Dieci anni dopo.
Al teatro Apollo di Roma, si era aperta la stagione invernale
(o di carnevale e quaresima, se vogliamo stare ai cartelloni
dell’impresario), si era aperta, dico, con l’«Aida» del Verdi. Sempre
nuova quella musica, dopo dieci anni che la duchessa Serena di San
Secondo l’aveva udita per la prima volta: sempre nuova e sempre
bella, come ogni opera d’arte che abbia forte struttura, larghi
contorni, giusta distribuzione di parti, sobrietà d’ornamenti. Così il
Partenone.... Ma noi parliamo dell’«Aida», e il paragone ha da essere
un altro. Così un tempio egiziano, massiccio insieme ed elegante,
disfida i secoli, non pure col granito di Siene, onde ha le colonne
formate, ma ancora con la policromìa vivace dei capitelli figurati,
o delle fasce istoriate; e dopo aver detto tanto, co’ suoi enimmi
scolpiti, ad un Belzoni, ad un Champollion, ad un Mariette, ha ancora
qualche cosa da dire, e chi sa? forse la miglior parte, al Maspèro.
Una bella donna, se mi permettete il salto prodigioso (ma qui, lettori
miei, si può cascare senza pericolo perchè si cascherebbe in ginocchio)
una bella donna del pari. Quante cose non dice una bella donna, dai
primi sorrisi dell’alba vermiglia, alle ultime carezze di un tramonto
dorato! Degnatevi di osservare che io non conto gli anni, ma uso
l’eufemismo di una garbata perifrasi. A certi narratori della scuola
moderna piacque di mettere i puntini sugli «i», e di tradurre in cifre
arabiche il principio e la fine della età romanzesca di una bella
donna. Uno, il maestro, studiò la donna a trent’anni, e non ricordo che
la trattasse coi guanti; un altro, lo scolaro, la prese a quaranta,
e la mise senz’altro in berlina. Più felice da questo lato, e più
galante, con tutta la sua terribil fama di uomo salvatico e dal cuore
di macigno, un illustre italiano uscì in questa dimanda, che è come un
grido dell’anima: «Si ama egli forse col calendario alla mano?»
Diciamo, per essere nei confini del vero, che una donna è amabile,
nel primo significato della parola, fino a tanto che le apparenze
l’aiutano. Beata sicuramente colei che ai trionfi della bellezza, così
presto invidiata dal tempo, può accompagnare in propizia stagione i
piaceri indefettibili della intelligenza e le ineffabili consolazioni
della bontà: due provvidi innesti, che le consentiranno di non rimaner
mai con l’anima vuota e col cuore inaridito. Incomincierà allora per
lei l’autunno dai frutti più saporiti e fragranti, l’autunno tiepido
co’ suoi meriggi gloriosi e le sue sere solenni. Lo stesso inverno, al
riparo dalle gelate, avrà per lei, nella conscia stanza dei padri, come
un allegro scoppiettìo di focherello domestico, il passeraio ameno, i
vezzi amorosi, i baci vivificanti delle nuove generazioni.
Ma questo è un andare troppo in là; ritorniamo dunque in misura. Dieci
anni non son bastati a intaccare le scultorie forme di Aida; dieci
anni non hanno solcato di una ruga il volto di Amnèris, le cui collere
gelose son sempre verdi, come.... guardate! mi fiorisce il bisticcio
sotto la penna.... come l’autore dell’aspettatissimo «Otello». Gli
amori della schiava, figliuola di re, son sempre soavi, e si muore
ancora classicamente volentieri, quando la romantica Etiope, dopo
avervi fatto perdere il vostro buon nome di soldato Egiziano, viene
poeticamente a morire con voi della più prosaica di tutte le morti: la
fame.
Dieci anni, per altro, dieci anni! Ci pensava, la duchessa Serena,
salendo lo scalone del teatro, in compagnia della vecchia marchesa
Flora.
