V.

Il consiglio dei vecchi.

Sollevato da un grave peso, ma tuttavia molto triste, Almerico di

Montegalda escì dal palazzo San Secondo, a respirare l’aria fresca

di piazza Venezia. Ne aveva bisogno, per isnebbiarsi il cervello. Era

come ubbriaco, per quello sforzo lungo che aveva fatto, di tenersi in

bilico sulla corda tesa: di non dire alla duchessa se non quel tanto

di bugìa che non potesse essergli rimproverato più tardi: frattanto,

di sentire come ella avesse veduto giusto in mezzo a tante invenzioni,

e come fosse impossibile che altri ragguagli non la conducessero a

vedere anche più giusto in processo di tempo. Ah, povera signora! e

come avrebbe sopportata la doppia offesa recata dal conte di Riva

all’amor suo, al suo giusto orgoglio di donna? Egli, Almerico, lo

aveva pure veduto, l’attacco di nervi! Ma quelli sono i punti in cui

una donna si sente più forte, e quasi non è da far caso di uno sdegno

in cui la fibra si esalta, parendo anzi meglio adatta a resistere. Ma

alle esaltazioni seguono tosto gli abbattimenti. E allora, che sarebbe

avvenuto? Almerico non ci voleva pensare, e ci ritornava sempre col

pensiero, come porta qualche volta la necessità, più forte di tutte le

nostre ripugnanze, di tutte le nostre risoluzioni.

Ci sono i momenti, ed anche lunghi, se Dio vuole, che le nostre

relazioni sociali non ci dànno altro che piaceri. L’uso delle visitine,

a mano a mano più frequenti e più lunghe, i grati incontri, le

gaie conversazioni, i piccoli servigi scambievoli, e via via tutte

le bellezze di una intimità di secondo grado, consolano l’animale

socievole, che gode di tutte le eleganze, di tutte le raffinatezze,

delicatezze ed armonie della vita. Qualche filosofo sostiene che siamo

al mondo solamente per questo; ed anche quelli a cui sembra che ci

siamo per altri uffizii, godono ciò non ostante di queste bellezze,

fino a tanto che dura la gioventù, come in Almerico di Montegalda, o

se ne fanno una cara abitudine anche nell’età matura, come nel caso

del commendatore Buonsanti di Carpigliano. Ma viene il momento che

questa dolce intimità vi regala le sue noie; quando, per esempio, si

rovesciano su voi, consolatore preparato, i dolori della intimità di

primo grado, a cui non avevate aspirato mai. E allora vorreste non

esserci, a quel posto di fiducia; vorreste esser rimasti nel terzo,

dove non giunge l’eco di certe afflizioni, e dove, quando pure si

tratti di una sventura domestica, siete facilmente sciolto da ogni

obbligo, e liberato di pena, con un biglietto di visita. Maraviglioso,

stupendo, salutare biglietto di visita! Un giorno, tant’anni fa, venne

la moda di stampare sugli angoli le quattro formole d’uso: «per visita,

per congedo, per condoglianza», e.... non so bene che altro: forse «per

augurio». Si faceva un corno, un orecchino, là dove occorreva, e così,

senza bisogno di scrivere, l’obbligo della cortesia era adempiuto. La

moda durò poco. Parve orribile, e non era che ingenua. Il biglietto

di visita aveva detto in quel giorno il suo segreto: il segreto

d’Arlecchino.

Almerico aveva promesso di ritornare, e presto, ma non aveva detto

quando, e indugiava. Che cosa sarebbe andato a dire? Peggio, poi, per

quello che sarebbe andato a sentire, delle gesta di Massimo! Notate che

a lui Massimo non aveva scritto da Napoli, neanche per fargli sapere a

che albergo fosse smontato. Tanto aveva paura di ricevere una lettera

sua!

Due giorni dopo la sua visita alla duchessa Serena, il nostro

giovinotto era seduto nel suo gabinetto, quando giunse l’usciere e gli

disse:

— Signor conte, chiede di lei il commendatore Buonsanti. —

Per una volta, l’amico si serviva della commenda, e rinunziava al

cavalierato, che poteva prestarsi a più ristrette interpetrazioni.

