VI.

Dubbio e dilemma.

Quel giorno Almerico di Montegalda pensò lungamente su ciò che gli

aveva detto il ministro. Prima di tutto per dare la parte sua alla

gratitudine. Il suo ministro era davvero un amico, punto orgoglioso,

e ad onta dei nervi, che qualche volta gli guastavano l’umore,

sempre un buon figliuolo, come negli anni più verdi. Come era poco

conosciuto, quell’uomo! E come ragionava bene! Era pericoloso stargli

oppositore nell’aula, quando faceva i suoi discorsi, così forti di

dottrina e densi di pensiero, così stringenti nella forma socratica

dell’argomentazione, che metteva l’avversario con le spalle al muro,

obbligandolo a darsi per vinto, o a fare una figura anche peggiore,

col mostrarsi egli solo restìo, mentre gli ascoltatori erano già tutti

persuasi; ma il resistere era impossibile addirittura nel discorso

familiare, quando svelava il suo pensiero, rimasto così ingenuo e così

puro nel lungo attrito e nei turbamenti continui delle gare politiche.

Poi egli venne anche a pensare su certe osservazioni che il ministro

gli aveva fatte.

— In che m’ha visto ilare? e di che? — domandava Almerico. — Sarei

curioso di saperlo dal mio signor me. Ho sentito dire da uomini di

valore, essere buono studio meditare sulle proprie idee, considerarne

la formazione e ricercarne le origini. Sì, certamente, è un nobile

studio, e più utile di tanti altri. L’uomo che sa esser giudice di

sè medesimo, può esserne anche il correttore. Se il ministro mi ha

veduto così sereno, è segno che lo ero. Ma perchè tanto mutato? Forse

per la conversazione col Buonsanti? E che m’ha detto il Buonsanti,

da rallegrarmi così? Da farmi ridere, passi; una risata non è ancora

l’allegria, molto meno la serenità dello spirito. Che strana idea,

quella dell’amico Buonsanti! Io pretendente?... Ah, sì, davvero,

avrei scelto bene il momento! Eppure, perchè no? Il posto non è mai

così libero, come quando un altro lo ha lasciato allora allora. Si

leva un’immagine dalla cornice, e se ne sostituisce un’altra. Lavoro

di scavazione, lavoro improbo, sotterraneo, da nichilisti, e per

riuscir dove? Non già al trono, ma al patibolo; non già al sole del

trionfo, ma ai geli della Siberia! E ancora, per nutrir la speranza,

bisognerebbe possedere la fede, essere scaldati dall’amore. Son io

forse innamorato? —

A questa domanda Almerico fece una pausa. Era grave, la domanda;

bisognava pensarci due volte, prima di rispondere.

— È bellissima, non lo nego; — ripigliò, facendo l’esame di coscienza.

— È anche un angelo di bontà. Ed io.... Sta a vedere che ci penso

sul serio! No, no, non è possibile. Perchè, infatti, se mai c’è

stato un pericolo, bisogna andarlo a cercare molto indietro. L’ho

guardata assai, quando l’ho veduta per la prima volta. Che sera, al

teatro Valle, dove si rappresentava per la prima volta la «Cecilia»

del Cossa! Tutta Roma era là, intenta a guardare la scena. Io, me

lo perdoni l’ombra dello Schiller italiano, guardavo spesso in quel

palco, ammiravo molto quella figura stupenda, che mi faceva pensare.

Ebbene, che male c’era? Guardando, mi parve più caldo e più bello il

lavoro del poeta; gustai bellezze recondite, ebbi dal dramma sensazioni

profonde, perfezionate da quella sensazione di.... Di che, vediamo,

di che? Di maraviglia, di simpatia artistica, mi pare. Ad un certo

punto aveva veduto entrare nel palco il conte di Riva, un mio compagno

di collegio, e mi sembrò che fosse accolto assai bene, come un amico

aspettato e desiderato. Tremai forse? Soffrii? Niente affatto. Massimo,

qualche tempo prima, rivedendomi dopo anni ed anni di separazione,

mi aveva fatto gran festa; poi aveva avuto occasione di domandarmi un

servizio, una raccomandazione presso il ministro, a favore di un suo

conoscente. Così fu rinfrescata la nostra amicizia, che non doveva più

cessare. Sarebbe durata così, se ci fosse passata sopra un’ombra di

gelosia? —

L’argomento era forte; parve irresistibile ad Almerico.