Non era stata una scelta pensata, quella di una vecchia accompagnatura;
bensì una necessità del suo stato civile portava che la duchessa Serena
si fiancheggiasse d’una appendice del suo sesso, e possibilmente più
matura di lei. Per la prima volta, dopo aver deposte le «vedovili
bende», la duchessa si mostrava a teatro, e fra le sue amiche mature
era naturale che scegliesse la più volenterosa, come tra i suoi maturi
amici aveva scelto per cavaliere il più serio, a giudicarne dal pelo,
il meno pericoloso di certo, quell’accompagnatore fidato di cui nessuno
mormora, che un amante ha permesso, quando l’amante c’è, o di cui
questi è geloso solamente per celia.
Ordinariamente, la vecchia dama non ignora di esser presa per guardia
d’onore della dama più giovane. In queste cose, e in altre molte, la
donna di una certa età si mostra più intelligente dell’uomo; e quando
ella si adatta ad un simile ufficio, gli è per davvero, senza inganno
possibile. Aggiungete che nella sua rassegnazione entra sempre un
granellino di compiacenza; poichè le gaie frivolezze, di cui non si era
intieramente divezzata, accompagnano sempre la sua giovane amica. Non
sia troppo giovane, per altro, poichè le amiche troppo giovani sogliono
essere spensierate e crudeli: vi considerano il più delle volte come
una muta tappezzeria, e vi mettono facilmente in angustie. Ad acquetare
lo spirito della vecchia dama, a consolare il suo resticciuolo di
vanità, basterà il poter pensare, che fra non molti anni la giovane
amica sarà come lei; frattanto, per trovare un bel punto d’eguaglianza,
parleranno delle donne più giovani e più celebrate, delle spose più
fresche, delle ragazze più in vista, e daranno i loro giudizi, che non
saranno sempre quelli del re Salomone.
L’uomo, in quella vece, non capisce nulla. Beato lui! forse per questo
egli è il re del creato. Gli han detto da principio, anzi gli han posto
per assioma, che un uomo è sempre bello, e questo è stato il dirizzone
della sua vita. In fondo, non si può negare che la proposizione abbia
una tal quale apparenza di vero, data la costituzione del civile
consorzio, che ha fatto di lui un necessario gerente di giornali di
mode: giornali ambulanti, si capisce, che sono poi le donnine belle.
Gli han detto ancora che un uomo è sempre giovane; ed anche questo
si può credere, se un dotto parrucchiere aiuti coi suoi maravigliosi
specifici alle naturali illusioni. E poi, diciamo tutto; da giovane
ebbe distrazioni d’ogni maniera, i giuochi, le cavalcate, le cene, le
cacce, le conversazioni e i teatri; la vita gli è tornata assai facile,
quando del rigore di una Giunone, o d’altra delle divinità maggiori,
lo consolavano tante altre dèe _minorum gentium_ (passatemi qui il
latino, per un’eccellente ragione che ha detta il Boileau), dèe senza
diadema, in verità, ma egualmente piacenti, se non forse di più. Questa
facilità di vita lo ha avvezzato a confidare, a presumere molto di sè.
In progresso di tempo, alle vanità non succedettero, ma si aggiunsero
le ambizioni, quelle care ambizioni, così grandi e così piccine ad un
tempo, sopra tutto così contentabili, che gli hanno ottenuto tre dita
di nastro verde, o rosso e bianco, da mettere al collo, magari una
piastra d’argento, in forma di rosone, o di stella, da appiccicarsi al
costato, un posto alle mense solenni, il nome di personaggio necessario
in ogni serata, e finalmente, oh colmo di gloria! la citazione sui
giornali quotidiani. Allora, vedete, anche le Giunoni e le Minerve lo
cercano; lo cercano tanto più, e magari se lo contendono, quanto più
è stagionato. Egli già non s’avvede del doloroso perchè; aspira il
profumo, e continua imperterrito nella sua parte di Nume. Così doveva
far Giove negli ultimi cent’anni del suo imperio cadente. Sentiva
odore d’incensi, il povero iddio, e non badava più che tanto a quel
che succedeva di fuori. Poi venne un vescovo, seguito da una turba di
fedeli infuriati; gli dètte una mazzata, e gli cascarono i fulmini;
un’altra mazzata, e gli cascarono le braccia; un’altra ancora, bene
assestata tra capo e collo, e la testa del dio imbelle rotolò in un
canto della cella, andò a far numero con tanti altri nobili cocci,
prezioso argomento di studio agli eruditi di quindici secoli dopo.
