Raggi filati.
La duchessa Serena provò ad una ad una tutte le soavi commozioni
d’una volta. Ed anche le piccole seccature: quella tra l’altre del
continuo aprirsi e richiudersi dei palchi, che riesce tanto molesta
agli orecchi, durante il primo atto di una rappresentazione. Ad ogni
tratto si sentiva il fruscio delle sete, il saltellìo degli sgabelli
urtati da un piede statuario, e via via tutto quel complesso di
strepiti, mal dissimulati dalla lentezza dei movimenti, che vuol dire
al buon pubblico: «guardatemi, son qua io, venuta a bella posta sul
tardi». Alle apparizioni delle Dee, sorridenti o accigliate, graziose
o solenni, entro nuvole di rasi e di trine, con aureole di diamanti
e di perle, seguivano le distrazioni dell’uditorio, le voltate, i
bisbigli, i nomi susurrati, i giudizi, le confidenze tra vicino e
vicino. Qualche volta ai rumori di curiosità si aggiungevano i segni
di disapprovazione. Le Dee non erano sempre di quelle a cui tutto si
permette, e i loro strepiti, prolungati oltre il necessario, e il
cinguettìo che soverchiava i più delicati passaggi della musica, o
balzava fuori più stridulo dagli intervalli delle battute d’aspetto,
provocavano le interiezioni della platea, dove protestavano dai loro
posti numerati tutti coloro che avevano pagato uno scudo per sentire il
canto di Radamès e non il passeraio delle dame ciarliere.
— Zitto là! — brontolava una voce.
— E che? — osava soggiungere un’altra, facendo dare i vicini in uno
scoppio di risa. — Siamo forse a ora di vespro sotto gli olmi del
Pincio?
Roma, fra tante sue cose buone, ci ha questa, di saper ridere a tempo
e di acquetarsi ad un motto scherzevole, anche di poco valore, quando
sia detto con garbo. Il popolo romano, ordinariamente così grave, e
alle volte così fiero, si adatta, si contenta, purchè gli diciate
un’arguzia. Se non gliela dite, non c’è niente di male; basterà
lasciargliela dire a lui, che n’ha sempre da rifarvi il resto.
— La Polidori, manco male! — mormorò la marchesa Flora, osservando una
signora apparsa dianzi in un palchetto di seconda fila. — Volevo ben
dire se non si faceva zittire un po’ lei!
— Ah sì; — rispose il commendatore Buonsanti. — La bella Didina!
— Bella? — ripigliò la marchesa. — La trovate bella, cavaliere?
— Io? no, veramente; dico quel che dicono gli altri. È uso di chiamarla
«la bella Didina» ed io ripeto, tanto per intenderci, e senza metterci
di mio nè sal, nè pepe.
— Confessate, — replicò la marchesa Flora, — che almeno un po’ di sale
ci vorrebbe. Ne ha così poco in zucca, la Polidori! —
Il commendatore Buonsanti sorrise e s’inchinò approvando con tutto il
busto, come s’usa a teatro.
— È strana questa usanza di giunger tardi, — entrò a dire la duchessa
Serena, che non aveva preso parte alle mormorazioni della sua dama
d’onore. — Pare una bella cosa, ed è così brutta! Che ne dite voi,
cavaliere? —
Il commendatore trovò che la duchessa Serena aveva centomila ragioni;
e allargò gli occhi e inarcò le sopracciglia quanto bisognava per quel
numero spropositato.
— Sì, lo ripeto; — soggiunse, — centomila ragioni. Ma una mi basterà.
Si è belle e riconosciute regine tra le belle, anche arrivando
modestamente le prime. Cosa o persona che abbia un merito reale ed
intrinseco, non ha bisogno di trombe e colpi di gran cassa. —
L’osservazione, così volgaruccia com’era, voleva un sorriso: e lo
ebbe, in grazia della diretta allusione che l’aveva preceduta. A quel
sorriso, a quel premio, il Buonsanti fece gloriosamente la ruota.
