IV.

Buon avvocato e causa cattiva.

Almerico di Montegalda era rimasto pensoso. Che stravaganza, quella di

Massimo! E così, come i bovi, quando li ha pinzati l’assillo, così gli

uomini, dunque! Un bel caso per la scienza moderna, che riduce tutte

le azioni degli uomini ad una maggiore o minor quantità di pazzia!

Amato da una delle più belle donne di Roma, che era per giunta una

donna notevole per altezza di pensiero, per delicatezza di sentimento

e per dignità di carattere, vicino a raccogliere il premio legittimo

di una corte assidua che lo aveva tanto onorato, il conte Massimo di

Riva, mutato da un giorno all’altro, se ne andava sulle orme di una

bionda straniera, che gli aveva detto: «veramente?» a denti stretti,

e della cui famiglia non conosceva niente più dell’albergatore che

le aveva affittato il quartiere sul Corso, o del banchiere presso cui

era accreditata? Ah sì, davvero, un bel caso di pazzia! E come aveva

ragione la scienza moderna a concludere che non ci sono teste sane per

tutti i trecento sessantacinque giorni dell’anno!

Questo era, se è lecito di chiamarlo così, il pensiero filosofico di

Almerico di Montegalda. Per solito, filosofiamo sui casi degli altri;

ma non ci è dato di filosofare egualmente sui nostri. Almerico provava

tutte le ripugnanze della difficoltà, o, se volete meglio, tutte le

difficoltà della ripugnanza, ad eseguire la commissione di Massimo.

Si può e si deve render servizio ad un amico, accompagnandolo in una

congiuntura solenne, assistendolo in un momento critico, e magari

coprendolo discretamente in un giorno felice. Ma andar per lui da una

dama, e dire a questa dama: «badate, egli è partito, ed ecco qua le

ragioni che debbono consolarvi», è un.... che so io? un altro paio di

maniche. Dirle una bugìa sarebbe ancora il meno. Ma doverla dire, con

aria di compassione, ad una donna come la duchessa di San Secondo, non

era solamente un altro paio di maniche; era addirittura un abito nuovo,

e non tagliato per lui.

Almerico andava in casa della duchessa, ed anche con una certa

assiduità, come sapete; ma non aveva altrimenti confidenza con lei.

Le persone educate, nelle loro relazioni sociali, si somigliano un

po’ tutte; e le signore, che si vedono soltanto nelle loro ore di

ricevimento solenne, hanno tutte una medesima figura morale. Chi può

dire di conoscere una donna, dopo averla veduta cinquanta volte in

società? È facile ad un uomo, in società, di mostrare i propri difetti;

la donna sa nascondere molto bene anche quelli, ed anche quando lascia

scorgere i minori, i più comuni, che sono poi come gli spiccioli della

sua moneta, destinati ai bisogni della conversazione, ella non mostra

mai il suo intimo carattere, nè quel complesso di linee, di angoli e

di sottosquadri, che formano la personalità vera, sotto la maschera

gentile ma fredda, sorridente ma inanimata, della gran dama pel

consorzio de’ suoi pari, che potrebbero anch’essere i suoi inferiori.

Come avrebbe accolti la persona vera i discorsi ch’egli, povero

Almerico, doveva fare alla donna da lui conosciuta, cioè alla dama di

tutti i giorni di ricevimento, alla superficie, alla maschera?

Almerico di Montegalda ci pensò una notte e un giorno, senz’altro

risultato fuor quello di lasciare senza i promessi aiuti l’amico. Aveva

tradito tanto l’amore, il signor Massimo di Riva, che l’amicizia poteva

tradire un pochettino anche lui. Almerico non andò quel giorno, nè il

giorno seguente, a visitar la duchessa. E non era mica colpevole di

mancata parola. Due volte si era incamminato; ma, giunto davanti al

portone, aveva dovuto ritornarsene indietro.

— Ah, perdio, non me la sento! — esclamò egli, la seconda volta che

fu appunto il secondo giorno dopo il suo colloquio con Massimo. — Ho

promesso più che le mie forze non permettessero. Ho poi veramente

promesso? Sì, mi pare, gli ho detto, per farla finita con le sue

sollecitazioni, che avrei appoggiata coi miei discorsi la sua lettera.

Ma è proprio necessario che vada io incontro alle difficoltà? Mettiamo

che la duchessa non mi dica niente di averla ricevuta, che non mi parli

nemmeno di lui; dovrei io, in questo caso, parlare? No, di sicuro.

Dunque, è chiaro che non sono neanche obbligato a correre da lei.

Veramente, per esser giusti, non si tratta più di correre, poichè un

giorno è passato, e l’altro s’incammina a tenergli dietro. Ma infine,

e che per ciò? Massimo ha scritta ieri la sua lettera. Io andrò

domani.... o doman l’altro. Tanto, diciamo le cose come stanno, io non

so ancora la parte. —

Con questi ragionamenti aveva messo lo spirito in pace. Una pace

relativa, come tutte le paci di questo mondo! Il terzo giorno, andando

al Ministero, trovò sulla scrivania del suo studio una lettera, che

gli fece inarcare a tutta prima le ciglia. La busta era di carta

greggia, di filo, coi margini diseguali ed intatti, vera carta a

mano, secondo lo stile antico, rimesso oggi in onore; ma, per dar

tono di eleganza all’anticaglia, quella busta portava sul capo del

suggello un gonfaloncino in rilievo, che i suoi nobili possessori

avevano inalberato, come parte dell’arma di famiglia, dopo una certa

battaglia navale contro i Turchi, in cui uno dei loro ascendenti aveva

combattuto al fianco di Marcantonio Colonna. Sul gonfaloncino era posto

«in abisso» lo stemma di rosso, al leone rampante d’oro, addestrato

dalla mezzaluna d’argento. Arme parlante, se altra fu mai. E parlante

sopratutto agli occhi di Almerico, che riconobbe lo stemma dei signori

di San Secondo.