Ma vedete la conseguenza fatale di un primo dirizzone! l’uomo fino
al giorno del _proficiscere_ può credersi ancora un gran che, fare il
galante e non avvedersi mai di essere un coccio. Al Circolo, al Senato,
alla Camera, gli amici del suo tempo, e giù di lì, sono sempre disposti
a dirgli, con accento d’invidia:
— Briccone fortunato! Sempre sulle galanterie, non è vero? Ier l’altro
con una bella signora; ieri con due; con quante, domani? Ma già, si
capisce: abbiamo sempre vent’anni! —
Il fortunato briccone sorride e tace. Chi tace acconsente.
— Come è sempre bella, sempre fresca, quella diavola d’una duchessa!
— ripigliano quegli altri. — Il tempo non può nulla su lei. Dovrebbe
avere i suoi trentacinque, oramai.
— Che! Ne ha trentuno.
— Trentuno? Avrei scommesso per trenta. Ricordo ancora quando s’è
maritata. Allora ne aveva diciotto.
— Perciò dovrebbe averne ventotto, ora; e ventotto, via, mi paiono
troppo pochi.
— La verità è nel mezzo, tra ventotto e trentotto.
— Chi ha detto trentotto? Datela almeno tra ventotto e
trentacinque. —
Questi computi cronologici non turbano punto il fortunato briccone,
a cui per intanto nessuno rinfaccia i suoi sessanta, col vantaggino
di costa! Egli è uomo, è sempre giovane, è sempre bello, è sempre
irresistibile, come a vent’anni, quando tutte gli resistevano, non
credendolo serio affatto, nè discreto abbastanza.
Così era avvenuto che il vecchio commendatore Buonsanti accompagnasse
al teatro, come cavalier d’onore, la duchessa Serena di San Secondo e
la sua vecchia amica marchesa Flora Terenziani. Di questa gl’importava
pochino, si capisce, e molto invece dell’altra; ma intanto, da
cavaliere compito, si mostrava cortese con tutt’e due.
— Dieci anni! — pensava la duchessa, entrando nel suo palchetto. —
Dieci anni! — ripeteva, dopo quel fruscìo di seta, che segue, tra i due
divani di velluto, la deposizione delle pellicce, e mentre, non senza
un pochino di batticuore, prendeva posto al davanzale.
Molto discretamente, per verità, la duchessa Serena era giunta delle
prime a teatro. Era forse per amore della musica? o per desiderio
di non farsi troppo osservare? o per una di quelle delicatezze che
le regine della bellezza e della moda usano qualche volta ai loro
fedelissimi sudditi?
Centinaia d’occhi si rivolsero a lei; centinaia di binocoli si
puntarono su lei dalle sedie chiuse e dai palchi; un bisbiglio
incominciò da questa parte e da quella. E il bisbiglio e la curiosità
e l’ammirazione, erano cose a cui era avvezza; per parecchi anni era
stato quello il suo trionfo di vanità innocente. E là, davanti a lei,
incominciava la rappresentazione dell’«Aida», e le poteva parere,
udendo il bisbiglio, intravvedendo i binocoli puntati su lei, di
assistere per la prima volta a quello spettacolo.
