Era d'estate, la sera uscivamo insieme perchè nel mio stato avevo
bisogno di moto.
Una sera passeggiavamo lentamente sul Corso. Parlavamo del nostro
bambino; del nome che gli s'avrebbe a dare; era una questione che
agitavamo da un pezzo. Io volevo chiamarlo Marco o Marcella a seconda
del sesso; — lui trovava che Marcella era brutto, e preferiva il nome di
Mario o Maria. Era una gara di cortesia e d'affetto, in cui ciascuno di
noi voleva far prevalere il nome dell'altro; poi ci eravamo messi di
buon umore, e Marco m'andava proponendo i nomi più strampalati:
Asdrubale, Melchisedecco, Ariodante.... ed io protestavo ridendo.
— Macario — disse Marco, scansandosi un poco per lasciar passare un
giovine che ci aveva preso la dritta. Io non risposi.
— Non ti opponi? — riprese. — Chi tace consente. Lo chiameremo Macario.
Non risposi ancora. Lo stesso giovane, che era tornato indietro, era
ripassato accanto a mio marito, mi aveva sbirciata rapidamente ed aveva
tirato innanzi una cinquantina di passi. Mentre Marco parlava, io vedevo
quel giovane fermarsi un minuto presso la mostra di una bottega, poi
voltarsi e venirci incontro daccapo.
— E così Maria? Perchè non rispondi? — domandò Marco stringendomi il
braccio. — Ti senti male?
— Sì, mi sento male; ho i brividi; torniamo a casa.
Voltò strada subito, e ci ritirammo. Ma la mia casa non mi parve più
quel dolce nido di pace; la mia felicità era svanita; avevo lo sgomento
nel cuore.
Quel giovane che m'era passato accanto era Edmondo.
Neppure le cure amorevoli di Marco valsero a calmare la febbre
d'angoscia che mi agitava tutta.
Era stata come una visione di malaugurio. Sentivo che non poteva finire
così; conoscevo quel carattere tempestoso, imperioso, e sapevo che la
mia pace sarebbe perduta, che il mio bel nome di moglie non potrei più
portarlo con quella dignità che mi riconciliava col passato. Guardavo la
cara figura nobile di Marco, e pensavo:
— Ecco; io ho portato la tempesta nella sua vita, la vergogna sul suo
nome; egli mi ha fatto tanto bene, ed io l'ho ingannato. Domani, doman
l'altro, incontrerà per via qualcuno che gli dirà:
— Guarda; quel giovinotto là, era l'amante di tua moglie.
Avrei dato la mia vita avvenire, avrei dato persino il mio bell'anno di
nozze, perchè quella lettera perduta fosse giunta a suo tempo al mio
sposo; perchè mi avesse perdonata, o anche abbandonata, ma non fosse
stato ingannato lui.
Le mie previsioni sì avverarono. Quell'incontro fu il principio d'una
serie di dolori e di vergogne.
Il giorno dopo ricevetti una lettera da Edmondo. — Mi aveva seguita,
conosceva il mio nuovo nome ed il mio indirizzo.
Suo padre era morto, ed egli era tornato libero e ricco per sposarmi.
Non gli era riescito di trovarmi: erano molti giorni che mi andava
cercando affannosamente, ed il suo amore s'accresceva in quelle ansietà.
Finalmente m'aveva scoperta, ed al tempo stesso aveva scoperto che
l'avevo dimenticato, che avevo sposato un altro.
«Povera Maria, — scriveva. — Fu il mio silenzio, l'isolamento, forse la
crudele necessità di vivere, che t'hanno indotto a sacrificarti con un
vecchio. — Ma io so che non puoi amarlo, che il tuo cuore è mio.»
Non posso ripetere quelle supposizioni oltraggiose, che facevano salire
il rossore sulla mia fronte di moglie onesta. Mi pareva che quelle
parole profanassero il mio amore devoto per Marco, m'avvilissero dinanzi
a lui.
E dopo le supposizioni venivano le proposte oltraggiose anch'esse:
«Edmondo mi amava più che non mi avesse amata mai. — _Mi perdonava,
d'averlo tradito!_ — Desiderava ardentemente di rivedermi; mi aspettava
l'indomani alla tale ora, nel tale luogo.»
Mi dava un appuntamento! A me, moglie d'un altro, vicina a divenir
madre! — E non dubitava nemmeno ch'io potessi non andarci. Che avessi ad
offendermi poi!.... Ed infatti, non gli avevo dato il diritto di
giudicarmi così? Che ragione avevo di pretendere che mi credesse onesta?