Almerico andò nel salotto, dove il Buonsanti aspettava.

— Buon giorno, amico! — gli disse il commendatore. — È dunque vero?

— Che cosa? — domandò Almerico.

— Che sei guardasigilli. Stai tanto a guardarli, i tuoi sigilli, che

non ti curi più se ci sono degli amici a questo mondo, o se son passati

nell’altro, cosa che dovrà pure un giorno accadere, e tu non te ne

darai per inteso!

— Io? — disse Almerico. — Che discorsi son questi?

— Sono i discorsi di chi si lagna, ed ha ragione di lagnarsi. Perchè

non vieni dalla duchessa? Rimango io solo, in questi momenti difficili,

e oramai non so più che dire. Tutti i miei ragionamenti li ho esauriti,

oramai. Aggiungi che Donna Serena è ammalata.

— Dio! a letto?

— A letto no, ma molto sofferente. Sa tutto, mio caro. Sa dove è il

signor Massimo, che fa, dove va, che cosa spera, e via discorrendo.

Anche una lettera del marchesino Paoli Daguro alla baronessa Coselli

è venuta a dar notizie molto minuziose, che la baronessa, come

puoi immaginare, si è affrettata a portare. Aveva incominciato, la

baronessa; era giusto che finisse.

— Che lingua! — esclamò Almerico. — E che gusto ci trovano, poi?

— Probabilmente molto; — rispose il Buonsanti. — Ma non è neanche a

dolersi che cantino, perchè la verità va sempre riconosciuta. Per certi

mali è il rimedio migliore.

— Lo credi?

— Ne son certo. So bene che tu non la pensi così; che hai cercato di

attenuare, anzi di nascondere.

— Io? — disse Almerico. — Di nascondere?

— Di negare, almeno; — replicò il Buonsanti, — e sapevi pure ogni cosa!

— Io sapevo quel tanto che a Massimo era piaciuto di dirmi; — rispose

Almerico, volendo dire e non dire.

— E lo hai creduto, quel tanto? — esclamò l’altro. — Almerico mio, abbi

pazienza, ma son costretto a levar molto dalla stima che facevo di te,

come guardasigilli futuro!

— Dato e non concesso, per parlare in linguaggio forense, — rispose

Almerico, dopo un istante di pausa, — dato e non concesso che avessi

saputo qualche cosa di ciò che tu dici, avrei dovuto far contro a

Massimo, nuocergli io nell’animo della duchessa Serena?

— Non nuocere a lui, ma dire la verità; — ribattè il Buonsanti,

inflessibile.

— Già, per mettere il dito tra due, che a parer mio dovevano diventare

marito e moglie? — esclamò il Montegalda.

— Parere sbagliato, amico mio, parere sbagliato! — rispose il

Buonsanti. — Io, per esempio, non ho consigliato mai alla duchessa un

simile errore. Per fortuna, siamo oramai fuor di pericolo.

— Lo credi? — domandò Almerico.

— E come non crederlo, dopo ciò che è avvenuto? Non sai ancora che

donna sia la duchessa. Romana antica, mio caro! Una lama d’acciaio!

— Allora si piegherà; — mormorò Almerico, sforzandosi di sorridere.

Il commendatore Buonsanti rispose a quella frase con un gesto

d’impazienza.

— Ho detto acciaio, per la nobiltà della tempera; — rispose. — Ma se

vuoi, diciamo ferro, platino, diamante. Che uomini siete voialtri? I

giornali ameni vi guastano. Appuntate ogni parola e ne fate argomento

di celia.

— Come t’inganni! — disse Almerico. — Ho altra voglia che di celiare.

— Perchè? Con che aria lo dici! Per caso, saresti innamorato, tu?

— Io? e di chi?

— Della duchessa, poichè si parla di lei.

— Ma che? sei matto, Buonsanti mio. Vedete che idea! — conchiuse

Almerico, chiamando a testimoni della sua maraviglia tutte le potenze

invisibili.

