutile di soggiungere che ella arrossì dal piacere.

Veramente, per dir come lei, veramente miss Madge vedeva volentieri

il signor conte di Riva? Sì, confessiamolo pure, assai volentieri. Era

sempre un tal po’ compassata negli atti, duretta nell’espressione, ma

sorrideva, e lo stesso carattere esotico di quel sorriso era una grazia

di più, agli occhi innamorati di Massimo. A Pompei la gentile americana

ebbe un moto di viva gratitudine, che potè parere una dichiarazione

tanto fatta. In una casa della via di Mercurio, era una grande fontana,

dove la nicchia, le colonne, i capitelli, il fregio, il timpano, ed

ogni altra parte della membratura architettonica, s’incrostavano di

conchiglie e pietruzze vivamente colorate. Miss Madge si maravigliava

che quelle conchiglie così brillanti ed intatte fossero durate mille

ottocento e più anni là dentro. E Massimo, quantunque non fosse nato

Vandalo, ebbe la barbarie di spiccare cinque o sei conchiglie, per

farne un presente a miss Madge.

— Ah, come siete gentile! — esclamò la fanciulla.

E lo guardò, arrossendo, e strinse in atto di riconoscenza quella mano

che le offriva il prezioso ricordo.

Per un’altra di quelle frasi, per un’altra di quelle strette, Massimo

avrebbe compiuta l’opera del Vesuvio, distruggendo Pompei.

Più in là, nella casa del Fullone, egli aveva scoperto, o per lui lo

aveva scoperto una guida compiacente, un deposito di sapone. A vederlo,

in un anditino cieco, sotto una scaletta di fabbrica, pareva un cumulo

di terriccio, o di cenere.

— Vedete, miss? — diss’egli, conducendo la fanciulla a guardare là

dentro. — Questa cenere che vedete, non è cenere: è sapone. Pare che

gli antichi Romani non conoscessero il sapone in pezzi formati, ma

che lo usassero in polvere. Questo qua leva la schiuma bianchissima, e

ripulisce le mani in un modo maraviglioso.

— Madre mia, — disse la fanciulla, rivolgendosi a mistress Eliza, — lo

senti? Sapone degli antichi Romani! e superiore a quello di Windsor!

Amerei portarne un saggio alle mie amiche. —

Il conte di Riva non se lo fece dire due volte. Preso un giornale

che aveva comperato quella mattina alla stazione di Napoli, fece un

grosso involto di quel terriccio grumoso, e lo cacciò in una tasca

della sua spolverina. Ritornata nel pomeriggio all’albergo, miss Madge

provò subito il sapone «degli antichi Romani» e lo trovò eccellente.

Era dunque naturale che ne desiderasse una maggior quantità, per

distribuirne un pugno a tutte le sue amiche degli Antipodi. E perchè

a Pompei si andò parecchie volte, essendoci molto da vedere e molto

da consegnare nelle pagine del famoso albo, il provveditore di sapone

pompeiano ne raccolse tanto da riempirne poi, a Napoli, una sacca da

viaggio.

— Come siete gentile! — gli disse ancora una volta miss Madge, mentre

erano in un salottino dell’albergo, aspettando mistress Eliza, che

finiva di abbigliarsi per la scarrozzata serale.

— Signorina, è ben poca cosa! — rispose Massimo. — Vi obbedisco assai

volentieri, lo sapete. Sebbene, — soggiunse egli, sospirando, — questa

volta, l’obbedienza mi faccia esser triste.

— Triste! — esclamò la fanciulla. — E perchè?

— Perchè pensate di fare un presente alle amiche; segno evidente che

meditate di ripassare l’Atlantico. Ed io.... ne morrò.

— Veramente?

— Non lo credete? Chi v’ha conosciuta, miss Madge, non può vedere più

altro, nel vecchio Mondo.

— Allora, si può far meglio che morire; — rispose giudiziosamente lei.

— E che cosa? — domandò Massimo, accostandosi.

La fanciulla arrossiva, forse, di aver dimostrato tanto giudizio.

