Karissimo nostro. Noi siamo avisati da te della perfecta

dispositione et optima volontà de la Signoria di Siena, et quanto

cordialmente dispiace loro il caso di Brolio. Et quanto se offerano

con ogni loro possa per correggier questo scandolo. Commendiamo

la tua diligentia, et siamo più che certi de la perfecta volontà

di cotesti magnifici Signori et karissimi fratelli nostri. Et

perchè queste sono cose che al tutto bisogna che sieno corrette et

gastigate, sì per honore di Comune, sì etiandio per dare exemplo

agl’altri che non ardischino d’atentare simile materia, ci pare

necessario di ragunare le forze et monstrare a messer Antonio

l’error suo. Et pertanto sarai con cotesti magnifici Signori

et ringrazierali de l’offerte per parte di questa Signoria, et

richiederali che voglano concorrere insieme con noi colle forze

loro, o almeno con parte d’esse forze, acciò ch’el caso di messer

Antonio si corregga, o per forza, se lui vorrà pure perseverare

nella sua audacia, o per altra via; perchè non dubitiamo che,

vedendo messer Antonio le forze de’ Sanesi et nostre concorrere

contra lui, piglerà partito di levarsi da tale temerità. Intorno

a questa parte d’aver le forze di cotesta Signoria, metterai ogni

diligenza; chè non dubitiamo sarà facile, vedute le proferte loro

et la loro optima dispositione. Oltra di questo richiederai cotesti

magnifici Signori che voglano in tutte l’altre cose apartenenti

a correptione di questo facto procedere, et con restrignere i

congiunti di messer Antonio et con fare gl’altri rimedii che

si soglon fare contra i citadini inobedienti et concitatori di

scandoli et di brighe. Noi da l’altra parte manderemo et genti

d’armi et fanti a piè et provederemo a tutte le cose oportune per

raquistare il Castel nostro, occupato sotto nostro salvocondotto

sanza alcuna lealtà o fede; però ch’el nostro honore richiede che

così facciamo, nè vediamo poter fare di meno. Dat. Florentie, die

XII octobris 1434.

_Nerio Gini._

Karissimo nostro. Per l’altra lettera ti scriviamo quanto in verità

richiede l’onor del Comune nostro, et così voglamo che tu mandi

ad executione. Pur nientedimeno nel segreto, ci pare che, potendo

acconciare la cosa per via di concordia sanza entrare in briga

d’avere a metter campo et simili cose, sia miglior partito et molto

più utile. Et pertanto, quello che ti scriviamo ne l’altra lettera,

sia aperto et in dimostratione. Et s’elli s’adopera quella via,

adoperisi ad effecto che l’amico discenda a voler lasciare i’ luogo

di concordia. Et nientedimeno, per tutte l’altre vie che ti paiono

verisimili et apte a partorir concordia, seguiterai, perchè nel

vero è pur utile non avere a far pruova. Et se pure tu diliberi

d’andare personalmente, guarda di giucar del sicuro.

Hora, tu se’ molto intendente, adopera come tu credi che ben sia.

Dat. Florentie, die XII octobris 1434.

_Nerio Gini._

Noi abbiamo questa mattina una tua lettera de’ dì XIII et hieri

n’avemo una de’ dì XII a hore XVI, et abbiamo le copie de le

lettere scripte a messer Antonio et de le sue risposte, et anchora

la copia de la lettera scripta a te. Tutto raccolto comprendiamo

che lui desideri sommamente l’acordo. Per la tua ultima ci chiedi

risposta. Noi ti rispondemo a’ dì XII, et mandamoti le lettere

per Victorio nostro cavallaro. Sì che noi teniamo che a dì XIII di

buona hora, tu dovessi havere la risposta che tu cerchi da noi; et

quanto allora ti scrivemo manderai ad executione. Quelle ti mandamo

per Victorio furono due lettere. Ne la prima ti commettavamo che

tu richiedessi la Signoria di Siena delle loro forze et genti per

strignere messer A. a lasciar quello luogo o torglele per forza, et

simile che tu richiedessi la Signoria di Siena a procedere contra

messer A. et contra le cose sue et suoi congiunti. Nè l’altra

lettera era in secreto, che a noi pareva più utile seguitare la

via de l’acordo per non avere a entrare in difficultà di por campo

etc. Hora questo era l’effecto de le due lettere sotto brevità; et

così metterai ad executione. Parlandosi d’acordo, monsterrai fare

da te et non per nostra commissione, et monsterrai questi essere

tuoi pensieri et tuoi avisi. Veggiamo che tu aspecti risposta da’

Sanesi, et pensiamo che da messer A. tu harai con buono modo già

sentito et tastato dove gli va il pensiero. Di tutto aspectiamo

aviso da te, et tu colla tua usata prudentia seguita in quel modo

ti parrà più utile. Et di costì non partirai sanza nostra licenza.

