cap. 29, 30. — Questi, non mai dimentico d’essere egli di casa Grandi
come era il Mannelli, mentre biasima le armi date in mano ai villani,
si piace a dipignerlo grande e bello della persona, con un’accia
in mano facendo volgere al piloto diritta la prua contro la galera
genovese. Ma nel descrivere la partenza dei legni da Pisa il nostro
autore sembra pigliare la tromba epica quando rappresenta in sulle
sponde dell’Arno il popolo dei Pisani, attratto dalla ferocia degli
aspetti e dalle armi splendenti, bramare in cuor suo la sconfitta di
quei prodi ch’egli ammirava ma che a lui erano strumenti odiosi di
servitù. — Vedi _Archiv. Stor._, Appendice, vol. I, pag. 143.
[238] LEONARDO BONINSEGNI. — NERI CAPPONI. — «La Repubblica donava
a Micheletto un ricco elmetto coperto di rose d’oro suvvi un giglio
d’oro, e un cavallo coperto di chermisi broccato d’oro, e le bandiere
quadre del Comune riccamente fatte e messe d’ariento: costò detto dono
fiorini duemila: e un simile aveano fatto a Niccolò da Tolentino.»
MORELLI, _Ricordi_ (_Delizie degli Eruditi_, tomo XIX, pag. 106).
[239] NERI CAPPONI, _Commentari_. — MORELLI, _Ricordi_. — AMMIRATO,
_Storie_. — _Commissione di Rinaldo degli Albizzi_ per accompagnare
l’Imperatore, ultima del tomo III.
[240] In quella paco Maso andò contro ai maggiorenti della città, ma
fece al popolo cosa grata. (CAVALCANTI, tomo II, pag. 466 e seg.)
[241] CAVALCANTI, lib. VII, cap. 6, 7, 8. — MACHIAVELLI, _Stor._, lib.
IV.
[242] Vedi molte buone leggi da lui fatte fare a sollievo dei poveri ed
a mantenimento della giustizia. (CAVALCANTI, tomo II, pag. 464.)
[243] Niccolò da Uzzano si sarebbe lasciato sentir dire che dove
nella Repubblica dovesse diventar principe un suo cittadino, avrebbe
egli amato la _maggiorità_ di Cosimo piuttosto che quella di Rinaldo.
(CAVALCANTI. I, 381.)
[244] Rinaldo essendo potestà di Prato avrebbe fatto sequestrare certi
muli dei quali era Maso debitore a un vetturale che, per non avere
danaro pronto, era da un creditore suo tenuto in carcere. (Ivi, tomo
II, pag. 504.)
[245] «Io dico che quella cosa ch’è di tutti, è grandissima stoltizia
riconoscerla da pochi uomini; ognuno c’è per lo cuoio e per lo pelo,
secondo il suo grado e la sua facoltà: a me pare che sia somma prudenza
quello che non si può vendere, saperlo donare; con la legge tutto si
governi ec.» Parole di Rinaldo. (CAVALCANTI, lib. I, cap. 7.)
[246] «Averardo e Giovanni di Puccio ne scrisse in tuo servizio — tutto
conferisci con Ser Martino come con padre.» (Lettera di Rinaldo degli
Albizzi ad Ormanno suo figlio, 3 febbraio.) — «Veggio quello t’ha detto
Nanni Pucci, che è segno di buona amicizia: Averardo de’ Medici anche
me ne scrive da Pisa.» (20 febbraio.) — «Dillo con Ser Martino e con N.
Pucci e con chi ti piace; non t’allargare con troppi.» (Ivi.) — «Quanto
scrivi di Cosimo e d’Averardo e d’Alamanno ec.» (13 marzo.) Queste ed
altre parole confermano che Rinaldo avesse allora buona intelligenza
con gli amici di Cosimo e con lui medesimo.
[247] Vedi, tra le altre, la lettera ad Ormanno de’ 31 gennaio.
