III.

Era la fine d'ottobre. Tornava a venire l'inverno tanto difficile per

me.

Ero infreddata; da alcuni giorni una febbriciattola importuna mi rendeva

gravoso il lavoro, e pensavo con terrore che potrei ammalarmi, esser

costretta a stare in casa, a letto, ed a chiamare il medico, a comperar

medicine.... Come fare?

Era finito da poco il pranzo. Io m'ero accostata alla finestra, e stavo

là colla fronte contro il cristallo e l'occhio fisso nell'aria buia,

pensando vagamente che tornando nella mia stanza avrei freddo.

— Ha la febbre, signorina? — disse qualcuno accostandosi alla finestra

dall'altro lato. Era l'anziano della pensione. Un uomo sui quarant'anni;

un signore che veniva là a pranzo perchè non aveva famiglia e s'annoiava

a pranzar solo; era buono, cortese, generoso; godeva la simpatia di

tutti.

— Sì, — risposi, — ho la febbre. Ma è un'infreddatura; passerà presto.

— Però dovrebbe aversi riguardo; non esporsi all'umido.

— Oh, non sono tanto delicata.

— È giovane e forte; ma non bisogna abusarne. Domani dovrebbe stare in

casa.

— Sa pure che non posso.

— Perchè non può? Per un giorno d'assenza ed anche più, quand'è per

malattia, non si perde l'impiego.

Io non risposi. Pensavo che avrei voluto perdere l'impiego, perchè

quella desolazione completa m'avrebbe dato il coraggio di vincere tutti

i riguardi, tutte le soggezioni e di tornare nella mia famiglia. — Egli

ripigliò:

— E poi, se anche lo perdesse l'impiego....

In quel momento credetti che avesse indovinato il mio pensiero e dissi:

— Sarebbe forse meglio.

— Anch'io credo che sarebbe meglio, — riprese. Poi domandò:

— Cosa farebbe se perdesse l'impiego?

Io stavo appunto figurandomi il mio ritorno al paese in quello stato, i

commenti degli altri, la mia umiliazione. A quell'idea il coraggio mi

mancava, l'amor proprio mi dava la forza d'esitare ancora; e risposi:

— Non so quel che farei. Non so.

— Sa cosa dovrebbe fare, Maria? — susurrò con dolcezza il mio

commensale.

— Che cosa, signor Marco?

— Dovrebbe rinunciare all'ambizione di bastare a sè stessa; dovrebbe

accettare l'appoggio che le offre un uomo di cuore, un amico che le vuol

bene....

Parlava sommesso, e gli oscillava la voce, e nel dire che mi voleva bene

cercò di prendermi la mano. Io ero così delusa, così avvilita, che avevo

paura di tutto; vedevo soltanto insulti e vergogne; ritirai la mano con

dispetto e lo respinsi per andare nella mia camera. Ma egli mi trattenne

e riprese:

— Non mi giudichi male, Maria; non intendo farle torto. Sa pure che

nessuno la rispetta più di me, poverina. La proposta che le faccio può

dispiacerle forse, ma non può offenderla. — Sono vecchio per uno sposo,

e lei è molto giovane per me; ma le voglio bene, mi creda; proprio di

cuore, e se mi vuole.... non so come dire.... non sono un eroe da

romanzo; ma sarò un buon marito, e credo che non si troverebbe male in

casa mia; sarebbe signora e padrona, di me, della casa, di tutto.

Diceva codesto a frasi staccate: ma io non cercavo più di interromperlo;

non fuggivo più. La riconoscenza m'aveva gonfiato il cuore. Ero

scoppiata in pianto.

Dopo tanta amarezza, tanto sconforto quelle parole buone, quell'affetto

generoso e vero mi commovevano profondamente. Era la vita che rientrava

nella mia anima sfiduciata. Avrei voluto gettarmi ai piedi di

quell'uomo, avrei voluto baciargli le mani, e dirgli che lo ringraziavo,

che lo benedivo perchè mi toglieva dall'abbattimento in cui ero caduta,

perchè m'aiutava a risorgere; che il mio cuore gli era guadagnato per

sempre; che avrei consacrata tutta la vita a lui con entusiasmo, per

compensarlo del bene che mi faceva in quel momento.

Ma non feci nulla, non dissi nulla. Continuai a piangere come una

disperata, come una Maddalena. Oh! pur troppo ero una Maddalena.

Però quello sfogo muto di pianto gli disse quanto avrebbero detto le mie

parole. Capì che era accettato, che era amato, che era benedetto. Non

domandò altro. Mi carezzò le spalle con dolcezza come si fa a' bimbi che

piangono, e mi disse:

— Ora vada a riposarsi, Maria. Non pensi più ad andare all'ufficio.

Domattina stia a letto, faccia passare la sua infreddatura, poi mi dirà

lei quando vorrà ch'io scriva alla sua mamma, o che ci vada; farò tutto

quello che vorrà. Intanto penso io a liberarla per sempre dal telegrafo.

Io gli presi le mani, le strinsi con riconoscenza profonda, con amore;

ma non potei dir nulla.

Rientrai nella mia stanza consolata, con tutta la fede de' miei

diciott'anni rinata, e con essa tutte le speranze e tutti i sorrisi

della vita, e con un nobile affetto nel cuore.

Che cambiamento! Che gioia! Non ebbi bisogno di stare a letto; la febbre

dell'infreddatura fu assorbita dalla febbre d'entusiasmo che mi agitava

tutta. L'indomani ero florida e felice.