Tremò, il giovanotto, e aperse la busta con un’ansia indescrivibile.

Pochi versi erano scritti nel foglio, e si leggevano presto; ma egli

si fermò un istante a considerare il caratterino nervoso della duchessa

Serena, che nel momento in cui aveva scritto non era certamente in uno

stato d’animo pari al suo nome.

Ed ecco, mentr’egli considera, io vi riferisco, senz’altri ragionamenti

e supposizioni, la lettera della signora duchessa:

«_Signor conte_,

«Mi hanno scritto che voi sapete una cosa utile a conoscersi, e che

potrete riferirmene i particolari un po’ meglio che non mi siano

stati accennati. Quando vi vedrò? Sono in casa tutti i giorni, e

vi aspetto. Potendo aiutarmi a fare un’opera buona, verrete con la

maggior sollecitudine, non è vero?

«Saluti amichevoli.

«SERENA DI SAN SECONDO.»

Almerico lesse, rilesse e poi tornò a leggere, rimanendo anche un po’

istupidito, davanti a quei caratterini nervosi.

— E adesso, che si fa? — aveva l’aria di dire. — Non c’è più da

rimandarla da oggi in domani. Io so.... quello che so, pur troppo; ma

apparentemente non posso saper niente più di quello che hanno scritto

a lei. Basta, ci penseremo; ora lavoriamo. Sua Eccellenza non tarderà

molto a venire, e bisognerà avergli finita la relazione. —

Il ministro non ci aveva Camera, poichè, se ricordate, si era nelle

vacanze di Natale e Capo d’anno; perciò lavorava e faceva lavorare.

Ma quel giorno si avvide che faceva lavorare senza buon frutto il suo

segretario particolare. Almerico ci aveva messa tutta la sua buona

volontà, ma era facile d’indovinare che il poveretto aveva la testa a

tutt’altro.

— Conte, — gli disse il ministro, — oggi avete le lune.

— Le mezze lune, — fu per rispondere Almerico; ma si trattenne in

tempo, e balbettò qualche parola di scusa.

— Bene; — ripigliò il ministro; — quando non si può, non bisogna

sforzare la mente. Anch’io mi sento i nervi in trambusto. Se vorrete,

andremo a fare una scarrozzata.

— Eccellenza.... — rispose Almerico, — quest’oggi in verità.... qualche

faccenda di famiglia....

— E perchè non dirlo subito? — interruppe il ministro. — Se è cosa in

cui un amico possa servirvi, son qua, fate assegnamento su di me. Se

non posso servirvi, come mi par d’intendere dalla vostra mimica, mio

caro conte, non voglio trattenervi; andate.

— Grazie! — disse Almerico, respirando. — Vostra Eccellenza ha un gran

cuore!

— Ah! — gridò il ministro, ridendo. — Come vi vorrei deputato

di opposizione! I miei avversari non me ne dànno mai, di queste

consolazioni.

— Per questo, Eccellenza, ci sono gli amici.

— Parlate dei politici? Povero me! Quelli non hanno che favori da

chiedere. Voi lo sapete pure, mio caro Almerico, che cosa domandano

al ministro i suoi amici politici. I tribunali condannano, e tutti

gli amici non fanno altro che domandar grazie, condoni, esenzioni. Se

si concede, si è deboli; se si nega, si è crudeli, e valeva meglio

l’antecessore. Oh l’antecessore! Quello era un uomo di cuore! amico

per i suoi amici! come meritava di essere sostenuto! Del resto, a farlo

apposta, non lo hanno sostenuto; l’hanno aiutato a cascare. Benedetto

voi, conte, che lavorate tanto per me, senza domandarmi mai nulla!

— Sono qualche cosa di più di un amico politico, Eccellenza! — rispose

Almerico, inchinandosi.

— Lo so, e vi ricambio con tutta l’anima, sapete? — disse il ministro,

stendendogli la mano. — Ora andate, mio buon amico; andate alle vostre

faccende. —

Erano le tre dopo il mezzodì, quando Almerico di Montegalda escì dal

ministero, avviandosi verso il Pantheon e di là proseguendo verso il

Gesù. Strada conosciuta! l’aveva fatta due volte inutilmente, in due

giorni, e forse l’avrebbe fatta inutilmente una terza. Ma per quella

volta c’era una lettera, una chiamata, e l’educazione da una parte

e l’invito di una bella signora dall’altra, cospiravano a fargli di

quella visita un obbligo. Ci son cose da nulla, che bastano a muoverci

più delle cose importanti, avendo più forza, su noi, di tutte le nostre

ripugnanze. Si va come la biscia all’incanto; ma infine, si va, e

questo è l’essenziale.

