parlar con Francesco de’ Pazzi e con misser Iacomo pur de’ Pazzi,
a’ quali haveva lettere di credenza del signor Conte e dello
Arcievescovo, infin che si desinò, mandai a intendere que n’era
de loro. Me fo decto, che Francesco era andato a Lucca; e non
c’essendo, mandai a dire a misser Iacomo predecto, che io haveva
bisogno de parlarli, e de cose de importanza, et che se voleva
che io andasse a casa sua, che io anderia, e se lui volea venire
all’ostaria, che io l’aspectaria. Misser Iacomo predecto venne
all’ostaria da la Campana, dove lui e mi cie ritirassimo in una
chamera in secreto, e per parte del Nostro Signore el confortai
e salutai, e così da parte del signor Conte Hieronimo e dello
Arcievescovo, dei quali Conte et Arcievescovo io havia una lettera
credential per uno. Le appresentai; le lesse, e lecte disse: Che
havemo noi a dire, Giovanbaptista? havemo noi a parlar de Stato?
Dissi, madiasì. Me respuose: Io non te voglio intender per niente,
perchè costoro se vanno rompendo el ciervello, et voglion deventar
Signori de Fiorenza; et io intendo meglio queste cose nostre de
loro; non me ne parlate per niente, che non ve voglio ascoltar. E
persuadendolo pure io all’ascoltarme, se contentò d’intendermi.
Que voi tu dire? Io vi conforto da parte de Nostro Signore, con
el quale, prima che io partissi, gle parlai; e presente el Conte
e l’Arcivescovo, me disse Sua Sanctità, che io vi confortasse a
spedir questa causa de Fiorenza, perchè lui non sa in que tempo
possa accadere un altro assedio de Montone da tenere sospese e
insieme tante giente d’arme e così appresso al vostro terreno; et
essendo pericoloso lo indutiare, ve conforta a far questo. Madiasì,
che Sua Sanctità dice che vorria sequisse la mutatione dello Stato,
ma senza morte de persona. E dicendoli io, presente el Conte et
l’Arcievescovo: Padre Sancto, queste chose se potranno forsi mal
fare senza morte de Lorenzo et de Giuliano, e forsi degli altri;
Sua Sanctità me disse: Io non voglio la morte de niun per niente,
perchè non è offitio nostro aconsentire alla morte de persona; e
bene che Lorenzo sia un villano e con noi se porte male, pure io
non vorria la morte sua per niente, ma la mutatione dello Stato
sì. Et el Conte respuose: se farà quanto se poderà, acciò non
intervengha; pur quando intervenisse, la Vostra Sanctità perdonarà
bene a chi el fesse. El Papa respuose al Conte e disse: Tu si’ una
bestia; io te dico: non voglio la morte de niuno, ma la mutatione
de lo Stato sì. E così te dico, Giovanbaptista, che io dessidero
assai che lo Stato de Fiorenza se mute, e che se leve delle man de
Lorenzo, che ell’è un villano et uno cattivo homo, et non fa stima
de noe: e tuctavolta ch’e’ fosse for de Fiorenza lui, farissimo de
quella Republica quello vorissimo, et seria ad un gran preposito
nostro. El Conte e l’Arcievescovo, che erano presente, dissero:
La Sanctità Vostra dice el vero, chè quando aviate Fiorenza in
vostro arbitrio e posserne desponere como porrete, si serà in man
de costoro, la Sanctità Vostra metterà lege a mezza Italia, et omne
uno haverà caro esserve amico: sì che, siate contento se faccia
ogne cosa per venire a questo effecto. La Sua Santità disse: Io te
dico che non voglio: andate e fate chome pare a voi, purchè non
cie intervengha morte. E con questo ci levassemo denanzi da Sua
Sanctità, facciendo poi conclusione esser contento dare omne favore
et aiuto de giente d’arme od altro che acciò fosse necessario.
