Alessandro, con la copia d’alcuni capitoli offerti et a noi et
alla Maestà del Re, per parte del quale messer Anello domandando
un breve diretto al Re, per il quale potesse pratticare con detti
ambasciatori in nome nostro; noi, benchè per diverse vie fossemo
dessuasi a dar fede alla detta prattica, aggiungendosi che il
Cardinal di Aragona haveva promesso molto largamente allo stato di
Milano, che il Re accettarebbe i capitoli, ci contentammo che il Re
trattasse a nome nostro, dicendo a messer Anello che scrivesse, con
questo che la Maestà Sua ne avvisasse dì per dì delle occorrenze.
Et arrivati detti ambassatori et poco dopo maestro Alessandro,
la Maestà Sua scrisse haverli uditi, et ancora l’ambassatore
del Duca di Bari, con li quali se era turbata più che mai fosse
stata in vita sua; parendogli che quei Signori di Milano non
correspondessero agli oblighi et benefitii receuti; dicendo che
mandarebbe qua mastro Alessandro, il quale non venne mai.
Dopo questo, messer Anello mostrò littere del Re, per le quali
monstrava dubitare, che lo stato di Milano non fusse a i communi
propositi. Item che il Re dubitava di una certa prattica de’
Venetiani col Re di Spagna et della prattica del detto Re
con Genovesi; ricordando che era bene di venire alla pace per
benefitio della Christianità, et ancora col perdonare a Lorenzo,
mettendo mille deficoltà nella sua espulsione; et che quando bene
l’espulsion seguisse, poteva egli nondimeno ritornare, come fece
Cosimo; promettendo in ultimo che Nostro Signore haverebbe le
conditioni portate per mastro Alessandro.
Noi, ancorchè nel secreto stessimo sospesi di questa proposta,
non ci parendo haver sodisfatto al primo instituto per il quale
fu prencipiata l’impresa, tenendo per certo che Lorenzo, il
quale, beneficato, fu sempre cattivo, havesse ad esser peggiore
nell’avvenire chiamandosi offeso; fummo nondimeno contenti di
condescendere ai pareri del Re, et per suo rispetto perdonargli:
con questo però che, se non si veniva alla conclusione di quanto
si prometteva per mastro Alessandro si dovesse la vittoria dai
Capitani.
La Maestà Sua, doppo che ci hebbe renduto gratie di tal remissione,
disse che entrarebbe nella prattica nè mai consentirebbe alla
pace salvo che con le condizioni ragionate, confermandosi col
parer nostro, che la vittoria si seguisse. Et havendo scritto i
Capitani dell’essercito che ogni speranza che si dava a Lorenzo,
d’havergliesi a perdonare, era dannosa alla total vittoria,
la Maestà Sua se ne turbò, dicendo che non si legava le mani
all’essercito per la prattica della pace. Et fummo contenti di
sodisfare al Re, non ostante che le ragione dei Capitani più ci
sodisfacessero.
Hauto immediate Colle, Sua Maestà mutò parere; perchè, dove si
dovea seguir la vittoria, fece far instantia che si levassero
l’offese, per gratificare gli ambasciatori; di che prendemmo
admiratione et dispiacere, cresciendo il sospetto che ci era
stato posto; et stavamo durissimi a non voler consentire. Ma
instando pur messer Anello, et cognoscendo noi non poter far
la guerra soli, fummo contenti; protestando però che, se per
questo levar dell’offese si difficoltassero le conditioni della
pace, ci aggravaremmo in eterno del Re; et così faremo della
necessità virtù, restando però malcontenti, conoscendoci esser
levata la vittoria et il contento di haver cacciato quel tiranno,
et restituita la libertà al Popolo fiorentino et la quiete
et tranquillità a tutta Italia. Restava a noi questa speranza
che, havendoci il Re tirato dove haveva voluto, dovesse almeno
concludere la pace con le conditioni ragionate et haver qualche
rispetto all’honor di Dio, di Santa Chiesa et suo proprio.
Lorenzo andò a Napoli, della quale andata il Re scrisse non haver
hauta notitia, ma che, se andava per mancare ad una minima parte
delle cose promesse per mastro Alessandro, non l’udirebbe, et lo
licentiarebbe; et che in quel caso noi dovevamo metter la mitra et
tutto lo Stato della Chiesa, et la Maiestà Sua vi voleva porre la
corona et dieci Regni, se tanti ne havesse hauti, per proseguire
l’espulsione di Lorenzo et la sua total rovina.