— O perchè? — domandò il vecchio gentiluomo. — Vorrei un po’ sapere

che cosa ci vedi di strano. Tu meglio d’ogni altro, Montegalda! Se la

duchessa ha da discendere i due famosi gradini della gerarchia, meglio

con te, serio cavaliere, che con quella banderuola di Massimo. Io darei

la mia approvazione senz’altro.

— Ah, mi fai ridere! — disse Almerico, non riuscendo ad altra

dimostrazione, fuor quella di un risolino stentato.

— Non te la darei, perdincibacco, se mi potessi levare vent’anni di

dosso; — continuava il Buonsanti. — Che donna! che donna! Quando penso

a quel Massimo, e alla sua stupidità.... poi al rischio che ha corso la

duchessa, di sposare quel ragazzaccio!...

— Buonsanti, te ne prego! Dianzi banderuola; ora lo chiami ragazzaccio.

Dove andrai a finire?

— Dove mi porterà il mio libero giudizio. Ebbene, vuoi leticare con me?

Dico quel che penso, io, e lo chiamo banderuola, ragazzaccio, monello.

Glielo dirò a lui, se mi capita fra i piedi.

— Speriamo che non lo faccia; — rispose Almerico. — Se è vero che

abbia trattato così male, come voi sapete, che sia corso a Napoli sulle

tracce di miss Lockwood, della miniera d’argento, come la chiamate, è

da credere che per un pezzo non voglia presentarsi più a Roma.

— Oh, per questo, puoi star sicuro che non è calunniato! Mi fa

maraviglia che tu abbia potuto prestar fede a una invenzione così

grossolana, come quella che il tuo amico ha trovata, per andarsene. Io,

vedi, non bevo così grosso, checchè si dica del vino piemontese. Appena

la duchessa mi ha parlato della fuga di Massimo, e mi ha mostrata la

sua lettera, mi son messo a ridere. Cioè, a ridere no; ma ho detto: non

è possibile, non è vero, permettete che io prenda le mie informazioni.

E le ho prese, senza bisogno di correr troppo, ed ho saputo che il

signorino, scambio di andare a Padova, era corso a Napoli. E prima che

il marchesino Paoli Daguro mandasse tante curiose notizie di lui alla

baronessa Coselli, anch’io avevo scritto a Napoli, e la risposta mi è

giunta stamane. È qui, vedi, è qui; so tutto io, vita e miracoli. Vuoi

tu sapere dov’era, per esempio, ier l’altro a sera, il tuo Telemaco?

Al San Carlo, con miss Lockwood e coi suoi legittimi ascendenti,

atteggiato a pretendente, se non già a promesso sposo.

— E la duchessa lo sa?

— Lo saprà.

— Le farai vedere la lettera?

— Certamente. Io non ho i tuoi scrupoli pietosi e pericolosi. Aggiungi

che ho il mio metodo di cura. Io, caro Montegalda, sono un amico

così fatto. Che? Una donna come la duchessa Serena mi concede la

sua fiducia, mi fa suo cavaliere «en tout bien tout honneur»; ed io

avrò il coraggio di non dirle la verità tutta quanta? Lascerò a voi,

giovanotti, di spartire così la vostra fedeltà, tra una donna che è

degna di tutta la devozione possibile, e un amico.... che va a cercar

le miniere?

— Non ti alterare, Buonsanti! E non mi opprimere, poi! non mi trattare

così duramente!