Eppure ero onesta e pentita, e tutto quanto c'era di leale, di giusto
nella mia anima, si ribellava a quella proposta vergognosa.
Non risposi; ma dopo alcuni giorni venne un'altra lettera.
«Perchè non ero andata? _M'aveva aspettata._ Non avevo potuto sfuggire
al mio _vecchio marito_? Era geloso? E perchè non gli avevo risposto
almeno una parola?»
Umiliata, indignata da quei ripetuti insulti gli risposi: «che cessasse
di scrivermi; ch'io amavo e stimavo profondamente il marito che m'aveva
offerto lealmente il suo nome: che avrei preferito morire che fargli il
menomo torto.»
Ma quella risposta non fece che esaltarlo maggiormente. Irritato dal mio
rifiuto, mi rispose un biglietto ironico e crudele.
— «Ah!, la signora si atteggia a Lucrezia Romana? — Ma io possiedo un
grazioso epistolario, tutto scritto da lei, virtuosa signora; una
raccolta di letterine che tengo preziose e di cui non mi priverei che
dietro il grande compenso d'una sua visita, signora Lucrezia, oppure per
farne un dono al suo caro Tarquinio. Se domani alle due Ella non sarà
venuta a domandarmele, io manderò il piego a suo marito, e gli dirò: —
Questa donna che voi chiamate vostra....»
Quella minaccia mi atterrì. — Se avesse parlato di uccidermi, di uccider
sè stesso, m'avrebbe impaurita meno. Nell'esaltazione del mio spirito,
avrei preferito un delitto, un rimorso eterno, alla vergogna dinanzi a
Marco; al disprezzo di quell'uomo che ammiravo come un Dio, e adoravo
come un amante.
Uscii di casa sola, paurosa, febbricitante, nascondendomi come
un'adultera, ed andai a quell'appuntamento per ricuperare le mie
lettere, il mio onore, l'onore di mio marito e di mio figlio. — Era per
Marco che facevo quel passo; per la sua pace, per non espormi al suo
disprezzo; che so io? perchè lo amavo, ed avevo paura.
Edmondo mi aspettava in un tratto isolato dei bastioni di porta San
Celso.
Fu una scena ignobile ed umiliante. Quell'uomo a cui avevo dato il
diritto di non rispettarmi, abusava della sua posizione con preghiere
oltraggiose, e scusava l'insulto presente col ricordo d'un passato che
era un altro insulto.
Ritornai di là senza aver nulla a rimproverarmi, lasciandolo irritato,
respinto; ma sentendomi avvilita, scontenta di me.
Per indurlo a non rivelare a Marco il segreto colpevole del mio passato,
avevo dovuto scendere ad una transazione, indegna d'una moglie onesta.
Egli non aveva voluto darmi che una sola lettera; la prima che gli avevo
scritto:
— Sentite — m'aveva detto. — Se volete ch'io vi rispetti, dovete essermi
indulgente. Io vi adoro, sono pazzo; abbiate pietà di me. Venite qui
ogni volta ch'io vi chiamerò, ed io m'accontenterò d'adorarvi come la
Madonna sull'altare; ed ogni volta che verrete vi renderò una delle
vostre lettere. Quando non ce ne saranno più non verrete più; lo so; ed
allora sarà di me quello che Dio vorrà. Ma finchè le tengo queste
caparre, dovete venire; lo voglio. — E se una volta mancherete al mio
invito, io manderò le lettere che mi rimarranno a vostro marito; e lui
vi scaccierà, vi disprezzerà perchè l'avete ingannato, e quando vi
troverete sola, senz'appoggio, senza risorse, dovrete per forza
rivolgervi a me....
Nè ragionamenti, nè suppliche erano valsi a dissuaderlo da quel
proposito; ed io avevo dovuto promettere che andrei, come una colpevole,
come un'innamorata, a riconquistare ad una ad una le mie lettere a
prezzo, se non del mio onore, del mio decoro.
Non so quali speranze insensate lo esaltassero ancora. Credeva forse
che, a forza di rivederlo tornerei ad amarlo; o credeva di
compromettermi con quegli incontri imprudenti, e di farmi scacciare dal
marito senza scendere lui stesso all'odiosità d'una delazione.
Ed io tornai alla mia casa con quel coltello alla gola; a qualunque ora,
in qualunque momento potevo venir chiamata dal mio antico amante; ed
avrei dovuto accorrere, o lasciarmi denunciare a mio marito che adoravo,
che mi sembrava innalzarsi sempre più nella sua virtù alta e serena, a
misura ch'io ridiscendevo nel fango.