— Ma.... che so io? — balbettò ella. — Viaggiare. C’è tanto da vedere

sulla terra! Non siamo noi per ciò venuti in Europa? —

E si fermò, guardando maliziosamente il signor Massimo.

— Finite, miss, ve ne prego; — diss’egli.

— Finite voi, signor conte; — rispose ella, mentre apriva, richiudeva e

tornava ad aprire il suo ventaglio giapponese.

Il conte Massimo si provò a dire il resto.

— Mi date licenza, — mormorò egli, — di venire.... in America? —

Miss Madge sorrise, arrossì ancora; e poi, con la sua ingenuità

birichina, gli disse:

— Signor conte, l’America è grande, è ospitale. Non c’è bisogno di

licenza, per visitarla.

— Ah! — gridò Massimo infervorato.

Il fruscìo d’una veste si udì e la porta della camera attigua si

aperse. Massimo aveva già afferrato l’albo della signorina, che era

posato sulla tavola.

— Che c’è? — domandò mistress Eliza, entrando nel salottino.

— Ammiro i disegni di miss Madge; — rispose Massimo. — Questo, per

l’appunto, è la verità vera.

— Non è più dunque tanto necessario il colore! — osservò miss Madge.

— Incomincio ad esserne persuaso, signorina. Tutto ciò che fate è ben

fatto; tutto ciò che dite è ben detto; tutto ciò che volete.....

— Calmatevi, conte! — entrò a dire mistress Eliza. — La mia figliuola

non vorrà niente, non avendo ancora l’età e lo stato di volere. —

L’osservazione era giusta, e il conte di Riva s’inchinò.

— Non la guastate un po’ voi, coi vostri elogi? — ripigliò la signora

Lockwood, temperando con quella mezza spiegazione la severità delle sue

prime parole.

— Signora, io dico quel che sento; — rispose Massimo. — Per altro, è

tanta saviezza in voi, che io amo obbedirvi tacendo, anzi che insistere

nella espressione dei miei giudizi artistici.

— Italiani! — disse la signora Lockwood, tentennando la testa. —

Italiani! sempre esaltati! —

E rise, la brava signora, a modo suo, mettendo in mostra la doppia fila

di perle.... occidentali.

Ogni sera, già ve l’ho detto, si andava al corso delle carrozze

nella Villa Nazionale e lungo la riviera di Chiaia, Mergellina e

Posilipo. Quella è veramente una delle maraviglie di Napoli, e per

il quadro e per la cornice, cioè a dire non solo per il numero e la

varietà degli equipaggi, ma ancora per il luogo stupendo in cui la

passeggiata si svolge. Il signor Montgomery si degnava di accompagnare

qualche volta le signore; ma più spesso lasciava andar solo il conte

di Riva, non piacendogli molto di tenere accostate al sedile quelle

sue lunghissime gambe e di trattenere le sue boccate di fumo, coi

rispettivi amminicoli. Mistress Eliza stava in contegno come una moglie

di Pari; sembrava che pontificasse. Il fiore metallico si contentava

d’esser grazioso, come sempre, e sorridente, sebbene con un po’ più

di misura. E madre e figlia chiedevano spesso al conte di Riva il

nome delle signore napoletane che si vedevano passare, in quei loro

equipaggi fastosi, con tanto di livrea. Chi è questa? chi è quella?

chi è quell’altra? Volevano saper tutto, e Massimo non poteva sempre

appagare la loro curiosità. Qualche nome aveva imparato a conoscerlo,

ma faceva spesso delle grandi confusioni, e più spesso inventava. —

Quella è la duchessa di Melito; quell’altra la principessa d’Ottaiano;

questa la duchessa del Vallo; quest’altra la duchessa di Montemignano.

Ecco l’Altavilla; due carrozze più indietro la Francavilla.... E così

di seguito, arricchendo di sempre nuove ville la Villa Nazionale e il

corso di Chiaia.

— Tutte duchesse? — domandava mistress Eliza.