— Un giorno, — continuò egli, per averne l’intiero, — un giorno l’amico

Massimo mi domandò: «Perchè non ti si vede mai in società? saresti

forse un uomo salvatico? Voglio addomesticarti io, presentarti alla

duchessa di San Secondo». Immaginai subito che fosse la dama del

palco. In che modo si capiscono, queste cose? Via, non ci perdiamo in

sottigliezze. Era la dama presso cui lo avevo veduto quella volta, ed

altre parecchie dopo quella. Era assiduo, il più assiduo di tutti;

aveva l’aria di un cavalier servente. Ecco perchè mi venne in mente

che fosse quella dama, la duchessa di San Secondo, a cui voleva

presentarmi. Non dissi nè di sì, nè di no, per allora. Una sera tornò

a parlarmene; mi lasciai piegare e ci andai. Divenni presto un amico

di casa, amico discreto, terzo non incomodo. La condizione è buona,

quando il cavaliere primo occupante è gentile, riguardoso, e non ha

l’aria di prendervi per testimone della sua conquista. Conquista, a

dir vero, non ce n’era neanche; io non m’avvidi di nulla che potesse

darmi sospetto; vidi anzi e certo fui (guarda dove si ficca una frase

dantesca!) e certo fui che eravamo nel platonismo schietto. Bene! così

va bene! E rimasi, gradito a lei, gradito a lui, non meno gradito al

duca. Morì quest’ultimo, e fui uno degli intimi consolatori d’un dolore

nobilmente sentito. E poi.... e poi, ho io mai invidiato il conte

di Riva? No, mille volte no, e questa è una giustizia che mi posso

rendere. Io non ho mai patito del brutto male. Ma per contro.... per

contro, ecco una prova convincente che non soffrivo dell’altro male,

che chiamano il dolce. E allora, di che mi turbo? Sì davvero, ho riso

oggi, e di cuore. Quel Buonsanti ha delle idee così strane! Diamine!

non ci sarebbe mancato altro, che io fossi innamorato di quella povera

duchessa! —

Almerico di Montegalda fu molto contento del suo esame di coscienza, e

sorrise, pronosticando bene della sua prima requisitoria. Era allegro,

e se il suo ministro lo avesse veduto in quel punto, si sarebbe

arrischiato a domandargli: — «Per caso, Montegalda, avreste guadagnato

una quaderna alle finanze dello Stato?»

— Non siamo troppo allegri, per altro! — disse Almerico, temperando la

sua contentezza. — È una buona amica, la duchessa; sopporta il dolore

di una grave offesa, e dobbiamo pensare a consolarla, a risanare il

suo cuore infermo. Ma sì, risanarlo; si ha pur da trovare il rimedio.

L’amico Buonsanti ha delle idee strane, ma ne ha ancora delle buone.

Ecco un vero amico, onesto, leale, a tutta prova. Ha le sue debolezze.

Chi non ne ha! È un soldato che ama vivere i suoi anni di ritiro

alla luce del mondo elegante. Ha lasciato il servizio con dignità e

con gravità militare. Lo avevano saltato nelle promozioni, ed egli,

fiera indole piemontese, non si è lagnato, non ha strepitato, non ha

mosso cielo e terra, ha scritto una lettera breve breve, presentando

la sua dimissione. Pregato a ritirarla, ha nobilmente resistito. Per

fortuna, era ricco, e non ha avuto da soffrire del danno. Cuore ancor

giovane, ha cercato nella vita signorile i conforti e gli svaghi che

la vita militare non gli aveva sempre consentito. Frequenta i teatri,

i circoli, le conversazioni, e lo chiamano un gaudente. Ha ragione,

dopo aver fatto il suo dovere di cittadino. Il ministro vorrebbe

l’amore e la gioventù; il Buonsanti va più in là, o resta più in qua;

non vuol neanche l’amore, e si contenta della sua maturità. Ha mutato

il collarino ritto nella cravatta bianca; gode il fresco e il soffice

dell’abito aperto sul petto. E non è un egoista, no, perchè ama i suoi

amici, povero Buonsanti, ma nel servirli mette lo stesso impeto delle

cariche di San Martino e della Cernaja. —

Tornava in quel punto al pensiero di Almerico la furia con cui il

commendatore Buonsanti aveva detto alla duchessa Serena tutto ciò che

sapeva di Massimo, ed altro si disponeva a dirle, dopo ricevute le

nuove informazioni da Napoli.