L’Arcievescovo rispuse e disse: Padre Sancto, siate contento
che guidiamo noi questa barcha, che la guidaremo bene. E Nostro
Signore disse: Io sono contento. E con questo cie levassimo da i
soi piedi, e reduciessemociene in chamera del Conte, dove fo poi
discussa la cosa particularmente, e concluso che questa cosa non
si posseva fare per niuno modo sanza la morte de costoro, cioè del
Magnifico Lorenzo e del fratello. E dicendo io, esser mal facto, me
respusero, che le cose grandi non se possevano fare altrimente; e
sopra de ciò fo dati molti exempli, che seria longo a scriverle; et
_finaliter_ fo concluso, che per intendere el modo, bisognava esser
qui, e parlar con Francesco e misser Iacomo, e intendere a puncto
quello era da fare, e intesolo mandare a effecto. Io fui qui. E
non trovando Francesco, non volse[581] fare altra conclusione;
se non che me disse: Vattene a Imola, e alla tornata tua sarà
qui Francesco, et deliberarasse tucto quello sarà da fare. I’ me
n’andai a Imola, dove stecti pochi giorni; perchè chosì haveva in
commessione per la expeditione di decta causa. E i’ nel tornare a
drieto foi a Cafagiuolo, dove trovai la Magnificentia de Lorenzo
e de Giuliano, e havendo referte al Magnifico Lorenzo como haveva
trovate le cose del Conte, me consegliò con le più cordiali et
amorevole parole del mondo, dicendome che per el signor Conte
haveva deliberato fare ogni cosa per farli intendere, che glie
voleva esser buono amico. Et havendo Sua Magnificentia deliberato
tornare a Fiorenza, cie ne venissimo di compagnia; dove per la
via me fe intendere anchora più chiaramente quanto era el suo
buono animo inverso del Conte, che lo tacerò, perchè seria longo
lo scrivere. Arrivai in Fiorenza, e fui con Francesco, con el
quale presi ordene de non partire quel dì, acciò che la nocte cie
retrovassemo con misser Iacomo; e così fo facto. La nocte, dicto
Francesco venne per me, e condusseme in camera de misser Iacomo,
dove fo parlato assai de questa cosa, e la conclusione fo questa,
che per la expedition bisognava più chose. Una che l’Arcivescovo
fosse de qua, e che vedesse venir lì con qualche scusa licita,
in modo non desse suspecto, e a questo lassava pensarlo al Conte
e a lui; e che alla sua venuta se piglierà poi forma de quello
s’avesse a fare. E che si fesse cifre, per le quali si possessi
scriver bene, e che non dubitava (havendo el favor delle gente del
Papa _etc._).... che la cosa non venissi facta; ma che per farla
netta, bisognava che uno dei doi fratelli fussero fora; et che
immediate che la cosa havesse questo di certo, la spacciariamo. Et
che tra el Magnifico Lorenzo e ’l Signor di Piombino si tractava
parentado per Giuliano, e sequendo, seria necessario un de’ loro
andassi là, el quale andava, la cosa era spacciata. Ma essendo
tucti due in la cictà, per niente non voleva fare, perchè non gli
pareva posser reuscirle. E Francesco diceva altremente, che ad omne
modo si faria; e sempre gl’andò per la mente, in chiesa o a giuoco
di carte o a nozze, pur che fussino tucti dua in uno loco, gle
bastaria l’animo di farlo; et che non ci voleva se non pochi con
seco; et recercomene a me, che io volessi quello che mai el volsi
fare. Lui disse, trovaria el modo bene a questo, e che si desse pur
più tempo che se poteva, e mandassesi l’Arcievescovo in qua, che
a tucto si daria bene expeditione; e che di tucto quello s’avessi
a fare, s’aviseria. Intesa la conclusion, me n’andai a Roma e
referi’ tucto al Conte e allo Arcievescovo; e subito fu presa per
el Conte deliberation de mandare l’Arcievescovo sotto color de le
cose de Favenza _etc._; e a me me ordinò me n’andassi a Imola con