— Sì, tutte, o quasi. —

Allora tornava in campo il discorso sui gradi di nobiltà. Il nostro

Massimo doveva rifarsi sempre da capo, e spiegare che i titoli di

nobiltà, specie per quanto riguardava il loro ordine gerarchico,

avevano avuto un valore in altri tempi, sotto la monarchia assoluta.

Soggiungeva, nondimeno, come la regola soffrisse anche allora le

sue brave eccezioni. C’erano stati, per esempio, e duravano ancora,

dei titoli di conte che non si abbandonavano più, in certe famiglie

principesche e ducali, ed anzi primeggiavano su titoli di grado

apparentemente superiore. Per non uscire da Napoli, c’erano i conti di

Locri, che possedevano i ducati di Montemignano e Castroforte. Il padre

era conte di Locri, i figli erano duchi. Morto il padre, diventava

conte il figliuolo, lasciando il suo titolo ducale al rampollo, già

nato, o nascituro che fosse. Anche a Roma si vedeva qualche cosa di

simile, cioè il caso d’un figlio principe, mentre il padre non era che

duca.

— Questo è meno grave; — diceva il signor Montgomery Lockwood, che

prendeva parte assai volentieri alle araldiche discussioni della sua

signora con Massimo. — Da duca a principe la distanza non è tanta, come

da duca a conte.

— Pure, — rispondeva Massimo, — questa distanza che vedete voi, «Sir»

Montgomery, non esiste più. I titoli di nobiltà, rimasti come ricordo

storico, si pareggiano tutti.

— Scusate, caro amico; — ribatteva il Lockwood. — O la nobiltà non

conta più nulla, neanche come ricordo storico, o principe e duca

valgono un po’ più di marchese, e molto più di conte e barone. Ne

convenite?

— Ho il dispiacere di non poterlo ammettere. Avrei anche altri

argomenti da opporvi.

— Sentiamoli, caro amico, sentiamoli.

— Ma vi annoieranno.

— No, vi assicuro. Si viaggia per istruzione, e bisogna saper

tutto. —

Al conte di Riva non piaceva molto di dover servire con la sua dottrina

araldica alla istruzione dei signori viaggiatori. Ma si trattava del

padre di miss Madge, e bisognava adattarsi. Del resto, tentando di

far penetrare le sue idee nella dura testa del signor Montgomery, egli

difendeva un pochino la propria causa.

Secondo lui, due esempi erano convincenti: quello della nobiltà

genovese e quello della nobiltà veneziana. Le dame dei patrizi di

quelle due grandi Repubbliche italiane avevano diritto di _tabouret_

alla corte di Luigi XIV, così puntiglioso in materia di cerimoniale.

Nei ricevimenti di Versaglia, esse venivano dopo le principesse del

sangue, e sedevano alla presenza della Corte, sebbene non fossero

decorate di titoli feudali, mentre stavano in piedi tante mogli di

duchi e marchesi. Soltanto alcuni patrizi genovesi, perchè possedettero

feudi imperiali fuor dei confini della loro repubblica, aggiunsero

qualche volta il titolo marchionale di essi feudi al nome della loro

famiglia; dond’era avvenuto che alla caduta di Genova sotto il dominio

dei re di Sardegna, volendosi foggiare i titoli del patriziato genovese

sullo stampo di quelli della nobiltà piemontese, paresse più comodo a

tutti i nobili di Genova assumere il titolo che già possedevano alcuni

tra loro. Similmente la nobiltà di Venezia, poichè la repubblica di

San Marco era caduta sotto il dominio dell’Austria, aveva fatto suo il

titolo di conte, che era il più illustre negli Stati di Terraferma,

e niente inferiore a quello di marchese. Infatti, che voleva dire

marchese, se non conte di Marca, ossia di confine? Nobili genovesi e

nobili veneziani erano forse discesi di grado, assumendo quei titoli?

o men pareggiati tra loro? No davvero: l’essenziale non era nel titolo

feudale e gerarchico, ma nel carattere storico, nella importanza

antica delle rispettive famiglie. A Roma, per esempio, in mezzo a tanti

principi, nepoti di papi, le vere famiglie storiche erano pochissime,

discendenti dai vecchi baroni del medio evo: i Savelli, i Colonna, i

Caetani, gli Orsini, e quattro o cinque altri. Finalmente, e sempre a

Roma, c’erano titoli di duchi e principi che risalivano a dugent’anni,

a cento, e taluni stentatamente a cinquant’anni di data.