Stringendosi la prattica, il Re scrisse che Lorenzo negava
che fussero state promesse alcune di dette conditioni etc. Et
lasciamo andare che non sia stato licentiato, ma è stato ogn’hora
maggiormente honorato. Doppo, Sua Maestà ha scritto che Lorenzo non
vuol venire a domandar perdono; et perciò essortatoci a levarsi
di questa mente, che abbia a venire: non considerando che noi
non habbiamo altro colore di honor di questa impresa, che di tal
venuta.
Propose di più che si dovesse concedere un certo termine ai Signori
di Romagna, di poter domandar perdono, mettendo per fermo et saldo
il capitolo di Francia.
Et ricusando noi di voler acconsentire a queste così vittuperose
conditioni, la Maiestà Sua di novo scrisse, che havea hauto Lorenzo
et fattolo chiaro dell’animo nostro. Diceva haverlo ridotto in modo
che sperava che condescenderebbe alla sua venuta con buone sigurtà,
et così acconsentirebbe al capitolo dei Vicarii, et a comprometter
le terre, et secondo che era stato ragionato.
A’ tre dì dipoi, il Re scrisse, che Lorenzo havea mutato openione,
perchè lo stato di Milano non consentiva ad alcuna parte delle cose
ragionate, confortandoci a mandar giuntamente ambassatori a Milano.
Noi habbiamo ricusato di mandare il detto ambassatore, sapendo
che la mutatione non nasce da quella Maestà, la quale era
inclinatissima et dispostissima all’honor di Dio, di Sua Santa
Chiesa et alla pace, ma che da altri procedeva quella mutatione.
Et che se la pace si poteva fare con le conditioni ragionate et
promesse, fosse con il nome di Dio; et quando anche non, la Maestà
Sua provedesse come ricercava il bisogno et l’honor commune,
havendo Lorenzo nelle mani; il quale per le conditione nelle quali
si trovava, non era da credere che ricusasse, nè, volendo, potesse
ricusarle. Così la Maestà Sua procedeva unitamente con noi, com’era
obligata in tanti modi et deve fare; acciò che non si verificasse
quello che è stato detto pubblicamente, cioè che la Maestà Sua, per
salvare Lorenzo, non se era curata dell’honore di Dio, della Chiesa
et del suo proprio. Et quando la pace non si potesse havere con le
dette conditioni, noi ci risolvemo di non mai acconsentire et di
restar più tosto così così, raccomandandoci a Dio et a san Pietro,
sperando che ci habbiano d’aiutare. Doppo questa conclusione il
Re, per mezo di messer Lorenzo da Castello, ha proposto l’ultimo
partito, cioè che la dechiaratione dei Vicari si rimetta nella
Maestà Sua. Et non contentando noi a questo, di nuovo lo replica
a voi, magnifico messer Antonio Crivello. Della qual cosa noi non
solo habbiamo preso ammiratione ma gravissimo affanno et infinito
dispiacere; parendoci che il Re, per queste vie, cerchi di tirarci
a quelle cose, che non possiamo concedere senza nostro grandissimo
carico. Perchè, se ben noi potessimo pigliare ogni fede dal Re,
non è però che non ce sia carico, non ottenendo l’esclusione de i
Vicarii, nella publica stipulatione della lega compresa. Nè sì fa
per il Re, havendo a sententiare secondo la voglia nostra, perchè
così offenderà l’altra parte sententiando l’esclusione, quindeci
dì o un mese doppo la stipulatione, come nella stipulatione della
lega; et pare a noi che non vi sia dentro l’honor della Chiesa
nè il nostro nè mancho del Re; il quale sempre si dirrà che, per
sodisfare a Lorenzo, habbia posposto l’uno et l’altro, non obstante
li beneficii recenti, l’obligation del feudo, l’investitura et
le scritture publiche et di man propria, come di sopra. Et però
noi ci siamo resoluti che si facci intendere al Re, che siamo
stati contenti di perdonare a Lorenzo, per far quest’honore a Sua
Maestà, et per fargli cosa grata; non ostante che noi conoscessimo
havere la vittoria in mano, etiam che di questa impresa non ne
consiguivamo alcuno honore, havendo noi speso un pozzo d’oro
per ottenerla. Et siamo contenti perdonare a Lorenzo et di far
la pace, quale habbiamo desiderato sempre, et per haverla buona
et sicura fu cominciata la guerra. Et di ciò preghiamo il Re
strettamente, quando si possa haver con le conclusioni ragionate
et promesse tante volte per Sua Maestà; quando anco non si
possano havere le conditioni promesse, noi ci conosciamo non esser
mancato da noi di conseguir la vittoria, nè etiandio di non predir
questo fine per le cose precedenti. Conosciamo non poter venire
alle conclusioni, mancandosi delle cose promesse, senza nostro
grandissimo vittuperio, alla qual cosa non siamo per acconsentire;
ma ben preghiamo la Maestà Sua, che vi voglia provedere, come
può ragionevolmente [e] deve fare, havendo Lorenzo nelle mani, et
venendo da lui il manchamento, come gli è attribuito. Et quando Sua
Maestà non voglia far questo, n’haveremo dispiacere per li detti
rispetti, et haveremo patienza, sperando che Nostro Signore Dio non
habbia d’abbandonarci, et confidaremo così nella sua misericordia.