Dieci anni! Il pubblico era ancora lo stesso che l’aveva acclamata
regina; ella era sempre quell’astro nuovamente apparso sul meridiano di
Roma, e di cui tutti gli Herschell delle sedie chiuse e dei palchi si
erano provati a determinar l’orbita, misurando la distanza perielia,
il nodo ascendente, l’inclinazione all’eclittica, pronti ogni anno,
anzi ogni stagione, a ricominciare i calcoli e le operazioni, cercando
ancora le eccentricità, se mai ce ne fosse traccia, per essere
padroni della curva. Quegli Herschell erano suppergiù i medesimi d’una
volta. Qualche zazzera appariva brizzolata, qualche cranio; si vedeva
denudato. Ahimè! questo è il destino. Ma finalmente, ci sono dei calvi
e dei canuti anche all’età di trent’anni, a quell’età che è la gioventù
vera e la forza dell’uomo. È anche l’età delle ambizioni; ma di solito
gli elettori si mostrano restii a secondarle subito; qualche volta si
muovono a compassione quando l’ambizioso ha toccati i quaranta.
— Come? — domanda allora la bella dama all’eletto. — Così giovane, e
già deputato?
— Ah, signora! non sa che si può esserlo a trent’anni? La disposizione
dello Statuto è tassativa _al riguardo_. —
L’accenno allo Statuto e alla disposizione «tassativa» dispensa
l’eletto dall’obbligo di rispondere: — Signora, ne ho quaranta.... due.
Or dunque, dicevamo: erano gli stessi i contemplatori; era anche lei
quella di dieci anni addietro, quando, sposa novella, al fianco del
maturo ma sempre brillantissimo duca di San Secondo, aveva fatta la
sua prima comparsa all’«Aida», confondendosi un pochettino, tra le
ammirazioni di cui essa era argomento e la novità di quella musica,
bella anch’essa come lei, superba dei suoi recenti trionfi del Cairo
e di Parigi, col fiore di loto della sua fragrante giovinezza tra le
mani. Ah, rimaner sempre gli stessi, che bella cosa!
Ma era così anche il conte di Riva? Egli, per esempio, l’inevitabile
Massimo, non era quella sera a teatro. Caso grave, in una prima
rappresentazione; ma il conte Massimo non aveva potuto fare altrimenti.
La necessità non ha legge.
Quanto l’aveva amata, il conte di Riva! La giovane duchessa Serena, fin
dai primi anni del suo matrimonio, non incontrava che lui; dovunque
ella andasse, non era sicura di vedere che lui, sempre là, muto
osservatore, estatico fachiro in cravatta bianca. Incontrandolo sempre,
avendolo sempre sotto gli occhi, era naturale che si avvedesse della
presenza sua, più che degli altri mille a cui ella certamente piaceva
come a lui. La donna non dovrebbe accorgersi di queste adorazioni,
si dice; almeno almeno, non dovrebbe osservarle. Ahimè! dovere non è
potere. Infine, è egli proibito di farsi guardare? O perchè allora
c’è l’obbligo di andare ai balli, ai ricevimenti, ai teatri nelle
serate di gala, con le braccia e le spalle audacemente ignude, con un
fiore fresco, o una stella di brillanti nei capegli, un vezzo di perle
intorno al collo, o un nastrino sottile da cui pende un gioiello di
gran prezzo, vero tesoro sopra altri tesori? Chi provoca la curiosità
non accetterebbe l’ammirazione? Quella di tutti, si risponde, che è
meno, assai meno, dell’ammirazione di un solo.