Perchè lo chiamavano cavaliere, se era commendatore? Per un vezzo,
o lettori, per una quintessenza della moda. Pare una diminuzione, a
tutta prima, ed è invece un accrescimento di dignità. La commenda,
sì, mio Dio, la commenda sta bene al collo di un gentiluomo, e rompe
piacevolmente quella uggiosa monotonia dell’abito di società: «bianco
calzato di nero», come si direbbe in araldica. Ma il dare a uno del
commendatore, a questi lumi di luna, è troppo poco, essendo troppi i
commendati. Voi osserverete che di cavalieri ce n’è dieci e venti volte
di più. Sì, veramente, son numerosi come le cavallette nel deserto; ma
c’è anche il vantaggio che se ne hanno di tre specie: i troppi di cui
sopra: i pochissimi dell’Annunziata, che son cugini del re, niente di
meno; finalmente i cavalieri di nascita, secondogeniti, o terzogeniti
delle nobili famiglie, dove non c’è un titolo o un nome di feudo da
applicare ad ognuno dei rampolli viventi. Il commendatore Buonsanti,
per esempio, si sottoscriveva nelle lettere e si faceva stampare sui
biglietti di visita: Buonsanto di Carpigliano; e questo Carpigliano,
comunello di montagna sotto le Alpi, dove il commendatore Buonsanti
aveva un podere con la rispettiva bicocca, poteva benissimo assumere
una cert’aria feudale. Dopo ciò, come non chiamarlo almeno cavaliere?
L’effetto era anche più grande, quando gli si dava quel titolo nelle
occasioni solenni, mentre portava al collo il gran nastro d’ormisino
verde, con la croce trifogliata e smaltata di bianco dei cavalieri
mauriziani.
Ma lasciamo stare da parte queste piccolezze. Il cavaliere commendatore
aveva fatta la sua osservazione galante, e la marchesa Flora, intanto,
adocchiava qua e là le ultime arrivate.
— Ah! — esclamò la vecchia marchesa. — Ecco la Wiedersehen, con le sue
perle scaramazze. Le mette proprio a tutte le salse!
— Si vede che non è Cleopatra; — notò il commendatore.
— Perchè, cavaliere?
— Perchè quella le mangiava senza salsa.
— Bravo! Siete in vena, questa sera.
— Non tanto, Donna Flora, non tanto. Infatti, questa non m’è venuta
buona. È scaramazza anche la mia. Dovevo ricordare che Cleopatra ha
bevuta la sua, non mangiata, e l’ha bevuta disciolta nell’aceto, che
può benissimo ammettersi come un principio di salsa.
— Altro arrivo! — disse la marchesa Flora, puntando il cannocchiale da
un’altra parte. — Vedo un naso....
— La Sant’Oronzio? — domandò il commendatore.
— Per l’appunto. Quando si parla d’un naso, non può essere che lei. Che
naso! Ai miei tempi, vedete, non usavano.
— Ed oggi, Donna Flora, posso assicurarvi che sono appena tollerati.
— Ah, meno male! E così strano! strano quasi come il suo casato. Che
santo è questo Oronzio? Esiste nel calendario?
— Chi lo sa? Certo, non è dei buoni.
— Ah, questa è nuova. Perchè?
— Perchè quello è laggiù, Donna Flora, e i Buonsanti son qua. Me la
passate, questa?
— Come no? è spiritosissima. Lo hai sentito, Serena? —
La duchessa rispose con un cenno del capo e con un sorriso blando; ma
tornò subito con gli occhi alla scena.
— Ancora un arrivo! — mormorò la marchesa. — Ma questa sera, tanto per
cominciare, vogliono venir tutte verso la fine del prim’atto? Vedete
un po’ cavaliere, da questa parte, tre palchi dopo il nostro. Son due
dame; madre e figlia, a quanto pare, o zia e nipote. —
Il Buonsanti impugnò il binocolo, e piantatosi col busto avanti e i
gomiti alti nel mezzo del palco, puntò le lenti sulle nuove venute.
— Propenderei piuttosto verso la seconda supposizione, — diss’egli. —
La ragazza mi pare carina. —
Non osava più dir bella, il commendatore Buonsanti. Per questa volta,
del resto, non avrebbe più avuto la scusa di ripetere ciò che tutti
dicevano, poichè egli non conosceva quelle due signore, e le vedeva per
la prima volta.
— È giovane assai; — rispose la marchesa. — Serena, vedi un po’ da
questa parte. Conosci tu queste due signore? —
La duchessa dovette voltarsi ancora una volta per contentare la sua
vecchia amica, curiosa come una bambina.
— Di chi parli? — domandò.
— Di queste qua, tre palchi più avanti del nostro; — bisbigliò la
marchesa.
Serena allora guardò e vide le due dame che la sua vecchia amica le
aveva indicate. Una di esse, attempata, che dava loro le spalle (magre,
ossute ed angolose spalle, per fortuna poco scoperte alla vista) aveva
una testa lunga e stretta sopra un collo lungo e smilzo. Si era voltata
allora di profilo e mostrava una faccia asciutta e dura, l’occhio
grigio, a cui toglievano anche lucentezza i colori vivaci della sua
abbigliatura, i diamanti ond’era costellata, agli orecchi, al collo,
e perfino nei capelli rossigni, molto lisciati alle tempie, e tirati
dietro la nuca. L’altra, seduta di contro a lei, era una fanciulla,
vestita di bianco, semplicissima, senza il minimo ornamento, ed anche
senz’ombra di civetteria, poichè, appena arrivata, e preso il suo
posto, senza dare un’occhiata in giro, aveva rivolta tutta la sua
attenzione alla scena.