cento provisionati e con quello poche giente d’arme, che gl’erano,
stesse preparate ad omne requisitione de costoro, et _etiam_ con
i soi popoli etc.... Io me parti’ et andamene a Imola e da poi a
Montugi; e fui una nocte con misser Iacomo e con Francesco, e figli
intendere l’ordine dato da ogni banda, e che questa chosa bisognava
expeditione, et da parte _etc._... del Conte gle solicitai assai
a dicta expeditione, prima che el campo se devidesse. Loro me
respusero, che non li bisognava sproni ma morso, e che ad omne
modo vederla expedirlo in questo tempo, e che io stessi preparato,
che sperava avisarme presto quello havessi a fare, e che al suo
adviso non preterisse niente; et io dissi di farlo, e con questo
me n’andai. E non trovando costoro commodità de farlo in quel
tempo, per esser la persona del Conte Carlo qui e alloggiato in
casa dei Martelli, deliberorono lassarlo stare per fine a tempo
novo; et avisò, che se devidisse el campo, e chosì fo fatto. Nè de
questa cosa fu parlato più per uno pezo _etc._ Et essendo stato a
Imola per la recuperation de Valdiseno, et essendosi recuperato,
me n’andai a Roma questo marzo, dove cie trovai la Signoria del
Conte e Giovanfrancesco da Tolentino e messer Lorenzo da Castello e
Francesco de’ Pazzi _etc._...; fra i quali molte volte si parlava
de queste cose; et che se comenciava adesso aproximar el tempo
d’expedir decta causa. E domandando io que modo era questo, me
disse: Lorenzo deve venir qui per questa Pasqua, et _quamprimum_ se
senta la sua partita, Francesco se parterà anchora lui, et andarà
a spedirsi; e farse el servitio a quello remanerà, et all’altro,
inanzi che torni, se penserà quello se doverrà far de lui, et
terrassi con esso tal modo, che la cosa sarà bene assettata inanzi
che se parta da noi. Io gle disse: Faretelo morire? Me respuse:
Madianò, che questo non voglio per niente, che qui habbia alcuno
dispiacere; ma inanzi che el parta, le cose saranno bene assectate,
in forma che staranno bene. Domandai el Conte: Nostro Signore sa
questo? Me disse: Madiasì. Dico: diavolo, egl’è gran facto che el
consente! Me respuse: Non sa’ tu, che gle famo fare quello volimo
noi? Basta che le cose andranno bene. E stettesi in queste trame
parechie dì del suo venire o no. Da poi, veduto che non veniva,
deliberaron ad ogni modo cavarne le mane prima che fosse fora
maggio _etc._... Et chomo ò detto più e più volte, di questo ne
fo parlato in la chamera del Conte, e como manchava materia, se
tornava in su questa, e chi prima si trovava insieme co’ loro,
ne parlava, dicendo che per niente la cosa podeva durar così,
che non venissi a palese, e questo per esser in tante lingue, e
che ad ogne modo bisognava darli speditione. Onde che per decta
casione fo preso per partito, che Francesco se ne venissi qui, e
Giovanfrancesco da Tolentino et io cie ne andassemo a Imola, e
misser Lorenzo da Castello _etc._..., per dare ordine a quello
s’avesse da fare, e poi se ne tornasse a Castello; et omne uno
colle preparation facte stesse apparechiato a tucto quello che da
messer Iacomo, l’Arcievescovo e Francesco fosse ordinato, e che ad
omne sua requesta omne uno fusse presto a far quanto per loro saria
comandato. E questo ordine ce fu dato tucto per el Signor Conte,
in Roma. Da poi vene ultimamente el Vescovo de Lion, el quale ce
comandò de novo, che ad omne requisition dei sopradetti fossemo
apparechiati sanza fare una difficultà al mondo; e chosì s’è facto,
nè mai se intese niuno loro ordine, si non lo sabato a doi hore di
nocte; e poi la domenica mutorono anchora proposito. Et in questa
forma sono state governate queste chose, diciendo imperò sempre,
che l’onor de Nostro Signore e del Conte cie fosse ricomandato.