Ma qui si prende a giuoco l’aritmetica; e la severissima tra tutte le
scienze non ama queste sottigliezze, questi sofismi. Aggiungete che
è dell’ammirazione, come della lode: due sorelle finalmente, e nate
ad un parto, poichè la lode è ammirazione parlata, e l’ammirazione
una lode muta. Ora, se tra cento lodi una ha valore per noi più
delle altre novantanove, sarà gran peccato che si noti l’ammirazione
di uno, tra le ammirazioni di mille? Il conte di Riva non lo aveva
inventato lei. A buon conto, lo avrebbe fatto biondo, poichè preferiva
il biondo, con gran consolazione del duca, che lo era stato ai suoi
tempi. Inoltre, quel contino dai capegli bruni l’aveva.... come si ha
a dire? Annoiata? No. Seccata? Nemmeno. Irritata? Sì, diciamo pure
irritata, con la sua insistenza, con la sua ostinazione. Che cosa
aveva, quel grazioso signore, e che cosa voleva da lei, facendosi
scorgere in quell’atteggiamento da tutti? Il primo atto della duchessa
Serena fu adunque di ribellione. Quell’ammiratore, quell’adoratore, era
indiscreto, sciocco, noioso, opprimente. Tuttavia, era anche mesto. La
giovane duchessa se ne avvide un giorno guardandolo alla sfuggita, con
la coda dell’occhio. Dopo qualche tempo non lo vide più; era sparito,
non senza stupore di lei, sparito davvero. La bellissima donna respirò,
ed abbracciò anche più teneramente del solito il duca suo marito. Era
salva.
Salva! C’era dunque stato un pericolo? Eh, che cosa posso dirvene io?
Lo spagnuolo in questi casi risponde: «quien sabe?» e il francese:
«peut-être;» l’arabo: «Allah Kerim» che dice ogni cosa; il malese, che
è il malese, soggiunge con classica breviloquenza: «Ugian, pajong», che
vuol dire a un dipresso: quando piove, prendete l’ombrello. Si è poi
così felici di non essere stati neanche al risico di osservar troppo
una cosa!
Anche per un’altra ragione era bene che fosse andata così. Ben leggera
quella fiamma, che si era spenta così presto! La donna che ci credesse,
a questi cascamorti, sarebbe sciocca davvero! La freddezza è una prova
sicura, infallibile; fingere di non curarsi di loro, e vanno via come
il vento. Ma no, si era troppo affrettata a conchiudere. Un mese non
era scorso da quella sparizione improvvisa, e più mesto, più pallido,
più fatale del solito, il conte di Riva era ricomparso, riprendeva le
sue contemplazioni da lungi. Noioso, sì, come prima; questo andava da
sè. Ma almeno non si poteva pensar male di lui. Certo, in quei trenta
giorni, gli era accaduto qualche cosa di grave. Ma che, di grazia? Gli
amici del bel mondo son sempre lì per darle, certe notizie, chi sappia
condurli bel bello sull’argomento. — Ah, il conte Massimo! il solitario
delle Ardenne! Vuol fare ogni cosa come un eroe da romanzo della
vecchia scuola. S’è ammalato, e i medici non hanno saputo indovinare
la sua malattia. Chi ha detto languore, chi anemia, chi iperemia,
chi nevralgia, chi altra diavoleria. Uno solo contro tutti aveva
sentenziato: — Per il male del conte di Riva non ha rimedi la scienza;
egli è innamorato.
— Innamorato, tanto da farci una malattia! — esclamavano le amiche di
Serena. — E non si sa di chi?
— Non si sa.
— Questa è forte! Non si sa dove capita?
— In nessun luogo; da un anno ha trascurato tutte le sue relazioni.
— Ecco un enimma! Ci sarà da studiare per tutto l’inverno. —
Di questi nonnulla è intessuta una conversazione elegante. Sono essi
i polviscoli che il vento solleva a miriadi e distribuisce a caso;
si posano, entrano nel sangue, e ci fanno i guasti che la scienza
descrive.
Più mesto, adunque, più pallido e più fatale di prima, il conte di
Riva era tornato al suo ufficio di fachiro; ma altresì più guardingo,
e la cosa va detta ad onor suo, come ad onor suo era stata notata.