Dat. die XIIII octobris 1434.

Nº VIII.

(Vedi pag. 362.)

ISTRUZIONE DI SISTO IV A MESSER ANTONIO CRIVELLI MANDATO SUO AL RE

FERRANDO. RISGUARDA LE COSE DI CITTÀ DI CASTELLO, TENUTA DA NICCOLÒ

VITELLI.

(Codice nº 22, manoscritto appresso di noi.)

Primo, che la Santità di Nostro Signore per il passato è stata

infamata con le calumnie. Che per la benevolenza che portava

a messer Nicolò Vitelli, gli consentiva che tenesse la Città

di Castello in tirannia, con carico et vittuperio della Sede

Apostolica; et che poteva sodisfare all’honor di Santa Chiesa,

et indur quella Città a obedienza d’essa, et non voler che, per

l’amicitia sua, stesse alienata dal Dominio Ecclesiastico; et che

se haverebbe in breve tempo che con questo esempio molte altre

terre della Chiesa verrebbono ad essere in peggior conditione di

detta Città, et lo stato della Chiesa, in tempo suo, si verrebbe

ad anichilare et perdere. Et perchè S. S., dessiderando di purgar

quest’infamia, più volte ha fatto intendere a messer Nicolò che

l’amava, et che se egli amava S. S. et l’honor di S. Chiesa,

deverebbe mostrare obedienza, et farla monstrare anco a detta

Città, et l’uno, et l’altra saltem monstrarla con il segno di

venire a far riverenza a S. Beatitudine alla quale poteva venir

sicuramente; et già sono tre anni, che mai ha voluto venire; et,

_quod peius est_, i Governatori mandati per S. S. _fuerunt potius

gubernati quam gubernatores_. Onde sa Dio che S. S. continuamente

ha hauto gran dispiacere di mente per l’honor di S. Chiesa, et per

l’amor che porta a esso messer Nicolò.

Doppo, è seguita l’esperienza dell’infamia data a S. S., cioè che

per essempio di quella città, l’altre della Chiesa venivano in

peggior conditione, come si è visto di Todi et di Spoleto, in modo

che S. B. è stata necessitata mandar le genti d’arme et esseguire

quel che è seguito. Et trovandosi dette genti in ordine, vedendo il

Legato che si erano accquetate le terre mosse già con l’essempio

di Città di Castello, et che l’esemplare rimaneva; ricordandosi

che quando il Cardinal di S. Sisto fu in Milano, il signor

Duca non solo laudò l’impresa perchè messer Nicolò si riducesse

all’obbedienza con la detta città, ma confortò che per honor di

S. S. et di S. Chiesa si dovesse fare ogni opera per ridurcelo, et

volesse veder particolarmente se messer Nicolò era nominato nella

lega per collegato; la Maestà del Re, dubitando se fosse obbligato

a difenderlo, e trovando che N. S. disse che la cosa stava bene et

che si poteva fare; ricordandosi adunque di questo il Legato, et

considerando che il Duca et i Fiorentini sono una cosa medema; gli

parve (et così ancho teneva per certo S. S.) che non solo il Duca

et i Fiorentini non fossero per opporsi, ma per agiutar S. S., per

rendere et usar gratitudine de i beneficii fatti da lei all’uno

et all’altro, et dell’amore che ha portato loro, massime essendo

giustissima la dimanda et impresa di S. S.; con voler solo la vera

obedienza, la quale per nulla ragione se li può negare.

Et certissima causa è che, quando alcuno dei sudditi dell’altre

Potenze d’Italia non prestassero la debita obedienza, non si

comportaria, et non solo si cercaria che tornassero all’obedienza,

ma s’esterminariano ad essempio degli altri; et a questo effetto

gli pareria, bisognando, che ogn’uno fusse tenuto d’aiutarli.

Et, _ne longe exempla petantur_, quando Volterrani, non sudditi

dei Fiorentini, mancorno della sola devotione loro, i Fiorentini

vi mandarono il campo et chiesero a S. S. aiuto. La quale, per

l’amicitia che teneva seco et benevolenza che portava a quella

Comunità, gli aiutò di grandissimo animo con le gente d’armi

a sue spese. Onde saria stato et saria molto più giusto che,

ricercando S. S. l’obbedienza immediate da messer Nicolò, subito

ciaschuna dell’altre Potenze non solo se gli fosse opposta, ma

havesse prestato et prestasse aiuto et favore al giusto et honesto

dessiderio di S. S. Et certamente che se li è opposto et oppone,

tocca il cuor di S. S., così come haveria toccato a ciascun di

loro se gli fusse stato fatto il simile; nè possono negare che non

si siano portati più ingratamente che habbiano potuto verso S. B.