La duchessa di San Secondo abitava un palazzo nelle vicinanze del

Campidoglio: uno di quei palazzi alti e robusti, in cui il travertino

e il peperino, con le tinte scuricce, correggono le immani storture

architettoniche del Borromini e del Maderno; palazzi di nobile aspetto,

e pur così malinconici nella loro grandezza fastosa. È questo, infine,

il guaio di tutta l’arte barocca. Vorrebbe attenuare il pesante

delle forme con lo spezzato dei contorni, e riece in quella vece al

mostruoso. Tutte quelle cornici mozze, tutti quei fregi contorti, tutti

quei profili fuor di squadra, vorrebbero essere allegri, e sembrano

intanto avvertirci che tutto è caduco nel mondo, anche uno dei loro

aggetti, una delle loro volute, che potrebbe cascare da un momento

all’altro, e sfondarvi assai più che il cappello. L’arte barocca

sogghigna, non ride; sopratutto non sorride.

Non sorrideva neanche Almerico Montegalda, entrando nel portone del

palazzo San Secondo. Passò, riconosciuto e salutato da un portiere

enorme quanto l’ingresso, e troppo incappellato del pari. Salì al

secondo piano, entrò in una vasta anticamera, inchinato da un servitore

in alta livrea, e fu introdotto in una gran sala di ricevimento,

donde passò in un salottino. Non so che uso sia questo, di ricevere

la gente nei salottini. Non siamo noi dunque più fatti per le grandi

linee prospettiche? In mezzo alle grandi si va come paurosi, in fretta,

seccati del rumore che ci fanno i nostri medesimi passi; non si vede

l’ora di esser giunti al porto di rifugio, dove si respira tanto più

liberamente, quanto più il porto è ristretto. I nostri nonni non erano

già più della statura dei nostri arcibisnonni (parlo al figurato,

s’intende), e ad essi le grandi sale incominciavano a parer troppo

vaste; tuttavia ci restavano, usando l’arte di tagliare a spicchi

l’ambiente, facendo con mensole, paraventi cinesi, canapè ed altri

arnesi consimili, tanti piccoli ridotti nel grande, che li comprendeva

tutti sotto un medesimo padiglione. Il cavaliere, o l’abate, quando

aveva detto nel suo angolo una cosa molto arguta, poteva arrovesciare

la testa sulla spalliera del seggiolone, e vedeva in alto un trionfo

d’imperatore romano, un banchetto di Dei, un’Aurora in tiro a sei, e

ciò lo riposava dallo sforzo. Nei salottini d’oggidì, quando si è detta

una cosa arguta, si può essere modesti quanto si vuole, ma si ha sempre

timore che scoppino le pareti, o salti in aria il soffitto. Forse per

questo tanta brava gente dà un tuffo nello scimunito. Non è debolezza

di mente, credetelo; è compassione per i padroni di casa.

Io ho sempre pensato che i padroni di casa siano in questo particolare

più infelici che colpevoli. Anche la moda è governata dal tornaconto,

e il tornaconto, in questo caso, ci consiglia senz’altro la mano

del tappezziere. Forse anche tutti questi rimpianti non sono altro

che sottigliezze di spirito infermo, che anela ai vasti orizzonti, e

sarà molto più bello di una gran sala seminuda il salottino fiorito,

imbottito, partito a quadrelli, a losanghe, pieno zeppo di belle cosine

d’ogni forma e d’ogni stile, che son lì pigiate, accatastate, perchè

non facciano a pugni tra loro. Sia bello o brutto, poi, è forse meglio

di seguire l’andazzo, come faceva la duchessa Serena: anche per cansare

il rischio di sentirsi dire da un’amica: — Come puoi stare così al

largo? Io ci morirei dal freddo in estate! —

Non era giorno di visite, quello; ma tutti i giorni può capitare

l’amica intima, che si annunzia con un bigliettino, o viene alla

ventura, per una cosa o per l’altra, magari per nulla, che è il motivo

più importante e il più giusto delle visite. Le amiche intime sentono

ancora qualche volta il bisogno di portarvi una notizia e un conforto;

se si tratta di un dispiacere, non vogliono che vi sia dato da altre

che da loro, perchè esse ci hanno più grazia, e sanno all’occorrenza

addolorarsi con voi.

Almerico di Montegalda, affacciandosi sulla soglia del salottino,

temeva già di doversi trovare da solo a sola con la duchessa Serena.

Per fortuna, c’era compagnia: non molta, poichè si trattava di una dama

soltanto, ma che faceva per molte, poichè era la baronessa Coselli,

quell’amabile chiacchierina che sapete, o che potete immaginarvi,

se non avete pratica della società romana. La baronessa Coselli era

venuta a vedere perchè mai la sua buona amica Serena mancasse la sera

innanzi al famoso concerto dello Zskotche (pronunziate come vi pare,

ma sternutando); un concerto maraviglioso, che pur troppo sarebbe stato

l’unico, essendo il celebre pianista aspettato in settimana a Parigi.

— Anche voi mancavate, Montegalda; — disse la baronessa, volgendosi al

nuovo venuto.

— Baronessa, io non conto, e dove sono mi contento di far numero; —

rispose Almerico. — Spesso il lavoro mi trattiene allo scrittoio, e

questi giorni, per l’appunto, il mio ministro....

— Era più nervoso del solito? — interruppe la baronessa.

— Non saprei dirvi; — rispose Almerico. — Non so neanco che sia tanto

nervoso, da esser citato come un caso patologico.

— Ma, lo dicono tanti!

— I suoi nemici, baronessa, e voi non potete esser tra questi.

— No, davvero; anzi tutt’altro. È un uomo d’aspetto molto simpatico, il

vostro ministro.

— E d’animo altrettanto gentile; — riprese Almerico. — Per nessuna

ragione al mondo egli direbbe una parola spiacevole a chicchessia.