— Non badare! e se eccedo, perdonami. È uno sfogo necessario. Tu mi

conosci; ho bisogno di dire tutto quello che penso. Se non mi sfogo,

schiatto. Ma ti amo, lo sai, e ti amo, perchè ti stimo. E perchè ti

stimo, vorrei che tu giudicassi più severamente quel ragazzaccio;

che tu lo giudicassi come veramente si merita... E ancora ti prego,

Montegalda.... Anzi, per questo ero venuto da te. Làsciati vedere dalla

duchessa. Iersera siamo rimasti soli due ore. Donna Serena diceva:

verrà il Montegalda. E il Montegalda non venne. Io ho parlato, ho

chiacchierato, ho vuotato il sacco: ma poi.... capirai! si esaurisce

anche il Vesuvio. E allora si ricascava nella tetraggine. Un terzo fa

bene, in questi casi. La duchessa è molto abbattuta. Dovendo sostenere

la conversazione, fa uno sforzo continuo. Se siamo in due, a farle

compagnia, si ciarla magari noialtri, ella può distrarsi ascoltando,

e senza essere obbligata a rispondere. Infine, tu riconoscerai, senza

bisogno d’altri discorsi, la necessità di non mancare. Siamo due amici

sinceri, per lei; è nostro dovere di assisterla. Ed anche, — soggiunse

il vecchio cavaliere (chiamiamolo pure così, che se lo merita) — ed

anche di consigliarla.

— Noi? — disse Almerico. — E come?

— Se ti dicessi, — ripigliò il Buonsanti, — che il soggiorno di Roma in

questi momenti le nuoce, non mi crederesti tu?

— Ma io, veramente, non saprei. Spiegati meglio, ti prego.

— Ecco qua. Noi, per esempio, amici intimi e al fatto d’ogni cosa,

possiamo parlare benissimo di ciò che l’affligge. In questi primi tempi

è anzi necessario, per non parerle ipocriti, salvo il diritto di non

parlargliene più fra un mese. Ma con noi, intanto, ella si può sfogare;

non ha almeno da contenersi, quando certe cose le tornano a mente.

Gli altri, anzi le altre (perchè son sempre donne!) si pigliano il

gusto matto di portarle notizie e particolari ch’ella deve accogliere

sorridendo, come cose che non la toccano. Ora, tu immagini, Montegalda,

com’ella debba soffrire. Tutte sanno che Massimo le faceva la corte,

e già tutte, finito l’anno di lutto, s’aspettavano l’annunzio del

matrimonio. Bella impresa, in fede mia! — esclamò il cavaliere, con

accento sarcastico. — Ma passiamo pure su ciò! Sapevano tutto, ti

dicevo; ed ecco, ora che il signorino è partito, fingono tutte di

non sapere più nulla, e in mezzo a tutti i fatterelli della cronaca

quotidiana, a tutti i pettegolezzi della _high life_, le sciorinano

anche quello del rapimento operato dalla biondina di Nuova York.

Ti dico, è una cosa intollerabile. Bisognerà provvedere. È da amici

provvedere.

— Provvederemo; — disse Almerico. — Ci vai, questa sera?

— Sicuro.

— Ebbene, ci verrò anch’io. A che ora?

— Ma!... intorno alle sette.

— Benissimo; alle sette in punto sarò dalla duchessa.

— Bravo! — disse il cavaliere Buonsanti.

— Che! ti ringrazio di avermi dette queste cose; — ripigliò Almerico.

— Io non vedevo l’utilità della mia povera persona in queste faccende.

Si può essere ignoranti, o sbadati, fino a questo segno, non è vero?

— soggiunse egli, col suo sorrisetto malinconico. — Specie quando non

si crede di essere necessari in alcun luogo! Eppure, lo vedo bene,

ognuno è necessario la parte sua, quando si tratta di porgere una

consolazione, o solamente di recare un sollievo pur che sia.

— Bravo! — ripetè il cavaliere, stringendo la mano di Almerico. — Tu

sei un galantuomo. Perdonami se ti ho fatto perdere un tempo prezioso,

con le mie chiacchierate. Ma anch’io, vedi, anch’io cedo all’opinione

volgare, che le cose del paese, ci si lavori o no, vadano sempre ad un

modo.

— Eh, quasi! — disse Almerico, accettando la celia finale. — Una cosa è

fuor di dubbio: che, quando non ci si lavora, vanno meglio.

— Ottimamente! Una burletta, per fare un po’ di buon sangue! — esclamò

il vecchio gentiluomo. — Anche tu hai bisogno di stare più allegro,

giovanotto mio. Ridi sempre a fior di labbra, e si vede che non viene

dal cuore. Troppo grave, Montegalda! troppo grave per la tua età! Non

sei ancora guardasigilli.