Et tanto più hanno monstrato il poco rispetto che hanno hauto a

quella, quanto che è bastato loro l’animo d’affermare messer Nicolò

esser tra li raccomandati della Lega particolare; et per questo

volerlo mantenere a non prestar la debita obedienza a S. S.: il che

con nulla ragione si potrà mai monstrare che lo possan fare.

Et tanto meno, quanto mai messer Niccolò non fu dato per

raccomandato, nè per la Maestà del Re, nè per il signor Duca di

Milano nè per li Fiorentini nè per la Lega particolare. Et se

dai Fiorentini fu nominata Città di Castello, ella però in quel

tempo era suddita del Papa, nè per detta nominatione se li poteva

levare la vera obedienza; _imo_, denegandosi S. S. veniva ad esser

grandemente offesa et lacessita, _adeo_ che tutte l’altre Potenze

per vigor della lega generale son tenuti et obligati difendere

et aiutar S. S.; et molto più i Fiorentini che gli altri, per

haver veduto l’essempio et provato l’esperienza in S. B., nel

caso di Volterra, la quale era stata nominata da Papa Pavolo

per raccomandata, et non era suddita dei Fiorentini nè tenuta

all’obedienza de quelli, come è tenuto messer Niccolò, non nominato

in nessuna Lega, a S. S.: et conseguentemente non procedevano

contra Volterrani con quella giustificatione che procede S. B. Et

nondimeno, quella prestò loro aiuto et favore, senza allegar tal

denominatione; mostrando fare stima dei Fiorentini et amarli. Et

per molti altri benefitii che ha fatto S. S. a quella Città, et

massime a Lorenzo, il quale fra gli altri beneficii che ha recenti

da S. B., ha guadagnato con quella un Tesoro.

Et in quanto si supplica S. S. che voglia haver per raccomandato

messer Nicolò, si risponde che la Maestà del Re sa che, havendo

prima fatto supplicare S. B. che riceva in gratia decto messer

Nicolò, fu risposto che sempre l’ha amato et ama, et è contenta

S. B. riceverlo in gratia, con questo che gli presti la debita

obedienza, nel modo che S. S. rispose all’ambasciatore, mandato

da messer Nicolò, et secondo il tenor dei Brevi mandati. Et a

questo fine S. B. ha scritto a Fiorenza all’ambasciatore che debbia

eseguire. Et se il signor Duca et i Fiorentini non sono in tutto

alieni da ogni honestà et giustitia, non solo non consentiranno

a quello et non si opponeranno ma favoriranno, acciò sia (come è

ragionevole) sodisfatto all’honesto dessiderio di N. S., il quale

certamente merita di esser commendato, aiutato et favorito, quando

non si vogliano portar seco malignamente et non haver rispetto nè a

Dio nè alla giustizia.

Et in quanto a quel che per parte loro si domanda, cioè che S. S.

desista dall’impresa, S. S. resta pessimamente sodisfatta di tal

rechiesta, la quale tocca l’honor di quella et di S. Chiesa; il

quale honore S. B. è solita di preporre a tutte le cose di questo

Mondo, et alla vita propria. Et veramente se da essi Signori gli

fusse domandato quanto ha et di quanto può lecitamente disporre, lo

concederia volontieri et più presto che desistere da così giusta

impresa, per lo grandissimo vittuperio et infamia che ne segueria

a S. S., l’honore et reputation di cui sarriano ad un tratto

seppeliti; oltre il grandissimo et incomparabil danno et pericol di

perdere con sì fatto essempio tutto lo Stato della Sede Apostolica

etc.

Per le quali ragioni et molte altre, che giustissimamente muoveno

la mente di S. S., havendo già incominciato l’impresa et proceduto

tanto inanzi, sarrebbe troppo grave errore il lassarlo, ad ingiusta

requisitione di qual si voglia. Et perciò sta in fermo et constante

proposito di voler la vera obedienza di messer Nicolò et da quella

città, come è pur giusto nè si può negare con ragione.

Nº IX.

(Vedi pag. 370, 384.)