[248] _Examina_ del TINUCCI, che va con le _Storie_ di MICHELE BRUTO.
[249] _Storie_ di DOMENICO BONINSEGNI e AMMIRATO.
[250] Neri ne’ _Commentari_ scrive essere stato confinato per una legge
che si chiamava degli _Scandalosi et majorità_ (così anche un nostro
MS.): intendeva bastare a vincere il partito il maggior numero delle
fave, senza bisogno dei due terzi che per il solito ci volevano a
tali condanne. Le molte pratiche intorno a questa legge sono riferite
distesamente dal signor Guasti nelle Prefazioni da lui aggiunte alle
_Commissioni di Rinaldo degli Albizzi_, tomo III, pag. 167 e seg. —
Intorno alle pratiche di Neri col Papa, le quali furono a lui causa
del bando, vedi PLATINA, _Vita Nerii Capponi_ (in MURATORI, _Rer. Ital.
Script._, tomo XX, col. 480-90).
[251] Lettere dei 6 e 12 marzo 1430.
[252] Quanto all’ufficio di Senatore di Roma tenuto dall’Albizzi, vedi
l’Appendice VI, tomo III delle _Commissioni_.
[253] _Examina_ del TINUCCI.
[254] Vedi CAVALCANTI, lib. VII, cap. 8; e TINUCCI.
[255] FABBRONI, _Vita di Cosimo_.
[256] «Ecci chi vorrebbe, per fare vergogna e danno ad altri, che il
Comune avesse e vergogna e danno, e ingegnansi in quanto possono,
che questo abbi a seguire; che è cattiva condizione d’uomo. Parmi
nonostante che questa impresa sia ai più piaciuta, e che veduto la
cosa essere ridotta in luogo dove interviene l’onore del Comune, per
ciascuno si debba dare ogni favore possibile; et così fo in quello
posso qua, e simile conforto te, benchè sono certo non ne bisogni.» (Ad
Averardo de’ Medici, da Firenze 4 febbraio 1430.)
[257] «Mi pare la guerra sia più lunga non vorremmo, e tutto per
non l’aver voluta quando si poteva: sicchè Iddio perdoni a chi n’è
cagione.» (Accusa la quale non so a chi vada, nè a che accenni.) Allo
stesso Averardo, da Verona 21 ottobre 1430, ed altra da Ostiglia 1º
dicembre.
[258] Abbiamo la Posta del capitale in commercio spettante a Cosimo dei
Medici nel Catasto del 1432. I traffici per la fabbricazione di merci
e le accomandite di cambio andavano per compagnie, dove i Medici spesso
avevano la rata più grossa. Segue la Posta com’è nel libro:
Cosimo di Giovanni de’ Medici, figli e nipoti, pel
traffico di Firenze, di fiorini 120, tocca a loro. Fior. 78 15
Per la commandita di Bruggia e Londra, in loro ditta,
per fiorini 160, tocca loro 78 17
Per quella di Avignone e Ginevra, per la rata di fiorini
160, tocca loro 96 —
Pel traffico di Vinegia sotto la ditta di Pier Francesco
de’ Medici e compagni, per la rata di fiorini 100,
tocca loro 65 12
Pel traffico della Lana sotto la ditta Giov. di Cosimo
de’ Medici, per la rata di fiorini 30, tocca loro 18 15
Pel traffico della Lana dice in Piero di Cosimo de’ Medici,
per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 15
Pel traffico di Pisa dice in Ugolino Martelli, per la
rata di fiorini 80, tocca loro 30 —
Pel traffico della Seta dice in Piero di Cosimo de’ Medici,
per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 10
Somma in tutto il Catasto ed è l’imposta sul commercio
di Cosimo de’ Medici fiorini d’oro 428 —
CANESTRINI, _La Scienza e l’arte di Stato_, pag. 157. — La terra, le
case, l’entrate sul Monte, i crediti, i mobili, stavano da sè.
