II.

La mia mamma abitava Livorno Torinese. Era vedova con quattro figlioli,

ed io era la maggiore. Si viveva tutti del frutto d'un poderino

minuscolo; era un magro vivere, ma si viveva.

Io avevo frequentato le scuole comunali, poi avevo continuato a studiare

coll'aiuto della maestra, nell'idea di ottenere anch'io il diploma di

classe inferiore. Quella maestra era istrutta, aveva molti anni di

pratica, ed aspirava ad un posto migliore; ed io aspiravo a prendere il

suo, quando lei lo avesse lasciato. Trecento lire e l'alloggio, aggiunto

ai frutti del nostro palmo di terra, per noi che avevamo pochi bisogni

ed abitudini modeste, sarebbero stati una fortuna.

Ci si pensava sempre. Si facevano progetti su progetti:

— Trasportarci tutti nella casa magistrale; — erano tre camere, ma

bastavano: non ne avevamo mai avute di più. — Vivere come s'era vissuto

fin allora, soltanto con qualche privazione di meno; perchè, già,

c'erano giorni in cui non si metteva la pentola al fuoco; e, se ci fosse

venuto quell'aumento di rendita, codesto non sarebbe più accaduto. Esser

sempre ben coperti l'inverno, e far fare a tutti i ragazzi le quattro

elementari prima di mandarli ad un mestiere....

Io mi sentivo superba e contenta d'essere il perno su cui s'appoggiavano

questi disegni facili a realizzarsi, e che ci avrebbero permesso di

vivere tutti uniti, i figlioli sotto gli occhi della mamma, fintanto che

fossi stata più matura. Poi avrei potuto sperare un posto onorevole, da

istitutrice in una buona famiglia, o da direttrice in un collegio...

Un giorno venne fuori a trovarci una zia che avevamo a Torino, e mi

parlò di certi impieghi al telegrafo che si davano alle donne.

Si guadagnava di più che a far la maestra, c'erano speranze di aumento,

si poteva capitare a vivere in città.... Via; era una carriera aperta

come per gli uomini; e punto faticosa....

Quella prospettiva mi parve splendida. Stare in una città; andare allo

studio come un giovinotto; avere la _mia_ casa, e molte ore di libertà;

ed essere indipendente.

La mia testa cominciò a fantasticare su quel tema. Il progetto di fare

la maestra nel mio piccolo paese a tutti quei contadinetti che conoscevo

e che mi conoscevano, mi parve meschino. Una maestra cosa poteva

aspettare dall'avvenire. Mentre una telegrafista, era un impiegato

governativo.

Non so proprio cosa ci vedessi di bello; ma è certo che la stessa

eccentricità della cosa lusingava la mia immaginazione. Quando ne

parlavo in paese e vedevo le meraviglie che suscitava quel discorso,

provavo un gran desiderio, una vera ambizione di raggiungere quella

posizione meravigliosa. E mi compiacevo a figurarmi di ritorno in paese

per qualche breve vacanza, vestita da cittadina, col titolo di

telegrafista, anzi d'_ufficiale telegrafico_, discorrendo d'orari, di

capi d'ufficio, d'avanzamenti, di traslochi; dicendo _noi_ per nominare

tutta la rete telegrafica dello Stato, tutti gli impiegati, gli uffici,

le macchine, i pali e me stessa. Cos'era l'impiego decoroso di

direttrice al confronto di codesto? Di direttrici ce n'erano molte, ce

n'erano state sempre. Di telegrafiste non ne avevo vedute mai, e mi

pareva che quelle _donne impiegati_ dovessero essere qualche cosa di

affatto differente dalle altre.

Avrei sempre portato denaro alla mamma; con uno stipendio che col tempo

avrebbe potuto salire fino a cento lire al mese...! Figurarsi! Noi, in

cinque che eravamo, non avevamo mai spese, e neppure vedute cento lire

al mese.

Fu la stessa zia di Torino che mi fece andare a casa sua, e mi tenne con

sè parecchi mesi, benchè fosse povera, per mandarmi alla scuola di

telegrafia, ed avviarmi a quella nuova carriera aperta alle donne, che

dev'essere la gloria, il trionfo dell'onorevole Salvatore Morelli;

l'alloro che gli farà da primo guanciale per riposarsi delle sue fatiche

parlamentari. Il secondo guanciale glielo farà il divorzio.