Guardava lei di tanto in tanto, e solamente lei; ma spesso non guardava
in nessun luogo. Nei ritrovi del bel mondo, tanto per mettere a
lavoro gli Edipi, era anche ricomparso; ma non ci si lasciava vedere
che nelle grandi occasioni, dove il numero confondeva e il solenne
apparato copriva. Era stato presentato a parecchie dame, che ancora
non conosceva, ed anche alla giovane duchessa di San Secondo. Ma a
tutti era parso molto discreto; a lei perfino freddo, sebbene con
intenzione visibile, per un certo sforzo di muscoli facciali; e si
era presto tirato in disparte, con una compunzione meravigliosa. La
duchessa gli era stata grata di quel nobile contegno. Da quel giorno,
vedendolo ancora, vedendolo spesso da lungi, non le parve più noioso,
nè opprimente, nè sciocco. Anche nella faccenda dei colori, la duchessa
aveva temperate le sue opinioni. Che c’era da far caso del colore dei
capegli? Ci sono degli uomini antipatici, e di tutti i colori, dei
biondi come dei bruni. Un certo color di capegli si confà con una certa
forma di bellezza: ecco tutto.
Così aveva dischiuso il suo cuore, così si era mutata a grado a
grado per lui. Quando si avvide di amarlo, lo amava già troppo,
non era più padrona di scacciarne l’immagine. Per vincere, sarebbe
stato mestieri di combattere; ma come si combatte, se non si ha di
rincontro il nemico? Massimo non era già al suo fianco, per incalzarla
con le sue supplicazioni, per turbarla co’ suoi furori, chiedendo
all’occasione, aspettando da uno smarrimento della ragione di Serena
il frutto della vittoria riportata sul cuore di lei. Misurato sempre
negli atti suoi per necessità esteriori, Massimo si era fatto anche
più riguardoso per intime ragioni, non volendo perdere con un solo
errore ciò che tanti accorgimenti gli avevano guadagnato. D’altra
parte, la duchessa sarebbe stata tanto più severa con sè medesima,
quanto più si era mostrata debole con lui. Le consuetudini della
casa, il genere di vita che seguivano i signori di San Secondo, tutto
si frapponeva, tutto pesava su quella coppia d’innamorati. Il duca,
come vi ho detto, era un brillantissimo gentiluomo; amava i piaceri
sfoggiati, la pompa, l’apparato; era a tutte le feste ed apriva
anche spesso la sua gran casa alla gente; stancava e stordiva la sua
giovane compagna, tenendola in mostra continua ed in moto perpetuo.
A scatti, poi, fosse astuzia o capriccio, cambiava paese; correva
con lei a Parigi, a Londra, a Vienna, a tutte le acque più famose,
poichè il brillantissimo gentiluomo aveva tutte le infermità che
domandano le cure più costose, e che non trovano benefizio in nessuna.
Apparizioni, barbagli, scintillamenti di stella, corse vertiginose
di cometa, erano le gioie della duchessa Serena. E durarono qualche
mese oltre i nove anni, destando in molte donne l’invidia di una così
varia esistenza, mantenendo in lei l’illusione di non esser nata per
quella condizione di luce elettrica, sempre viva ed intensa in ogni
densità dell’ambiente. Nelle regioni elevate e sotto il raggio del sole
meridiano, tutti provano le vertigini dell’altezza ed il fastidio della
luce; di lassù si sospira più facilmente la pace umile e la oscurità di
un angolo ignorato. Se poi questi desiderii fossero esauditi, povera
filosofia, come rinnegherebbe sè stessa! Ma lassù, in quella luce, la
duchessa Serena sentiva così; quello era il suo modo di vedere le cose.