[259] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vita di Cosimo de’ Medici_.
[260] Si trova in addietro l’una delle due Parti (non so quale) essersi
chiamati i Buoni e l’altra i Belli; e l’una Valacchi e l’altra Uomini
da bene. (CAVALCANTI, _Stor_., lib. I, cap. 1.)
[261] L’autore dal quale più cose traemmo circa lo stato della
Repubblica e il gioco vario delle parti, dicemmo noi essere devoto ai
Medici; ed è vero che Giovanni Cavalcanti, avverso al governo degli
Ottimati, encomia sempre con parole affettuose Giovanni dei Medici;
ma inverso Cosimo il linguaggio di lui ne sembra più adulatorio che
schietto, spesso involgendosi negli artifizi. Comincia l’_Istoria_ da
una sorta d’invocazione a Cosimo stesso, il quale vorrebbe chiamare
piuttosto uomo divino che mortale, siccome colui che dalla fortuna,
senno di Dio, venne favorito con tutte le sue divine potenze. Ma
vuole tacerne, «perchè egli conosce negli uomini le virtù non essere
in questa momentanea vita nè immutabili nè perpetue, e che allora
quando le felicità esaltano gli uomini, la ingratitudine sottentra,
e la superbia occupa le virtù.» Laonde nel seguito de’ tempi il
linguaggio del nostro autore si fa più severo, e aguzza la penna contro
a Cosimo ed ai suoi: finisce l’_Istoria_ compiangendo alla morte di
Rinaldo degli Albizzi, quando aveva perduto questi ogni speranza di
riacquistare la patria, facendo risorgere con armi nemiche lo stato
antico della Repubblica. Ma queste cose poi vedremo.
[262] «E’ danari del Monte tornarono a fiorini diciotto per cento e
non si trovava compratore.» (Febbraio 1432-33.) — «A’ 23 di aprile
1433 a ore 22 ci furono due cavallari con nuove della pace, e con
l’ulivo ch’ell’era conchiusa col Duca, e sonorono le campane, e fessi
fuochi. Non se ne rallegrò se non e’ poveri; e’ danari del Comune non
migliororono nulla.» (MORELLI, Ricordi; in _Deliz. Erud_., tomo XIX,
pag. 168.)
[263] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, pag. 96.
[264] Della Pratica tace affatto il Cavalcanti, e così pure il
Machiavelli. — Forse dei nostri lettori taluno ricorda come nell’anno
1396 fosse pigliato con lo stesso inganno Donato Acciaioli: vi ebbero
molte circostanze somiglianti, ma era il caso troppo diverso.
[265] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, pag. 75. — È un ordine dato in forma
di bullettino al Capitano del Popolo, perch’egli abbia a fare eseguire
la detta sentenza.
[266] CAVALCANTI, _Storie_.
[267] _Ricordi di Cosimo._ — FABBRONI, _Vita_.
[268] CAVALCANTI. — AMMIRATO.
[269] CAMBI, _Storie_ (_Deliz. Erud._, pag. 187).
[270] «Si volsero a ridurre la terra secondo l’uso del buon vivere e
pacifico, e a fare che niuno cittadino avesse più autorità l’uno che
un altro, se non quella che gli avevano dato la sorte e la dignità —
non pensavano che avevano a fare con un potente nemico.» — Sono parole
del buon libraio Vespasiano da Bisticci, che amico a Cosimo del quale
scriveva la Vita, era poi anche un fiore di galantuomo. E in altro
luogo aggiunge egli: «Non tolsero lo stato a persona, ma dettenlo a
tutti quelli che lo meritavano.»
[271] Il Cavalcanti compose (com’è suo costume) una lunga diceria
dell’Albizzi a fine di persuadere la chiamata dei Grandi a parte della
Repubblica, ed una di Mariotto Baldovinetti che dissuase il partito.