— Bella cosa! — esclamò la baronessa. — Gli vorrò bene anch’io al

vostro ministro.

— Debbo dirglielo, baronessa? — domandò il giovanotto, sorridendo.

— No, per carità! — gridò la baronessa, simulando uno spavento che non

sentiva affatto. — Voi non siete uomo da fare di queste ambasciate,

neanche per celia. Sebbene, — soggiunse, con una sospensione

malignamente lunga, la graziosa signora, — è voce universale che voi,

conte Almerico, vi teniate troppo volentieri in seconda linea, dove

potreste coi meriti vostri esser primo. Non siete l’eroe di nessun

romanzo, voi! siete l’amico, il fratello, il consigliere....

— Dite pure il confidente da tragedia! — aggiunse Almerico, accettando

lo scherzo.

— No, confidente no, — riprese la baronessa; — ma c’è per esempio nella

«Corinna» della signora di Stael un principe siciliano, che vi somiglia

tanto tanto. A proposito, che ne avete fatto del vostro lord? del conte

di Riva? L’avete lasciato partire così solo soletto per Napoli? —

La duchessa Serena sorrideva a quella piccola scherma di motteggi,

come si sorride in società, anche quando non se ne ha punto voglia,

per semplice convenienza e per essere dispensati dal prendere nella

conversazione una parte più viva. Ma a quell’accenno di Napoli la

duchessa non sorrise più, e volse uno sguardo pieno di stupore ad

Almerico, quasi volesse dirgli: — che novità sono queste? —

Almerico intravvide il lampo di quegli occhi; ma non era più tempo di

confondersi. La domanda incalzava, e a quella bisognava rispondere.

— Baronessa, — incominciò egli, facendo bocca da ridere, — voi capirete

che io non posso sostenere una parte così bella fino all’ultimo.

Non sono il principe siciliano, io; sono segretario particolare al

ministero di grazia e giustizia, con obblighi d’orario quotidiano, ai

quali non vorrei mancare, se anche il mio ministro me ne concedesse

licenza. Se non fossi suo segretario, andrei sostituto procurator

generale presso qualche Corte d’Appello. Vedete che lunghezza di

titolo! E se anche mi sbalestrassero a Napoli, avrei il dolore di non

ritrovarci l’amico mio, che non è andato laggiù.

— Davvero? Ed io che avevo sentito!... Anzi, guardate, lo avevano

veduto partire. Chi me l’ha detto? Non so più, ora; ma certamente ieri

l’altro, in una conversazione delle cinque ore. Per dirvi tutto, si

voleva anche vedere nella partenza del vostro amico.... e nella sua

coincidenza con un’altra partenza....

— Ahi! — disse Almerico. — Ci siamo. —

Capirete, per altro, che disse dentro di sè, meditando le parole, senza

lasciarle sfuggire di bocca. Alla baronessa Coselli diceva in quella

vece, inarcando le ciglia:

— Coincidenza!... Non capisco.

— Sì — rispose la baronessa — coincidenza di una certa miniera

d’argento, che andava a Napoli anch’essa.

— Diamine! Una miniera!... — balbettò Almerico, costretto a seguitare

un discorso che gli dava una noia maledetta.

— Una miniera viaggiante; — replicò la baronessa. — Vi fa forse

maraviglia?

— Eh, vi confesso ingenuamente che me ne fa, e molta! — diss’egli. — Se

si trattasse della Valigia delle Indie, meno male. Quella, oramai, c’è

avvezza a viaggiare; ma una miniera....

— Americana e bionda; — aggiunse la baronessa Coselli.

— Allora, — disse Almerico, sforzandosi tuttavia di sorridere, — una

miniera d’oro.

— No, bionda e d’argento. Contraddizioni, che volete! Ma non vi

parranno più tali, quando saprete che è miss Lockwood.

— Tombola! — fu lì lì per esclamare Almerico.

Ma si trattenne anche qui, e fingendo una tranquillità di spirito che

non gli soccorreva davvero, rispose:

— Ah, sì, ho capito: una metafora! Mi avevate già spaventato,

baronessa, con le miniere viaggianti. Ma che relazione vedete voi tra

il mio amico e.... e quella miniera?

— Non la vedo io; l’hanno veduta altri, dopo aver veduto, scusate

la ripetizione! dopo aver veduto il conte Massimo in visita da

miss Lockwood al teatro Apollo. Voi già ve lo figurate, conte: si

chiacchierò subito. Si chiacchiera tanto, nel mondo! —

Almerico avrebbe voluto dirle: «Parlate per voi, baronessa». Egli disse

invece, mettendosi sul grave:

— Signora, io non intendo come e perchè il mondo voglia ingannarsi

con così pochi argomenti. Ma ognuno ha suoi gusti, e si contenta a suo

modo. Lasciatemi dire, per altro, che questi sono gli effetti di una

informazione erronea. Si crede che quella informazione sia vera; si

ravvicina ad un fatto che per sè stesso sarebbe insignificante, e lì,

come da due brave premesse, si trae una conseguenza....

— È proprio così! — disse la baronessa Coselli.

— Ma una conseguenza erronea, — soggiunse Almerico, — una conseguenza

strampalata. Questa poi, è la più strana di tutte! Massimo di Riva,

il mio amico Massimo, che lascia di fare il gentiluomo per buttarsi

al minatore!... Permettete, baronessa.... permettete che io rida un

pochettino del mondo.

— Ebbene, che male ci sarebbe? — domandò la baronessa. — Si può essere

gentiluomini come il conte di Riva, e non ricusare una miniera.