— Non so; — disse la duchessa, dopo aver guardato un istante. — Saranno
forastiere.
— Ah sì, mi fate ricordare... — esclamò il Buonsanti. — Le americane!
Sicuro, dovrebbero essere le americane.
— Quali? — domandò la marchesa Flora. — Ce ne son tante! Se fossi forte
di statistica, vi potrei dire quante ce ne sono, di americane!
— In America, capisco; — disse il commendatore. — Ma in Roma dovrebbero
essere assai meno.
— Ragion di più per sapere chi sono quelle due.
— Ma, ecco... un certo nome.... L’ho sentito ancora ier l’altro,
in piazza Colonna, all’ora del corso. Wilson, Thompson, Jackson,
Dikson.... Son tutti in _son_, questi benedetti nomi! e non si sa mai
come _son_! —
L’uomo saggio deve saper bastare a sè stesso. Il commendatore
Buonsanti, per quella volta, dovette farsi i complimenti da sè. Proprio
in quel punto entrava un visitatore nel palco.
Quel visitatore era Almerico di Montegalda, vicentino, conte, non
ricchissimo di censo, ma gentiluomo compito, cortese di modi e
semplicissimo; con quel suo aspetto severo, che gli aveva meritato
presso gli amici il nomignolo di Guardasigilli. Non era, in verità,
che segretario particolare del ministro di grazia e giustizia; ma la
gran dignità del portamento, la compostezza, direi quasi la rigidità
della persona, e la gravità del discorso, che contrastava anche molto
con la sua aria di gioventù, facevano dire agli amici che il portafogli
sarebbe stato meglio nelle sue mani, anzi che in quelle del piccoletto,
irrequieto e nervoso suo principale. — «Hai l’istinto della grazia;
— gli dicevano; — hai l’amore della giustizia; sei un guardasigilli
nato». — «Sì, — rispondeva egli ridendo, — e morrò procuratore generale
del re, se pure mi avverrà di restare in servizio. Perchè, già, a
dirvela schietta, una casina sul monte Berico, con un migliaio di
scelti amici sugli scaffali, dovrebbe valere tutte le grandezze del
mondo». —
Lo innalzavano, ed egli si schermiva, non voleva saperne di ambizioni;
possedeva anche la modestia, quella cara modestia, che accresce tutte
le altre qualità dell’uomo, agli occhi di coloro che sanno apprezzarla.
Ordinariamente, si sa, riesce meglio la sfacciataggine.
La duchessa Serena accolse benissimo il Montegalda. Quel simpatico
giovane era un amico sincero e discreto, non invasore, non desideroso
di parere intimissimo, come sogliono essere gli amici delle belle
signore; misurato nelle sue relazioni, rifuggente dalle modeste
assiduità, non reputava necessario di buttarsi ai piedi di una donna,
per il solo fatto di esser ricevuto in casa sua, e di essere amico
dell’uomo preferito da lei. Un miracolo, vi dico, un miracolo d’uomo.
Ne nascono ancora, sapete? quantunque, riconosco ancora io che non se
ne trovano ad ogni cantonata, come avviene di tanti altri documenti
umani.
— Son venuto per tempo, duchessa, per esser dei primi a salutare la
vostra apparizione, — disse Almerico, prendendo accanto a Serena il
posto che gli aveva ceduto il Buonsanti. — Tra poco ci sarà piena, ed
io avrei corso il rischio di non giungere fino a voi.
— Credete che ci sarà piena? — domandò la duchessa.
— Signora, non si parlava d’altro, poc’anzi, che della vostra venuta,
— rispose Almerico. — È naturale che tutti gli amici che l’hanno
osservata, vengano a farvi riverenza.
— Gli amici son molto gentili, — diss’ella, — aspettiamoli dunque. E
frattanto datemi una notizia. Sapete nulla della quistione che è nata
ieri, o ier l’altro?
— Tra chi?
— Tra il Savelli e il Riccoboni. M’hanno detto che era il grande
avvenimento del giorno.
— Ah, sì... — rispose il Montegalda. — Ora me ne ricordo. Ma si saranno
strette le destre, «siccome tra cortesi alme si suole».