Lascio stare il tempo di studio, poi il primo impiego da _giornaliera_.

Ero chiamata quando il lavoro era eccessivo, ed in quei casi avevo due

lire al giorno. Se non c'era lavoro di troppo, non ero chiamata, e non

avevo nulla. Ma non importa. Vivevo colla zia. A lei una tazza d'acqua

di più nella pentola per aumentare d'una porzione la minestra, e quel

poco di più ch'io potevo mangiare costava poco, e lo dava volentieri.

Non voleva neppure i miei piccoli guadagni che servivano a vestirmi. Non

mi rimase mai nulla da mandare alla mamma. Ma era naturale. Ero in

principio di carriera. Una volta che avessi avuto un impiego fisso, con

un buono stipendio — allora sì che avrei potuto aiutare la mia famiglia.

Finalmente, dopo un lungo tirocinio, e tante suppliche, ricorsi, palpiti

da pigliarne una malattia di cuore, lo ottenni quel sospirato impiego; e

nientemeno che negli uffici telegrafici di Milano, con uno stipendio di

ottocento lire all'anno.

A noi parve di veder giungere in casa Giove trasformato in pioggia d'oro

con quella notizia. Dico a noi così per dire; ma la zia, poveretta, ed i

suoi bambini non sapevano nulla di Giove e delle sue metamorfosi. E

quanto alla mamma, lei non si rallegrava di quell'avanzamento.

Aveva le idee piccine. Le pareva che sarebbe stato meglio guadagnare

soltanto trecento lire e stare in paese, e vivere tutti uniti aspettando

il meglio per quando fossi stata matura, che andare in giro, una

figliola di diciotto anni, sola per il mondo, a far l'impiegato.

— Dà retta, — mi diceva. — Codeste cose sono buone per le signorine

venute al meno, che hanno la famiglia in città. — Andranno all'ufficio

come tu dici; ma accompagnate dalla mamma o dal babbo; e, fuori di là,

saranno ancora coi loro parenti. Per quelle lo capisco; è un lavoro come

un altro. E poi ancora, se dentro gli uffici debbono stare cogli

impiegati, non ce le dovrebbero mettere prima de' venticinque o

trent'anni.

Lei non lo sapeva che uomini e donne sono eguali davanti al progresso, e

che l'emancipazione non ammette giovinette inesperte.

La lasciai accorata, povera donna, e venni sola a Milano. Nè lei nè la

zia potevano fare la spesa del viaggio per accompagnarmi, e tutte e due

avevano bambini da custodire.

Appena giunta mi presentai al capo d'ufficio, e lo pregai di dirigermi

un poco nella mia installazione.

— Non ha altre risorse che il suo impiego? — mi domandò.

— Altre risorse! Ma il mio impiego mi frutta ottocento lire, — risposi

sbalordita. — Sessantasei lire e sessantasei centesimi al mese con una

frazione continua....

— Trovare una pensione a questo prezzo è difficile, — borbottò quel

signore.

Io cascavo dalle nuvole. Dovevo spendere sessantasei lire e sessantasei

centesimi soltanto nella pensione? E vestirmi? e mandare qualche cosa

alla mamma! — Ma che! Quel signore, aveva idee troppo grandiose. Noi in

casa con poco più d'una lira al giorno si viveva tutti.

Il capo d'ufficio ebbe forse pietà della mia inesperienza. Si occupò del

mio magro affare, e gli riesci di collocarmi in una pensione dove mi

davano alloggio e vitto per cinquantacinque lire.

A me pareva una spesa enorme. Ma più tardi mi accorsi che per vivere in

città era pochissimo.

Alla fine del mese, appena ebbi riscosso il mio denaro, m'affrettai a

pagare la padrona di pensione ed a fare un vaglia delle altre undici

lire per la mamma. Coi sessantasei centesimi che avevo serbato per me,

pagai il vaglia postale ed il francobollo, e rimasi a secco.