— Capisco, capisco; — rispondeva mister Montgomery Lockwood. —

Ma questi sono casi speciali. E voi, conte di Riva, a che età

risalite? —

Poteva essere una impertinenza; certo era una domanda temeraria. Ma

il signor Lockwood si prendeva spesso e volentieri siffatte libertà di

linguaggio.

Massimo, adunque, passò tranquillamente sopra quest’altra mancanza di

galateo, e rispose. La sua famiglia era antichissima. I genealogisti

ci avevano veduto un ramo dei famosi conti di Trevigi, che poscia si

erano chiamati di Collalto: nobilissima gente, già chiara innanzi il

Mille, illustrata da frequenti parentadi con famiglie principesche di

Germania, e tuttavia potentissima a Vienna per uffici ed onori.

— Bene, benissimo! — esclamò mister Lockwood. — Non sapevo che i Riva

fossero così alti, e ve ne faccio i miei complimenti.

— Fateli ai nostri consanguinei di Collalto; — rispose Massimo,

arrossendo un pochino. — Tutte queste grandezze appartengono ai

Collalto, non al ramo collaterale di Riva. —

Il signor Montgomery capì di aver commesso un errore. Ed era già molto,

da parte sua.

— Comunque sia, — replicò egli, — avete un bell’albero. E conterete

ancora, m’immagino, i vostri grandi capitani, nella famiglia, i vostri

diplomatici, i vostri cardinali.

— Sì, per l’appunto; — disse l’altro, respirando.

— Anche dei Dogi? — ripigliò mister Lockwood.

— No, nessun Doge; — rispose Massimo, nuovamente impacciato.

— Come? Niente Dogi? E siete nobile veneziano?

— Veneto, non veneziano.

— Non è lo stesso?

— No, sir Montgomery. Siamo nobili di Terraferma, quantunque

antichissimi. Venezia, nel 1297, per il colpo di Stato del doge Pietro

Gradenigo, operò la Serrata del Maggior Consiglio, e capirete....

— Che cos’è questa Serrata?

— Una legge per cui quanti appartenevano in quell’anno al Maggior

Consiglio, o ci avevano appartenuto nei quattro anni precedenti,

dovessero d’allora in poi appartenerci inamovibilmente, non lasciando

posto ad altri. Così, essendo il doge eletto dai membri della

Quarantìa, ne venne che nessuno potè più giungere a quell’altissimo

grado, se non era di quel patriziato ristretto.

— Un tiranno, questo Gradenigo! — esclamò il signor Lockwood. — Egli ha

così impedito ai vostri antenati di dar dei dogi a Venezia, e alle loro

dame di aver diritto di _tabouret_ alla corte di Francia.

— Tutte anticaglie, del resto! — disse Massimo. — Ora non valgono più

nulla; è la ricchezza che vale.

— Non lo dite, mio caro! A buon conto, son titoli, e uno stemma e una

corona decorano bene un sacco di dollari. —

Così rispondeva mister Lockwood, e il conte di Riva non fu poco

maravigliato di sentir parlare a quel modo un re di denari, cittadino

della libera America. Ma infine, se quello amava gli stemmi e le

corone, egli, conte di Riva, poteva mettere una cosa e l’altra a

decorare la sua carta da lettere. Lo stemma di Massimo era bello

e vistoso; aveva anche dato negli occhi a Miss Madge, che ne

aveva voluta la spiegazione in termini araldici. I conti di Riva

portavano «interzato in banda, d’oro, d’argento e di rosso, e il capo

dell’Impero», come indizio di concessione imperiale e di benemerenza

ghibellina.

La spada di fuoco · 第 13 / 27 题