Servizio da amico.
Escito dal palco della duchessa, Almerico di Montegalda aveva fatto
due altre visite, e, dopo aver fumata una spagnoletta nell’atrio, se
ne ritornava dentro, per andare a prendere posto nella sua poltrona,
volendo sentire a suo bell’agio i due ultimi atti dell’opera. Ma aveva
fatti i conti senza l’oste, il nostro bravo Almerico. Entrato a mala
pena nel corridoio, s’imbattè nel conte di Riva.
— Oh, Massimo, buona sera! — gli disse.
— Buona seral — gli rispose quell’altro, un po’ seccato dell’incontro e
desideroso di proseguire la sua via.
Almerico non aveva nessuna ragione per trattenerlo; ma credette
necessario di dirgli:
— Sei stato dalla duchessa di San Secondo?
— No, — rispose Massimo.
— E non fai conto di andarci?
— No, stasera non posso.
— Bada! — disse Almerico. — Non ti avevo fatto una domanda per sapere
che non puoi, bensì per raccomandarti... di potere.
— Raccomandarmi! E perchè?
— Perchè ci sono stato io, tra il primo atto e il secondo. La signora
non era molto tranquilla, per quella certa questione d’onore, in cui
eri impegnato come padrino.
— È finita, oramai, con una stretta di mano; — rispose Massimo.
— E gliel’hanno detto, me presente; — replicò il Montegalda. — E le
hanno detto ancora che tu eri a teatro. —
Massimo fece un gesto di stizza.
— Ah, maledette lingue! — esclamò. — C’è egli bisogno di andare
attorno, per raccontare a questo e a quello chi s’è visto e chi non
s’è visto? Tessere il discorso con gli affari degli altri è un mostrar
chiaramente che non se ne hanno di proprii; non ti pare?
— Così penso ancor io; — disse Almerico. — E con tutto ciò, sono stato
lì lì per fare lo stesso. Veramente, non era per un moto spontaneo;
— soggiunse il giovanotto. — La duchessa Serena mi aveva chiesto se
sapevo niente della questione tra il Riccoboni e il Savelli.
— E tu?
— Ed io lo dissi che la credevo finita. Ma mi balenò alla mente che a
te potesse premere di non farla finita così presto, e soggiunsi che non
sapevo nulla di certo, che manifestavo solamente una mia speranza, che
esprimevo anzi un mio desiderio. Ma che vuoi? gli altri, sopraggiunti a
far visita, non furono così discreti come il tuo povero amico.
— Grazie! — disse Massimo. — Grazie a te, per la buona intenzione.
Avevo bisogno di un po’ di tregua... nella mia felicità! E le hanno
detto ancora che io ero in teatro?
— Sì, ed anche in principio di spettacolo. Capirai! Perciò ti ripeto,
va a far la tua visita.
— Non posso.
— Non puoi?
— Non posso, non devo e non voglio.
— Ah, diamine! Un caso grave, adunque! — osservò il Montegalda. — C’è
qualche nube per aria? Gelosie, forse? Avresti il torto, perchè non ne
vedo argomento. —
Massimo rispose a quella riflessione dell’amico con una crollata di
spalle.
— Oh Dio! — mormorò. — Vuoi proprio saperlo?
— No, non voglio, io; — disse Almerico. — Perdonami, anzi, se sono
stato indiscreto con la mia domanda, e forse imprudente con la mia
buona intenzione. Non c’è amicizia, lo capisco io per il primo, non c’è
amicizia che giustifichi la spontaneità di certi servizi.
— Senti, — rispose Massimo, vedendo che quell’altro si metteva sul
grave, — fammi il piacere di non ritirarti ora nel castello delle
cerimonie. Ti ho ringraziato poc’anzi; ho dunque ammesso implicitamente
la buona intenzione tua e il servizio che mi hai reso. Ora, se io te ne
chiedessi un altro?...
— Sarei qui pronto a’ tuoi ordini; — disse Almerico.
— Sì, — mormorò Massimo, — sei capitato in buon punto. Ma bada, sarà
un discorso lungo, e tu dovresti sacrificarmi questa ultima parte dello
spettacolo. Hai da fare, tu?
— No, mio caro, son libero, e di testa e di cuore.
— Beato te!
— Come lo dici!
— In quel modo che si dicono queste cose. Ti pare strano che io
t’invidii? Ho il cuore in fiamme, la testa fuori di squadra, e un
diavolo per occhio.
— Povero Massimo, quante disgrazie in una! Vieni dunque, e lasciamo «le
foreste imbalsamate» per un’altra sera. Dove vuoi che andiamo? Da te?
— No, — rispose Massimo, — è troppo lontano, dai Santi Apostoli. Non
abiti tu qui presso?
— Eh! — disse Almerico. — Qui presso, non tanto! a Fontanella Borghese.
Ma perchè ad ogni modo bisognerebbe passare di lì o molto vicino,
andiamo pure a casa mia. —
Erano scesi, frattanto, e avevano presi i loro pastrani dal custode.
— Anch’io ero sciocco, — borbottava Massimo — a credere di poter dare
una capatina in teatro, senza essere veduto e annunziato alle turbe.
— O perchè venirci, allora?
— Non te l’ho detto? ero sciocco.
— E perchè poi esser sciocco?
— Perchè... perchè sono innamorato.
— Questo lo sapevo, — disse Almerico. — Ma è sempre bene sentirlo dalle
tue labbra, perchè già incominciavo a dubitarne.
— T’inganni, — mormorò Massimo. — Io non ti parlavo... di lei.