Dell’una e dell’altra il Machiavelli diede un estratto; ma sembra a me
sotto quei due nomi avere voluto il Cavalcanti spiegare a disteso come
l’aiuto dei Grandi ci volesse a reggere in piedi quel debole Stato, e
come i Grandi, cercati forse, non se ne degnassero.
[272] La Repubblica s’era intromessa per la liberazione del Tolentino.
Il primo d’aprile 1435 la Signoria scrive a Neri Capponi ambasciatore
a Venezia: «Questo dì c’è di nuovo che Niccolò da Tolentino è morto.
Il modo della morte, secondo che scrive Niccolò Piccinino a’ figlioli,
fu che andando del borgo di Val di Taro ad altro luogo per stanza, gli
cadde addosso il cavallo che cavalcava, et così morì. Questo è secondo
lo scrivere; la verità non sappiamo.»
[273] _Commentari_ di NERI CAPPONI. — BONINSEGNI. — GIOV. MORELLI,
_Ricordi_. — MACHIAVELLI, lib. V. — SCIPIONE AMMIRATO, lib. XX.
[274] _Ricordi di Cosimo de’ Medici_; FABBRONI, pag. 99.
[275] Il CAVALCANTI (lib. IX, cap. 27) dice «che la Signoria di
Venezia commise inoltre a certi suoi ambasciatori che erano per le
faccende della Lega in Firenze, che a’ nostri ufficiali del Catasto
favoreggiassero la posta di Cosimo come Veneziano cittadino.»
[276] Quando nel 30 andò a Verona fuggendo la peste, menava con sè
Niccolò Niccoli, quell’insigne ritrovatore di antichi libri greci
e latini, e Carlo Marsuppini d’Arezzo che fu poi segretario della
Repubblica.
[277] FABBRONI, _Vita di Cosimo_, note a pag. 86, 87. — ROMANIN,
_Storia di Venezia_, lib. X, cap. 7.
[278] Nel Catasto del 1427 la posta di Palla Strozzi era superiore
a quella di Giovanni de’ Medici e ad ogni altra: quegli pagava
cinquecento sette fiorini, questi trecento novantasette. (CANESTRINI,
lib. cit.)
[279] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vita di Agnolo Pandolfini_.
[280] CAVALCANTI, lib. X, cap. 7. — Nella vita manoscritta di Palla
Strozzi, che abbiamo insieme con le altre vite della famiglia scritte
da Lorenzo Strozzi fratello a Filippo, si nega l’andata un po’ ridicola
del buon Palla, attribuendone l’invenzione al Machiavelli: si vede che
Lorenzo Strozzi non aveva notizia delle Istorie del Cavalcanti.
[281] _Storia_ di IACOPO PITTI, lib. I.
[282] «Il Papa aveva l’animo a volere il dominio della città, perchè
gliene fu data intenzione.» (_Commentari_ di NERI CAPPONI.)
[283] GIO. CAMBI, _Istorie_. — MORELLI, _Ricordi_; e AMMIRATO.
[284] GIOVANNI CAVALCANTI, lib. X, cap. 19.
[285] «E appunto in capo dell’anno, in quel medesimo dì, cioè a’ 5
d’ottobre, e in quella medesima ora rientrammo in su quello del Comune,
e in quel medesimo luogo. Di questo ho fatto ricordo, perchè ci fu
detto da più persone devote e buone, quando fummo cacciati, che non
passerebbe l’anno, che saremmo restituiti, e torneremmo a Firenze.»
(_Ricordi_, ec.)
[286] CAVALCANTI, lib. X, ultimi capitoli.
[287] BONINSEGNI, _Storie_. — MORELLI, _Ricordi_. — CAMBI, _Cronaca_. —
NERLI, _Commentari_.
[288] VESPASIANO DA BISTICCI, _Vite di Palla Strozzi e di Agnolo
Pandolfini_.