Quando uscivo la mattina per andare all'ufficio le botteghe erano

chiuse, le strade quasi deserte; qualche lattivendolo, qualche

panattiere col cesto in capo come il gran panattiere di Faraone, era

tutta la gente che incontravo. Al ritorno gli altri impiegati salivano

nell'omnibus. Io facevo la strada sola, a piedi, nel fango, pensando

quali vantaggi mi procurava mai quell'impiego, che era sembrato a me ed

a' miei un colpo di fortuna.

La mamma scriveva che della mia lontananza risentiva soltanto il danno.

Quanto al mio mantenimento risparmiato non se ne accorgeva neppure. — E

dire che a me quel mantenimento costava cinquantacinque lire! Cosa vuol

dire separarsi!

Ed intanto si lagnava che non m'aveva più accanto, che non l'aiutavo più

a custodire i bimbi ed a fare la massaia.

Le undici lire le aveva ricevute, ma mi raccomandava di non mandargliele

più, povera donna, e di serbarle per rinnovare gli stivalini e gli

abiti.

Sulle prime, la novità di trovarmi in una città grande, d'andare e

venire sola, di sedere a tavola in una pensione con molta gente, di

raccontare la mia posizione eccezionale, e di ripetere ancora ed ancora

alla padrona di pensione, ed alla serva stupefatta, ed ai compagni di

tavola, che ero impiegata come un uomo, e che guadagnavo come un uomo,

mi mantenne in uno stato d'esaltazione, e mi sentii felice.

Ma alla fine del secondo mese, quando la padrona di casa mi presentò il

conto della lavandaia, quello della stiratrice, più due lire pel lume

che non era compreso nella pensione, in tutto nove lire che dovevo

sborsare pigliandole sulla mesata ventura, cominciai a sgomentarmi.

Intanto era finito l'ottobre, ed il novembre cominciava con un freddo

invernale. La sera gelavo nella mia stanza. Qualche volta mi lasciai

andare al lusso di accendere il camino mentre stavo alzata a dare

qualche punto alle biancherie, ed a ravviare gli abiti. Ma la spesa

della legna era superiore a' miei mezzi. Quel mese, tolta la pensione e

quelle nove lire di conti pagati, m'erano rimaste due lire per le spese

straordinarie. Nella nostra povera casa non m'ero mai trovata in quegli

impicci.

Giorno e notte pensavo al modo di diminuire quelle spese. Rinunciai a

ber vino per farmi ribassare di qualche lira il prezzo della pensione;

ma tant'è tanto, se mi riesciva di pagare la lavandaia, la stiratrice ed

il lume, per la legna non mi rimaneva nulla. E quel ribasso di prezzo

aveva anche ribassata l'opinione che la padrona di casa aveva di me. Mi

trattava con disprezzo.

Era una vita arida e noiosa. Casa e studio, studio e casa, coi piedi

umidi, le membra assiderate, il pensiero occupato da calcoli minuti ed

uggiosi, nessun'affezione per consolarmi, nessuna distrazione. — Ed i

miei abiti si sciupavano, le mie scarpe si logoravano.

Eppure guadagnavo ottocento lire all'anno. Avevo raggiunto il mio sogno

di grandezza, il mio ideale. Dio! che delusione!

Ero anche bellina. Quando andavo, sola e male in arnese per le strade,

c'era spesso chi mi diceva parolette dolci, chi si offriva

d'accompagnarmi, ed anche con molta insistenza e senza troppo rispetto.

Allora mi venivano in mente i discorsi della mamma, e le sue paure. — Ma

poi tornavo alle mie idee:

— Quando le donne hanno un'occupazione seria, e pensieri seri, non

cadono in leggerezze. La loro vanità dipende appunto dalla vita oziosa e

senza responsabilità a cui sono condannate, ecc. ecc.

A me i pensieri seri non mancavano. — Avevo niente meno che da risolvere

il problema di andar vestita, bene o male, di calzarmi, e di non gelare,

senza spender denaro.

Ma tuttavia avevo diciotto anni. — Due, tre, quattro uomini, dieci, mi

sembrarono insolenti e brutali colle loro parole galanti. Poi ne venne

uno che non mi sembrò insolente nè brutale. — Era giovane, serio; per un

pezzo mi seguì senza dirmi nulla, mi guardava soltanto; ed io la notte,

nella mia stanza solitaria e fredda, rivedevo quello sguardo che la

riempiva di calore e di luce.