Nº XI.
(Vedi pag. 421.)
LETTERA CONTENENTE LE ISTRUZIONI E CONSIGLI DI LORENZO DE’ MEDICI AL
FIGLIO GIOVANNI, QUANDO FATTO CARDINALE, ANDAVA A ROMA NEL MARZO 1492.
(FABRONI, _Documenti_, pag. 308.)
Messer Giovanni. Voi sete molto obbligato a Messer Domenedio, e
tutti noi per rispetto vostro, perchè oltra a molti benefici et
honori, che ha ricevuti la Casa nostra da lui, ha fatto che nella
persona vostra veggiamo la maggior dignità che fosse mai in casa;
et ancora che la cosa sia per sè grande, le circostantie la fanno
assai maggiore, massime per l’età vostra et conditione nostra.
Et però il primo mio ricordo è, che vi sforziate esser grato
a Messer Domenedio, ricordandovi ad ogn’hora, che non i meriti
vostri, prudentia o sollecitudine, ma mirabilmente esso Iddio v’ha
fatto Cardinale, et da lui lo riconosciate, comprobando questa
conditione con la vita vostra santa, esemplare et honesta; a che
siete tanto più obbligato per havere voi già dato qualche opinione
nella adolescentia vostra da poterne sperare tali frutti. Saria
cosa molto vituperosa et fuor del debito vostro et aspettatione
mia, quando, nel tempo che gli altri sogliono acquistare più
ragione et miglior forma di vita, voi dimenticaste il vostro buono
instituto. Bisogna adunque, che vi sforziate alleggerire il peso
della dignità, che portate, vivendo costumatamente, et perseverando
nelli studi convenienti alla professione vostra. L’anno passato io
presi grandissima consolatione, intendendo che, senza che alcuno
ve lo ricordasse, da voi medesimo vi confessaste più volte et
communicaste; nè credo, che ci sia miglior via a conservarsi nella
gratia di Dio, che lo abituarsi in simili modi et perseverarvi.
Questo mi pare il più utile e conveniente ricordo che per lo primo
vi posso dare. Conosco che, andando voi a Roma, che è sentina
di tutti i mali, entrate in maggior difficultà di fare quanto vi
dico di sopra, perchè non solamente gli esempi muovono, ma non vi
mancheranno particolari incitatori et corruttori; perchè, come voi
potete intendere, la promotione vostra al Cardinalato, per l’età
vostra et per le altre conditioni sopraddette, arreca seco grande
invidia, et quelli che non hanno potuto impedire la perfetione
di questa vostra dignità, s’ingegneranno sottilmente diminuirla,
con denigrare l’opinione della vita vostra, et farvi sdrucciolare
in quella stessa fossa, dove essi sono caduti, confidandosi molto
debba lor riuscire per l’età vostra. Voi dovete tanto più opporvi
a queste difficultà quanto nel Collegio hora si vede manco virtù.