[289] «Nel mese di gennaio prossimo fui il primo tratto dalle borse
dello squittinio per Gonfaloniere di Giustizia; e al mio tempo non si
confinò nè si fece male a persona: ma Francesco Guadagni e più altri,
i quali trovai nelle mani del Capitano della Balìa, operai in forma
non morirono, ma furono condannati in perpetua carcere.» (COSIMO DE’
MEDICI, in fine ai _Ricordi_.)
[290] _Ricordi_ di FILIPPO RINUCCINI.
[291] «Qui autem Vexillifer Iustitiae in relegatione Cosmæ cum esset
capitaneus Pisis, vocatus ad judicium, in via sive subitanea morte,
sive veneno, periit.» (S. ANTONINO, _Chronicon_, pag. 504.)
[292] Scrisse agli Otto: «Io ho inteso il vostro bando, il quale come
uomo che non voglio errare, vi avviso che in casa non ho altre armi se
non un panieruzzo d’aguti, e un cultellino tutto intaccato, ed è della
fante, ec.» (CAVALCANTI, lib. X, cap. XXIII.)
[293] _Storia_ di GIOVANNI CAMBI.
[294] CAVALCANTI, lib. VII, cap. 27.
[295] CAVALCANTI, lib. X, ultimo capitolo. — _Storie_ di DOMENICO
BONINSEGNI. — MORELLI, _Ricordi_. — _Storia_ di GIO. CAMBI. — AMMIRATO,
lib. XX. — Commissione manoscritta, a Neri Capponi, dove si vede come
a Firenze avessero cercato non si guastare con Siena. Ved. _Appendice_,
Nº VII.
[296] Ma non voleva la Signoria di Venezia potesse ciascuno muovere
guerra a sua posta e tirare gli altri. Allegava: «esser maggior
pericolo che ciò da noi (Fiorentini) non venisse, perchè per avventura
siamo più leggieri a muoverci e mutiamo la Signoria spesso. Il perchè
talvolta si trovan di quelli che leggiermente vi salterebbon su, maxime
cognoscendo avere obbligato la Signoria di Vinegia a concorrere, ec.»
(Lettera della Signoria a Neri Capponi, rimasto in Venezia ambasciatore
per la Lega; 1º aprile 1435.)
[297] Il CAVALCANTI (lib. XI, cap. 3, 4) ha i nomi dei prigionieri e il
numero delle navi prese, ed a chi ciascuna di esse andasse venduta.
[298] MACHIAVELLI, _Storie_, lib. V.
[299] Legazione a Genova di Neri Capponi; copia presso noi. —
CAVALCANTI, lib. XI, cap. 7.
[300] GUASTI, _La Cupola di Santa Maria del Fiore_.
[301] AMMIRATO, lib. XXI.
[302] «Ognuno che è in attitudine, ha prestato, e chi gran somma e chi
mezzana e chi minore, secondo la sua possa.» (Lettera dei Dieci a Neri
Capponi commissario sotto Lucca; 1º aprile.)
[303] «Il Conte pose campo a S. Maria di Castello (_che prima il
Piccinino aveva espugnata_), e piantovvi una bombarda grossa di gitto
di libbre 530: in quattro pietre che trasse dalla bombarda nel pedale
della Torre, la fece cadere.» (N. CAPPONI, _Commentari_.)
[304] I Dieci nelle lettere a Neri insistono di continuo perchè
sia dato il guasto alle terre dei Lucchesi. «Il guasto si dia senza
più indugio, perchè per tutto Firenze non si grida altro; e se caso
sopravvenisse che non si potesse fare, credaremmo esserne lapidati.»
(Aprile 1437.) «Una delle maggiori e migliori sicurtà che possiamo
avere etiandio essendo d’accordo con loro (co’ Lucchesi), è ch’eglino
abbino bisogno d’essere pasciuti da noi e dalle terre nostre.» — «Co’
Lucchesi non è da stare a speranza d’accordo, perchè sono più gagliardi
che innanzi perdessero il contado.» (Luglio 1437.)