Poi un giorno, entrando a pranzo dalla padrona di casa lo vidi là, alla

tavola della pensione. — Aveva veduto dove abitavo, ed era venuto; s'era

anche collocato accanto a me. Non mi aveva parlato brutalmente in

istrada. Aveva presa una via lunga, mi si presentava come si usa tra

gente ammodo. — Gliene tenni conto; forse troppo.

Mi sentivo autorizzata a discorrere con lui come cogli altri della

pensione; e ne profittai. — Mi gettai a capo fitto in quella prima

gioia; il mio cuore, giovane e caldo, sussultava alle sue parole. —

M'innamorai pazzamente, sinceramente.

Oh, se m'avesse veduto la mia mamma, uscire, di sera, con quel giovane,

rientrar tardi, agitata, impaurita, coll'anima combattuta tra la

passione ed il rimorso.

Come avrebbe, ripetuto, povera donna, che gli impieghi di quella sorta

si dovrebbero dare soltanto alle ragazze che hanno la famiglia in città,

che vanno all'ufficio accompagnate dalla mamma, e che per giunta non

sono più giovani. E che sarebbe stato meglio accontentarmi del posticino

di maestra in paese a trecento lire, e vivere tutti uniti!

Ma la mamma era lontana: io era sola, innamorata, e senz'altro conforto

al mondo che quell'amore.

Non serve dir altro. È la storia di molte ragazze indipendenti, e

disgraziate.

Speravo che mi sposasse; il matrimonio rimedia a tutto. — Ma un bel

giorno mi scrisse che affari di famiglia lo chiamavano in provincia

presso i suoi parenti. Non sapeva quando tornerebbe. Suo padre era

rigorosissimo. Non osava dirmi di scrivergli perchè in casa sua, se si

fosse scoperta la nostra relazione, guai! Mi amava sempre; gli doleva di

lasciarmi; ma contro l'impossibile non si può andare.... ecc., ecc. Di

matrimonio neppure una parola, neppure una speranza lontana. —

M'abbandonava.

Rimasi come fulminata. — Non me l'aspettavo, avevo riposta in lui tutta

la fiducia de' miei diciott'anni. Ero colpevole per lui; era lui che

doveva redimermi. Questo mi sembrava giusto, e credevo che quanto era

giusto si dovesse fare. Fu un balzo doloroso. Dal colmo della fede, alla

delusione assoluta, senza speranza.

Mi trovai sola in faccia alla mia vita di lavoro inglorioso, con tre

compagni tristi: l'isolamento, la miseria, la vergogna.

Malgrado tutto, mi durò un pezzo in cuore l'amore, e passai le lunghe

notti in veglie e rimpianti; perchè la passione non ragiona.

Ma anch'essa deve pur nutrirsi di qualche cosa. — Ed io non avevo nulla.

Non ricevevo notizie nè dirette, nè indirette; non lo vedevo più; non

sapevo neppure dove fosse. A poco a poco le preoccupazioni aride del

pane quotidiano, i bisogni materiali ed imperiosi della vita,

soffocarono la passione, mi assorbirono tutta.

Ero triste, uggita. Non avevo a chi confidarmi. Avrei voluto ad ogni

costo uscire da quelle angustie; ma non osavo scrivere alla mamma che la

mia ambizione era stata illusoria, che tutte le mie belle speranze

m'avevano condotta a quegli estremi. Il posto di maestra era occupato; e

poi io avevo lasciato andare gli studi per buttarmi al telegrafo, e non

avevo diploma. — Avrei dovuto tornare in famiglia senza guadagnar nulla.

— Mi vergognavo. Preferivo soffrire, vivere di ripieghi, fare qualche

debituccio, ma lasciar ignorare alla mamma i miei guai, e salvare le

apparenze.

Tirai avanti così quasi un anno. — Ero scoraggiata, delusa; non avevo

più nè fede nè amori; ero stanca; mi pareva d'essere vecchia.

La cartella N. 4 · 第 9 / 26 题