E con questo ordine la domenica mattina, a dì XXVI d’aprile
MCCCCLXXVIII, se fece in Sancta Liberata quanto è publico a tucto
el mondo.
Item, che tornando de Romagna, et andando a Roma, quando io fui
là, e parlando con Nostro Signore d’altre cose, me disse: poi,
Giovanbatista dell’Arcievescovo e de Francesco, che diceva voler
far tante chose, e’ non savessero mutare uno Stato chomo quello de
Fiorenza, ma non credo savesse pure acozzare tre ove in un bacile,
se non con cianciatori. Tristi che se impaccia con loro.
Item, che el signor Conte m’ha dicto molte volte, che Nostro
Signore à così gran desiderio della mutatione de questo Stato, como
noi; et se tu intendesse quello dice, quando semo lui e mi, diresti
quello che dico io.
Io Giovanbaptista da Montesecco confesso e fo fede esser vere tucte
le predicte cose scripte in un foglio intero et in uno altro mezzo,
e qui di sopra, e quanto io ò scripto haver dicto a misser Iacomo
qui in Fiorenza, della mente e voluntà della Sanctità del Papa; e
queste cose sono verissime, et io mi trovai presente, quando la Sua
Sanctità lo disse, e tucto quanto è scritto, è de mia man propria.
Io Matheo Tuscano da Milano, cavalero e presente Potestà della
magnifica cictà di Fiorenza, sono stato presente, insema colli
reverendi Patri infrascripti, _videlicet ut infra_, che el prefato
Iovanne Batipsta ha detto, che quanto è scripto sopra, in un foglio
intero e in uno altro mezzo e in questo, che tucti s’alligaranno
inseme, sono de sua propria mano, et confessò esser vero quanto de
sopra è scripto. Et così ne fazo fede de mia propria mano, che gli
è la propria verità quanto in esse scripto se contenne. A’ dì IIII
di maggio MCCCCLXXVIII, in Firenza.
Io Frate Batipsta d’Antonio, priore al presente di San Marcho
di Firenze, dell’Ordine de’ Predicatori, fu’ presente a decta
confessione, e fo fede, che detto Giovanbatipsta disse tucto esser
di sua mano, et esser la propria verità quanto in esse si contiene.
Detto dì.
Io Benedetto d’Amerigo da Firenze, monaco e priore indegno
della Badia di Firenze, fo fede e fui presente quando el prefato
Giovanbatipsta da Montesecco confessò essere di sua propria mano le
predette scripture, delle quali nell’altra faccia di questo foglio
si fa mentione nella subscriptione del Podestà et Frate Batipsta.
Et io fo fede, che disse esser la propria verità quanto in esse si
contiene. Però ò facto questo di mia mano, detto dì.
Io Frate Nofri d’Andrea da Firenze, dell’Ordine de’ Frati
Predicatori, fui presente quando el detto Giovanbatipsta confessò
le dette scripture essere di sua propria mano et essere la propria
verità quanto in essa si contiene. E per chiarezza ò facto questa
scriptura di mia mano, dì decto di sopra.
Io don Miniato di Francesco d’Andrea da Firenze, monaco e professo
della Badia di Firenze, fu’ presente quando detto Giovanbatista
confessò le dette scripture esser di sua propria mano, e esser la
propria verità quanto in esse si contiene. E in fede di ciò ò facto
questa di mia mano, el decto dì.
Io don Antonio di Domenico, monaco di Cestello de Florentia, fo
fede e fui presente quando el sopradecto Giovanbatipsta confessò
essere di sua propria mano le dette scripture, et esser la propria
verità quanto in esse si contiene. Et in fede di ciò ò facta questa
subscriptione di mia mano, detto dì sopra.
Io don Marco di Benedetto, dell’Ordine di Cestello, fui presente
quando detto Giovanbaptista liberamente confessò esser di sua
propria mano le predette scripture, e che era il proprio vero
quanto in esse si contiene. E in fede di ciò ò fatta questa
subscriptione di mia propria mano, dì detto di sopra.
