V.

Era d'estate, la sera uscivamo insieme perchè nel mio stato avevo

bisogno di moto.

Una sera passeggiavamo lentamente sul Corso. Parlavamo del nostro

bambino; del nome che gli s'avrebbe a dare; era una questione che

agitavamo da un pezzo. Io volevo chiamarlo Marco o Marcella a seconda

del sesso; — lui trovava che Marcella era brutto, e preferiva il nome di

Mario o Maria. Era una gara di cortesia e d'affetto, in cui ciascuno di

noi voleva far prevalere il nome dell'altro; poi ci eravamo messi di

buon umore, e Marco m'andava proponendo i nomi più strampalati:

Asdrubale, Melchisedecco, Ariodante.... ed io protestavo ridendo.

— Macario — disse Marco, scansandosi un poco per lasciar passare un

giovine che ci aveva preso la dritta. Io non risposi.

— Non ti opponi? — riprese. — Chi tace consente. Lo chiameremo Macario.

Non risposi ancora. Lo stesso giovane, che era tornato indietro, era

ripassato accanto a mio marito, mi aveva sbirciata rapidamente ed aveva

tirato innanzi una cinquantina di passi. Mentre Marco parlava, io vedevo

quel giovane fermarsi un minuto presso la mostra di una bottega, poi

voltarsi e venirci incontro daccapo.

— E così Maria? Perchè non rispondi? — domandò Marco stringendomi il

braccio. — Ti senti male?

— Sì, mi sento male; ho i brividi; torniamo a casa.

Voltò strada subito, e ci ritirammo. Ma la mia casa non mi parve più

quel dolce nido di pace; la mia felicità era svanita; avevo lo sgomento

nel cuore.

Quel giovane che m'era passato accanto era Edmondo.

Neppure le cure amorevoli di Marco valsero a calmare la febbre

d'angoscia che mi agitava tutta.

Era stata come una visione di malaugurio. Sentivo che non poteva finire

così; conoscevo quel carattere tempestoso, imperioso, e sapevo che la

mia pace sarebbe perduta, che il mio bel nome di moglie non potrei più

portarlo con quella dignità che mi riconciliava col passato. Guardavo la

cara figura nobile di Marco, e pensavo:

— Ecco; io ho portato la tempesta nella sua vita, la vergogna sul suo

nome; egli mi ha fatto tanto bene, ed io l'ho ingannato. Domani, doman

l'altro, incontrerà per via qualcuno che gli dirà:

— Guarda; quel giovinotto là, era l'amante di tua moglie.

Avrei dato la mia vita avvenire, avrei dato persino il mio bell'anno di

nozze, perchè quella lettera perduta fosse giunta a suo tempo al mio

sposo; perchè mi avesse perdonata, o anche abbandonata, ma non fosse

stato ingannato lui.

Le mie previsioni sì avverarono. Quell'incontro fu il principio d'una

serie di dolori e di vergogne.

Il giorno dopo ricevetti una lettera da Edmondo. — Mi aveva seguita,

conosceva il mio nuovo nome ed il mio indirizzo.

Suo padre era morto, ed egli era tornato libero e ricco per sposarmi.

Non gli era riescito di trovarmi: erano molti giorni che mi andava

cercando affannosamente, ed il suo amore s'accresceva in quelle ansietà.

Finalmente m'aveva scoperta, ed al tempo stesso aveva scoperto che

l'avevo dimenticato, che avevo sposato un altro.

«Povera Maria, — scriveva. — Fu il mio silenzio, l'isolamento, forse la

crudele necessità di vivere, che t'hanno indotto a sacrificarti con un

vecchio. — Ma io so che non puoi amarlo, che il tuo cuore è mio.»

Non posso ripetere quelle supposizioni oltraggiose, che facevano salire

il rossore sulla mia fronte di moglie onesta. Mi pareva che quelle

parole profanassero il mio amore devoto per Marco, m'avvilissero dinanzi

a lui.

E dopo le supposizioni venivano le proposte oltraggiose anch'esse:

«Edmondo mi amava più che non mi avesse amata mai. — _Mi perdonava,

d'averlo tradito!_ — Desiderava ardentemente di rivedermi; mi aspettava

l'indomani alla tale ora, nel tale luogo.»

Mi dava un appuntamento! A me, moglie d'un altro, vicina a divenir

madre! — E non dubitava nemmeno ch'io potessi non andarci. Che avessi ad

offendermi poi!.... Ed infatti, non gli avevo dato il diritto di

giudicarmi così? Che ragione avevo di pretendere che mi credesse onesta?