— È questo il suo metodo di cura; — disse egli. — E chi sa? può

essere il buono. Verrà a capo egualmente di muoverla da Roma? Mi par

difficile. Con chi viaggerà la duchessa? Se non si risolve egli di

accompagnarla, prevedo un triste viaggio. Basta, ci ha da pensar lui,

che ha avuta l’idea. A me non resterà che di appoggiar la proposta. Ah,

bene! ecco il frasario politico che fa capolino! — esclamò Almerico,

ridendo. — E il ministro, che mi ha consigliato con tante buone ragioni

di fuggir la politica! Ma oramai è penetrata dappertutto, la politica;

l’abbiamo perfino negli abiti, e ci ammorba, come il puzzo del

sigaro. —

Si finiva con lo scherzo, come vedete. Sicuramente, e più che mai,

Almerico di Montegalda era soddisfatto del suo esame di coscienza.

Quella sera, alle sette in punto, più calmo, sicuro di sè, desideroso

di giovare, entrò nel palazzo di San Secondo. Trovò la duchessa sola

nel suo salottino, e con un libro fra le mani. Un libro! il Leopardi,

senza dubbio, od altro poeta del dolore. Ma no, a farlo a posta, con un

libro gaio, o giù di lì; un libro di viaggi.

— Ah! — disse Almerico, vedendo il titolo: «Le regioni polari». — Si va

al polo, con lord Dufferin, signora?

— Che volete? — rispose ella, deponendo con aria stanca il volume. — È

il cavaliere Buonsanti che me lo ha portato. Vuole che io lo legga, e

pretende di sapere che mi piacerà.

— Come relazione di viaggio dev’essere vecchio; — ripigliò Almerico,

guardando la data. — Vedete, signora, siamo al 1859. Ma già, capisco,

il nostro amico s’è fermato alle sue letture di gioventù. Speravo di

vederlo da voi; — soggiunse. — Mi aveva detto che sarebbe venuto.

— È uscito poc’anzi; — rispose Serena.

— Ah! e come?

— Non vi maravigliate, conte. Era venuto in giornata, per leggermi una

lettera. Forse ne saprete qualche cosa....

— Sì, — disse Almerico, — me ne aveva fatto cenno.

— Ebbene, — ripigliò la duchessa, — quella lettera mi aveva

rattristata. Allora il nostro amico è rimasto a tenermi compagnia.

In penitenza! — soggiunse ella, accompagnando la frase con un sorriso

malinconico. — Poi, dopo il pranzo ha chiesto di prendere una boccata

d’aria, per fumare il suo sigaro. È una abitudine che non può lasciare;

e del resto farebbe male a lasciarla. Fanno parte di noi medesimi, le

nostre abitudini; senza quelle non saremmo più interamente noi. Ma il

cavaliere ritornerà subito; lo ha promesso, e voi lo rivedrete.

— Fedele alla consegna; — rispose Almerico. — Il Buonsanti è soldato,

anche nell’amicizia.

— Ah sì, conte, un amico prezioso, un’anima leale, un cuor d’oro, un

uomo eccellente, del vecchio stampo! —

Almerico pensò: — Ecco un ardore d’ammirazione, che potrebbe

convertirsi benissimo.... — Ma discacciò tosto il pensiero. In verità,

quel giorno i suoi esami di coscienza lo avevano guastato; girava

troppo facilmente alla requisitoria.

— Crudele, qualche volta, nella sua sincerità; — proseguiva intanto

la duchessa. — Con che gusto si è fermato su tutti i punti più....

dispiacevoli della lettera che aveva da leggermi! Ma infine, non è

meglio sapere che ignorare? E voi, che avete letto, conte, credete voi

ancora al racconto del vostro amico?