In nomine Domini Nostri Yhesu Christi, amen. Anno ab eius
salutifera incarnatione millesimo quadringentesimo septuagesimo
ottavo, indictione XI, die vero XI mensis augusti. Hoc exemplum
per me Andream notarium infrascriptum, ex orriginali, scripto
manu dicti Iohannis Batiste, magnifico domino Potestati Civitatis
Florentiæ insinuatum fuit, et in eius presentia, per me ipsum
Andream notarium et alios infrascriptos notarios, diligenter
cum originali scriptura, manu propria dicti Iohannis Batistæ,
auscultatum. Et cum idem Potestas cognoverit illud cum ipsa
originali scriptura per ordinem concordare; ut adhibeatur
eidem exemplo de cetero plena fides, suam et Comunis Florentiæ
interposuit auctoritatem et decretum.
(L. S.) Ego Simon olim Grazini Iacobi Grazini, civis et notarius
florentinus, imperiali auctoritate index ordinarius ac notarius
publicus, hoc suprascriptum exemplum attestationis dicti Iohannis
Baptiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de
quibus supra, una cum infrascriptis ser Carolo Pieri Betti et ser
Tommasio ser Bartolomei de Orlandis et ser Dominico Buonaccursii
et ser Pace Bambelli notariis, ad auctenticam scripturam prefatam,
scriptam dicti Iohannis Batiste, coram prefato domino Potestate
diligenter et fideliter auscultavi; et quia utrumque concordare
inveni de ipsius domini Potestatis mandato in eiusdem exempli fidem
et testimonium me subscripsi, et signum meum apposui consuetum,
dicta die XI suprascripti mensis augusti anni MCCCCLXXVIII.
(L. S.) Ego Carolus Pieri Betti de Iohanninis, notarius publicus
ac civis florentinus, imperiali auctoritate iudex ordinarius, hoc
suprascriptum exemplum attestationis dicti Iohannis Baptiste cum
subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de quibus supra, una
cum suprascripto ser Simone Grazini Iacobi et infrascriptis ser
Tommasio ser Bartolomei de Orlandis et ser Dominico Buonacchursii
et ser Pace Bambelli notariis, ad autenticam scripturam prefatam,
scriptam manu dicti Iohannis Baptiste, coram prefato domino
Potestate diligenter et fideliter auscultavi; et quia utrunque
concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in
eiusdem exempli fidem et testimonium me subscripsi et solito
meo signo signavi, dicta die XI dicti mensis augusti anno Domini
MCCCCLXXVIII.
(L. S.) Ego Tommas ser Bartolomei Neri de Orlandis, notarius
publicus ac civis florentinus, imperiali autoritate iudex
ordinarius, hoc suprascriptum exemplum atestationis dicti Iohannis
Batiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de
quibus supra, una cum suprascriptis ser Simone Grazini Iacobi et
ser Charulo Pieri Betti et infrascriptis ser Dominicho Bonachursi
et ser Pace Banbelli notariis, ad autenticham scripturam prefatam,
scriptam manu dicti Iohannis Batiste, coram prefato domino
Potestate, diligenter et fideliter ascultavi et quia utrumque
concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in
eiusdem exempli fidem et testimonium, me subscripsi et solito
meo signo signavi, dicta die XI dicti mensis augusti anno Domini
MCCCCLXXVIII.
(L. S.) Ego Dominicus Bonacursii Dominici, civis et notarius
florentinus, imperiali auctoritate iudex ordinarius ac notarius
publicus, hoc suprascriptum exemplum attestationis Iohannis
Batiste, cum subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de
quibus supra, una cum suprascriptis ser Simone et ser Carulo et
ser Tommasio et infrascripto ser Pace, notariis, ad autenticam
scripturam prefatam, scriptam manu dicti Iohannis Batiste, coram
prefato domino Potestate, diligenter et fideliter auscultavi,
et quia utrunque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis
mandato, me, in eiusdem exempli fidem et testimonium, me subscripsi
et signum meum apposui consuetum, dicta die XI dicti mensis augusti
MCCCCLXXVIII.
