Partimmo soli; andammo a Firenze, a Roma, a Napoli. Si passava di
bellezza in bellezza; era una serie d'emozioni, di sorprese, di gioie
insperate.
E la più cara era quella di sentirmi in una situazione legittima. Di
pensare:
«Quest'uomo a cui mi appoggio è mio marito. Ho diritto di appoggiarmi a
lui. Non dobbiamo nasconderci, possiamo darci il braccio in pieno
giorno, darci del tu dinanzi a tutti.»
Quando Marco incontrava qualche conoscente e mi presentava dicendo: «la
mia signora» il mio cuore sussultava di piacere e d'orgoglio.
Avevo provato l'umiliazione di dover scantonare in fretta in fretta per
non incontrare il signor Tale o la signora Talaltra, che conoscevano il
giovane a cui davo il braccio. Avevo veduto i garzoni d'albergo
sogghignare quando entravo con lui. Ora non sogghignavano più.
S'inchinavano seri seri, e mi chiamano rispettosamente _la signora_.
Quell'altro, — Edmondo, — m'aveva detto parecchie volte che l'amore
dev'essere libero per essere vero e bello. Che la poesia sta nelle
passioni indipendenti, e la legalità è la prosa della vita. Rideva dei
mariti; diceva _che il matrimonio è la tomba dell'amore_; chiamava il
maritarsi _fare una fine_, o _passare nel numero dei più_; parlava
sempre di dote a proposito di nozze; tutti i luoghi comuni rancidi, che
da più d'un secolo tengono luogo di spirito a chi non ne ha.
Io allora avevo cercato di entrare nelle sue idee per riconciliarmi
colla mia posizione. Ma ora vedevo, sentivo che tutti quelli erano
paradossi. Pel mio carattere serio e giusto, la poesia stava nella
legittimità; nel sentirmi d'accordo colle leggi della gente onesta.
Dopo il viaggio si tornò a Milano, e provai la gioia di essere padrona
in una casa rispettabile, di occuparmi della mia casa e di mio marito,
di far qualche cosa per lui; mi chiamava qualche volta _la sua massaia_,
ed io ne andavo superba.
Ogni giorno, ogni ora, benedivo il caso provvido, che aveva fatto
smarrire per via la lettera in cui gli avevo scritta la mia confessione.
Più conoscevo Marco, e più raccapricciavo all'idea che avrei potuto con
quella rivelazione allontanarlo da me per sempre.
La sua tenerezza dolce, profonda, protettrice, non si smentiva mai. Il
suo carattere era sempre sereno; il suo cuore pieno di bontà, di
giustizia; e, co' suoi quarant'anni, aveva più poesia, più entusiasmo
che non avessi trovato mai in nessun giovinotto.
Non diceva mai una parola scortese; correggeva con indulgenza, approvava
con gratitudine. Era un'anima generosa, elevata e buona, ed ero
orgogliosa d'appartenergli; l'adoravo.
Passò più d'un anno, rapido come un sogno di gioia; la poesia scritta,
gli idilli dell'immaginazione non hanno nulla che agguagli l'incanto di
quella pace d'amore.
Pareva che il cielo si compiacesse a versare su noi a piene mani tutte
le sue benedizioni. Eravamo ricchi, innamorati, ed avevamo la certezza
che fra pochi mesi un bambino, un figlio nostro, il caro vincolo di due
braccini fragili e rosati, verrebbe a legarci più strettamente ancora
l'uno all'altra.
Quando consideravo l'alta bontà di Marco, pensavo che Dio era giusto: ma
rivolgendo l'occhio su me, sul mio passato, avevo paura. — Con che
diritto io, che avevo una colpa sulla coscienza, mi associavo alla
felicità di quell'uomo leale? E se invece avessi associato lui, — lui
nobile, onesto, dignitoso, — alla mia sorte, alla posizione che temevo,
alle conseguenze del male? La notte mi svegliavo in sussulto, impaurita
da quel pensiero. Era la sola nube che offuscasse il mio bell'orizzonte.
Ma una nube grave di tempesta.