Da quel momento vissi in continue angoscie; non osavo sostenere lo
sguardo di mio marito; tremavo all'udire il campanello dell'anticamera;
sorvegliavo l'arrivo della posta, e più d'una volta nascosi
vergognosamente una lettera sotto gli occhi della cameriera, all'udire
il passo di Marco.
Due, tre volte ancora, uscii ad ore insolite, giustificando quelle
stranezze con una bugia, e corsi all'appuntamento forzato d'Edmondo,
coll'anima straziata, come Ernani all'appello della tromba che lo
chiamava alla morte.
Camminavo contro il muro come per nascondermi, avevo il volto coperto da
un velo, ero pallida e tremavo: e gli uomini mi guardavano sogghignando,
ed i monelli, che mi vedevano incontrare un giovane sui bastioni
deserti, giravano intorno a noi scambiandosi grida e canzoni sfacciate.
E quando rientravo nella mia casa onesta mi pareva di profanarla; quando
Marco mi parlava colla sua voce schietta, chinavo gli occhi e mi sentivo
indegna di lui.
Che importava che non lo tradissi? Che importava che lo amassi, e gli
fossi fedele, ed odiassi addirittura il suo rivale, e non gli
permettessi neppure una parola che potesse offendere mio marito? — Le
apparenze erano contro di me; agivo come non avrebbe agito nessuna donna
rispettabile; se Marco mi avesse sorpresa a quegli appuntamenti, o
chiunque altri m'avesse sorpresa invece di lui, avrebbe avuto diritto di
giudicarmi colpevole. — Da un giorno all'altro potevo scontrarmi in una
signora che sapesse le mie uscite misteriose, e mi rifiutasse il saluto.
Era una situazione insopportabile. Il mio carattere se ne risentiva;
rimpiangevo ardentemente la mia felicità perduta. Mi pareva d'esser
punita troppo severamente delle colpe passate, e mi ribellavo contro i
rigori della giustizia. Sentirmi onesta e fedele, ed esser condannata ad
apparire infedele e disonesta; era un supplizio atroce; e non vedevo
alcuna via per uscirne; e non ero abbastanza colpevole per avere il
coraggio di quelle viltà. Ogni giorno mi sentivo più abbattuta; lottavo
tra l'ansia di ricuperare fin l'ultima lettera, e lo scoraggiamento che
mi spingeva ad abbandonare quella partita tremenda.
Marco doveva accorgersi che qualche cosa di terribilmente penoso
accadeva dentro di me. Mi guardava fissa coll'occhio melanconico, come
per dirmi:
— Perchè? Perchè non hai più fiducia in me? Perchè mi sfuggi? Perchè
soffri, e mi nascondi il tuo dolore?
Ed io sentivo che lo rendevo infelice, ed ero disperata. E forse
l'indomani avei dovuto tornare laggiù ai commenti dei passeggieri, agli
scherni dei monelli, alle preghiere oltraggiose d'Edmondo!
Venne un giorno in cui non mi sentii più forza per quella commedia
crudele. La mia salute era gravemente alterata. Soffrivo un doppio
martirio del corpo e dell'anima. La vita m'era diventata una tortura;
non avevo più il coraggio di sopportarla. Ero disperata; la mia testa si
esaltava; — decisi di morire. Ne domando perdono a Dio; non sapevo
quello che facessi; ma decisi di morire.
Combinai freddamente il mio disegno — Avevo in casa una boccetta
d'arsenica che m'aveva ordinato il medico poco dopo il mio matrimonio;
le mie nuove speranze materne erano sopravvenute a farmi sospendere
quella cura ed il rimediò pericoloso era rimasto là, dimenticato in un
armadio, col suo conta-goccie accanto. Ce n'era abbastanza per
uccidermi.