Et io mi ricordo pure havere veduto in quel Collegio buon numero
d’huomini dotti et buoni, e di santa vita. Però è meglio seguire
questi esempi, perchè facendolo, sarete tanto più conosciuto
et stimato, quanto l’altrui conditioni vi distingueranno dagli
altri. È necessario che fuggiate come Scilla et Cariddi, il nome
della hipocrisia et come la mala fama; et che usiate mediocrità,
sforzandovi in fatto fuggire tutte le cose che offendono, in
dimostratione et in conversatione non mostrando austerità o troppa
severità; che sono cose, le quali col tempo intenderete et farete
meglio, a mia opinione, che non le posso esprimere. Voi intenderete
di quanta importanza et esempio sia la persona d’un Cardinale,
et che tutto il mondo starebbe bene se i Cardinali fussino come
dovrebbono essere, perciocchè farebbono sempre un buon Papa, onde
nasce quasi il riposo di tutti i Cristiani. Sforzatevi dunque
d’essere tale voi, che quando gli altri fussin così fatti, se ne
potesse aspettare questo bene universale. Et perchè non è maggior
fatica che conversar bene con diversi huomini, in questa parte vi
posso mal dar ricordo, se non che v’ingegnate, che la conversatione
vostra con gli Cardinali et altri huomini di conditione sia
caritativa et senza offensione; dico misurando ragionevolmente,
et non secondo l’altrui passione, perchè molti volendo quello che
non si dee, fanno della ragione ingiuria. Giustificate adunque
la conscientia vostra in questo, che la conversatione vostra con
ciascuno sia senza offensione. Questa mi pare la regola generale
molto a proposito vostro, perchè quando la passione pur fa qualche
inimico, come si partono questi tali senza ragione dall’amicitia,
così qualche volta tornano facilmente. Credo per questa prima
andata vostra a Roma sia bene adoperare più gli orecchi che
la lingua. Hoggimai io vi ho dato del tutto a Messer Domenedio
et a Santa Chiesa; onde è necessario, che diventiate un buono
Ecclesiastico, et facciate ben capace ciascuno, che amate l’onore
et stato di Santa Chiesa et della Sede Apostolica, innanzi a tutte
le cose del mondo, posponendo a questo ogni altro rispetto. Nè vi
mancherà modo con questo riservo d’aiutare la città et la casa;
perchè per questa città fa l’unione della Chiesa, et voi dovete in
ciò essere buona catena; et la casa ne va colla città. Et benchè
non si possono vedere gli accidenti che verranno, così in general
credo, che non ci habbiano a mancare modi di salvare, come si dice,
la capra e i cavoli, tenendo fermo il vostro primo presupposto, che
anteponiate la Chiesa ad ogni altra cosa. Voi siete il più giovane
Cardinale non solo del Collegio, ma che fusse mai fatto infino a
qui; et però è necessario che, dove havete a concorrere con gli
altri, siate il più sollecito, il più humile, senza farvi aspettare
o in Cappella o in Concistoro o in Deputazione. Voi conoscerete
presto gli più e gli meno accostumati. Con gli meno si vuol fuggire
la conversatione molto intrinseca, non solamente per lo fatto in
sè, ma per l’opinione; a largo, conversare con ciascheduno. Nelle
pompe vostre loderò più presto stare di qua dal moderato che di là;
et più presto vorrei bella stalla et famiglia ordinata et polita
che ricca et pomposa. Ingegnatevi di vivere accostumatamente,
riducendo a poco a poco le cose al termine, che per essere hora
la famiglia et il padron nuovo, non si può. Gioie e seta in poche
cose stanno bene a’ pari vostri. Più presto qualche gentilezza di
cose antiche et belli libri, et più presto famiglia accostumata et
dotta che grande. Convitar più spesso che andare a conviti, nè però
superfluamente. Usate per la persona vostra cibi grossi, et fate
assai esercitio; perchè in cotesti panni si viene presto in qualche
infermità, chi non ci ha cura. Lo stato del Cardinale è non manco
sicuro che grande; onde nasce che gli huomini si fanno negligenti,
parendo loro haver conseguito assai, et poterlo mantenere con
poca fatica, et questo nuoce spesso et alla conditione et alla
vita, alla quale è necessario che abbiate grande avvertenza;
et più presto pendiate nel fidarvi poco che troppo. Una regola
sopra l’altre vi conforto ad usare con tutta la sollecitudine
vostra, et questa è di levarvi ogni mattina di buona hora, perchè
oltra al conferir molto alla sanità, si pensa et espedisce tutte
le faccende del giorno; et al grado che havete, havendo a dir
l’ufficio, studiare, dare audientia etc. ve ’l trovarete molto
utile. Un’altra cosa ancora è sommamente necessaria a un pari
vostro, cioè pensare sempre et massime in questi principii, la
sera dinanzi, tutto quello che havete da fare il giorno seguente,
acciocchè non vi venga cosa alcuna immeditata. Quanto al parlar
vostro in Concistorio, credo sarà più costumatezza et più laudabil
modo in tutte le occorrenze che vi si proporranno, riferirsi alla
Santità di Nostro Signore; causando, che per essere voi giovane et
di poca esperientia sia più ufficio vostro rimettervi alla S. S. et
al sapientissimo giuditio di quella. Ragionevolmente, voi sarete
richiesto di parlare et intercedere appresso a Nostro Signore per
molte specialità. Ingegnatevi in questi principii di richiederlo
manco potete et dargliene poca molestia; che di sua natura il
Papa è più grato a chi manco gli spezza gli orecchi. Questa parte
mi pare da osservare per non lo infastidire; et così l’andargli
innanzi con cose piacevoli, o pur, quando accadesse, richiederlo
con humiltà et modestia, doverà sodisfargli più et esser più
secondo la natura sua. State sano. Di Firenze.