Ah, un angolo del mondo e il suo Massimo! Anch’egli, l’amato, doveva
sentirlo il desiderio dell’egloga, ascosa nel verde di una magnifica
villa del Seicento, tutta condotta a lunghe ed alte siepi di lauri e di
querci; con gradinate gigantesche per loro due soli; fontane sostenute
da grandi pilastri di travertino, corrosi dall’aria e pittorescamente
chiazzati d’ogni generazione di licheni; templi in rovina; urne antiche
scoperchiate, con trionfi di poeti e coro di Muse festanti; infine,
sulle rive del laghetto tranquillo, belle ninfe di pietra che si
recano il dito alle labbra, in atto d’invitarvi al silenzio, mentre
un giovane Fauno, sorgendo dal mezzo delle acque, cava dalla rustica
zampogna una melodia che l’orecchio non ode, ma che il cuore indovina
e raccoglie. Pensoso com’era, Massimo la sognava sicuramente, la
desiderava anch’egli una esistenza di quella fatta; egli così pronto a
rubare i minuti al destino, per giurare a lei una eternità di amore e
di fede. Si giura tanto bene, una eternità, quando non si possiede che
il momento fugace! La passione non ha che un accento; e suona bene,
quell’accento, quando è concentrato nella brevità di un attimo, in
mezzo ai contrasti, alle angustie, ai terrori.
Al suo giorno, alla sua ora, il duca di San Secondo era morto, e della
malattia che non aveva curata: una congestione cerebrale. Rimasta
vedova, la duchessa Serena aveva pianto con lacrime di tenerezza, non
senza qualche rimorso, un gentiluomo che aveva avuto per lei tutte
le buone intenzioni di un amico e di un padre, e che, circondandola
di fasto e di eleganza, trascinandola di passatempo in passatempo,
senza un giorno di tregua, le aveva pur date tutte le apparenze della
felicità. Gran cosa, queste apparenze, in una società come la nostra,
dove è così raro conseguir la sostanza! Dicono che la felicità si
sia rifugiata anche lei nel fondo di un pozzo. È forse per questo che
tanti disgraziati la vanno a cercare là dentro? Ahimè! forse ella non
ha che un istante, come la passione non ha che un accento. Passato
quell’istante, quell’attimo, incomincia il ricordo; e noi, aspettando
quel che sarà, viviamo di quello che è stato.
La duchessa Serena pianse adunque il marito. Ma il cuore ha i suoi
diritti, che non è dato di sopprimere, comprimendolo. Al cessar delle
lacrime, la pupilla riappare scintillante come la faccia del sole tra
le ultime gocce del nembo. Cessate le strette angosciose della pietà,
il cuore riprende i suoi battiti, il sangue scorre vivace e richiama il
pensiero ai sogni giocondi della vita. L’uomo che ha saputo misurare e
dividere il tempo come lo spazio, ha pure assegnato un termine equo al
dolore, come un freno decente agli impeti della gioia. E si obbedisce
alla legge, e si contengono quegli impeti, quelle impazienze del
sangue. Il nero non è più nell’anima nostra, ma è tuttavia negli abiti;
aspettiamo. Il grigio è appena sottentrato al nero, che già l’anima è
in festa: aspettiamo ancora. La triste crisalide è presso a rompere i
suoi involucri; la farfalletta bianca libererà le sue ali, spiegherà
presto il suo volo nella verde allegrezza dei prati. La donna non aveva
ancora che le sue passeggiate, in atteggiamento composto, in aspetto
severo; rieccola alle feste, ai balli, ai teatri. Il sogno della vita
ripiglia il corso interrotto.
Sarà poi quello di prima? senza nulla di mutato? Una piega invisibile,
o inavvertita da prima, non darà un altro indirizzo alle cose? Pensando
al caso suo, la duchessa Serena poteva sperare di no. Vedeva immutato
il suo dolce imperio sugli occhi; doveva crederlo immutato sui cuori.
Sopra un cuore, almeno; chè poco, anzi nulla, le premeva degli altri.