[305] _Commentari_ di NERI CAPPONI.
[306] «Si rannuvola verso la Marca, e dubitiamo che al Conte
non convenga fare provvedimenti.» — «Tu dii che il Conte ti pare
impensierito perchè crede dovere essere richiesto dalla Signoria di
Vinegia, ec.» (Lettere citate.)
[307] Insin da principio i Veneziani a quella guerra battevano
freddi, e per la dimora che il Conte faceva intorno a Lucca nasceva
qualche ruggine tra le due Repubbliche. Si trattava co’ Lucchesi
accordo, e i Dieci scrivono: «Noi abbiamo ammirazione di quello scrivi
dell’ambasciatore di Vinegia, che sia intervenuto nella pratica, perchè
a questa materia non vorremmo balii.» Neri aveva scritto: «Mentre il
Conte era in ragionamento meco, l’ambasciatore di Vinegia se ne venne
là senza essere chiamato; che mi parve presunzione. Avvisatemi come mi
ho a governare, ec.» (Lettere citate.)
[308] BONINSEGNI, _Storie_. — MACHIAVELLI, lib. V. — AMMIRATO,
lib. XXI. — TOMMASI, _Storia di Lucca_. — Il Papa in Bologna si era
molto adoprato per la pace, andando persino ad offrire ai Fiorentini
giurisdizione in Lucca, dove eleggessero essi il Potestà: non ci
credeano, ma pure inviarono a Bologna Nerone di Nigi; poi non ne fu
altro. (Lettere citate.) E se ne trova pure discorso in altre a Neri;
il quale avendo ne’ primi d’agosto lasciato il campo sotto Lucca, ma
essendo tuttora dei Dieci, era ito a Genova ambasciatore nell’ottobre
di quell’anno stesso per causa di mercanzie.
[309] MACHIAVELLI.
[310] Abbiamo (_Archivio Storico_, tomo XIII, pag. 299) un documento
del 31 agosto 1438, per la restituzione di due mila fiorini d’oro
prestati da Cosimo e Lorenzo dei Medici, per mezzo di loro soci
residenti in Basilea, alla nazione Germanica rappresentata in quel
Concilio, che avea promesso di rimborsarli sulle indulgenze pubblicate
ivi a favore di chi desse mano alla riconciliazione dei Greci alla
Chiesa.
[311] CAVALCANTI, _Storie_, lib. XI, cap. XIII.
[312] Abbiamo esemplari dell’atto di unione nella biblioteca
Laurenziana e nell’Archivio di Stato; sono grandi cartapecore con
le sottoscrizioni di mano del Papa e dell’Imperatore e de’ Padri del
Concilio. — Ved. CECCONI, _Studi storici sul Concilio di Firenze_.
[313] NERI CAPPONI, _Commentari_. — AMMIRATO, lib. XXI.
[314] N. CAPPONI, _Commentari_. — ROMANIN, _Storia di Venezia_, lib. X,
cap. 7.
[315] Il Machiavelli mette in bocca dei Veneziani questa sentenza
conforme al linguaggio ed alle idee di quei tempi: «ch’era infamia
perdere le terre, ma più infamia perdere insieme le terre e i danari.»
[316] Scrittori fiorentini; PLATINA, _Vita d’Eugenio IV_.
[317] LEONARDO ARETINO, _Commentari_.
[318] Neri Capponi aveva chiesto a Pier Giampaolo Orsino tenesse
sellati cento cavalli per la difesa della persona di Cosimo de’ Medici.
(CAVALCANTI, lib. XIII, cap. 6.)
[319] AMMIRATO, an. 1440.
[320] CAVALCANTI, lib. XIV.