— Io, signora, non ho letto; — rispose Almerico. — Poi, non ho il

diritto di creder altro, intorno ai fatti suoi, fuor quello che ha

voluto raccontarmene. Dovrei vederlo, interrogarlo, sentirlo, per dare

un giudizio sincero.

— Siete molto.... circospetto; — replicò la duchessa. — Io non

posso aspettare come voi; ho il diritto di non aspettare. Se anche

fosse andato dove ha detto a voi, ingannandovi senza ragione, il suo

silenzio, dopo la partenza, lo condannerebbe egualmente. Per me, l’ho

giudicato. Ma se non gli dava l’animo di scrivere a me, poteva però

scrivere a voi. Come? Vi fa una dolorosa confidenza, vi contrista

l’animo col racconto della sua rovina, e non crede più necessario di

darvi segno di vita? Voi, conte Almerico, potreste ben credere ch’egli

si sia fatto saltare le cervella! —

Almerico sentiva il peso dell’argomentazione; sentiva anche la punta

dell’ironia; ma non sapeva che rispondere.

— Non vi offendete, vi prego; — ripigliò la duchessa. — Voi non avete

colpa, neanche per ciò che fingete di credere. Voi adempite un dovere,

che vi costa. Io che non ho doveri, ma diritti, potrei fare ben altro,

che mi costerebbe assai poco.

— Che cosa? — balbettò Almerico.

— Una vendetta, conte, una giusta vendetta.

— In che modo?

— Così; — rispose Serena, aprendo il cassetto del suo tavolincino

di lacca giapponese, e traendone fuori un piccolo involto. — Vedete,

Montegalda? Queste son lettere del signor Massimo. C’è tutto il suo

romanzo, qua dentro. Si potrebbe fare una cosa.... Oggi fui sul punto

di risolvermi, e perciò avevo preso questo involto dal mio stipo,

per levar le soprascritte, e metter tutto in una bella busta nuova.

Si potrebbe, dico, mandar queste lettere alla gentilissima miss

Madge Lockwood, a Napoli, all’albergo di Russia, con una letterina

d’introduzione che dicesse presso a poco così: «Signorina! Poichè il

conte Massimo di Riva è valente scrittore nel genere sentimentale, non

è giusto che lo conosciate soltanto dai suoi discorsi. Dovete farvi

anche un’idea del suo stile, per la ragione conosciuta ed ammessa che

lo stile è l’uomo. Eccovi dunque il signor conte di Riva, dipinto da

sè medesimo, e sotto la luce più bella, in queste quindici lettere,

scritte in tempi diversi, l’ultima delle quali ha per altro una data

molto recente. Se egli dovrà allontanarsi qualche giorno da voi (cosa

naturalissima, poichè siete fanciulla, e i vostri parenti potranno

benissimo trovar pericolosa la sua assiduità, anche giustificata

da tutti i diritti che voi voleste accordargli) egli sicuramente vi

scriverà. Farete allora un confronto, non inutile per i vostri studi

di lingua italiana. Inoltre, se egli vi dirà cose troppo ardenti, non

vi giungeranno più nuove». Eccovi, Montegalda, che cosa si potrebbe

scrivere a miss Madge, accompagnandole un presente come questo, forse

non intieramente gradito, ma certamente prezioso per lei.

— E avete pensato di far ciò? — chiese Almerico.

— Sì, ve l’ho detto, ci ho pensato; ci pensavo da ieri; mi ero

quasi risoluta di farlo, dopo aver letta la lettera che il cavaliere

Buonsanti ha ricevuta da Napoli. Non vi pare che sarei nel mio diritto

di donna offesa?

— Signora, vi prego.... — balbettò Almerico. — Sarebbe una cosa

orribile.

— Che paura è la vostra, conte, se il vostro amico è a Padova? — gridò

la duchessa, con accento sarcastico.

Almerico si morse le labbra. Era colto in fallo, vinto, atterrato dalla

logica sottile di una donna.