FINE DEL TOMO SECONDO.
NOTE:
[1] _Ricordi_ di FILIPPO RINUCCINI. — MARCH. STEFANI, agli anni 1377-78.
[2] Leggiadramente il Machiavelli: «chi non ha lo Stato in questa
terra, de’ nostri pari non trova cane che gli abbaj; e non siamo
buoni ad altro che andare a’ mortori o alle ragunate d’un mogliazzo,
o a starci tutto dì in sulla panca del Proconsolo a donzellarci.»
(_Mandragola_, atto II, scena 3.)
[3] «Sempre parve da gran tempo che chi ha fare le parti guarda a farla
a sè buona.» (MARCH. STEFANI, lib. XII, rub. 931.) — Vedi _Cronaca_
del MORELLI, pag. 272, i Consigli per non pagare le gravezze celando il
proprio valsente, con artifizi che si descrivono; aggiugnendo infine:
«non le pagare, rubèllati dal Comune ec.»
[4] MATTEO VILLANI, lib. V, cap. 74.
[5] Vedi in più luoghi circa alle gravezze che s’imponevano sotto
vari nomi, lo stesso Matteo; e PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo I.
— CANESTRINI, _Scienza di Stato de’ Fiorentini_, 1ª Parte, _Sulle
Imposte_.
[6] PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo I, pag. 16.
[7] MATTEO VILLANI, lib. III, 106; lib. VIII, 71; lib. IX, 3; e MARCH.
STEFANI, lib. XI, rubr. 883.
[8] Provvisione del 27 aprile 1369. — Petizione del 15 gennaio 1370
stile fior. — e Provvisione del 23 dicembre 1371.
[9] Quando a frenare le usure più ingorde vennero in Firenze chiamati
gli Ebrei, ebbero proibizione d’imprestare a frutto più alto. Nell’anno
1420 uscì divieto di fare contratti a usura col pegno a più di 5 danari
al mese, ch’è il 25 per cento all’anno; più tardi si trovano imprestiti
fino al 30 per cento. (PAGNINI, _Sulla Decima_, tomo II, pag. 139.)
[10] Un altro Monte fecero per la guerra di San Miniato, dove il
capitale era solamente raddoppiato, così venendo a fruttare il dieci;
si chiamò il Monte dell’uno due. (MARCH. STEFANI, lib. XI, rubr. 883.)
[11] «Ancora si fece legge; conciossiacosachè molti incantavano del
Monte, e diceano: lo Monte vale 30 per centinaio questo dì; io voglio
fare teco una cosa, io voglio poterti dare oggi a un anno, ovvero tu
dare a me, quanto a 31 per cento; che vuoi ti doni e fa’ questo? e
cadeano in patto; poi stava in sè. Se rinvigliavano, li comperava, e
se rincaravano li vendeva, e ne promutava qua e là il patto 20 volte
l’anno. Di che vi si puose su gabella fiorini 2 per cento a ogni
promutatore.» (MARCH. STEFANI, lib. IX, rubr. 727.)
[12] CAVALCANTI, _Storie_, tomo I, pag. 416; tomo II, pag. 463.
[13] «Veramente credo che comunemente già fa cinquanta anni, dal
Mugello si sarebbe tratto diecimila uomini d’arme; ma i’ credo sicuro
sieno diminuiti, come negli altri paesi tutti, e sì per la mortalità
e sì per le guerre e gravezze, per le quali è suto forza a una gran
gente il partirsi per non avere a stentare in prigione.» (_Cronaca_ del
MORELLI, pag. 223.)
[14] MATTEO VILLANI, lib. III, cap. 36. — Intorno al vivere del popolo
di Firenze in quelli stessi anni qualcosa può trarsi da un capitolo
dove l’autore dei _Centiloquio_, Antonio Pucci, descrisse non senza
vivezza le genti che praticavano in Mercato Vecchio, e le cose che ivi
si vendevano. (_Deliz. Erud_., tomo VI, pag. 267.)