— Allora, — replicò Almerico, — io non capisco più nulla.
— Vieni, ti dirò tutto quando saremo a casa tua, — disse Massimo.
— Tu sei un vero amico; tu puoi rendermi un grande servizio. Non
so ancora quale, o in che modo; ma tu vedrai, giudicherai, e con la
tua esperienza troverai quel che bisogna. Perchè, vedi, è necessario
trovarla, una via; altrimenti, io sono un uomo perduto. —
Almerico di Montegalda incominciò a spaventarsi. Veramente, il
linguaggio di Massimo era sempre un po’ esagerato; ma, anche a
voler fargli la tara, il turbamento del conte di Riva, quella sua
medesima ripugnanza a recarsi nel palco della duchessa di San Secondo,
indicavano già che il caso era grave. Dopo quella chiusa tragica: «sono
un uomo perduto», Almerico non ebbe più coraggio di ridere.
— Andiamo, via! — diss’egli, mettendo amorevolmente una mano sulla
spalla di Massimo. — Non veder le cose tanto brutte. Se una via si ha
da cercare, si cercherà e si troverà. Eccoci intanto a casa. Vieni con
me, sono a mala pena tre scale. —
Massimo di Riva seguì l’amico, senza far altre parole. Giunto al
secondo piano della casa, fu introdotto nel quartierino tranquillo,
dove Almerico di Montegalda aveva raccolti i suoi vaganti penati. Era
scapolo, il nostro Almerico, ma era anche avvocato, e in quel piccolo
quartierino di tre stanze il salotto si era tramutato in uno studio,
dove, scambio di sofà, di cantoniere, di quadri, si vedevano scansìe
piene di libri. Unica eleganza, sulla tavola rotonda che stava in
mezzo alla sala, sorgeva un minuscolo cavalletto da pittori, e su quel
cavalletto era posto un ritratto.
Al primo raggio di luce che Almerico aveva ottenuto, accendendo un
torchietto di cera, Massimo vide il ritratto, chiuso in una bella
cornice di velluto, e non seppe resistere alla tentazione di guardarlo
da vicino. Niente donne, in casa di Almerico! Quello era il ritratto di
Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia.
— Ah, meno male! — esclamò Massimo. — Credevo già che tu pure dovessi
cedere al capriccio di far vedere a tutti la vera e miracolosa effigie
di Nostra Signora del perfetto amore. Son pur curiose, le donne, con la
loro manìa di far sapere certe cose!
— Non mi pare che abbiano poi tutti i torti; — disse Almerico. — Se
regnano nel cuore di un uomo, è giusto che vogliano regnare nella sua
casa; non foss’altro, per discacciarne le altre, o per tenerle lontane.
— Eppure, tu non ce l’hai in mostra, il ritratto della tua bella;
— replicò Massimo che voleva aver sempre ragione. — C’è invece il
ritratto del tuo ministro.
— Me lo ha regalato; — disse Almerico. — Non potevo fargli il torto di
chiuderlo in un cassetto.
— E quello di Madonna?
— Caro mio, quello non c’è, perchè Madonna mi manca. Hai tu mai veduto
il ritratto di una donna che non esiste?
— Eh via! Tu non l’hai, proprio, l’innamorata?
— Non ho innamorata; — rispose Almerico.
— E come vivi? alla tua etàl
— Miracoli, amico mio, miracoli che facciamo noi. Non credere per altro
che al ministero di grazia e giustizia siano tutti così. Ti parlo per
me, e solamente di me. Alla mia età, non ho innamorata, e la cosa, che
ti par triste, ha ancora i suoi piccoli vantaggi. Vedi, per esempio:
non mi procuro occasioni di pentimento.,
— Ah, sì! — gridò Massimo allora. — Se tu sapessi come son pentito io!
Perchè, infine, queste son sempre catene. Paiono di rose, da principio;
e poi, quando uno si prova a spezzarle....
— Sono di ferro, non è vero? — disse Almerico. — Ma bisognerebbe
guardarci prima: e vedere se convengono.
— Sì, tu hai un bel dire, tu che hai il cuore tranquillo! Prova a
innamorarti, e vedrai se ti basta il tempo di studiare, di prevedere
certe cose! Intanto, eccomi qua, come tu mi vedi, capitato male.
Compiangimi!
— Scusami, non me ne verrebbe voglia; — disse Almerico. — Una donna
così bella!... E così innamorata, poi!...
— Anche tu! — esclamò Massimo. — Anche tu? Caro Almerico! se tu
sapessi come le apparenze ingannano! Senti; comunque possa soffrirne
la mia dignità, voglio dirti ogni cosa, e davvero sarai costretto a
compiangermi. Prima, viveva lui; dunque, come puoi immaginarti, doveri!
Lui morto, altri doveri; anzi, doveri più che mai. Queste cose non si
dicono, naturalmente; s’indovinano, si sentono nell’aria; e quando
non si sentissero, quando non si indovinassero, te n’accorgeresti
egualmente, alla prima parola un po’ calda che ti escisse dal labbro.
Il dovere è sempre lì, guardia armata, che ti esorta a star cheto,
e che al bisogno potrebbe far uso delle armi. L’intimazione, tre
squilli.... I regolamenti della pubblica sicurezza son chiari. Nel
fondo, una donna fredda, una donna gelata. I francesi hanno scoperto le
donne di marmo. Inezie, caro mio! Del marmo si fa ancora la calce, con
l’aiuto del fuoco vivo. Ma la donna di neve! ma la donna di ghiaccio!