— Tu mi degradi, adesso! — notò Almerico.

— Per innalzarti domani. Ma in fondo, caro mio, penso che è meglio non

esser nulla.

— E sei commendatore!

— Di due santi, ed anche di un falso profeta, mio caro; dell’ordine

Mauriziano e del Niscian Iftikar, con molta gloria, come ti dice il suo

nome, e niente brillanti! — rispose l’altro, ridendo. — Ricordi della

Crimea, mi capisci? coi baffi grigi, troppo grigi, ma col polso ancora

ben saldo.

— Per farmi male! — disse Almerico. — Ecco una stretta di mano che non

vorrai dare certamente alle signore. —

Partito il Buonsanti, Almerico ritornò nel suo gabinetto, dove trovò il

ministro, che lo aspettava, per dargli certe istruzioni.

— Colloqui lunghi! — esclamò il ministro, appena lo vide comparire.

— Un po’ troppo, Eccellenza, non è vero?

— Se sono stati piacevoli, non me ne dolgo; — disse il ministro. —

Sapete, conte, che io non sono un tiranno. Qui poi ci guadagnano i miei

nervi, perchè godono della vostra contentezza. Vi vedo ilare.

— Io? — esclamò Almerico stupito.

— Sì, voi. Avete l’aspetto più sereno e l’occhio più vivo. Da parecchi

giorni mi parevate assai triste, e ancora questa mane imbronciato.

È dunque virtù del lungo colloquio, se siete mutato in meglio. Caro

amico! se non avessi sentito dall’usciere che avete ricevuto un

commendatore, avrei creduto si trattasse di una commendatrice. E

forse, chi sa? grammaticalmente parlando, ogni maschile domanda il suo

femminile.

— Non negli ordini equestri, Eccellenza. Che idea, del resto!

— Ah sì, scusate; ho fatto una supposizione temeraria. So bene che

siete misògino!

— Vostra Eccellenza è di buon umore quest’oggi! — disse Almerico.

— Caro mio, che volete? Siamo nelle vacanze, e si lavora un po’

meglio, senza l’incubo delle interpellanze minacciate, e delle

interrogazioni di tutti i giorni. Non vi fate venir voglia di questa

roba, mi raccomando! La politica è donna, dicono! capricciosa, gelosa,

prepotente, tirannica, come tutte le donne. Ebbene, non restate in

forse un momento; mal per male, scegliete una donna vera, che vi darà

almeno qualche giorno lieto. Sceglietela, dico, e per non avervi a

pentire, sposatela.

— Mi fa ridere, — mormorò il Montegalda. — Se sapesse!...

— Sentiamo. Perchè vi fa ridere il mio consiglio?

— Perchè c’è una strana relazione fra ciò che ella mi dice ora, e

quello che mi diceva poc’anzi l’amico commendatore. Anch’egli voleva

ammogliarmi. E per mettermi sulla via, mi faceva già innamorato....

— Ah, bravo il commendatore! — gridò il ministro, scattando. — È una

bella cosa, essere innamorati. È l’unica cosa bella. Quando lo fui

io.... Me no ricordo ancora, sapete? Quantunque, lontanamente.... —

soggiunse, crollando il capo, come se vedesse le cose attraverso una

nube. — Trent’anni fa, mi capite? trent’anni fa! Ero nel mio bello,

allora, e sciocco su tutti gli sciocchi, anelavo ad altro, io! a

tornire i periodi, a far la voce sonora ed armonica, a concionare le

turbe, a guidare le moltitudini col filo della parola, a dominarle con

lo scoppiettìo della frase, a far penetrare, a forza di ragioni, il mio

pensiero nella mente degli altri.

— E n’è venuta a capo, Eccellenza! — rispose Almerico. — Dica di no, se

le riesce!