— Davvero? e quando? —
Dal gesto e dall’accento animato della duchessa, Almerico capì d’aver
detto troppo. «Ecco una cosa, — pensò egli, — che non s’imparerà mai
abbastanza. Bisogna astenersi sempre dal riferir notizie che riguardino
le persone, fossero pure le meno importanti per chi ce ne parla».
— Non so, — rispose egli poscia, ravvedutosi a tempo. — Non ne sono
neanche informato, e non manifestavo che una speranza mia. Sapete pure,
signora! Noi, guardiani della legge, non vediamo di buon occhio le
soluzioni estralegali. Desidero di cuore che la cosa finisca con una
stretta di mano.
— Tanto più, — soggiunse la duchessa, — che la questione non sarà grave.
— Non so, signora. Ho inteso che son corse delle parole vivaci, ma non
ne ho chiesto il perchè.
— «Cherchez la femme», mio caro guardasigilli, «cherchez la femme»! —
disse il commendatore Buonsanti.
— Ah sì? — balbettò Almerico, tanto per dire qualche cosa, ma non
mostrando nessun desiderio di saperne di più.
— Certo — riprese il Buonsanti. — E se non fosse per mormorare....
— Mormorate, cavaliere! — disse la marchesa Flora; — mormorate, voi che
mormorate così bene.
— Direi, — continuò allora il Buonsanti, inchinandosi al complimento, e
al ricordo delle «Mille e una notte», — che la causa degli sdegni non è
molto lontana di qui. Conosco i miei polli, io, e so che sono d’oro.
— Ah, questa poi, vi riesce male! — osservò la marchesa. — Ai vostri
polli ci cresce un’elle, e l’oro va mandato al plurale. —
Almerico, prudentissimo uomo, finse di non badare al modo in cui il
nome della Polidori era messo in ballo da quei due. Veramente quel
nome ricorreva spesso nelle conversazioni, e la marchesa Flora e il
commendatore Buonsanti non facevano nulla di nuovo. Era noto a tutta
Roma che la bella Didina, finito un romanzetto col marchese Sernicoli,
ne aveva imbastito un altro col duca Savelli, e si sospettava, senza
aver mai potuto venir in chiaro del perchè e del come, che un duello
del Savelli, con un amico della famiglia Polidori, fosse stato
cagionato da lei. Il Riccoboni era succeduto al Savelli, nelle grazie
della capricciosa signora: niente di più naturale che tra lui e il
Savelli non ci fosse rimasto buon sangue. Perciò, udito d’un alterco
tra i due, si era subito ripetuto il famoso «cherchez la femme», oramai
diventato più fastidioso del mal di stomaco.
Il primo atto era finito, e subito dopo capitò a far visita Nino Mattei.
— Tu giungi a tempo, — gli disse il Buonsanti. — Si vogliono molte
notizie da te.
— Eccomi qua: il Ministero ha i giorni contati....
— Che, che! Lasciami stare il Ministero. Vogliamo sapere chi sono
quelle signore, a sinistra, tre palchi più avanti: una, la più vecchia,
vestita di colore azzurro marino, e la più giovane di bianco.
— Ah, le americane! — disse il Mattei, dopo aver guardato dove gli
indicava il Buonsanti.
— Lo avevo ben detto io! — esclamò il commendatore. — Ed hanno un nome
che finisce in son. Jackson, Thomson....
— No, caro; si chiamano Lockwood.
— Senti! avrei giurato che finivano in son.
— E invece cominciano, — ribattè Nino Mattei. — Sonanti, lo sono, e
come! Mister Montgomery Lockwood, rispettivo marito e padre, possiede
laggiù, nel nuovo mondo, una miniera d’argento, che farebbe buon giuoco
a qualcheduno, nel vecchio.
— Credi? — replicò il Buonsanti. — Col monometallismo che invade, c’è
da augurarsela d’oro.
— Non sarò io che la rifiuterò, se me la regali, — disse il Mattei. —
Per altro, prima che il tuo monometallismo abbia vinta la causa, il sor
Montgomery degnissimo avrà tempo a dare parecchi milioni di dote alla
bionda Evangelina.
— Si chiama Evangelina?
— No, mi pare anzi che si chiami Madge, diminutivo, vezzeggiativo di
Margaret, — rispose il Mattei, pronunciando quei nomi a denti stretti.
— Ma quando vedo una ragazza americana, mi viene sempre in testa che si
chiami Evangelina. Ricordi della famosa «Capanna»!
— Che non dovrebb’essere annessa al cuore di miss Madge, se c’è una
miniera di mezzo, — notò saviamente il commendatore Buonsanti. —
È carina, sai? — soggiunse, dopo aver guardata ancora una volta la
giovane americana.