Che se ne fa? A me, per tutti i diavoli, è capitata una di queste. Vedi
tu il caso mio. —
E si fermò, il conte di Riva, si fermò con l’aria disperata della donna
biblica. «O voi che passate per questa via, fermatevi e vedete se c’è
dolore che s’agguagli al mio».
— Sia pure; — disse Almerico gravemente. — Ma la vedovanza è finita.
— Ebbene, ecco il guaio. I doveri verso il vivo, i doveri verso il
morto, non ti accennano altri doveri alle viste? C’è là, davanti a me,
l’ombra di un ufficiale dello Stato civile, e l’ombra di un prete. Io
faccio la debita stima del duca Torlonia, che è un degno gentiluomo. Ne
faccio altrettanta del parroco di Sant’Eustachio, di cui tutti dicono
un gran bene. Ma vedi come certe condizioni ti guastano un uomo! Quella
sciarpa tricolore e quella stola, mi dànno noia!
— Non ti capisco; — disse Almerico. — Hai incontrata una relazione di
cuore. Si chiamano così, non è vero? Ebbene, tu l’hai avuta, con tutte
le sue ebbrezze fugaci....
— Ma niente di ciò, te l’ho detto! — interruppe Massimo. — Niente
fugaci! niente ebbrezze!
— Lasciami finire, benedetto ragazzo! — ripigliò Almerico. — L’hai
incontrata, con le sue ebbrezze fugaci, e si capisce allora che la
sazietà sia venuta. C’è della gente che ama per saziarsi, e della
gente che ama e non si sazia di amare. Ma tu, felice mortale, nella
tua stessa infelicità, hai avuto il meglio; l’amore che si confessa e
non cede, l’amore che attira e trattiene, mantenendo viva la fiamma.
Hai potuto vedere, e non senza ammirazione, m’immagino! com’ella,
anche amando te, perchè l’amore non si comanda, rispettasse nondimeno
l’uomo di cui ella portava il nome. Hai veduto che in lei non era
solamente paura, ma anche e sopra tutto delicatezza di sentire,
poichè ha rispettati i suoi doveri di vedova. — Dei buoni! — esclamò
Almerico, saltando, in una esclamazione classica, una triplice fila
di ragionamenti inutili. — È proprio il caso di andar da lei in gran
cerimonia e di dirle: Signora duchessa, vi degnereste voi di scendere
un paio di gradini, diventando contessa?
— Ed è ciò che mi turba, — rispose Massimo. — Proprio questo discorso,
che a te sembra tanto facile....
— Quanto necessario! — interruppe Almerico.
— Necessario, poi! Alla fin fine, niente è necessario, nello stato in
cui sono rimasto. Ti dirò che ciò mi turba, perchè credo che ciò si
aspetta da me. E sono due mesi che si aspetta da me, e son due mesi che
ci penso, divorando la mia rabbia.
— Infatti, — disse Almerico, — da due mesi è finito l’anno di lutto.
Io, vedi, credevo che tu avessi già fatta la tua brava domanda.
— L’avrei fatta... forse.... — balbettò Massimo, — se avessi potuto
credere che non fosse aspettata con tanta severità di contegno. Ma sai
che è una cosa che offende?
— Quale?
— Che su questa brava domanda, come tu la chiami, si facesse tanto
assegnamento, perbacco!
— E te ne duole? Ma io ne sarei felicissimo, — disse Almerico. —
Infine, la signora ebbe il rispetto del matrimonio, quantunque potesse
dirsi mal maritata. Ebbe il rispetto della vedovanza, quantunque
potesse credersi liberata da ogni obbligo. Ha oggi il rispetto
dell’amor suo.
— Ed io non so che farmene! — gridò Massimo inviperito. — Non amo
questo rispetto, io! L’amore... è l’amore.
— Definizione nuova!
— O nuova o vecchia, è la buona! Quando un metallo si trova nella
miniera mescolato ad un altro, sai che si fa? Si manda nel forno, a
farne la separazione. Coi mezzi appropriati che io non ti ho da dir
qui, il piombo si manda di qua e l’argento di là. Che cos’altro ho da
aggiungerti? Ho amata quella donna: sì, l’ho amata come un pazzo; ho
pianto, ho ruggito, ho sofferto, ho fatto delle vite orribili, delle
vite infernali. Ella vedeva tutto ciò; aveva l’aria di compatirmi. Dico
l’aria, perchè di parole non ne ho sentito pur una. Erano balsami che
teneva sotto chiave, a quanto pare! Poi il caso l’ha fatta libera. Era
il momento di parlare, Dio mio! almeno di dirmele, quelle buone parole!
Ebbene, vuoi saperlo? Sempre quella di prima. Cortesie, gentilezze,
desiderio di vedermi quel giorno, e il giorno dopo... e nient’altro.
Dicevi una parola più ardente del solito? Calma, vi prego! Perdevi
a dirittura le staffe? Mio Dio! non fate così; abbiate un po’ di
pazienza. Caro mio, ne ho avuta della pazienza! Ma proprio allora mi
sono convinto che quella donna aveva fatto il suo calcolo.
— Tu, ne avevi ben fatto un altro! — osservò placidamente Almerico.
— No, ti assicuro. Io amavo. Chi ama non calcola, — sentenziò Massimo
con la sua sicurezza maravigliosa.
Almerico non ne era troppo persuaso, e tentennò la testa, prima di
rispondere al ragionamento di Massimo.
— Capisco, — diss’egli, — capisco per l’uomo. Come potrebbe mai
calcolare, in questi momenti difficili, egli che di questi momenti ne
ha avuti dieci, venti, forse più nella sua vita?