[15] Vedi 1º vol., lib. III, cap. V; e _Statuto Fiorentino_, tomo II,
pag. 195.
[16] Vedi 1º vol., lib. III, cap. IV e V.
[17] Quando una parte degli Albizzi, mutato casato, si chiamò degli
Alessandri, tolsero entrambi le armi dall’arte ch’esercitavano, della
Lana: gli Albizzi presero le Matasse, e gli Alessandri la Pecora.
[18] _Tumulto de’ Ciompi_, di G. CAPPONI.
[19] Ciò dallo STEFANI; ma una Provvisione dei 23 giugno, letta dal
giovine Ammirato (lib. XIV, pag. 721), mentre ordina che i rubatori
restituissero il tolto, fa eccezione per coloro che aveano rubato a
Lapo da Castiglionchio; tanto era in odio cotesto uomo.
[20] «E in quel medesimo dì uno che aveva nome Cecco d’Iacopo da
Poggibonsi, coll’insegna dell’arme di libertà, la quale gli fu data
per alcun nostro cittadino dell’ufficio degli Otto di guerra (del quale
il nome per al presente mi taccio) fece di grandissimi danni e ruberie
ec.» (GINO CAPPONI, _Tumulto de’ Ciompi_, pag. 222.)
[21] Questo afferma G. Capponi, che tra i narratori del Tumulto più
aderisce agli Ottimati.
[22] G. CAPPONI, _Tumulto de’ Ciompi_. — Una lettera sopra il Tumulto,
che sarebbe d’un testimone di veduta (_Deliz. Erud_., tomo XVII,
pag. 170), contiene tra le altre Petizioni queste: «Che nell’offizio
de’ Signori sia due de’ Minutissimi, due degli Artefici minuti, e il
rimanente come tocca alle sette Arti maggiori e alli Scioperati: che
all’offizio de’ dodici Buonuomini v’abbia tre di questi Minuti fuori
d’Arti; e che dell’offizio de’ Gonfalonieri delle Compagnie, v’abbi
quattro, e che di loro si debba fare squittinio di per sè: che il
Gonfaloniere di Giustizia sia comune, a ciò possa toccare anco a loro.
Che nessuno possa avere più d’un offizio per volta, salvo possa esser
consolo. Che gli Uffiziali dell’Abbondanza della carne si levino e non
si faccin più. Che nessuno possa esser preso per debito per di qui a
due anni. Che quaranta di questi Minutissimi abbino la preminenza che
ebbero gli ottanta del primo rumore. Che al Consiglio del Comune si
arroga dieci de’ Minutissimi: che chi non ha offizio di Comune, non
possa aver di quelli della Parte Guelfa: che Spinello della Camera, e
sere Stefano e ser Matteo abbino la prestanza ch’ebbono gli ottanta:
che il Gonfalone della Parte Guelfa stia in casa i Priori e mai si dia
a’ Capitani per nessuna cagione: che niuno de’ Grandi possa essere
del Consiglio del Comune, e in luogo loro sono i dieci qua addietro
scritti per Arroti cioè de’ Minuti.» Giusto fu il popolo nel remunerare
Spinello che aveva tenuto più anni i danari del Comune con lealtà e
fede, e denunziò e ripose nella Camera tre mila ducati che aveagli
donati l’Aguto quando prese la condotta; e morì povero, che non si potè
fargli il mortorio come meritava, e fu dipinto per fama nella Camera
del Comune. (MORELLI, _Cronaca_, pag. 288.)
[23] Una Provvisione dei 21 luglio (Archivio di Stato) contiene quei
punti che risguardano alla Parte guelfa ed allo Smunire; e inoltre che
sia vietato ai Capitani di parte guelfa l’inviare arroti o aggiunti
ai Consigli sia del Popolo sia del Comune, e che dieci popolani per
Quartiere siano aggiunti di nuovo al Consiglio del Comune; che al
Magistrato della Parte venga tolto il Gonfalone regale fatto fare da
Lapo da Castiglionchio, siccome vedemmo. Inoltre contiene: che Spinello
di Luca Alberti, ser Stefano Becchi e ser Benedetto Landi sieno
consorti e confederati di Salvestro de’ Medici e degli altri Priori che
furono seco in officio a tutto giugno. — Vedi per questa e per altre
due Provvisioni di quel tempo l’_Appendice_ Nº I, in fine di questo
volume.