— Non ricusarla, passi; — replicò Almerico — ma andarla a cercare!...

Massimo di Riva può in certi momenti aver bisogno di una miniera d’oro,

non che d’argento; ma proprio allora sdegnerebbe di averla, sotto forma

di dote.

— Il principe siciliano, l’ho detto! il principe siciliano della

«Corinna»! — esclamò la baronessa Coselli. — Siete un amico

impareggiabile. Ma infine, sarà come voi dite; e frattanto il vostro

Massimo è partito.

— Sissignora!

— Per Napoli.

— Prendendo la direzione di Padova. Non so se sia tutta strada.

— No davvero! — disse la baronessa dando in uno scoppio di risa. — E

siete ben certo che il vostro amico è andato a Padova?

— L’ho accompagnato io alla stazione di Termini; — rispose Almerico.

Era una piccola bugìa, ma si sentiva di dirla, poichè egli non

rispondeva ad una domanda della duchessa Serena. Intanto il povero

Montegalda faceva la mano alle altre, che avrebbe dovuto dire, o

convalidare più tardi.

La baronessa Coselli non aveva più niente da opporre a quella

testimonianza. Rivolse un’occhiata a Serena, fece un atto delle labbra,

come se volesse dire: «mi avranno ingannata, meglio così!» poi, dopo

qualche altra chiacchiera vana, prese commiato.

— Ah, finalmente! — mormorò la duchessa, quando quell’altra se ne fu

andata con Dio, o col diavolo, che bene non saprei dirvi quali fossero

le sue preferenze.

— Ora, poi, ci siamo a capo fitto! — disse Almerico tra sè. — Vorrei

essere mille miglia lontano.

— Vedete che allegrezze, Montegalda! — ripigliò la duchessa Serena. —

Neanche un giorno di tregua ci dànno!

— La baronessa ha molto spirito; — disse Almerico.

— E aggiungete pure altrettanta cattiveria! — rispose Serena.

— Signora, poichè voi me ne date licenza — disse di rimando il

giovanotto — vi manifesterò tutta la mia maraviglia, la mia ingrata

maraviglia, per quel lungo e insistente discorso che la baronessa non

ha dubitato di fare.

— Oh, questo sarebbe il meno. Lo aveva già fatto a me, quantunque con

tutte le più delicate reticenze. Foste annunziato voi, Montegalda,

mentre si parlava appunto delle chiacchiere di Roma; ed io stessa le

diedi facoltà di ripeterle a voi.

— È stato un interrogatorio in tutta regola; — osservò Almerico,

tentennando la testa.

— Perdonate! — rispose Serena. — A tante altre domande dovete

rispondere ancora! Con voi, conte, non ho, non debbo, non voglio avere

segreti. Sapete già tante cose, e tutte da potersi confessare a fronte

alta! Siate sincero con me.

— Voglio esserlo, sicuramente; — disse Almerico.

— Ma non troppo sollecito, nella vostra amicizia! — replicò la

duchessa, con accento di dolce rimprovero. — Perchè non venire ier

l’altro da me? Perchè non venire almeno ieri?

— Ve lo confesserò; — rispose Almerico. — Sono stato vile. Due volte,

in questi due giorni, ho fatto la strada; due volte mi è mancato il

coraggio di entrare. Credo anzi che alla seconda io fossi già tanto

presso alla soglia del portone, che lo svizzero si era perfino tirato

indietro, per lasciarmi passare. Signora! sono così triste anch’io, se

sapeste!...

— Ma ditemi dunque, che c’è egli di vero? — domandò la duchessa.

Almerico non sapeva donde incominciare.

— Massimo vi avrà scritto; — balbettò.

— Ecco che cosa mi ha scritto; — rispose ella aprendo il cassetto d’un

tavolincino di lacca giapponese. — Avevo riposta qui la sua lettera,

per farla leggere a voi. —

Almerico prese la lettera e lesse. Pochi versi di scritto: niente

più di quello che era stato concertato in casa sua. Correggiamo,

per altro; c’era qualche cosa di più, che Almerico non avrebbe mai

consigliato, nè ammesso: un’aridità spaventosa. Massimo aveva pensata

la sua grande bugìa, ma non l’aveva altrimenti circondata di nessun

fiore d’eloquenza. Almerico tremò. — «È impossibile, — pensava egli,

leggendo, — è impossibile che ella si persuada, con queste ragioni.

Se egli ha creduto che i fiori dovessi aggiungerli io, s’è ingannato.

Mentire, quando non si può far altro, pazienza! Ma mentire anche

artisticamente, e per gli altri, no, mille volte no!» —

Trasse un sospiro, poichè fu giunto alla fine, e rese la lettera alla

duchessa.

— Ma sapete che è orribile, quello che il vostro amico ha fatto! —

esclamò la signora. — Giuocar la sua fortuna a quel modo!

— Pur troppo! è orribile! — mormorò tristamente Almerico.

— E dove, poi? — ripigliò la duchessa. — Ho chiesto, come si possono

chiedere queste cose, ma senza venire a capo di nulla. Ci sono tante

brave persone, a questo mondo, così felici, così contente, quando

possono darvi un dispiacere, che io mi maraviglio come m’abbiano

risparmiata, in questa occasione. Neanche la baronessa Coselli sapeva

niente di ciò; lei che sa tutto! Mi son confidata, ier l’altro....

non vedendovi giungere!... mi son confidata al cavaliere Buonsanti;

ed egli, molto discretamente, ha cercato d’informarsi. Inutilmente!