— Tu mi biasimi! — esclamò Massimo, che sentì l’ironia.
— Un pochino, — rispose Almerico. — O piuttosto, vediamo diversamente,
su questo particolare, ed è naturale che io te lo confessi; il che non
toglie che io ti voglia bene egualmente.
— Ah sì! Non ci mancherebbe più altro che per un modo diverso di
pensare intorno alle donne noi non fossimo più amici! — gridò Massimo,
riscaldandosi a freddo. — Io, vedi? ho dell’amore un’opinione mia, che
credo giustissima. L’amore è una passione ardente, che è accesa dal
desiderio. Ciò non è bello, lo so, ma è vero. Comunque sia, il giuoco
potrebb’essere leale, se ci fosse sincerità da una parte e dall’altra.
Ma questa sincerità, che in noi è grandissima (e chiamala pure
brutalità, purchè tu la veda sincera), non è egualmente nelle donne, ed
io, per la parte mia, ne so qualche cosa. Giuocano, sì, ma per amore
del giuoco; se guadagnano, vogliono tutta la posta tua; se pèrdono,
non vogliono pagar che l’invito. È un giuoco, e sia; si ha da vincere,
o si ha da perdere, passi ancora; ma, vivaddio! si vinca o si perda,
non bisogna esser vittime. Così la penso io in amore. Ma nell’amicizia!
— gridò Massimo, infervorandosi. — Nell’amicizia è un’altra cosa. Io,
lì, sono costante, e mi dò tutto intiero. Quando ho detto ad un uomo:
«siamo amici», quando ho posta la mia mano nella sua, è un contratto
per tutta la vita. Non mi credi?
— Ti credo; — disse Almerico, prendendo la mano che Massimo gli
offriva. — È qualche cosa esser costanti in un affetto, fra tanti!
— Lord Byron lo ha detto; — replicò Massimo. — L’amicizia è l’amore
senz’ali.
— Meno male! — rispose Almerico. — Povera umanità, se anche l’amicizia
fosse provveduta di queste appendici!
— Dunque — ripigliò Massimo — io conto su te. Tu sei un vero amico;
amico fino all’eroismo, non è vero? Ed io ho bisogno di un eroe. «I
want a hero an uncommon want».
— C’è bisogno di dirmelo in inglese? — domandò Almerico, sorridendo.
— È un verso di lord Byron; — rispose Massimo.
— Che tu mi citi per la seconda volta. A momenti m’aspetto un po’ di
Shakspeare. Ma per che cosa conti su me? Quale eroismo mi chiedi?
— Eccoti, mio buon Almerico. Ti ho detto che sono stanco. Il mestiere
di vittima non mi conviene.
— E lo dici ora, che sarebbe venuto il momento di diventare altra cosa?
Sii ragionevole, Massimo! Se la signora ti ama, se vuole esser tua
davanti a tutte le autorità costituite, non pare a te che ti dia una
bella prova di amore? Infine, guardaci bene! non è una donna che abbia
mestieri di te, nè di un altro. —
Massimo di Riva sbuffò un tantino, lasciando passare quella ràffica di
buon senso.
— Vuoi proprio sapere la verità? — gridò egli, come quell’altro ebbe
finito.
— Ma sì, se credi, come in Corte d’Assise: la verità, tutta la verità,
nient’altro che la verità.
— Ebbene, sappi; — disse Massimo; — son per dare della testa in un
muro. Sono.... innamorato.
— E di un’altra; mi pare di capirlo; — rispose Almerico.
— Di un’altra; — replicò Massimo. — E quest’altra è.... miss Lockwood.
— Ah! — gridò Almerico. — «The United States»? Lascia il Byron, allora,
e cita il Longfellow.
— Non lo conosco; — rispose Massimo. — Del resto non occorre. Miss
Madge ama lord Byron.
— Sai già chi ama, dei morti; — ripigliò Almerico. — Saprai ancora chi
ama, dei vivi.
— Sì. Almeno.... non potrei dubitarne più, dopo certi discorsi che le
ho fatti, e ch’ella ha benignamente ascoltati.
— Ma bravo! Sei dunque già avanti!
— Ti prego di giudicarne. Prima di tutto, hai da sapere dove l’ho
conosciuta: al ballo dell’ambasciata inglese.
— Me ne rammento, di questo; — disse Almerico. — E la duchessa non
c’era.
— Già! — rispose Massimo. — Non ci sarebbe mancato altro! C’era invece
lei, miss Madge, che io vedevo per la prima volta. Che maraviglia! che
fior di bellezza! che stella! Ma questi paragoni non dicono abbastanza.
Miss Madge è un’angiolessa.
— Chiamala almeno angeletta! — disse Almerico. — Ti troverai d’accordo
con la buona lingua, e con Dante Alighieri, suo padre.
— E sia, diciamo angeletta, sebbene questo diminutivo non si attagli
che al giro della sua vita così snella. Per venire al fatto, sono stato
presentato alla signora Lockwood, ed ho, Dei immortali! ballato con
lei. Ma poi mi sono ricattato, ballando con sua figlia. Oh se mi son
ricattato! Se rammenti, sono stato il suo cavaliere per il _cotillon_.
Che incantesimo il mio, con quel tesoro di freschezza, di grazia, di
profumo, tra le braccia!
— Permetti un’osservazione; — disse Almerico. — Sai quel che
succede dai profumieri? L’ultima essenza che si fiuta par sempre la
migliore. —
Massimo rispose all’osservazione con una crollata di spalle.