Lo spirito più grave ha le sue fanciullaggini, come il più leggero, e
si compiace qualche volta di giuocare la sua posta sui capricci del
caso. «Se la tal cosa mi va in questo senso — si dice — è segno che
la tal altra riescirà intieramente secondo il mio desiderio». Anche
la duchessa Serena aveva giuocata la sua posta, e si consolava della
sua vittoria. Ammirata con la solita costanza da tutti i suoi vecchi
astronomi, probabilmente invidiata da tante nemiche intime, i cui
occhi e le lenti si volgevano a lei così spesso, come non doveva ella
prendere buon augurio dal fato? Come non doveva esser certa del cuore
di Massimo?
Il conte di Riva, lo sapete, non era quella sera a teatro: cosa strana
abbastanza per una prima rappresentazione all’Apollo. Ma che volete?
c’era di mezzo ima questione d’onore, nella quale Massimo entrava come
padrino. Si trattava di rappattumare due vecchi amici, se la cosa era
possibile; di stabilire le condizioni dello scontro, se di pace non
avessero voluto sapere. Massimo non aveva accettato l’ufficio, che a
patto di tentar tutte le vie onorevoli, per giungere ad un lieto fine.
Era lodevole l’intento, e giustificata la intromissione di lui. Ma
queste buone intenzioni non poteva averle anche un altro? Perchè andava
egli a ficcarsi in quei ginepreti? Quando si ama una donna, non si ha
forse tutto quel che bisogna, per la felicità del cuore e per la pace
dell’anima? E c’è mestieri di altre occupazioni, le quali, alla stretta
dei conti, potrebbero guastare quella felicità e turbar quella pace?
Ah! nei primi giorni dell’amor loro, quando ella, dovunque andasse, era
sicura di trovare il conte di Riva, e lo vedeva tanto da dolersene,
da offendersi quasi della sua insistenza, allora il conte di Riva
non aveva amici da condurre sul terreno, o da rappattumare in un
camerino di trattoria! Non aveva neanche vecchi zii da visitare e da
accarezzare, come qualche volta pur gli accadeva, in quegli ultimi
tempi della vedovanza di lei.
Ma non s’ingannava ella forse, dubitando così? Animo, via, un
pochettino di ragionamento; bisognava andare al fondo delle cose. Anche
quel vivere solamente per lei, dei primissimi tempi, poteva dirsi
una bella impresa di Massimo? E non doveva credersi invece che egli
avesse danneggiati in qualche modo, con la sua trascuranza, i più gravi
interessi? A questo bisognava por mente, non fermarsi alla superficie,
alla prima buccia delle cose. Allora, per farsi scorgere da lei, per
averne uno sguardo, per dirle con la sua presenza: «vi amo» quanti
sacrifizi non aveva egli fatto? Domandarne di nuovi non era egli forse
un chieder troppo alla vita di un uomo? La società, infine, ha i suoi
diritti anch’essa, come il cuore di una donna; chi vive in società
deve rispettarne le leggi; se si hanno relazioni che possono giovare,
è onesto di giovare ad esse, coltivandole; se si hanno amici a cui in
un giorno di necessità suprema si può chiedere un servizio delicato
e pericoloso, occorre saper rendere a tempo un servizio agli amici.
Povero conte! anche per lui c’erano le piccole noie; e bastavano quelle
piccole noie per costringerlo a lasciare una prima rappresentazione
dell’Apollo; niente di meno! Ammessi i costumi e le usanze, bisognava
notare anche questo, come un grave sacrifizio per lui.
Così consolata, poichè ci si consola facilmente, quando qualche
certezza regna nell’animo, o qualche speranza sorride, la duchessa
Serena si mostrò degna del suo bel nome. I suoi grandi occhi morati
rifulsero; la sua piccola fronte alabastrina si spianò; l’anima sua,
raffidata e contenta, fu tutta alle celesti armonie dell’«Aida».