— Signora duchessa, io non so.... — rispose egli, dopo un istante

di pausa. — Foss’egli dovunque.... fosse pure dove il nostro

amico Buonsanti pretende che sia, la vostra vendetta, per quanto

giustificata, non tralascerebbe di essere....

— Orribile, non è vero? Lo avevate già detto una volta; perchè temete

ora di ripeterlo? — disse tranquillamente Serena. — Sarebbe orribile;

l’ho riconosciuto ancor io. Prendete voi queste lettere.

— Io?

— Sì, Montegalda, custoditele voi. Ho veduto in un modo oggi; potrei

vedere in un altro domani. In mia mano ci stanno male, oramai; c’è

sempre da temere d’un momento di collera. —

Almerico prese l’involto e strinse la mano della duchessa: una mano che

ardeva, come per febbre, e che egli sentì tremar nella sua.

— Siete grande, signora; — diss’egli.

— Grande! — esclamò Serena. — Dopo aver pensato una cosa orribile?

— Ma discacciandone tosto il pensiero; — replicò Almerico. — Io vi

ammiro, e vi ringrazio della vostra fiducia. Custodirò io queste

lettere. Ho la speranza che il conte di Riva ve le riporterà. Se così

non fosse, le riprenderebbe un giorno, per consegnarvi in cambio le

vostre.

— Oh, non occorre! Tenga pure le mie. Sono lettere che si possono

leggere da tutti, le prime come le ultime. Non ebbi mai nulla di

segreto da dirgli, nessuna febbre da descrivere, nessun sogno da

raccontare. Queste, invece, con tutte le furie che ci son dentro,

sepolte! renderebbero lui molto ridicolo. —

E diede in uno scoppio di pianto, che contrastava con le parole, ma che

si vedeva già preparato dai moti convulsi ond’esse erano accompagnate.

— Ebbene, signora, che è ciò? — disse Almerico, turbato. — Siete voi

così debole?

— Sì, son debole; — rispose ella, tra i singhiozzi. — Ah se fossi un

uomo, signor Almerico! Se fossi un uomo! Vedete, non mi si offenderebbe

impunemente. Voi uomini avete un genere di vendetta che vi concede lo

sfogo, senza avvilirvi il carattere. Un duello in piena regola! Anche

una frustata sul viso, quando par necessaria! E poi siete tranquilli.

Le conseguenze son tristi, o non sono; ma non vanno mai per le lunghe,

e non vi bisogna neppur star continuamente in orgasmo, coi nervi tesi.

Noi, quando ci sentiamo offese, non abbiamo altra vendetta che quella

da voi chiamata orribile. E poi, quando abbiamo castigato a modo

nostro, ci dicono cattive. Dateci le vostre armi, e saremo come voi.

— V’ingannate, signora; — disse Almerico. — Gli uomini che voi dite,

son qualche volta serii, ma più spesso leggeri. Il duello lo fanno

per vanità, ancora più che per amor proprio, che non sarebbe una

buona ragione, ma almeno almeno una scusa sufficiente. Bisogna avere

un duello nel proprio stato di servizio, e per averlo non si bada con

chi, nè per quali cagioni. Cionondimeno, siamo giusti, se costoro sono

cervelli leggeri, non sono almeno cuori cattivi. I cattivi sono il

maggior numero: son gli odiatori per il gusto di odiare, i delatori,

gli scrittori di lettere anonime: tutti coloro che non si appagano

di dar dispiacere a voi, che non li avete offesi, ma vogliono darlo a

tutte le persone che vi amano, o che essi sospettano amiche vostre; e

sono i nemici giurati di tutto ciò che risplende, i detrattori della

onestà e della fama, i cercatori delle riposte intenzioni, tutti

coloro che quando non trovano inventano. Questi, signora mia, son

legione. Contentatevi di esser donna, e di non potervi vendicare, chè

altrimenti dovreste esser sempre con la spada alla mano, e far passo

d’armi ad ogni canto di strada; contentatevi di esser donna, e d’animo

così alto, da non sentire il bisogno della vendetta. Una grave offesa,

lo so, un profondo dolore, possono turbare lo spirito.... Ma non c’è

qualche cosa che val meglio della vendetta più allegra? Se il conte

Massimo è quell’uomo che le apparenze vi dimostrano, meriterebbe il

vostro disprezzo e niente di più. Infine, veniamo alle conseguenze.