— Ora continua; — soggiunse Almerico; — non t’interrompo più.
— Ah! meno male! Dov’eravamo rimasti? Al ballo, non è vero? Ebbene,
caro mio, mi sono inebriato di quella freschezza, di quel profumo, di
quel candore. Io, io, che non credevo all’attrattiva delle fanciulle,
che le dicevo insipide! Dio degli Dei! Forse pensavo così, perchè
non mi ero imbattuto ancora in quella che doveva colpirmi. E gliel’ho
detto, sai? Sono andato il giorno dopo a far visita. Vuoi credere? Miss
Madge mi ha ricevuto.... sola.
— Sola?
— Sola, solissima. Pare che sia l’uso, in America. La mamma venne, ma
più tardi, e poi se ne andò ancora, per ritornare un’ora dopo.
— Che visita! Si usa di farle così lunghe, in America?
— Non ne so nulla. Si chiacchierava così bene, che ho dimenticato
l’orario e le convenienze europee.
— E mister Lockwood?
— Oh, quello si vede poco. L’ho incontrato solamente alla seconda
visita. Mi ha dato una stretta di mano.... una stretta! Figùrati
che la sento ancora. Dev’essere un uomo sincero, mister Lockwood.
Dei nostri costumi sa poco o nulla. Mi ha domandato se da noi c’è
differenza di grado tra conte e marchese, o tra marchese e duca. Gli ho
spiegata la cosa per filo e per segno. Una volta, sì, quando ai titoli
corrispondevano gli uffici, la differenza c’era; oggi non son più
diversi che i nomi. «Capisco, — mi disse, — non significano più nulla.
Eppure, vi raccomando di non buttarli via: una corona sta bene, allo
sportello della camozza».
— Saggio americano! — esclamò il Montegalda. — Come vede subito il lato
pratico delle cose!
— Ritorniamo a miss Madge; — riprese il conte di Riva. — I parenti
sono due strane figure, in verità! e non si capisce come da un così
ruvido tronco sia nato un fiorellino così gentile. La rosa dal ramo
spinoso, capisco.... la gaggìa.... la «mimosa pudica».... Ma vedi,
Almerico? Queste son tutte immagini scolorite di ciò che appare quella
stupenda creatura, in mezzo ai suoi rispettabili genitori. Egli è
rustico, si conosce alla prima: non s’intende che di dollari. Chi sa?
era forse un minatore, innalzato dalla fortuna, che è cieca. Il senso
degli affari, lo ha, e molto, sviluppato; ma si vede chiaro che la sua
intelligenza non s’è accresciuta che di lì, lasciandolo corto in tutto
il resto. La madre, poi, non è nulla; forse era una buona diavola di
cameriera, che oggi, trovandosi tante volte milionaria, e non volendo
sfigurare in mezzo alla gente colta d’Europa, sta più zitta che può.
È un portadiamanti, un servizio da tè, una dama di compagnia, e fermi
lì, non le domandiamo più altro, alla povera mistress Lockwood. Ma sua
figlia! sua figlia! Io ne son pazzo, Almerico, e sento che morrò di
dolore, o d’invidia, se miss Madge non diventerà la contessa di Riva.
Capirai che non ho indugiato molto a spiegarmi, rimanendo solo così
lungamente con lei. Si parlava dei monumenti, dei capilavori d’arte,
che sono sparsi con tanta profusione per tutta l’Italia. Ah, signorina!
— le dissi. — Quanti de’ suoi tesori artistici ed archeologici non
darebbe l’Italia, per possedere eternamente miss Madge! Ella sorrise,
e chinò la fronte, con atto di cara modestia. «Veramente?» mi rispose.
Io, vedi, quel suo «veramente?» non te lo so esprimere in tutta la sua
grazia, in tutta la sua soavità incantevole.
— Te lo avrà proferito a denti stretti e con le labbra un pochino
aperte, secondo l’uso della razza anglo-sassone; — disse Almerico.
— Sì, come tu vuoi; — rispose Massimo; — ma aspirando con amabile
lentezza le due prime sillabe, e poi mollemente scivolando sulle due
ultime, e trasformando in un suono indistinto l’ultima «e». Caro mio,
lèvati dal capo i tuoi pregiudizi.... fonologici! È bella, sommamente
bella, una parlata a denti stretti e a labbra aperte, quando i denti
sono trentadue perle, e le labbra due pètali di rose.
— Allungati, non è vero? — disse Almerico. — Bisogna immaginarli
allungati, per adattarli alla forma della bocca. Del resto, hai
rinunziato alla eterna citazione del corallo, ed io te ne ringrazio.
— Incorreggibile! — mormorò Massimo. — Le dissi ancora ch’ella era in
Roma l’ammirazione di tutti, che molti l’avrebbero amata, ma che per
un cavaliere di mia conoscenza la cosa era già fatta. — «Veramente?» mi
rispose ancora. E sorrise, ed arrossì, come.... Va là; ti risparmio il
paragone. Tanto, non se ne troverebbe uno adattato.
— Veramente? veramente? — ripetè a denti stretti Almerico. — E non ti
disse mai altro?
— Mai altro; — rispose Massimo. — E che cosa avrebbe dovuto dirmi di
più?
— Capisco, sì, una fanciulla!....
— Ah, manco male! Ma dopo tutti i suoi dolcissimi «veramente», i
suoi amabili rossori e i suoi divini sorrisi, mi disse che la mattina
seguente dovevano andare ai musei Capitolini. Mi offersi cicerone, e
fui naturalmente accettato. Che ingegno! che sentimento! E ancora, che
cognizioni! Riconobbe i Diòscuri e Marc’Aurelio alla bella prima.