— Sì, sì, ne sono venuto a capo, e più presto che non credessi; —

replicò il ministro, con accento di sottile ironia. — Avvocato alla

sbarra del tribunale, vinsi una causa spallata; e allora pensai:

sarebbero forse i sofismi, che han vinto, e non le buone ragioni?

Basta, ragioni o sofismi, è l’eloquenza che ottiene i suoi frutti. Già,

pare che io non fossi mai stato così eloquente, come in quel giorno

memorabile. Forse la mancanza di buoni argomenti mi aveva condotto

ad uno sforzo titanico. Eloquentissimo, dunque, e come tale celebrato

dai popoli. Ma i frutti non furono sempre quelli della causa cattiva;

ne perdetti delle buone, capite? delle buone, tanto buone, che c’era

da scommettere la testa. Peggio ancora, qualche volta la mia grande

eloquenza non riesciva a vincere la sonnolenza dei giudici. Erano,

s’intende, i giudici di trent’anni fa; — soggiunse pudicamente il

guardasigilli. — Ora è tutt’altra cosa. Poi vennero le glorie del

Parlamento. Che paura, mio Dio! Nei primi giorni, sentendo parlar tanti

e con tanta sicurezza, ero rimasto come attonito. Mi parevano tutti

semidei, che facessero cose inaudite. Le ripetizioni, gli annaspamenti,

mi parevano grazie dello stile piano, conveniente al soggetto;

le improprietà, i solecismi, altrettante sprezzature del discorso

familiare. — «E tu perchè non parli?» mi disse un amico. — «Io? sei

matto? Io non oserò mai» rispondevo. — «Bada, se non parli subito,

sei un uomo perduto; bisogna rompere il ghiaccio.» L’amico diceva

anzi di più, diceva: la faccia. E volli parlar subito, perchè non si

dicesse che un avvocato, un atleta del Foro, avesse paura di chiedere

la parola sopra un emendamento, o per una semplice raccomandazione. Ma

era un’altra cosa, mio caro. L’eloquenza del tribunale, tutta infarcita

di «attesochè», di «veniamo al merito», di «edifizi dell’accusa», con

le facili riprese del patetico: «Signori giurati!» o del nobile: «La

corte eccellentissima intenderà», non mi serviva a nulla, in quel

nuovo teatro; non mi aiutavano le frasi fatte, non mi soccorrevano

gli articoli del Codice, non mi salvava la giurisprudenza, che a farlo

apposta offre argomenti e dà ragione a tutti, nella «soggetta materia».

Ero là, su d’un terreno ignoto ed instabile: il mio banco mi pareva un

proscenio, donde io dovessi attaccare una cavatina, mentre all’intorno

stavano a sentirmi, a giudicarmi, duecento e più altre prime donne,

soprani, mezzi soprani e contralti. Credetemi, Montegalda! a parlare

la prima volta in una assemblea politica, ci vuole una buona dose di

coraggio; a parlare con sicurezza, ci vuole molta ignoranza del vero

pericolo. Io volli, ed ebbi la febbre. Intorno a me, mi pareva silenzio

di tomba; le mie parole mi ritornavano all’orecchio, ora ingrossate a

rumore di tuono, ora scemate, assottigliate in uno scampanìo lontano

lontano, portato da un soffio di vento. Aggiungete che sentivo ridere,

quando non mi pareva d’aver detto nulla di gaio, mormorare, quando mi

sembrava di aver trovato un bell’effetto. Basta, come Dio volle, finii,

e con nobile ipocrisia ricusai l’acqua inzuccherata che mi offriva

un vicino. Ne avrei avuto tanto bisogno! Il mio _maiden-speech_ mi

fruttò molte strette di mano e la più grata fra tutte le parentesi

nel rendiconto stenografico. Ero soddisfatto, liberato da un peso,

e laureato oratore politico. Ma i giornali vennero a temperarmi il

vino della gloria. Uno se la cavò con una frase: «L’onorevole tale fa

osservazioni e raccomandazioni»; un altro mi fece dire l’opposto di

quel che avevo detto; un altro, che mirava a dare «la fisionomia della

seduta» mi trovò l’accento drammatico e mi paragonò ad un attor giovane

in voga; un altro ancora (ed era un collega parlamentare) notò che

abusavo delle metafore e che avevo parlato molto per la tribuna delle

signore. Figuratevi! Sapevo proprio che ci fossero delle signore a

sentirmi!