In nessuno dei circoli conosciuti di Roma, frequentati dal conte

Massimo, in nessuno il vostro amico era più stato da molti giorni; in

nessuno si aveva notizia di grosse perdite al giuoco. Che vuol dir ciò,

Montegalda? Che cosa debbo pensarne?

— Signora mia.... sono tanti, in ima grande città, i luoghi infami,

dove si può essere svaligiati!

— Infami, voi dite, ed egli ci andava? —

Almerico voleva dirle ancora: «Non son io che debbo rispondere a questa

domanda». Ma la duchessa non aspettò nemmeno ch’egli girasse in altra

forma la risposta.

— E non venire a dirmi nulla! — continuò. — Si sarebbe potuto

provvedere in qualche modo, senza dare un dispiacere ai suoi parenti.

Sapete che i suoi zii di Padova son molto ricchi, ma saprete ancora

che hanno altri congiunti, a cui potranno lasciare le loro sostanze,

vedendo ch’egli è sulla via di farne mal uso. Ha fatto male, assai

male, il signor Massimo. Doveva parlar prima, parlar subito a me. Che

amicizia è la nostra, se queste cose si tacciono?

— Duchessa, vi pare? — esclamò Almerico. — Ad una donna?...

— Fatemi il piacere! — interruppe Serena. — Che cosa vuol dire, ad una

donna? Non ero una donna per lui; avrei potuto invece essere.... la

donna! — soggiunse con accento di sublime orgoglio. — Per intanto, ero

un amico. Un amico, mi capite?

— Lo so, signora, lo so, — rispose egli volentieri. — E un amico in

miglior condizione di me.

— Infine, che male c’era? — proseguì la duchessa. — Io sarei stata un

giorno o l’altro la contessa di Riva. Si possono dire a voi, queste

cose, senza arrossire. Si sarebbe salvato l’onore in faccia ai parenti,

e non si sarebbe obbligati a vendere la casa dei padri. Anche queste

son cose brutte, Montegalda; brutte e vergognose, davanti al paese

in cui si è nati. Sapete? dice la gente. Il signor conte ha venduto

il castello. Ed anche per poco: cinquantamila lire, mentre ne valeva

dugento. E perchè? Col coltello alla gola; un debito di giuoco; debito

d’onore. Sì, bell’onore! valeva meglio non giuocare. Che malattia li ha

presi, tutti questi gran signori, che vogliono finire così male, con un

suicidio morale, in attesa dell’altro? Vi parrà strana, Montegalda; ma

io ci penso, a queste cose, quantunque donna, e non madre. Son brutti

esempi che si dànno al mondo, e la vecchia nobiltà mostra veramente di

non servire più a nulla, se non crede nemmeno più di giovare alle nuove

generazioni con l’esempio della sua dignità.

— Come avete ragione, signora! — gridò Almerico, infiammato. — Come

avete ragione!

— Anche poveri si può essere, — continuò la duchessa, — ma con lo

stemma pulito e lucente, senza macchia e senza paura. E queste son

parole vane, oramai! Si può sapere almeno a che somma ascende questa

perdita al giuoco? —

Almerico era colto alla sprovveduta. Nella sua ultima conversazione

notturna con Massimo di Riva, non aveva pensato più che tanto alla

somma che questi poteva aver perduto al giuoco, e forse gli era passato

per la mente che Massimo dovesse ancora meditarci su, e fissarla egli,

quella somma benedetta, nella lettera di commiato che avrebbe scritto

alla duchessa. Soltanto allora il nostro Almerico rammentava che la

lettera di Massimo non diceva nulla in proposito. Certamente, il buon

Almerico, per far servizio all’assente, avrebbe potuto inventare lì per

lì un bel numero, con quattro zeri di costa, e magari con cinque; ma

che volete? non seppe. Non è mica sempre lì, pronta alle invenzioni,

la fantasia dell’uomo; sia egli poeta, come generalmente nasce, o

avvocato, come ordinariamente diviene.

— Non so, signora; — rispose egli adunque, confuso.

— Come? — gridò la duchessa. — Non lo sapete? Non ve l’ha detto?

— Signora no. Ed è naturale, naturalissimo; — replicò il giovanotto.

— Avrà temuto di spaventarmi, dicendo la somma, e pensato ancora di

far cosa inutile, sapendo benissimo che io, uomo di modeste fortune,

e figlio di famiglia per giunta, non avrei potuto in alcun modo

giovargli. So bene che mi ha parlato di una somma ingente, favolosa...

cioè, intendiamoci, favolosa in proporzione delle sue forze; —

soggiunse tosto Almerico, per mettere un limite all’esagerazione

dell’epiteto, che aveva incontrato per via e afferrato senza scegliere.

— È strano! — osservò la duchessa. — È strano! — ripetè. — E allora,

che cosa sapete voi, signor conte? —

Almerico sentì la bottata, e vacillò. Ma non poteva difendersi.

— Niente più di quello che m’ha voluto dir egli, e che brevemente ha

scritto a voi; — rispose Almerico alla duchessa. — È venuto l’altra

mattina da me, piangente, disperato, parlando a frasi interrotte,

accennando più che non raccontasse; nè io, confuso com’ero, ho pensato

a domandargli di più. Forse, nel suo turbamento, egli ha creduto di

dirmi ogni cosa.