— Carina! — esclamò il Mattei. — Tu m’hai l’aria di farle grazia. È
una bellezza. Ci sono tutti i nostri giovinotti in subbuglio, per quel
bottoncino di rosa.
— Infatti, — disse la marchesa Flora, — nessuno va a prender aria, o
a fumare l’orribile spagnoletta nell’atrio. Vedeteli tutti là, nelle
sedie chiuse e nei palchi di prima fila incantati a guardarla. E mi
pare che la guardino anche dalle altre file, — soggiunse, levando gli
occhi e passando tutti i palchi in rassegna. — C’è un gran lavoro di
binocoli, per miss Madge, e per la sua miniera d’argento. Vo’ vederla
meglio ancor io.
— La miniera? — domandò il commendatore Buonsanti. —
Donna Flora non gli rispose; non si voltò neanche dalla sua parte.
Quella sciocchezza non meritava l’incomodo. Del resto, la curiosissima
signora voleva veder bene quella fanciulla, tanto decantata dal Mattei,
tanto ammirata da tutto il teatro.
Anche la duchessa guardò, non potendo fare altrimenti, poichè tutti
parlavano della bionda americana.
— Sì, è bella, — mormorò, deponendo tosto il binocolo.
— È bella d’un genere strano; — ripigliò il Mattei. — Vi prego, Donna
Serena, di badare ad una particolarità. Ho detto un bottoncino di
rosa, per la gioventù e la freschezza; ma nel fatto la bellezza di miss
Madge è sul fare della viola mammola. Poca apparenza a tutta prima: una
figurina gentile, ma di lineamenti forse troppo raccolti, o non ancora
formati, non sviluppati del tutto; ma poi, a ben guardare, una grazia
che incanta, una finezza di carnagione.... Proprio come i petali della
viola mammola, con quel calicetto nel mezzo, così soavemente colorito e
delicatamente venato!... Una bellezza profonda, intensa, ottenuta nella
semplicità delle forme.
— Che ardori, caro Mattei! che cognizioni della materia! — esclamò
il commendatore Buonsanti. — Anche la semplicità, ci hai trovata, per
andare in visibilio?
— Che vuoi? Siamo grandi, noi altri, ed accogliamo tutti i generi.
Roma qualche volta si ricorda delle sue origini, e s’innamora della
semplicità.
— Sfido io, con una miniera d’argento in prospettiva! — replicò il
commendatore. — È una semplicità... composta di molti numeri.
— Altre notizie, Mattei? — disse la duchessa, sviando il discorso. — La
questione del Savelli col Riccoboni è finita?
— Sì, finita, finitissima. Ci sono state spiegazioni soddisfacenti, e i
due campioni si sono rappattumati quest’oggi. Me ne ha parlato Massimo,
ancora pochi minuti fa. —
La duchessa Serena represse un piccolo moto del suo cuore. Massimo a
teatro? Ah, tanto meglio! Ogni pericolo era svanito, e il conte di Riva
sarebbe venuto a vederla. Ma perchè non era egli ancor giunto?
— Ne sono contentissima; — rispondeva frattanto a Nino Mattei. — Sono
sempre cose dispiacevoli, questi dissapori tra amici! —
Almerico di Montegalda si era alzato, per prender congedo.
— Ve ne andate, conte? — diss’ella.
— Sì, duchessa, e il perchè ve l’ho detto; — rispose Almerico,
sorridendo.
— Vi vedremo qualche volta? — ripigliò, stendendogli la mano.
— Sicuramente! Grazie! — rispose Almerico, inchinandosi di bel
nuovo. —
E stretta la mano gentile che gli era proferta, e ripetuto l’atto e il
saluto per la marchesa Flora, Almerico di Montegalda prese commiato.
— Guardasigilli, ti saluto; — gli disse il Buonsanti, prendendo
l’ultima stretta di mano.
