Era la fine d'ottobre. Tornava a venire l'inverno tanto difficile per
me.
Ero infreddata; da alcuni giorni una febbriciattola importuna mi rendeva
gravoso il lavoro, e pensavo con terrore che potrei ammalarmi, esser
costretta a stare in casa, a letto, ed a chiamare il medico, a comperar
medicine.... Come fare?
Era finito da poco il pranzo. Io m'ero accostata alla finestra, e stavo
là colla fronte contro il cristallo e l'occhio fisso nell'aria buia,
pensando vagamente che tornando nella mia stanza avrei freddo.
— Ha la febbre, signorina? — disse qualcuno accostandosi alla finestra
dall'altro lato. Era l'anziano della pensione. Un uomo sui quarant'anni;
un signore che veniva là a pranzo perchè non aveva famiglia e s'annoiava
a pranzar solo; era buono, cortese, generoso; godeva la simpatia di
tutti.
— Sì, — risposi, — ho la febbre. Ma è un'infreddatura; passerà presto.
— Però dovrebbe aversi riguardo; non esporsi all'umido.
— Oh, non sono tanto delicata.
— È giovane e forte; ma non bisogna abusarne. Domani dovrebbe stare in
casa.
— Sa pure che non posso.
— Perchè non può? Per un giorno d'assenza ed anche più, quand'è per
malattia, non si perde l'impiego.
Io non risposi. Pensavo che avrei voluto perdere l'impiego, perchè
quella desolazione completa m'avrebbe dato il coraggio di vincere tutti
i riguardi, tutte le soggezioni e di tornare nella mia famiglia. — Egli
ripigliò:
— E poi, se anche lo perdesse l'impiego....
In quel momento credetti che avesse indovinato il mio pensiero e dissi:
— Sarebbe forse meglio.
— Anch'io credo che sarebbe meglio, — riprese. Poi domandò:
— Cosa farebbe se perdesse l'impiego?
Io stavo appunto figurandomi il mio ritorno al paese in quello stato, i
commenti degli altri, la mia umiliazione. A quell'idea il coraggio mi
mancava, l'amor proprio mi dava la forza d'esitare ancora; e risposi:
— Non so quel che farei. Non so.
— Sa cosa dovrebbe fare, Maria? — susurrò con dolcezza il mio
commensale.
— Che cosa, signor Marco?
— Dovrebbe rinunciare all'ambizione di bastare a sè stessa; dovrebbe
accettare l'appoggio che le offre un uomo di cuore, un amico che le vuol
bene....
Parlava sommesso, e gli oscillava la voce, e nel dire che mi voleva bene
cercò di prendermi la mano. Io ero così delusa, così avvilita, che avevo
paura di tutto; vedevo soltanto insulti e vergogne; ritirai la mano con
dispetto e lo respinsi per andare nella mia camera. Ma egli mi trattenne
e riprese:
— Non mi giudichi male, Maria; non intendo farle torto. Sa pure che
nessuno la rispetta più di me, poverina. La proposta che le faccio può
dispiacerle forse, ma non può offenderla. — Sono vecchio per uno sposo,
e lei è molto giovane per me; ma le voglio bene, mi creda; proprio di
cuore, e se mi vuole.... non so come dire.... non sono un eroe da
romanzo; ma sarò un buon marito, e credo che non si troverebbe male in
casa mia; sarebbe signora e padrona, di me, della casa, di tutto.
Diceva codesto a frasi staccate: ma io non cercavo più di interromperlo;
non fuggivo più. La riconoscenza m'aveva gonfiato il cuore. Ero
scoppiata in pianto.
Dopo tanta amarezza, tanto sconforto quelle parole buone, quell'affetto
generoso e vero mi commovevano profondamente. Era la vita che rientrava
nella mia anima sfiduciata. Avrei voluto gettarmi ai piedi di
quell'uomo, avrei voluto baciargli le mani, e dirgli che lo ringraziavo,
che lo benedivo perchè mi toglieva dall'abbattimento in cui ero caduta,
perchè m'aiutava a risorgere; che il mio cuore gli era guadagnato per
sempre; che avrei consacrata tutta la vita a lui con entusiasmo, per
compensarlo del bene che mi faceva in quel momento.
Ma non feci nulla, non dissi nulla. Continuai a piangere come una
disperata, come una Maddalena. Oh! pur troppo ero una Maddalena.
Però quello sfogo muto di pianto gli disse quanto avrebbero detto le mie
parole. Capì che era accettato, che era amato, che era benedetto. Non
domandò altro. Mi carezzò le spalle con dolcezza come si fa a' bimbi che
piangono, e mi disse:
— Ora vada a riposarsi, Maria. Non pensi più ad andare all'ufficio.
Domattina stia a letto, faccia passare la sua infreddatura, poi mi dirà
lei quando vorrà ch'io scriva alla sua mamma, o che ci vada; farò tutto
quello che vorrà. Intanto penso io a liberarla per sempre dal telegrafo.
Io gli presi le mani, le strinsi con riconoscenza profonda, con amore;
ma non potei dir nulla.
Rientrai nella mia stanza consolata, con tutta la fede de' miei
diciott'anni rinata, e con essa tutte le speranze e tutti i sorrisi
della vita, e con un nobile affetto nel cuore.
Che cambiamento! Che gioia! Non ebbi bisogno di stare a letto; la febbre
dell'infreddatura fu assorbita dalla febbre d'entusiasmo che mi agitava
tutta. L'indomani ero florida e felice.