[321] «Ieri furono i sospetti grandi, e i ragionamenti e pratiche
lunghe; finalmente, per non avere a prendere zuffa contro a nostra
voglia con Niccolò Piccinino, si deliberò di venire alloggiare qui
intorno Anghiari, e così siamo; ch’è, al parere di questi intendenti,
luogo forte e sicuro. Niccolò Piccinino è a piè di Celle, che a cinque
miglia siamo vicini.» (Lettera di Neri ai Dieci. A lato: Anghiari, 25
giugno 1440.)
[322] «Ieri fu presso che appiccata la zuffa. Ruppesi quattro lance, e
ognuno si ritrasse; e la cagione fu perchè Niccolò Piccinino venne al
Borgo con pochi e trovocci in punto.... Stamani nel campo suo si vede
molti fuochi, e pare a ciascuno che levi campo, e dove s’avvierà non si
sa albitrare; chi dice a Monterchi, chi al Borgo, chi verso Lombardia:
tosto il sapremo; secondo farà egli, converrà seguire a noi.» (Lettera
dei Commissari, scritta la mattina stessa de’ 29.)
[323] Il Machiavelli scrive, in tutta quella famosa giornata non essere
morto che un uomo solo caduto a terra e calpesto dai cavalli: ma Flavio
Biondo forlivese, ch’era in quei tempi segretario del Papa, conta dei
Ducheschi essere stati uccisi sessanta e quattrocento feriti; degli
altri dugento, e dieci morti, secento cavalli distesi al suolo dalle
artiglierie, e Astorre Manfredi rimasto prigione dopo essere stato
ferito d’un colpo di lancia nell’anguinaia. — «Andiamo al Borgo e
crediamo che s’arà oggi, perchè non c’è persona: faremo il me’ potremo,
col Legato.» — «Niccolò Piccinino ha passato l’Alpe: crediamo per ire
a Bologna, benchè alcuni dicano a Perugia.» (Lettera de’ Commissari,
1º luglio.) — Una lettera di Micheletto a Cosimo è tra i documenti
de’ quali abbonda la Vita di Cosimo pubblicata dal Fabroni, pag. 147.
— Vedi _Commentari_ di NERI CAPPONI e tutti gli storici. — SIMONETTA,
_Hist. Francisci Sfortiæ_, lib. 6 (in MURATORI, _R. I. S._, tomo XXI.)
— LEONARDO D’AREZZO pone termine ai _Commentari_ suoi tenendosi da
molto per essere stato uno dei Dieci quando si ottenne quella vittoria.
[324] CAVALCANTI, capitolo ultimo del lib. XIV. — Intorno al bando e
poi alla morte di Rinaldo è da vedere il libro delle _Commissioni_ sue
più volte citato; tomo III in fine.
[325] Questo scrive Neri nei _Commentari_; ma in una Lettera ai Dieci
del 1º luglio i Commissari scrivevano dal campo felicissimo: «In questo
punto ci è ch’e’ Borghigiani hanno gridato Viva la Chiesa, e messo
dentro i nostri.»
[326] «Avvisiamovi che abbiamo avuto Monterchi, Valialla e
Monteagutello, e che all’Anfrosina consentivano licenza andasse ove
volesse: la roba sua gli hanno vituperato gli uomini di Monterchi;
alla quale cosa ne serrai gli occhi, perchè maggior nimicizia tra loro
rimanga.» (Lettera di Bernardetto de’ Medici ai Dieci, 4 luglio.)
[327] «Il Conte di Poppi ci mandò chiedendo salvocondotto per due
ambasciatori che volea mandare a Firenze, e sperava avere grazia che
almanco la casa sua di Poppi rimanesse alle sue femmine; che si rendeva
certo, che se non meritavano grazia i maschi, alle femmine non sare’
dinegato.» — «Rispondemmo che a Firenze non bisognava mandare: al tutto
la tagliammo, consigliando gli uomini di Poppi a pigliare partito,
dichiarandogli che se non facessino tosto, avevamo in commissione
mettergli a saccomanno, e dare ducati diecimila alla gente d’arme
di bene andata se lui ne dassino, e ducati quindicimila a chi dessi
preso o morto niun de’ figliuoli; e così si farebbe bandire stasera.»