Che ha fatto egli, sempre secondo le apparenze? Vi ha forse tolto

il vostro buon nome? Quattro o cinque donne maligne possono credervi

disprezzata; dieci lo crederanno, se vi vedranno infelice. Ma neanche

allora, badate, neanche allora verrà meno il rispetto di Roma per voi.

Ammettiamo pure che sian vere le voci sparse sul conto di Massimo, e

che egli sia andato sulle tracce di miss Lockwood. Non vedete già come

è punito del suo fallo? Per il solo sospetto della cosa, tutti parlano

già della miniera d’argento che gli ha fatto dar volta al cervello.

Non ha egli la sua condanna con sè? Vi prego, signora; asciugate quelle

lacrime! Non sentite? Hanno suonato. Se fosse una visita?

— Non credo; — mormorò la duchessa. — Sarà il cavaliere Buonsanti che

ritorna.

— Ebbene, ragion di più per calmarvi. Sapete che uomo terribile è

l’amico nostro. Vi sgriderà senza misericordia, e sgriderà anche me,

cavaliere disgraziato, che non ho saputo sviare il vostro pensiero da

un doloroso argomento. —

Povero cavaliere Buonsanti! Per i bisogni del momento, passava anche

per un uomo terribile.

Era proprio lui che ritornava. Non aveva solamente fumato il suo

sigaro, ma era anche capitato a casa sua, per vedere se ci avesse

lettere, e ciò lo aveva fatto ritardare un tantino di più.

Rientrato nel salottino della duchessa, il cavaliere Buonsanti

ricominciò le sue chiacchiere amene, ragionò e sragionò gaiamente

di cento cose, perfino di politica. Quella sera l’aveva con

l’amministrazione della giustizia. Almerico la difendeva, per ragione

d’uffizio, ma il Buonsanti non gli dava quartiere, lo soverchiava,

lo subissava con una valanga di argomenti e di paradossi, in mezzo ai

quali si notava ancora qualche buona ragione.

— Se il mio ministro ti sentisse, ti abbraccerebbe! — gli disse ad un

certo punto Almerico.

— E perchè? — domandò il Buonsanti.

— Perchè gli ricorderesti quello che egli pensava dell’amministrazione

della giustizia.... trent’anni fa.

— E adesso?

— Adesso, mio caro, tutto è cambiato. Ha avuto la bontà di riconoscerlo

egli, e di dirmelo. Parola di ministro non può mentire. —

Serena ascoltava e non ascoltava. Intanto le ore passavano.

— Ebbene, duchessa, avete letto il viaggio alle regioni polari? — le

chiese il Buonsanti.

— Incominciavo appena, quando giunse il conte Almerico; — rispose

Serena.

— Ah sì, che idea! — entrò a dire il Montegalda. — Vorresti mandar la

duchessa Serena allo Spitzberg!

— Perchè no? L’accompagnerei; — rispose il cavaliere. — Capisco che

questa non sarebbe una buona ragione per farla risolvere; ma infine, lo

dico perchè ne sarei capace. Non lo saresti anche tu? —

Almerico s’inchinò. Anche quella era una maniera di rispondere.

— Del resto, non ti spaventare; — proseguì l’amico. — Si domanda cento,

per ottenere cinquanta. Donna Serena ha bisogno di muoversi, di prender

aria. Consiglierei....

— Sentiamo, che cosa consiglieresti.

— Consiglierei.... Parigi,

— Ci sarà troppo freddo.

— Allora da un’altra parte: consiglierei Costantinopoli.

— Laggiù ci sono i Turchi; — disse Almerico.

— E che? Vorresti aspettare che ci andassero i Russi? —

Molti itinerarii furono così ventilati, ma senza concluder nulla.

Serena sorrideva e taceva.

Alle undici i due amici si congedarono.

— Non vieni a capo di nulla; — disse Almerico al cavaliere Buonsanti,

quando furono per via.