— Ed è partito! — esclamò la duchessa. — Il giorno dopo l’apertura

dell’Apollo, dov’era andato, dove non era venuto a vedermi, e dove

aveva potuto fare altre visite, lasciando credere, immaginare Dio sa

che, architettare dei romanzi... che gli fanno il massimo torto! —

Era un appiglio, e Almerico lo colse.

— Vedo, signora, — diss’egli — che qui almeno voi giudicate con giusta

severità, come il mondo tutto. E ne ho piacere, per il caso generale,

in cui poc’anzi non mi sembravate persuasa di certe ripugnanze. Nel

caso particolare, poi, il mondo si è ingannato, mi pare, mandando

il nostro amico alla conquista d’una miniera d’argento; ed io non ho

tralasciato di dirlo alla baronessa Coselli.

— Ma allora, — domandò Serena — perchè andare nel palco dell’americana?

Che significa quella visita?

— Credo che possa prestarsi ad una interpetrazione onorevole; — disse

Almerico. — Egli aveva una questione d’onore da risolvere, due amici da

rappattumare.

— Da miss Lockwood?

— Lasciatemi finire, vi prego. Padrino con lui era il Mattei. Era

andato a cercarlo in teatro, per intendersi con esso. Il Mattei era

in visita dalla Lockwood. Mettete che gli bisognasse vederlo ad ogni

costo....

— Ve lo ha detto? — chiese Serena.

— No, ma me lo immagino. È naturale, è probabilissimo. Non vedo,

del resto, altre ragioni che possano giustificare il suo atto, che

altrimenti sarebbe inconcepibile. Notate che egli escì subito dal

teatro. E là, sicuramente, nella gioia di aver composta amichevolmente

la questione del Riccoboni col Savelli, avrà ceduto all’invito di uno

dei contendenti, forse di tutti e due. Sono stati a cena? Io non lo so.

Ma una cosa è sicura, che andò con amici, che erano in parecchi, e che

sono andati a finire davanti ad un tappeto verde.

— Ve lo ha detto? — tornò a chiedere Serena.

— No, ma è facile immaginarlo; — cascò da capo a rispondere Almerico.

— Infatti, — ripigliò la duchessa, — egli vi ha parlato di una grossa

perdita, che aveva fatta in quella notte al giuoco.

— Per l’appunto; — disse Almerico.

— Ebbene, Montegalda, — conchiuse la duchessa, — voi ora mi sollevate

da Un peso terribile.

— Io? in che modo?!

— Vi dico che mi sollevate, — replicò ella. — Temevo il peggio, e ora

non temo più.

— Ma che cosa, di grazia? — ridomandò Almerico, che non capiva affatto

quel mutamento improvviso.

— È presto detto; — rispose la duchessa, parlando con nervosa

volubilità, e ridendo di un riso che sapeva di convulso. — Non vi parlo

già di me. Io non conto. Il mio dolore non è nulla. Gran che, una donna

che soffre! Colpa sua, se soffre!

— Ma signora... io non v’intendo più, ora.

— M’intenderete poi. Ricapitoliamo, prima di tutto. Il conte Massimo

di Riva, quella sera aveva da sciogliere, da comporre, tutto quel

che vorrete, la questione del Riccoboni col Savelli. Qualcheduno mi

aveva pur detto che fosse sciolta, composta nella giornata, e che del

resto nessuno temeva di vederla finire altrimenti. Ma passiamo su ciò;

passiamo anche sulla visita all’americana. Non franca la spesa che ci

fermiamo, una miniera d’argento! Gentiluomini veri, lo avete detto voi,

conte! non s’inchinano, non si umiliano a raccattare in questa guisa i

milioni.

— E lo sostengo; — disse Almerico.

— Ciò vi onora; — ripigliò la duchessa. — Passiamo dunque, tiriamo un

velo. Resta il fatto che quella medesima notte si cena con gli amici

della famosa questione, o con altri, sconosciuti per ora, e si fa

baldoria, per finir poi in un luogo infame, davanti a un tappeto verde,

di quelli che ognuno conosce e che nessuno denunzia, e che bastano,

senza arricchir mai i loro tenitori, a mandare in rovina i puntatori.

Massimo non è ricchissimo: ha da vivere, e non gli mancano le speranze

di meglio. Ha giuocato, ha perduto; voi non lo sapete, egli non ve l’ha

detto, ma ha perduto una somma ingente, favolosa... in proporzione,

lo so, in proporzione con le sue sostanze. Diciamo centomila lire.

Vi par troppo? Diciamo cinquanta. È troppo poco? Mettiamoci in mezzo:

settantacinquemila! E allora che succede? Non si ha la somma, e bisogna

trovarla. Si domanda tempo, per correre a casa, a far saltare il

patrimonio, o farsi saltar le cervella, altra eredità dei padri, che

non si è saputa far fruttare, nè custodire. Non è così? E si tenta la

via di salvezza; si va a vendere... si fugge.... Ebbene, Montegalda,

tutto ciò è un romanzo, un volgare e sciocco romanzo; e mi stupisco

come voi, sostituto procurator generale....

— Non lo sono, duchessa.

— Lo sareste, uscendo dal vostro segretariato; lo avete detto voi. E mi

stupisco, — soggiunse la duchessa Serena, — come voi, che dovreste aver

pratica delle indagini giudiziarie, non abbiate veduto, non abbiate

trovato il difetto di questa favola sciocca.