— Sfido io! con tanto di «Baedeker»! — esclamò il Montegalda. — Chi
non è erudito, oramai? Ti parlano del Gladiatore morente, del Satiro di
Prassitele, del sarcofago di Agrippina, e di non so quant’altre cose,
tutti i droghieri viaggianti del vecchio mondo e del nuovo.
— Vero; — disse l’altro; — ma miss Madge va più oltre dei nomi; ha la
sua storia antica sulla punta delle dita. E che dita, a proposito!
— Affusolate, si capisce.
— E alabastrine, e venate d’azzurro, e unghiate di rosa, gentili come
il raso, morbide come la giuncata.
— Un po’ troppo, questo, un po’ troppo! — osservò Almerico. — Tira via.
Dicevi dunque, una grande erudita....
— Ma niente noiosa, mio caro! Miss Madge ha l’erudizione delicata,
che volge facilmente alla poesia, all’entusiasmo. Tu dirai quel che
vorrai; ma è sempre piacevole una bella creatura che non ignora nulla
di ciò che ammira con te, e che sarà capace di partecipare a tutte le
tue commozioni, mentre si avanzerà sospesa al tuo braccio, argomento
d’invidia a tutti gli astanti. Quando fummo davanti alla Venere
Capitolina, sai, gliene ho detta una....
— Più forte delle altre, m’immagino.
— E come! ma in due sole parole. Ella aveva esclamato: «Dio! come è
bella!» Ed io, sospirando, sottovoce: preferisco voi!
— Allora lei, lo indovino, — disse Almerico, ridendo, — ti ha
replicato: «veramente?»
— Sì, hai indovinato; ma proferì la parola con un filo di voce, e i
suoi begli occhi lampeggiarono. Sono innamorato, ti dico, son pazzo di
quella creatura divina. Ieri mattina mi disse: «andiamo all’Apollo,
sapete?» Lo immaginavo, e incominciavo appunto a tremare. — «Vi
vedremo?» soggiunse. Capisci, Almerico, che condizione terribile, la
mia! Avevo la questione del Savelli e del Riccoboni, che per verità
non mi dava molto pensiero, ma l’aggravai anche per miss Madge, come
l’avevo aggravata per.... quell’altra. — «Un minuto, per salutarvi,
per rallegrarmi l’anima in un raggio di luce» — le dissi. E andai a
teatro; con che timore, lascio immaginare a te. Entrato nel palco,
stetti indietro, accanto a mistress Lockwood. Miss Madge avrebbe voluto
farmi guardare qua e là, per dirle il nome di alcune dame romane, che
erano nei palchi dietro di noi. Era un bell’impiccio per me! Trovai
una scusa. Non volevo farmi vedere da mia zia, la vecchia marchesa
Villabruna, che altrimenti sarei stato costretto a visitare nel suo
palco. — «Andateci, e ritornate ancora da noi» — mi disse miss Madge.
Sì, proprio, andarci! Avevo i minuti contati; ero aspettato ad un
appuntamento dei padrini avversarii. Così mi salvai. Ma mi salverò
egualmente un’altra volta? È uno stato intollerabile, il mio; capisci?
intollerabile. Ed amo miss Lockwood! l’amo, l’amo, l’amo! —
Ripeteva il suo gran verbo, il conte Massimo di Riva; lo ripeteva,
rinforzando la voce e l’accento, per farsi coraggio, per fortificarsi
nella sua risoluzione.
— È una fanciulla; bada! — rispose Almerico, dopo un istante di pausa
ed un pensiero malinconico rivolto alla duchessa di San Secondo. — Qui
c’è il duca Torlonia e c’è il parroco di Sant’Eustachio. Cioè, no, il
parroco non ci ha da essere, ma non mancherà il suo riscontro della
chiesa riformata, od altra delle cento che fioriscono nella libera
America.
— Ebbene, che importa? — gridò Massimo. — Quella è una fanciulla, tu
stesso l’hai detto; una fanciulla è tutt’altra cosa. —
Almerico di Montegalda fece qui una pausa più lunga assai della prima.
— Che cosa pensi, ora? — gli chiese quell’altro.
— Penso alla tua distinzione; — disse Almerico. — È curiosa ed ha una
grande parte di vero. Sarebbe bene che, scambio di abolire la bella
usanza in India, si volesse estenderla anche all’Europa.
— Quale usanza?
— Quella di far bruciare le vedove sui roghi dei loro rispettivi mariti.
— Ah sì! — esclamò Massimo.
— E aggiungerei, per mostrarmi imparziale, — ripigliò Almerico, —
che i vedovi a lor volta fossero bruciati sul rogo delle rispettive
mogli. —
Massimo non mostrò di gradire la seconda parte della nuova legge, come
aveva gradita la prima.
— La cosa è da proporsi; — continuò Almerico. — Tanto più ora che in
ogni città italiana è nata una società col pietoso intendimento di
sbrigarsi dei morti col metodo antico ed accetto della incinerazione.
Là, dentro con le mogli, nel forno crematorio, i mariti superstiti!
Sarà anche un bel modo per non avere tra i piedi un così numeroso
stuolo d’inconsolabili. Che bella e commovente cerimonia! Fuori di
celia, — soggiunse Almerico, — c’è del vero, in quella tua distinzione.