Eppure ero onesta e pentita, e tutto quanto c'era di leale, di giusto

nella mia anima, si ribellava a quella proposta vergognosa.

Non risposi; ma dopo alcuni giorni venne un'altra lettera.

«Perchè non ero andata? _M'aveva aspettata._ Non avevo potuto sfuggire

al mio _vecchio marito_? Era geloso? E perchè non gli avevo risposto

almeno una parola?»

Umiliata, indignata da quei ripetuti insulti gli risposi: «che cessasse

di scrivermi; ch'io amavo e stimavo profondamente il marito che m'aveva

offerto lealmente il suo nome: che avrei preferito morire che fargli il

menomo torto.»

Ma quella risposta non fece che esaltarlo maggiormente. Irritato dal mio

rifiuto, mi rispose un biglietto ironico e crudele.

— «Ah!, la signora si atteggia a Lucrezia Romana? — Ma io possiedo un

grazioso epistolario, tutto scritto da lei, virtuosa signora; una

raccolta di letterine che tengo preziose e di cui non mi priverei che

dietro il grande compenso d'una sua visita, signora Lucrezia, oppure per

farne un dono al suo caro Tarquinio. Se domani alle due Ella non sarà

venuta a domandarmele, io manderò il piego a suo marito, e gli dirò: —

Questa donna che voi chiamate vostra....»

Quella minaccia mi atterrì. — Se avesse parlato di uccidermi, di uccider

sè stesso, m'avrebbe impaurita meno. Nell'esaltazione del mio spirito,

avrei preferito un delitto, un rimorso eterno, alla vergogna dinanzi a

Marco; al disprezzo di quell'uomo che ammiravo come un Dio, e adoravo

come un amante.

Uscii di casa sola, paurosa, febbricitante, nascondendomi come

un'adultera, ed andai a quell'appuntamento per ricuperare le mie

lettere, il mio onore, l'onore di mio marito e di mio figlio. — Era per

Marco che facevo quel passo; per la sua pace, per non espormi al suo

disprezzo; che so io? perchè lo amavo, ed avevo paura.

Edmondo mi aspettava in un tratto isolato dei bastioni di porta San

Celso.

Fu una scena ignobile ed umiliante. Quell'uomo a cui avevo dato il

diritto di non rispettarmi, abusava della sua posizione con preghiere

oltraggiose, e scusava l'insulto presente col ricordo d'un passato che

era un altro insulto.

Ritornai di là senza aver nulla a rimproverarmi, lasciandolo irritato,

respinto; ma sentendomi avvilita, scontenta di me.

Per indurlo a non rivelare a Marco il segreto colpevole del mio passato,

avevo dovuto scendere ad una transazione, indegna d'una moglie onesta.

Egli non aveva voluto darmi che una sola lettera; la prima che gli avevo

scritto:

— Sentite — m'aveva detto. — Se volete ch'io vi rispetti, dovete essermi

indulgente. Io vi adoro, sono pazzo; abbiate pietà di me. Venite qui

ogni volta ch'io vi chiamerò, ed io m'accontenterò d'adorarvi come la

Madonna sull'altare; ed ogni volta che verrete vi renderò una delle

vostre lettere. Quando non ce ne saranno più non verrete più; lo so; ed

allora sarà di me quello che Dio vorrà. Ma finchè le tengo queste

caparre, dovete venire; lo voglio. — E se una volta mancherete al mio

invito, io manderò le lettere che mi rimarranno a vostro marito; e lui

vi scaccierà, vi disprezzerà perchè l'avete ingannato, e quando vi

troverete sola, senz'appoggio, senza risorse, dovrete per forza

rivolgervi a me....

Nè ragionamenti, nè suppliche erano valsi a dissuaderlo da quel

proposito; ed io avevo dovuto promettere che andrei, come una colpevole,

come un'innamorata, a riconquistare ad una ad una le mie lettere a

prezzo, se non del mio onore, del mio decoro.

Non so quali speranze insensate lo esaltassero ancora. Credeva forse

che, a forza di rivederlo tornerei ad amarlo; o credeva di

compromettermi con quegli incontri imprudenti, e di farmi scacciare dal

marito senza scendere lui stesso all'odiosità d'una delazione.

Ed io tornai alla mia casa con quel coltello alla gola; a qualunque ora,

in qualunque momento potevo venir chiamata dal mio antico amante; ed

avrei dovuto accorrere, o lasciarmi denunciare a mio marito che adoravo,

che mi sembrava innalzarsi sempre più nella sua virtù alta e serena, a

misura ch'io ridiscendevo nel fango.

La cartella N. 4 · 第 12 / 26 题