(L. S.) Ego Paces Bambelli Pacis, civis et notarius florentinus,
imperiali auctoritate iudex ordinarius ac notarius publicus,
hoc suprascriptum exemplum attestationis Ioannis Baptiste, cum
subscriptionibus eorum qui presentes fuerunt, de quibus supra,
una cum suprascriptis ser Simone, ser Carolo et ser Thomaxio
et ser Dominicho Bonacorsii notariis, ad autenticam scripturam
prefatam, scriptam manu dicti Ioannis Baptiste, coram prefato
domino Potestate, diligenter et fideliter auscultavi; et quia
utrumque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis mandato, in
eiusdem exempli fidem et testimonium me subscripsi et signum meum
apposui consuetum, dicta die XI suprascripti mensis anni Domini
MCCCCLXXVIII, indictione XI.
(L. S.) Ego Andreas quondam Romuli Laurentii, civis et notarius
florentinus, imperialique auctoritate iudex ordinarius notariusque
publicus, hoc suprascriptum exemplum, ex auctentica et originali
scriptura prefati Iohannis Baptiste, sub nomine domini Iohannis
Baptiste et eius manu propria scriptum, fideliter exemplavi;
et postmodum, in presentia dicti domini Potestatis, cum dictis
ser Simone, ser Carulo, ser Thomasio, ser Domenico et ser Pace,
notariis suprascriptis, diligenter cum ipso orriginali auscultavi;
et quia utrumque concordare inveni, de ipsius domini Potestatis
mandato, ad eius exempli fidem et testimonium, me subscripsi et
signum meum apposui consuetum, dicta die XI dicti mensis augusti
anni Domini MCCCCLXXVIII, indictione XI, feliciter.
Universis et singulis ad quos presentes advenerint Antonius de
Humiolis de Gualdo, Decretorum doctor, reverendissimi in Christo
patris et domini domini Raynaldi de Ursinis, Dei et Apostolice
Sedis gratia Archiepiscopi Florentini Vicarius in spiritualibus
generalis, post salutem, fidem facimus atque testamur. Quod
suprascripti ser Simon Grazini Iacobi Grazini et ser Carolus
Pieri Betti de Iohanninis et ser Thommas ser Bartholomei Nerii
de Orlandis et ser Dominicus Bonaccursii Dominici et ser Paces
Bambelli Pacis et ser Andreas Romuli Laurentii et quilibet
eurum, tempore preinserti transumpti facti, et satis antea et
hodie fuerunt et sunt publici legales auctentici et fide digni
tabelliones atque notarii florentini, eorumque et cuiusque
eorum scripturis publicis, in quibusvis locis in quibus de ipsi
respective notitia habetur, semper, in iudicio et extra, adhibita
fuit et adhibetur plena indubia atque intemerata fides, quemadmodum
scripturis publicis cuiuslibet alterius fidedigni legalis et
publici tabellionis atque notarii; in quorum fidem et testimonium
premissorum, presentes literas fieri, et per infrascriptum nostrum
et nostre Curie scribam subscribi fecimus, pontificalisque sigilli
Curie prefate iussimus impressione communiri. Date Florentie, in
Archiepiscopali palatio, anno Incarnationis Dominice milleximo
quadringentesimo septuagesimo octavo, indictione undecima, die vero
duodecimo mensis augusti.
[Illustrazione: L. S.]
Ego Mathias Cennis Aiuti, notarius et civis florentinus et dicte
Curie Archiepiscopalis Florentine Scriba, ad fidem subscripsi.
Nº X.
(Vedi pag. 399.)
ISTRUZIONE DI SISTO IV A MESSER ANTONIO CRIVELLI MANDATO SUO AL RE
FERRANDO; SCRITTA MENTRE LORENZO ERA TUTTORA IN NAPOLI E IL RE SI
VEDEVA GIÀ MOLTO INCLINATO AD ACCORDARSI CON LUI. FEBBRAIO 1480.