— Ma io, signora, vi prego di credere... — balbettò Almerico. — Io,

infine, non avevo obbligo di vedere, di indagare nulla, di sceverare il

falso dal vero, come nei processi criminali. Non era un’istruttoria,

che dovessi condurre, non una dichiarazione che dovessi vagliare, non

una prova che dovessi cercare: bensì il racconto di un amico stimato,

che dovevo accogliere tal quale.

— Ah, bene! — esclamò Serena. — E vi lasciate raccontare di

queste favole, dai vostri amici? Vedete me, che son donna e non ho

l’esperienza vostra di magistrato. Anch’io potevo credere a ciò che il

conte Massimo aveva scritto; ma il dubbio mi assaliva, la improbabilità

del racconto mi saltava agli occhi da tutte le linee. Volevo sentir

voi, per credere, o non credere. Perchè, in verità, troppe cose mi

dicevano di non credere. Voi siete venuto, voi avete dato il tracollo

ai miei dubbi, voi che non conoscete a qual somma ascenda la perdita

fatta dall’amico, mentre sapete il quando e il come egli ha giuocato e

perduto. Conte Almerico, io posso darvi una buona notizia. La notte,

di cui parlate, egli l’ha passata dall’una alle cinque con otto o

dieci amici, al Circolo delle Cacce, ma senza giuocare neanche al

più innocente dei giuochi, e discorrendo allegramente, di musica, di

cavalli, di scherma, e di tante altre bellissime cose. Alle cinque,

o poco dopo, è uscito, ma non aveva sonno, ed è andato ancora a

passeggio. Volete che vi dica dove, fino a che ora del mattino, e con

chi?

— Signora, — disse Almerico — non sento il bisogno di questi

particolari. Ciò ch’egli mi ha detto io vi ho riferito; non altro io

so, non altro debbo sapere. —

E dentro di sè, il giovanotto soggiungeva:

— Testa sventata! Ed io sciocco, a tenergli bordone! Che bisogno c’era

di andare al Circolo, a farsi vedere da tutti? Egli è fuori del tiro,

oramai: io sono qua nei pasticci per lui, e ci rimetto ancora la mia

riputazione d’uomo serio. —

A volte giova più il silenzio che la parola, per levar dagli impicci

un galantuomo. Almerico taceva, restando a capo chino, con un’aria tra

severa e contrita, che il lettore certamente s’immagina. La duchessa

Serena si avvide forse di essere andata troppo oltre; fors’anche ebbe

compassione dello stato in cui le sue acerbe parole avevano posto il

Montegalda.

— Se vi ho offeso, perdonate! — diss’ella, con accento mutato. — Ma

sono stata offesa io tanto crudelmente!

— Mi duole, signora; — rispose Almerico. — Ma voi non crederete già che

io....

— No, conte, no; — interruppe Serena. — Voi non avete colpa. Voi,

poveretto, non venivate da me, forse immaginando che la mia fede non

sarebbe stata pari alla vostra. —

Almerico fece un gesto che voleva escludere quella supposizione sul

conto suo. Ma la duchessa non badò a quel gesto, e proseguì:

— Son io che vi ho chiamato, io sciocca, che in mezzo ai miei dubbi,

avvalorati da tanti ragguagli di amici e di amiche, serbavo ancora

un’illusione, un filo di speranza.

— E forse, signora... — disse Almerico. — Chi vi assicura che tutti

questi ragguagli non siano falsi e troppo facilmente raccolti, fino a

parere una prova contro la sincerità dell’amico? Chi vi assicura che

tanti dubbi accumulati contro di lui, non abbiano a svanire, come un

miraggio, quando egli sarà ritornato? —

Almerico parlava, studiandosi di tessere un’apparenza che ella aveva

accennato. La duchessa rimase un istante pensosa, con gli occhi

immobili, fissi in quel punto dello spazio, dove si guarda tanto più,

quanto meno ci si vede. Finalmente si scosse e rispose:

— È doloroso, conte Almerico, che voi abbiate più fede di me,

tanta fede e così forte, da resistere alle prove più certe! A me un

presentimento aveva già detto: è una bugìa! A voi una certezza d’animo

onesto e leale.... —

Almerico pensò alla sua famosa certezza, e tentennò involontariamente

la testa.

— A voi una certezza d’amico onesto e leale — proseguiva la duchessa,

— persuade il contrario. Chi ha ragione, tra noi? chi ha più merito?

Una cosa io vi prometto, Montegalda; — diss’ella, sospirando — che se

voi avete ragione, io farò la più umile ammenda. Cercate, indagate,

persuadetemi, se vi riesce di trovarne argomento. Io chiederò perdono a

lui.... e a voi! —

Almerico s’inchinò, e tristamente le disse:

— Che posso cercare e indagar io? Voi non avreste da chieder perdono a

me, quand’anche io avessi ragione, poichè a me non avete detto nulla

che potesse particolarmente spiacermi. Sono un amico onesto e leale

per voi, come per il conte di Riva. Mi sento onorato della schiettezza

con cui avete parlato in questa occasione con me. Poi, dove sarebbe

l’amicizia, se non fosse lecito di fare uno sfogo, di dire all’amico

tutto ciò che può venire alle labbra, in un impeto di dolore? Non mi

dite dunque altro, signora. Piuttosto, consentite che io non cerchi e

non indaghi più nulla. Mancherei all’amicizia, facendolo. Non posso e

non debbo dimenticare che son debitore al conte di Riva dell’onore di

esservi stato presentato. —

La duchessa di San Secondo intese che Almerico di Montegalda aveva

ragione. E non gli rispose più altro.

La spada di fuoco · 第 7 / 27 题