— Che! Vuoi scommettere che in una settimana ci riesco? Quando si è

in due, si fa passare il tempo, ma si discorre male di certe cose; —

replicò il Buonsanti. — Ne discorrerò meglio a quattr’occhi. A me l’età

permette di dir tutto. Benedetta, o piuttosto maledetta età!... Se

avessi vent’anni di meno....

— Che faresti, con vent’anni di meno?

— Te l’ho già detto: la mia brava corte. E vincerei.

— Diamine, che sicurezza!

— La sicurezza dell’uomo onesto, quando ha da fare con una donna

onesta. Ora, mio caro Almerico, il posto è per te. —

Il conte di Montegalda sorrise.

— Sempre la stessa idea! — esclamò. — Che ostinazione è la tua!

— Bravo! Aspetta a dirmelo più tardi; — ribattè il cavaliere Buonsanti.

— Finora non è che la seconda volta. Alla centesima, ti voglio.

— Come? Giungerai fin là?

— Sicuramente. E non mi prendere per l’incaricato d’un’agenzia di

matrimonii! Penso e sento così. La duchessa è una donna onesta; vorrei

che sposasse un onest’uomo.

— Te ne ringrazio; — mormorò Almerico.

— Ah, bene! Tu dunque accetterai?

— Come corri! Anche non accettando un consiglio, si può ringraziare

un amico della sua buona intenzione, quando è accompagnata da un

complimento, e sopra tutto quando la buona intenzione e il complimento

vengono da un uomo come te.

— Quante parole, buon Dio! — esclamò il cavaliere. — Non sei più

guardasigilli.

— Che sarò dunque?

— Ministro degli esteri, mio caro! Ci hai la frase diplomatica. Non hai

mai pensato ad entrare in diplomazia?

— Mio padre l’avrebbe desiderato; — rispose Almerico. — Ma io non ho

voluto.

— Male! — gridò il Buonsanti. — È vero che tu saresti ora a Berlino,

a Vienna, che so io, a San Salvador, ad Haiti, e noi non ti avremmo

compagno in un’opera buona. —

Almerico non s’indugiò quella notte per le vie di Roma. Aveva nella

tasca del soprabito un involto che gli premeva di deporre. Giunto nel

suo quartierino, aperse lo stipo e collocò le lettere di Massimo in

uno degli scompartimenti del fondo; poi si mise a passeggiare per la

camera. Altro soliloquio, come potete immaginare.

— Perchè son triste? — diss’egli. — Ah, ecco, in fede mia, uno studio

curioso. Oggi chiedevo a me stesso perchè fossi ilare; ora perchè son

triste. Ma andiamo al fondo delle cose, poichè ognuna di esse ha la

sua ragione. Quel diavolo del Buonsanti mi ha messo certe spine nel

cuore! Vediamo, dunque. Sono innamorato, forse, e già soffro di vedere

che ella ama ancor tanto quell’uomo, da pensare alla vendetta? Oh Dio!

ma sono pur sciocco, io! Eccola lì, la prova, la pietra di paragone.

Se sono innamorato, sono anche geloso, e leggo quelle lettere, e

vi cerco le tracce di una passione che mi fa soffrire. Ma se non le

leggo, se non sento neanche il desiderio di guardarle, è segno che non

sono geloso, e che non sono innamorato. È un dilemma, questo, o non

è? —

Stette un poco davanti allo stipo, rimirando le lettere, o per dire

più esattamente, l’involto in cui erano chiuse. Finalmente distese la

mano e riprese ciò che aveva poc’anzi collocato là dentro. Guardò la

sopraccarta, che appariva recente, e il cordoncino ond’era legata in

croce; la rigirò un pezzo tra le dita, e poi.... E poi gittò l’involto

in un cassettino, rialzò la lastra dello stipo, chiuse con due mandate

di chiave, e se ne andò subito a letto.

Ah, santi Numi! Il dilemma lo aveva aiutato a veder chiaro nei

penetrali del suo cuore. Non era innamorato. E il cavaliere Buonsanti

di Carpigliano, con tutte le spine che gli aveva messe nel cuore, con

tutti i consigli che aveva creduto opportuno di dargli, poteva andarsi

a riporre.

La spada di fuoco · 第 9 / 27 题