Le ragazze han diritto di amare e di farsi sposare, non solamente
come tutte le altre donne, ma molto di più, perchè esse dànno il fiore
della loro esistenza all’uomo che amano. Il resto.... il resto non si
considera che come un grazioso e piacevole scambio di galanteria. Per
gli uomini, si capisce. E noi due, qui, siamo uomini, e ragioniamo
da uomini. Mio caro, — esclamò Almerico, sospirando, e cambiando tono
ancora una volta, — tu sei Massimo di nome, ma non sei l’ottimo degli
amanti per la duchessa Serena. Ed ora, vediamo un po’, ragioniamo sul
sodo, come te ne esci?
— È quello che mi domando, e che domando a te: come ne esco?
— Con una scenata, in cui il torto sarà tutto dalla parte tua; non vedo
altra via.
— Ed è brutta, — disse Massimo, — ed è anche difficile. Come farla
nascere, questa scenata, con una donna che non si lagna, che sta lì
fredda, da due mesi, immobile come una statua, vedendomi tutti i giorni
ed aspettando una parola, che io non posso più dire, e non voglio? Ci
vorrebbe.... so io quel che ci vorrebbe.
— Parla; giudicheremo; — rispose Almerico.
— Ci vorrebbe una bella invenzione.
— Una bugìa?
— Pietosa, nella sua crudeltà; — disse Massimo; — del resto, una bugìa
la quale non nuocesse che a me, nella stima del mondo. Una grossa
perdita al giuoco; la rovina.... il bisogno di nascondermi.... di
cambiar paese....
— Dio! anche di queste? — gridò il Montegalda, levando gli occhi ai
cassettoni del soffitto.
— Eh, caro mio, per uscire da un guaio come questo, non so che cosa
farei! Credi pure che io sono come l’uomo che affoga. Mi attaccherei
perfino ai rasoi.
— Veramente, — osservò Almerico, — è difficile che l’uomo, in quel
brutto momento, trovi di simili arnesi a fior d’acqua. —
Massimo diede in uno scoppio di risa, a quella osservazione dell’amico,
che gli mandava a male il più stravagante de’ suoi paragoni.
— Mi fai ridere, e non ne ho voglia; — disse egli. — Son disperato.
Perchè non potrei esserlo al proprio, se lo sono al figurato? Metti
che io abbia perduta una grossa somma al giuoco, e che io non possa
pagarla, se i miei non m’aiutano. Ora, perchè essi m’aiutino, una
lettera non serve; è necessario che vada io; ed è ancora dubbio se
riescirò ad intenerire due avarissimi zii. Quanto al mio patrimonio....
ipotecato, non c’è più da contare.
— Veramente? — disse Almerico.
— Metti che sia così; è la conseguenza necessaria dell’invenzione.
In queste circostanze, io non ardisco presentarmi alla duchessa. Sono
più che un uomo rovinato; sono un uomo che per molto tempo ho lasciato
credere di star bene, probabilmente col mio secondo fine; ma questa
perdita improvvisa, rendendomi impossibile di continuare l’inganno,
aiuta pur troppo a scoprirlo. Un uomo di spirito non si vergogna di
confessare un rovescio di fortuna; ma nessuno vuole arrossire davanti
ad una donna, lasciandole scorgere che la rovina era già antica, e che
egli edificava sul falso. Ti capacita?
— Eh, capisco che se fosse vera, tu non dovresti aver più il coraggio
di presentarti. Ma non è vera, e tu, per non arrossire in presenza, ti
fai disprezzare da lontano.
— È una disgrazia, lo so; — rispose Massimo. — Pure, non vedo altro
che faccia al caso mio, e non ho neanche da scegliere. Rovinato, e col
pericolo di essere disonorato (tutti questi mali si possono aggravare,
in principio), sono partito da Roma. E parto difatti. Vedi, Almerico!
sono anche un vile, perchè ti prego di non scrivermi nulla di ciò che
ella avrà detto, fino a tanto tu non mi possa annunziare che tutto è
finito il meno male possibile.
— Senti, — disse Almerico, — poichè tu vuoi ad ogni costo....
— Sì, ad ogni costo, — interruppe Massimo, — è la mia risoluzione
fermissima.
— Ebbene, — ripigliò Almerico, — poichè lo vuoi, si può anche fare.
Ma io ti pongo un dilemma. O le cose sono più inoltrate che tu non
abbia voluto confessarmi, e in questo caso mi dài una parte odiosa. Il
giorno ch’ella sapesse che io ho mentito, per procacciarti una fuga,
non potrei più presentarmi in sua casa. Sarei un uomo disonorato, e per
davvero, mentre tu non lo sei che per celia. Ora, vedi, Massimo! il mio
blasone è povero, o poco ci manca. Si sono presentate le occasioni di
fargli una doratura nuova; e non ho voluto, amando meglio di lasciarlo
com’è. Vuoi tu ora che io mi persuada a tingerlo?
— Ti giuro, — rispose Massimo, — che il primo corno del tuo dilemma è
falso, come quello del rinoceronte. Spero che su questo paragone almeno
non troverai nulla a ridire. Quello che io ti ho confessato è tutto
il vero. È una cosa strana, lo so, lo vedo ancor io, che un capitano
si ritiri da una piazza forte, alla vigilia della sua capitolazione.
Ma che vuoi? fin qua ero arrivato, senza pensarci troppo, attirato e
contenuto da tutte le circostanze che ti ho dette; il resto mi annoia;
levo l’assedio, come un capitano che ha formato altri disegni più
vasti. E questi disegni li sai, e non occorre che te ne dica più altro.