Marco era un nobile cuore. Il suo amore da uomo maturo, un amore
profondo senza tempeste, mi riposava delle tempeste passate. Mi sentivo
così tranquilla, così rassicurata, dacchè m'appoggiavo a lui, che
rinunciavo a pensare, a volere. Egli pensava e voleva per me. Era padre,
amico, sposo ad un tempo.
Un solo cruccio avvelenava la mia pace; il pensiero del passato; di
quell'altro amore, di quella colpa che Marco ignorava. Tutto quanto
c'era in me di dignità, di gratitudine, d'ammirazione per lui, si
rivoltava all'idea d'ingannarlo. Era un abuso di fiducia, una viltà. E
d'altra parte l'amavo; non solo per gratitudine; l'amavo come un
giovane, come un amante; come non avevo mai amato quell'altro. Sentivo
che, se a quella rivelazione mi avesse abbandonata, non avrei potuto
sopportarlo; ne sarei impazzita, ne sarei morta. Ed avevo paura di
perderlo, e lottavo colla coscienza.
Ma l'amore che m'inspirava quell'uomo generoso era pure generoso e degno
di lui. A misura che il giorno delle nozze si avvicinava, le mie
esitazioni, le paure codarde svanivano, ed il sentimento del dovere
s'imponeva alla mia coscienza. Tirai innanzi fino all'antevigilia del
matrimonio. La mamma era venuta a Milano; avevamo prese due stanze
arredate, e Marco veniva ogni sera come fanno gli sposi a trovarmi ed a
far progetti.
Quella sera, dopo avergli stretta la mano, dopo averlo veduto uscire
dall'uscio, dopo averlo guardato dalla finestra mentre s'allontanava, mi
posi al tavolo pensando:
— Chissà! Forse non lo vedrò più.
Poi, malgrado il vuoto immenso che quel pensiero mi apriva dinanzi alla
mente impaurita, malgrado l'angoscia che ne risentivo nel cuore, gli
scrissi tutto, tutto. Non mi risparmiai, gli confessai che avevo ancora
molte lettere dell'altro.
«Se hai la forza, la clemenza,.... o la debolezza di perdonarmi, —
conclusi, — vieni più presto questa sera. La mamma ha invitato qualcuno
perchè è la vigilia delle nostre nozze. Vieni prima degli altri. Saremo
soli; brucieremo quelle reliquie del mio disgraziato passato, e tutto
l'avvenire sarà tuo. Se non ti vedrò venire di buon'ora a domandarmi
quelle lettere, vorrà dire che non puoi perdonarmi, che non ti vedrò
più. Sia quel che Dio vuole di me; l'ho meritato.»
Fu un giorno d'agonia quella vigilia di nozze. Ogni volta che l'uscio
s'apriva sussultavo:
— È lui. — No, non era lui. — Forse non verrà. — Infatti, perchè
dovrebbe venire? Certe colpe un uomo non le perdona. — Poi s'udiva
ancora un passo. — Sì, eccolo. È qui. È tanto generoso. — Ma ancora non
era lui.
Finalmente comparve il primo invitato. Erano le otto di sera. L'ora in
cui Marco veniva sempre; e non era giunto ancora; non mi aveva
perdonato. Non lo vedrei più.
Io non so come mi reggessi in piedi in quel momento. È certo che non
parlavo; non l'avrei potuto. Mi chiamavano _sposa_, mi facevano auguri,
mi portavano doni. Io non guardavo nulla, non rispondevo a nessuno.
Sentivo che intorno a me si ripeteva:
— È la commozione. È naturale. Deve lasciare i suoi, cambiare stato....
Ed io non lasciavo più i miei, non cambiavo più stato, non avevo più
sposo.
Se ne avessi avuta la forza, lo avrei gridato a tutti. Non era il
meschino amor proprio di non suscitar commenti che mi facesse tacere;
era l'angoscia immensa che mi ammutoliva.
Ad un tratto udii entrare qualcuno; e tutti dissero:
— Eccolo; è qui; finalmente!
Non poteva esser lui. Non alzai gli occhi continuai a piangere, finchè
una voce, una musica, un suono di cielo, mi disse:
— Che cos'hai, Maria? Perchè piangi?
— Oh Dio! Perchè? — esclamai singhiozzando. — Perchè non sei venuto
prima!
— Mia cara, — riprese colla sua calma abituale, — è una grande sera
questa. Ho avuto parecchie cosuccia da sbrigare. Domattina si parte
presto; dovevo dar ordine a tutto....
Il suo sguardo era sereno e pieno d'amore, la sua voce era tranquilla.
Pareva che non sapesse nulla; era l'uomo del giorno prima. Io gli dissi:
— Temevo che tu non venissi più.
Si mise a ridere e mi carezzò i capelli, dicendo:
— Bambina! Perchè non avrei dovuto venire?
Assolutamente non sapeva nulla. Per istinto in quel momento ne fui
consolata.
— Meglio così, pensai. Forse non mi avrebbe perdonata.
Avevo consegnato quella lettera ad un fattorino di piazza, che non
gliel'aveva portata.
Quella sera non fummo soli un momento. La mattina, quando venne a
prendermi, ero vestita da sposa e circondata da parenti ed amici. S'andò
subito al Municipio, poi in chiesa. Anche volendolo, non avrei potuto
ritentare la mia confessione. Ma non volevo più. Avevo veduto troppo
davvicino il pericolo di perderlo, la gioia immensa di ritrovarlo, per
espormi un'altra volta a quel rischio.
Il mio dovere l'avevo fatto. Il caso, la Provvidenza forse, aveva
impedito alla mia confessione leale di giungere fino a lui; io non ci
avevo colpa. Venni a transazione colla coscienza, e lo sposai col mio
segreto nel cuore.