(Tratta dal Codice nº 22, appresso di noi.)
Essendo seguita la novità di Fiorenza in tanto vilipendio et carico
di Santa Chiesa, parve a noi di consultare la Maestà del Re, che
provisione gli paresse di farci, per la detention del Cardinale et
dell’altre cose etc. Et havendo risposto S. M., per più sue, non
solo parerli, ma confortatoci, persuasi et inanimiti noi a prender
l’armi, offerendoci et promettendo voler fare ogni sforzo, et
metter i figlioli et la vita propria per vendicar questa ingiuria
fatta alla Sede Apostolica; di comune consenso fu deliberato di
prender l’armi contro Lorenzo et suoi seguaci, come _contra petram
scandali_ et perturbatore della pace et quiete d’Italia, per
metter la città di Fiorenza in libertà; sì come ancor noi et S.
M. prefata, innanzi la detta novità, giustamente eramo obligati
per scritture pubbliche, et di man proprie fatte, per la malignità
d’esso Lorenzo, et per li scandali nati per sua opera in Italia
et massimamente contra li Stati communi, et atteso che con simile
studio havea Lorenzo cercato unirsi con la Lega contra detta Maestà
per alienarci da quella.
Et primieramente, per giustificar la santa et giusta impresa, fu
cominciato con l’armi spirituali, le quali non essendo bastate alla
liberatione del Cardinale, fu necessario venire all’armi temporali,
cioè alla guerra; nella quale il Re et ciascuno l’ha veduto quanto
ci siamo portati virilmente, non manchando di danari nè di altra
cosa necessaria, governandosi sempre con i recordi et consigli di
S. M. Questo medesimo facemmo nella prattica della pace, quando
tutte le potenze ancor fuor d’Italia erano al conspetto nostro,
havendo in ogni atto quel riguardo all’honore et dignità del Re che
della Chiesa.
Quest’anno presente habbiam fatto il medesimo sforzo et maggiore
assai che l’anno passato, et per l’accrescimento et sforza maggiore
dei nostri a Perugia; seguitando sempre di meglior animo per
riportarne vittoria, per il fine decto di sopra, et per l’honor
comune; et ciò non solo nella guerra di Toscana, ma di Lombardia.
Et già il Signor Dio, per sua gratia, et l’havea preparata et quasi
posta in mano per la rotta data ai nemici, nell’acquisto di Poggio
Imperiale, con la vittoria ottenuta in Lombardia.
Vennero intanto gli ambasciatori del Duca, per compor la pace,
domandando principalmente che si levassero l’offese. Parve alla
Maestà del Re che noi gli dovessimo parlare gagliardamente,
confortandoci che si dovesse insieme mandare a Milano per il
medesimo effetto, instando per l’espulsion di Lorenzo; et così
fu eseguito; et da S. M. furono sempre lodati i modi servati con
i detti ambasciatori, et partiti esclusi; _etiam_ che vi fossero
molti Cardinali che ci dissuadessero detta esclusione, dicendo
che tutto quello che confortava il Re, era perchè andassero a
trattar la pace a Napoli, per haverne egli quel merito et honore,
pur dicendoci che il Re la faria senz’haverci alcun riguardo, come
all’hora fu communicato con messer Anello. Nondimeno noi non mutamo
mai proposito, tenendo per certo che la Maestà Sua non faria altro
che quel che fusse grato a noi et honore allo Stato della Chiesa,
come continuamente ci affermava. Et non erano ancor arrivati gli
ambasciatori a Napoli, che messer Anello ci propose, ch’era da
considerare che se il Re escludeva in tutto gli ambasciatori del
Duca, di non voler ricever Lorenzo in gratia, gliene seguia carico
et l’esclusione della pace. Et noi, come quelli che dessideravamo
la pace et l’honor del Re, fummo contenti che la prattica
si tenesse, con tai mezi però che gli ambasciatori potessero
chiamarsi esclusi, nè ancora obligarsegli per modo che, volendo pur
l’esclusione di Lorenzo, non si potesse conseguire.