— Veniamo allora al secondo corno; — disse Almerico. — Questo non è
di rinoceronte; è un corno autentico, sebbene sia il meno pericoloso.
O non è niente, non son state che ciarle, servitù cavalleresca,
adorazione platonica, e non vedo il bisogno di farti nero a quel modo,
di addossarti tanti peccati, dove uno basterebbe.
— E quale, di grazia?
— La tua leggerezza, perbacco! Ti troverà leggero, e dirà che non
meritavi di esser pianto. Ora, mio caro Massimo, per giungere a questo
fine, non mi par necessaria una bugìa così grossa.
— Ma pietosa; — soggiunse Massimo.
— Pietosa, ma grossa; — ribattè Almerico. — E son io che debbo dirla!
So bene che si calmerà; con me, poi, fingerà di calmarsi anche prima,
non dolendosi d’altro che della tua perdita al giuoco, se pure vorrà
prestar fede al racconto. Ma io, quando saprà il vero, che figura ci
avrò fatto?
— Ebbene, — disse Massimo, — io ammetto che la cosa vada come tu
prevedi. Ma qualcheduno ci vuole, per aiutarmi. Quanto a me, non posso
andarci. Fossi matto! Ho parlato tanto, che non saprei come liberarmi
dal viluppo delle mie parole.
— C’era il miele, nelle tue parole! — esclamò il Montegalda. — Il miele
è appiccaticcio.
— Bella scoperta! Ma tu che la fai, devi anche intendere che io non
posso più presentarmi. La fuga è il minor male; ma la fuga non salva
ancor nulla, se un amico non s’intromette e non parla per me.
— Sì, con la bugìa! — disse Almerico. — Perchè non puoi caricartene tu?
scrivendo, per esempio?
— Scrivere! che cosa?
— Quello che hai detto a me. —
Massimo stette alquanto sovra pensiero; poi disse risoluto:
— Si può farlo. Dammi un foglio di carta.
— È tutta con le mie iniziali. Scriverai domattina. Intanto, la notte
porta consiglio, e penserai meglio alla sciocchezza che vuoi fare.
— Oh, ci ho pensato abbastanza. Tieni bene in mente ciò ch’io ti dico.
O tu mi rendi il servizio da amico che ti chiedo, aiutando le cose a
cader dolcemente; o io le fo cadere rumorosamente, e penso in cuor mio
che tu, per essere un amico d’infanzia, potevi trattarmi un po’ meglio.
È un inferno, caro mio, continuare così, ed io non ci posso durare.
— Bada, Massimo, bada! non rinunzierai tu al paradiso?
— Di’ quel che vuoi. Per me è l’inferno. Son fuori di me; ho perduta la
testa.
— E dove andrai, si può sapere? — domandò il Montegalda.
— A Napoli.... per ora.
— Come? I Lockwood vanno a Napoli?
— Sì; — mormorò Massimo, chinando gli occhi vergognosi; — tra pochi
giorni. Non si son fermati tanto a Roma, che per assistere alla prima
dell’Apollo.
Almerico di Montegalda chinò la fronte anch’egli e rimase un istante
pensoso.
— Povero Massimo! — esclamò. — Sei bene impaniato!
— Ah sì! ci ho le penne maestre.
— E poi durerà come l’altro! — riprese il Montegalda. — Anzi, durerà
meno, perchè qui non ci hai nemmeno le circostanze in aiuto. È una
ragazza, la Lockwood: o si fanno le nozze, o s’infila l’uscio.
— Oh, non sarà il caso, — replicò Massimo, inalberandosi. — Che vuoi,
che mi dicano di no? Miss Madge mi vede volentieri; è lei che mi ha
parlato di Napoli, manifestando il desiderio di avermi per guida. La
madre, dopo che ho ballato con lei, non vede altri che me. Figùrati!
dice che gl’italiani non sanno ballare, e che io solamente so. A
dirtela in confidenza, così asciutta come pare, è una foca, ed io ci ho
preso un dolore al braccio, per farla girare. Quanto al padre, che ti
dirò? L’americano è felice, perchè farà la figliuola contessa. Io, da
ultimo, vorrei esser re, per farla regina. Vedi dunque che l’accordo è
perfetto.
— Egregiamente! — disse Almerico, che si sentiva stanco di quella lunga
chiacchierata. — Come scriverai?
— Come vorrai tu, — rispose Massimo.
— Io, caro amico, ti prego a credere che non vorrò nulla. Sei tu che
crei questo nuovo mondo, per liberarti dal vecchio.
— Hai ragione. Scriverò dunque press’a poco in questi termini. Una
disgrazia.... son rovinato.... debbo partire sul momento. O salvarmi,
se ci riesco, o sparire. Il conte di Montegalda che ha il mio
segreto....
— È troppo, — interruppe Almerico. — Io non ho altro segreto se non
questo: che la tua è un’invenzione. Cambia, te ne prego.
— Ebbene, — ripigliò Massimo, — diremo così: il conte di Montegalda,
a cui ho narrato queste cose, potrà dirgliene più lungamente. Io non
potrei farlo, nello stato in cui sono. Eccoti dunque il concetto;
— concluse Massimo, — scriverò la lettera domattina, la manderò, e
sparirò.
— Ci penserai prima, non è vero, — disse Almerico, — ci penserai ancora
due volte? —
Massimo di Riva era ostinato; gli pareva di avere architettata una
favola stupenda. Conosceva il Montegalda per un savio giovanotto, per
un amico buono e compassionevole. «Egli aggiusterà tutto» concluse
Massimo tra sè, prendendo congedo dal suo compagno d’infanzia.