Pensai sospirando con che scrupolo Marco mi contava le goccie quando
pigliavo quel veleno salutare; e come si opponeva severamente a
lasciarmelo amministrare da chiunque altri; e con che ansietà
interrogava il medico e me stessa. Ora la mia salute non m'importava
più.
— Io non conterò le goccie, — pensavo — Lo prenderò tutto d'un fiato, e
che Dio mi perdoni. Avrò finito di soffrire a questo modo.
Ma poi un'idea orrenda mi balenò alla mente. Mio figlio! Avrei
avvelenato mio figlio; l'avrei ucciso con me!
Oh Dio! Anche quell'amore santo di madre doveva essermi uno strazio. —
No. Qualunque cosa potesse accadere, non volevo mettere a pericolo
l'esistenza di mio figlio, non volevo privare suo padre di quell'ultimo
amore.
— Vivrò finchè sarà nato, — dissi. — Ma non vivrò fra le menzogne e
gl'inganni.
Non avevo speranza di commovere Edmondo; ero certa che la prima volta
che avessi mancato di rispondere al suo richiamo imperioso, avrebbe
mandate le lettere a mio marito. Era irritato dalle mie continue
ripulse, dall'indifferenza con cui lo trattavo; era geloso del mio amore
per Marco, non aspettava più che un'occasione per vendicarsi di tutto.
Ebbi un momento d'energia disperata.
— Non andrò più da Edmondo — pensai. Ma prima che mi denunci a mio
marito, mi denuncierò da me stessa. Dacchè sono decisa a morire, voglio
confessargli tutto, confessarglielo io, che posso pure dirgli qualche
cosa per mitigare i miei torti ed attenuare il suo disprezzo. — Gli
rammenterò com'ero sola, lontana da mia madre, da tutti i miei, e
povera; e che a forza d'andare all'ufficio come gli uomini, e cogli
uomini, non vedevo più la sconvenienza di trattarli con dimestichezza,
non avevo più soggezione, non arrossivo più. Gli dirò che in quella
posizione non avevo nessuna affezione, nessun consiglio, nessuna gioia
per sfogare l'espansione della mia anima giovanile; e come fui punita, e
come mi pentii. E poi gli dirò della lettera che gli avevo scritta; gli
giurerò in ginocchio, davanti a Dio, che l'avevo scritta spontaneamente,
per dirgli tutta la verità; e che non fu di proposito, ma per una
combinazione fatale che l'ho ingannato.
Mi scaccerà egualmente, perchè la clemenza umana non basta per di certi
perdoni, ed io implorerò che mi lasci vivere qui, lontana da ogni altra
vergogna fintanto che gli abbia dato un figlio da amare. Poi me ne andrò
a morire in qualche luogo isolato, senza contristarlo con una scena
d'orrore. — Ed avrò almeno il conforto di sapere che quando penserà a me
non mi accuserà d'averlo ingannato, mi giudicherà colpevole, ma non vile
ed ingrata; e mi disprezzerà meno.
Sola nella mia stanza, mi esaltai tutto il giorno con quei pensieri,
colla visione di quelle scene strazianti. — Stavo così male che potei
evitare d'andare a pranzo; avevo pianto in modo da sfigurarmi, e poi
avevo bisogno di non distrarmi dal mio proposito. Era la prima volta che
non andavo a pranzo con mio marito; pensavo:
— Pranzerà in fretta, poi verrà subito a vedermi; — e lo aspettavo per
fargli la mia confessione.
Avevo preparato in mente ogni parola, ogni atto. Era un discorso lungo,
una serie d'accuse, di scuse e di suppliche. Ma sapevo che doveva finire
con una separazione definitiva. No; non era possibile che mi lasciasse
aspettare in casa sua la nascita del mio bambino, mi manderebbe dalla
mamma, e non lo vedrei più. — Quando arrivavo col pensiero a quel punto,
quando gli dicevo addio, ricominciavo a piangere disperatamente.
Essere uniti a quel modo, amarsi tanto, e doversi separare!