(Lettera de’ 25 luglio.) — Altra de’ 31: «Quest’ora il Conte di Poppi
e figliuoli e figliuole con loro robe si sono usciti di Poppi, e noi
vi siamo entrati, ed egli potrà ire a _uccellare il can da rete_; e
proverà quello che è tradire la Signoria vostra, por modo fia esempio
agli altri.»
[328] NERI CAPPONI, _Cacciata del Conte di Poppi_.
[329] SIMONETTA, _Hist. Francisci Sfortiæ_, lib. V. — _Commentari_ di
NERI CAPPONI. — POGGIO, _Storie_, lib. VIII. — MACHIAVELLI, lib. VI.
[330] CAVALCANTI, lib. VIII, in più luoghi.
[331] CAVALCANTI, tomo II, pag. 162. — MACHIAVELLI, lib. VI. Intorno
all’Annalena, vedi _Giornale storico degli Archivi Toscani_ (tomo
I, pag. 42 e seg.); e intorno a Baldaccio, un articolo del signor
Passerini (_Archivio Storico_, tomo III, pag. 2, anno 1866).
[332] «Le cagioni non furono note, perchè fu opera segreta e fatta
quasi in istanti: ma era huomo di grande animo e di gran condotta, e
temuto da molti.» _Storie_ di DOMENICO BONINSEGNI.
[333] CAMBI, _Storie_. (_Delizie degli eruditi_, tomo XX, pag. 234.)
[334] _Istoria miscellanea Bolognese_. (_R. I. S._, tomo XVIII, pag.
665.)
[335] Lettera manoscritta di NERI CAPPONI, dei 16 gennaio 1440-41.
(_Archivio di Stato._)
[336] _Istoria miscell. Bolognese_, loco citato.
[337] NALDO NALDI, _Vita di Giannozzo Manetti_. (_R. I. S._, tomo XX,
pag. 344.) — VESPASIANO, _Vita dello stesso_. — Il CAVALCANTI (tomo
II, pag. 160) accenna a cose ch’egli non dice, molto avvolgendosi come
suole, ma qui oltre al solito misterioso. La Vita che abbiamo citata
del Naldi è fatta sopra una che di Giannozzo Manetti avea scritto
lungamente l’infaticabile Vespasiano, pubblicata in Torino, 1862, dal
signor Pietro Fanfani, e della quale è un estratto che il Mai aveva
compreso nel suo volume.
[338] Così il CAVALCANTI, che scrive già in odio a Cosimo, senza volere
che si paresse: ma nella Vita di Giannozzo si trova Baldaccio essere
stato a passeggiare sotto al tetto de’ Pisani quando fu dall’Orlandini
chiamato in Palazzo.
[339] CAVALCANTI, tomo II, pag. 257.
[340] _Storia Fiorentina_, cap. I; _Opere inedite_, tomo III.
[341] AMMIRATO, _Storie_.
[342] BARTOLOMMEO PLATINA, scrisse la Vita di Neri Capponi (_R. I.
S._, tomo XX); ma in quella non fece, com’era usanza, altro che dare
celebrità di latine forme ai Commentari di lui, che ivi riescono
dimagrati; e del caso di Baldaccio nemmeno fa cenno.
[343] CAMBI, _Storie_, pag. 231.
[344] CANESTRINI, _La Scienza e l’Arte di Stato_, parte I: _L’imposta
sulla ricchezza mobile_ ec., pag. 213.
[345] Idem, pag. 170.
[346] NALDO NALDI, col. 348; e VESPASIANO, _Vita di Giannozzo Manetti_,
pag. 590.
[347] CAVALCANTI, _Seconda Storia_, pag. 198.