Anche il Mattei non si trattenne più molto. Aveva da fare almeno una
dozzina di visite, il poverino. Così, nel palco della duchessa non
rimase altri, del sesso forte, che il commendatore... scusate, volevo
dire il cavaliere Buonsanti di Carpigliano. Nè per un pezzo capitarono
più visite. Almerico, in verità, si era troppo affrettato a dire: ci
sarà piena. C’erano tutti, in teatro, i conoscenti della duchessa,
gl’inevitabili delle sue veglie e dei suoi pomeriggi; ma tutti stavano
ai loro posti, come inchiodati, guardando estatici il bottoncino
di rosa, miss Madge Lockwood. Dal bianco della sua semplicissima
abbigliatura esciva fuori, come da una candida spuma, quella carnagione
rosea, periata, a cui dava risalto la bocca vermiglia, ingenua nella
espressione del labbro superiore un tal po’ rialzato, e l’occhio
vellutato, spesso attonito, donde qualche volta si sprigionava un
lampo d’intelligenza. La bellezza, si sa, è quasi sempre intelligente;
bellezza e ricchezza lo sono poi sempre; c’è una miniera di spirito,
accanto ad una miniera d’argento. Del resto, miss Madge meritava tutte
quelle ammirazioni. Il collo di ninfa, condotto in una linea purissima
fin sotto a quell’orecchio fine di cammèo, le ciglia lunghe, i capegli
d’oro, il busto che sporgeva bianco dal velluto del parapetto, snello
e timidamente rilevato nel timido rigoglio della prima gioventù,
quali tesori di bellezza nascente! Entro quella candida spuma l’occhio
vagheggiava la forma ascosa, e vedeva una statua di Cleomene, figlio
d’Apollodoro, come dice la scritta. L’occhio è un grande indiscreto,
e il pensiero è più indiscreto di lui: ma la statua di Cleomene è una
immagine che dice e non dice, e la impresto io, per l’occasione, senza
essere il padrone legittimo, e neanche il custode della Galleria degli
Ufizi.
— Miss Madge, che nome! — mormorò la marchesa Flora. — Margherita non
andrebbe egualmente bene, anzi di più? Mi figuro che Madge suoni in
inglese come Ghita in italiano. Ma vedi un po’! detto in inglese non
è più volgare, per orecchi italiani. Osserviamola un pochino, questa
ottava maraviglia. In verità, non pare neanche la figlia di sua madre.
— Per ora; — disse il Buonsanti; — ma poi!...
— Come? credete voi, cavaliere, che abbia da somigliare un giorno a
quella... come chiamarla, sua madre?
— Donna Flora, chiamiamola pure giraffa, o manico di granata, — rispose
il Buonsanti. — Tanto, non c’è nessuno a sentirci. Quanto a ciò che
avverrà, ne son certo. Vedete il collo dell’ottava maraviglia; è un
pochino più lungo del necessario. Vedete la testa; è piccina, più lunga
che larga. Le spalle non mi paiono neanche alte abbastanza. Date tempo
al tempo, e vedrete.
— Ahimè, cavaliere! — esclamò la vecchia marchesa. — Noi non ci saremo
più, per vedere. Ed è il presente, che vale; il presente, a cui bisogna
guardare. —
Serena sospirò. È il presente che vale! E per il presente, quella
fanciulla era la regina del teatro.
La marchesa Flora aveva dato di piglio al binocolo, e lo puntava verso
quella figurina di fanciulla, col dorso della mano in fuori, secondo
la vecchia costumanza, incomoda ma graziosa tanto, che permetteva di
mostrare quella mano al pubblico e di far vedere la pozzetta al gomito,
quando il braccio era bello. Abitudine, oramai, in Donna Flora, e non
atto premeditato, poichè da un pezzo la marchesa portava il braccio
coperto. Ma, lo sapete, anche quando veste il braccio e le spalle, una
donna che è stata bella non perde mai la vecchia abitudine.
— È carina, sai! — ripigliò donna Flora, dopo aver minutamente
osservata la giovane americana.
— Sì? — disse di rimando Serena, levando anch’essa il binocolo, per
guardar la fanciulla.
Era bella come un bel fiore, miss Madge Lockwood; e la duchessa Serena
n’ebbe una stretta violenta al cuore. Perchè? C’è egli qualche cosa
che ci avverte, vedendo una persona, come se volesse dirci: questa ti
farà soffrire? Non andiamo tant’oltre. La duchessa soffriva già fin
d’allora, pensando che se la bellezza di miss Madge era molta, non
era altrimenti nuova, nè strana; che ella pure, la duchessa Serena,
era stata un giorno così, un bel fiore appena sbocciato. Non l’avevano
paragonata alla rosa, che dieci anni addietro non era più, o non era
ancora ritornata alla moda; l’avevano paragonata alla «Vergine di Colle
beato», che era tuttavia la regina delle camelie, ahimè prima che per
essa e per tutta la sua numerosa famiglia si mutasse, insieme con la
moda, il gusto del pubblico. Ed era una festa, dovunque ella apparisse,
e i cuori volavano a lei, visibili immagini entro una atmosfera
vermiglia, ardente del fuoco di mille desiderii. Così era stata ancora
da sposa, e forse di più, perchè più fatta, più rigogliosa e fiorente.
Le ammirazioni erano cresciute, i cuori volavano più numerosi, più
ardenti, e tra quelle vampe più fitte fremevano le prime audacie della
giaculatoria, della invocazione, della preghiera, mormorata con accento
profondo, quasi singhiozzata, tra i versetti dell’inno. Ahimè, quanto
era durato l’incantesimo, per cui aveva potuto credersi una divinità
scesa in terra? Dove era andata quella dolce illusione che non dovrebbe
nascer mai, o non morire mai più?