— Ognuno vuol dire la sua, si capisce! — notò il Montegalda.

— Lo so bene; — riprese il ministro. — Nel complesso non ebbi da

lagnarmi, perchè non mi dissero un cane. A poco a poco mi agguerrivo;

mi feci una eloquenza nuova, la parlamentare, piana, familiare, con

qualche pizzico di sale, con qualche rara volata, molte parole, sopra

tutto, molte parole per dire il meno possibile. A farvela breve,

vinsi un ordine del giorno, e feci cascare un gabinetto. Almeno, così

credetti allora; ma ad un altro ordine del giorno, e in condizioni

più gravi, non feci cascar nulla. I ministeri, conte, cadono come le

pere dall’albero, quando sono mature; e noi non ci abbiamo merito, nè

con gli ordini del giorno, se si tratta di ministeri, nè con le scosse

all’albero, se si tratta di pere. Quando un ministero ha fatto tutto

ciò che doveva, e tutto ciò che non doveva, quando ha contentato quel

certo numero e scontentato quell’altro, è maturo per la caduta, e gli

uni e gli altri si associano per dargli il crollo. L’ordine del giorno

è l’occasione; la maturità è la causa operante. Eloquenza, politica,

ambizione, desiderio di fare.... quante vanità! Chi ve ne tien conto,

nei giorni di prova? E allora si ritorna indietro, col pensiero, ai bei

tempi perduti. Ma col pensiero soltanto! Bisogna restar sulla breccia.

Se ve ne andate, dicono che vi sentivate mancare il terreno sotto i

piedi. C’è troppa gente che ride apertamente; troppa che vi compiange a

fior di labbra! Tutti i vecchi sdegni ci accompagnano, tutte le antiche

rivalità, tutti i livori, tutte le invidie; perfino quelle della prima

ginnasiale; perfino le antipatie che seguivano vostro padre, o vostro

nonno, tutto vi accompagna, tutto vi segue, fino alla tomba. Là, siamo

giusti, c’è la battuta d’aspetto; la marcia funebre della «Jone» e

l’elogio commovente sulla fossa; la stonatura, e la bugìa. Ma qui,

finalmente, direte voi, si riposa; c’è la posterità che può amarvi

sinceramente, essa, quando tutte le ire contemporanee sorto morte.

Ebbene, no, Montegalda! ci sono ancora i figli, o gli eredi dei vostri

rivali e nemici; voglio dire i critici acuti e severi, che vi rifanno

il processo, con le migliori intenzioni del mondo. Vedete quel ch’è

toccato al Foscolo! quel che è toccato al Leopardi! O, per rimanere

nell’ordine nostro, vedete che cosa s’è fatto del Mirabeau e via via

di tutti gli uomini della Rivoluzione. Ci sono i figli dei figli,

i pronipoti, non già delle vittime, ma degli stessi complici, degli

stessi emuli e rivali, che lavorano con un gusto matto a demolirveli

tutti. Vi dico, è una cosa sciocca, scalmanarsi tanto per la politica.

Amate, mio giovane amico: amare vuol dire esser giovani e forti.

Peccato che non si possa amare tutte le ventiquattro ore del giorno

e tutti i trecento sessantacinque giorni dell’anno! Non pretendo già

che non vada lasciato il suo giorno alle cure dello Stato. C’è ancora

libero, per esempio, il trecentesimo sessantesimo sesto dei bisestili!

Ed ora, ditemi _amen_, caro segretario particolare e confidente dei

miei nervi, ditemi _amen_.

— _Amen_, Eccellenza! — rispose Almerico, ridendo. — E grazie,

sopratutto, perchè mi ha data una buona lezione. Mi verrà in taglio;

chi sa? —

La spada di fuoco · 第 8 / 27 题