Marco era un nobile cuore. Il suo amore da uomo maturo, un amore

profondo senza tempeste, mi riposava delle tempeste passate. Mi sentivo

così tranquilla, così rassicurata, dacchè m'appoggiavo a lui, che

rinunciavo a pensare, a volere. Egli pensava e voleva per me. Era padre,

amico, sposo ad un tempo.

Un solo cruccio avvelenava la mia pace; il pensiero del passato; di

quell'altro amore, di quella colpa che Marco ignorava. Tutto quanto

c'era in me di dignità, di gratitudine, d'ammirazione per lui, si

rivoltava all'idea d'ingannarlo. Era un abuso di fiducia, una viltà. E

d'altra parte l'amavo; non solo per gratitudine; l'amavo come un

giovane, come un amante; come non avevo mai amato quell'altro. Sentivo

che, se a quella rivelazione mi avesse abbandonata, non avrei potuto

sopportarlo; ne sarei impazzita, ne sarei morta. Ed avevo paura di

perderlo, e lottavo colla coscienza.

Ma l'amore che m'inspirava quell'uomo generoso era pure generoso e degno

di lui. A misura che il giorno delle nozze si avvicinava, le mie

esitazioni, le paure codarde svanivano, ed il sentimento del dovere

s'imponeva alla mia coscienza. Tirai innanzi fino all'antevigilia del

matrimonio. La mamma era venuta a Milano; avevamo prese due stanze

arredate, e Marco veniva ogni sera come fanno gli sposi a trovarmi ed a

far progetti.

Quella sera, dopo avergli stretta la mano, dopo averlo veduto uscire

dall'uscio, dopo averlo guardato dalla finestra mentre s'allontanava, mi

posi al tavolo pensando:

— Chissà! Forse non lo vedrò più.

Poi, malgrado il vuoto immenso che quel pensiero mi apriva dinanzi alla

mente impaurita, malgrado l'angoscia che ne risentivo nel cuore, gli

scrissi tutto, tutto. Non mi risparmiai, gli confessai che avevo ancora

molte lettere dell'altro.

«Se hai la forza, la clemenza,.... o la debolezza di perdonarmi, —

conclusi, — vieni più presto questa sera. La mamma ha invitato qualcuno

perchè è la vigilia delle nostre nozze. Vieni prima degli altri. Saremo

soli; brucieremo quelle reliquie del mio disgraziato passato, e tutto

l'avvenire sarà tuo. Se non ti vedrò venire di buon'ora a domandarmi

quelle lettere, vorrà dire che non puoi perdonarmi, che non ti vedrò

più. Sia quel che Dio vuole di me; l'ho meritato.»

Fu un giorno d'agonia quella vigilia di nozze. Ogni volta che l'uscio

s'apriva sussultavo:

— È lui. — No, non era lui. — Forse non verrà. — Infatti, perchè

dovrebbe venire? Certe colpe un uomo non le perdona. — Poi s'udiva

ancora un passo. — Sì, eccolo. È qui. È tanto generoso. — Ma ancora non

era lui.

Finalmente comparve il primo invitato. Erano le otto di sera. L'ora in

cui Marco veniva sempre; e non era giunto ancora; non mi aveva

perdonato. Non lo vedrei più.

Io non so come mi reggessi in piedi in quel momento. È certo che non

parlavo; non l'avrei potuto. Mi chiamavano _sposa_, mi facevano auguri,

mi portavano doni. Io non guardavo nulla, non rispondevo a nessuno.

Sentivo che intorno a me si ripeteva:

— È la commozione. È naturale. Deve lasciare i suoi, cambiare stato....

Ed io non lasciavo più i miei, non cambiavo più stato, non avevo più

sposo.

Se ne avessi avuta la forza, lo avrei gridato a tutti. Non era il

meschino amor proprio di non suscitar commenti che mi facesse tacere;

era l'angoscia immensa che mi ammutoliva.

Ad un tratto udii entrare qualcuno; e tutti dissero:

— Eccolo; è qui; finalmente!

Non poteva esser lui. Non alzai gli occhi continuai a piangere, finchè

una voce, una musica, un suono di cielo, mi disse:

— Che cos'hai, Maria? Perchè piangi?

— Oh Dio! Perchè? — esclamai singhiozzando. — Perchè non sei venuto

prima!

— Mia cara, — riprese colla sua calma abituale, — è una grande sera

questa. Ho avuto parecchie cosuccia da sbrigare. Domattina si parte

presto; dovevo dar ordine a tutto....

Il suo sguardo era sereno e pieno d'amore, la sua voce era tranquilla.

Pareva che non sapesse nulla; era l'uomo del giorno prima. Io gli dissi:

— Temevo che tu non venissi più.

Si mise a ridere e mi carezzò i capelli, dicendo:

— Bambina! Perchè non avrei dovuto venire?

Assolutamente non sapeva nulla. Per istinto in quel momento ne fui

consolata.

— Meglio così, pensai. Forse non mi avrebbe perdonata.

Avevo consegnato quella lettera ad un fattorino di piazza, che non

gliel'aveva portata.

Quella sera non fummo soli un momento. La mattina, quando venne a

prendermi, ero vestita da sposa e circondata da parenti ed amici. S'andò

subito al Municipio, poi in chiesa. Anche volendolo, non avrei potuto

ritentare la mia confessione. Ma non volevo più. Avevo veduto troppo

davvicino il pericolo di perderlo, la gioia immensa di ritrovarlo, per

espormi un'altra volta a quel rischio.

Il mio dovere l'avevo fatto. Il caso, la Provvidenza forse, aveva

impedito alla mia confessione leale di giungere fino a lui; io non ci

avevo colpa. Venni a transazione colla coscienza, e lo sposai col mio

segreto nel cuore.

La cartella N. 4 · 第 10 / 26 题