L’illusione aveva fatto capolino, per un istante, al primo riapparire
della duchessa Serena in teatro. Di quelle ammirazioni, come di un
grato aroma, aveva aspirate le più sottili fragranze, e dentro di sè ne
aveva fatto omaggio, come suole una donna amante, al diletto del cuor
suo. Ed egli frattanto non appariva; ed ella provava intorno al cuore
come una sensazione di freddo. Le vampe non salivano più a lei, non la
circondavano più; quella colonna di fuoco, visibile agli occhi dello
spirito, andava su su ad involgere quella fanciulla bionda e rosata;
d’ogni parte a miss Madge lunghe occhiate d’invidia, lunghe occhiate di
desiderio. Invidia o desiderio, ammirazione o gelosia, che importano i
nomi? Una sola è la cosa: il trionfo.
E Massimo non appariva ancora. Come si sentiva sola in quella
moltitudine! Tutto ad un tratto si aperse l’uscio del palchetto. Oh,
finalmente! era lui? La duchessa volse gli occhi a guardare. No, non
era lui: erano i due fratelli Siamesi. Vogliate scusarmi, il nome non
l’invento io. So bene che quei due giovani personaggi si sarebbero
potuti chiamare più nobilmente i Diòscuri, Castore e Polluce, anzi,
poichè si era in Roma, a dirittura i Càstori. Ma che ci volete
fare? Siamo in tempi prosaici, e a chi aveva imposto un nome ai due
personaggi inseparabili era parso di dire una cosa meglio intesa da
tutti, chiamandoli i fratelli Siamesi. Non erano già appiccicati da
un muscolo comune; ma il legame morale che li univa era ancora più
visibile di ogni vincolo materiale.
Non erano nati ad un parto; eppure si erano avviati a scuola nel
medesimo giorno. Il maggiore aveva aspettato un anno il minore, per
andare con lui ad attingere alle fonti del sapere; insieme avevano
fatte le medesime classi, e ricevuti perfino i medesimi premi. «Pares
merito», come si diceva nelle antiche scuole! Fosse per giustizia
assoluta, o per giustizia relativa, o perchè meritassero il premio
tutt’e due, o perchè non si volesse aver aria di commettere parzialità
a danno dei terzi, i maestri solevano dare un premio di diligenza a
tutt’e due; era l’ultimo, e non faceva nascere invidie troppo forti.
All’università si erano laureati il medesimo giorno. Spettacolo
commovente per la famiglia! due tesi stampate, due corone di lauro,
due avvocati, in quel giorno, nella medesima casa! Ma non si spaventi
nessuno; non mi dica nessuno che due avvocati sarebbero già abbastanza
per un rione. I nostri due laureati erano ricchi, e non dovevano
patrocinare. Dio buono, se avessero mai dovuto cogliere le medesime
palme alla sbarra, polverizzare due volte in un giorno il faticoso
edifizio dell’accusa! No, no, questi pericoli erano fortunatamente
evitati. Ci sarebbe stato quello che prendessero la stessa moglie; ma
erano avvocati, e non avevano durato fatica ad intendere che la cosa
non sarebbe stata legale. Per altro, si rifacevano di quel piccolo
guaio, restando scapoli ambedue. Marciavano sempre in pariglia;
facevano insieme le stesse visite, dicevano le medesime cose; o più
veramente, uno diceva e l’altro ripeteva. Se eran cose da dover ridere,
ridevano insieme, o alternamente, secondo i casi.
Erano baroni tutti e due; ma, perchè viveva il babbo, li chiamavano
anche i baroncini. Biondi, rosei di buccia, come due mele appiole; uno
aveva molta barba, e l’altro un po’ meno; per pareggiare, portavano
ambedue la faccia rasa. IL più alto andava a capo chino, il più piccolo
a capo diritto, ed anche in questo riescivano a far pari. Uno si
chiamava Pietro e l’altro Paolo, sicchè il loro onomastico ricorreva
nel medesimo giorno: il ventinove di giugno, salvo errore.
La duchessa Serena fu costretta a godersi la conversazione di tutti e
due per una mezz’ora buona. Povera «Aida», se a quell’ora la bella e
malinconica dama avesse ancora avuto desiderio di ascoltare la musica!
— E così, duchessa, si diverte? — diceva Pietro.
— Le piace lo spettacolo? — soggiungeva Paolo.
— Una bella mostra di fiori in teatro, le pare?
— C’è da scegliere, non è vero?
— Dite barone, — interruppe la marchesa, per introdurre qualche novità
nel discorso, — quale scegliereste voi? —
Paolo rimase un po’ sconcertato, e si volse a Pietro, che rispose per
lui, sorridendo:
— Si capisce, marchesa... non c’è da domandare.
— Non c’è da dubitare nemmeno, — soggiunse Paolo, sorridendo anche lui.
— Lasciamo i presenti, — disse la vecchia marchesa, che ci si divertiva
mezzo mondo. — I presenti non contano.
— Se è per obbedirla! — disse Pietro.
— Se è per contentarla! — soggiunse Paolo.
— Obbedite e contentate, — replicò Donna Flora. — Che vi pare della
Polidori?
— Non c’è male.
— È passabile.
— Non vi riscaldate molto, a quel che pare. E della Santangeli?
— Bella, sì, ma infine....
— C’è di meglio, marchesa!
— Ah, bravi! Avete dunque una preferenza? Meno male. E tutti e due per
la stessa?
— Perchè no? Quando si ammira!...
— Quando si ha da dire la verità!
— Avanti dunque! che cosa preferite? Sentiamo.
— Marchesa, ci sono certi raggi filati! — rispose Paolo.
— Raggi filati, marchesa! — ribadì Pietro.
Per quella volta la marchesa Flora dovette tener bordone a quei due, e
ripetere la stessa frase anche lei.
— Raggi filati! — esclamò. — Che roba è?
— La novità della serata; — rispose Paolo.
— L’ultimissimo figurino; — soggiunse Pietro. — Veda qui presso, tre
palchi dopo questo.
— Ah, davvero? L’americana?
— Sì, per l’appunto.
— E dite raggi filati!
— Perchè no? — rispose Pietro. — Non si dice aria tessuta? Non si dice
capegli d’oro? Non si dice anche oro filato?
— Qui, — soggiunse Paolo, — è un oro filato, che risplende come il
sole. Si potrà dir dunque raggi filati. —
E rise, il baroncino Paolo, e gli fece la terza il baroncino Pietro.
— Benissimo! — disse la marchesa. — E l’avete trovata voi, signor Paolo?
— No, marchesa, — rispose questi, facendosi rosso, — è mio fratello
Pietro!
— Complimenti a voi, dunque!
— Oh, non è il caso, — disse Pietro. — A me era venuta senza pensarci;
è mio fratello Paolo che l’ha osservata.
— Nobile gara tra fratelli! — esclamò Donna Flora. — Diciamo dunque
raggi filati. È carina, la frase, carina tanto! Non pare anche a te,
Serena? —
La duchessa rispose con un leggero movimento di labbra. Ella oramai
non poteva più sorridere. Poco dopo, offrendole la marchesa di cambiar
posto, accettò; ma, com’ebbe ceduto il suo all’amica, ella si ritirò in
fondo al palchetto, pregando uno dei Diòscuri di far riscontro a Donna
Flora.
— Che hai? — domandò questa all’amica.
— Niente; — rispose Serena. — Mi dà un po’ noia la luce.
— Già! — disse il Buonsanti. — Con tanti raggi filati!
— Oh, ci son quelli del gas, che stasera sono più molesti del solito;
— replicò la duchessa, non volendo sentir l’allusione, del resto
involontaria, del cavaliere degnissimo.
E rimase nel suo angolo, all’ombra, felice in apparenza di aver cansato
il riverbero di quella gran luce; mentre i due fratelli si offrivano il
posto buono a vicenda.
— Vada Pietro; — disse il Buonsanti, per far finire la scena; — Pietro
è il principe degli apostoli.
— Grazie; — rispose Pietro. — Ma Paolo è l’apostolo.
— Già, per antonomasia! — soggiunse Paolo.
— Bravi, bravi! — esclamò la marchesa. — Gareggiate sempre; non vi
sorpassate mai. Se tutti facessero così, non ci sarebbero più gelosie,
nè invidie, nel mondo. Non ti pare, Serena? —
Serena rispose con un altro cenno del capo. Non sorrideva più, non
coglieva più il senso. Povero regno finito! il regno effimero, il
regno della luce, dei raggi, degli ardori! Quanti madrigali, una volta,
quante ammirazioni e quante frasi per lei! Ora non più; la gran folla
aveva un altro argomento alle sue ammirazioni; per altre bellezze
torniva le sue frasi, cesellava i suoi madrigali. E Massimo era
comparso in teatro, e non era salito da lei.
Dieci anni dopo! Dieci anni! Triste cosa, quei dieci anni dopo, nella
bellezza, nella gioventù di una donna!