La _Confessione_ che segue fu scritta da Giovan Battista da Montesecco,

mentre era in carcere dopo la Congiura e il giorno innanzi ch’egli

morisse. Ma convien dire che avessero a lui promesso la vita salva, e

che il pover uomo se lo tenesse per certo, perchè in altro modo non

s’intenderebbe come avesse egli potuto distendere quella scrittura,

dove appare tranquillo animo, il linguaggio essendo piano, scorrevole

e ordinato bastantemente. Ebbe essa le firme del Potestà di Firenze,

di due Priori e quattro Monaci di Badia, di San Marco e di Cestello, i

quali attestarono avere veduto cogli occhi loro il Montesecco scrivere

la dichiarazione, dove egli afferma essere sua quella scrittura che ad

essi stava allora innanzi. Si è detto come Bartolommeo Scala Segretario

la inviasse ai maggiori potentati in un con altre giustificazioni

della Repubblica e in risposta al Breve di Sisto IV. Confessa lo Scala

avere tolti via per _buone ragioni_ alcuni passi della Confessione,

e il manoscritto ha veramente alcuni spazi lasciati in bianco e da

noi segnati con puntolini; potevano essere parole che irritassero,

contro all’intenzione di Lorenzo, il re Ferrando, il che riesce assai

probabile in quel luogo dove il Montesecco, a fine di _pungere_ e

_riscaldare_ Jacopo dei Pazzi, accenna ai favori che avrebbe l’impresa;

nè il crederlo disdice per le altre lacune. Le sottoscrizioni aggiunte

alla Copia nel giorno della pubblicazione sono è vero della Curia di

un Arcivescovo ch’era tutto devoto a Lorenzo; ma il fatto appunto

delle lacune è buono argomento a dimostrarne l’autenticità. Fu

divulgata quattro mesi dopo: ma che di pianta fosse inventata, oltre

che ne sembra essere impossibile, reputiamo che un falsario il quale

avesse voluto da cima a fondo servire a Lorenzo, l’avrebbe scritta in

altro modo. Quella scena che ivi si narra come avvenuta in Camera del

Papa, pare a noi che abbia di que’ caratteri che non si mentiscono,

e con pace dell’Alfieri io credo essere quello il vero Sisto. Noi

pubblichiamo l’Originale archetipo di quella Scrittura che andò alle

Corti tale qual’è in questo Archivio di Stato: fu stampata la prima

volta sopra una copia e con qualche menda dall’Adimari tra’ Documenti

aggiunti alla _Coniuratio Pactiana_ di Angelo Poliziano, Napoli 1769,

ma senza le ultime sottoscrizioni; in questo modo fu riprodotta poi dal

Fabroni e da più altri.

Questa serà la confessione, la quale farà Giovan Baptista da

Monte Secco de sua mano propria, in la quale farà chiaro a omne

uno l’ordene et el modo dato per mutar lo stato de la ciptà de

Fiorenza, comentiando dal principio infine alla fine, nè lasciando

cosa alchuna inderietro, _imo_ i’ narrando tucte le persone con

chi lui n’aveva hauto colloquio, e particularmente narrando le

punctali parole hauto con tucti quelli chon chi n’à parlato. E

prima con l’Arcivescovo e Francescho de’ Pazzi ne parlai in Roma,

in la camera del detto Arcivescovo, dicendome volerme revellare

uno suo secreto e pensiero, che havevano più tempo hauto in core;

e qui con sacramento volse che io gli promettessi tenerli secreti,

nè de questa cosa parlarne nè non parlarne si non quanto saria el

bisogno, e quanto pareria e vorria a loro; et io così gli promisi.

L’Arcevescovo comenciò a parlare, facciendome intendere como lui

e Francesco avevano el modo a mutar lo Stato di Firenza, e che

determinavano ad omne modo farlo, e che ci voleva l’aiuto mio. Io

glie respuosi che per loro faria ogni cosa, ma essendo soldato del

Papa e del Conte, io non ci podeva intervenire. Lor mi rispuoson:

Como credi tu che noi facemo questa cosa sanza consentimento

del Conte? _imo_ ciò che si cercha e che se fa, per exaltarlo e

magnificarlo, chosi lui chome noi, e per mantenerlo i’ nello Stato

suo; avisandoti che se questa cosa non se fa, non glie daria del

suo Stato una fava; perchè Lorenzo de’ Medici glie vol mal di

morte, nè credo che sia huomo al mondo, a chi lui voglia peggio;

e dopo la morte del Papa non cercherà mai altro che torgli quello

poco Stato, e farlo mal capitar de la persona, perchè da lui se

sente grandemente ingiuriato. E volendo io ’ntender el perchè e

la cagione Lorenzo era così inimico del Conte, mi disse cose assai

sopra a questa parte, e della Depositeria e dell’Arcievescovato di

Pisa, e più cose che seriano longhe a scrivere; e in fine fu facta

questa conclusione, che dove concorreva l’onore e utole del Conte

et el lor, io mi sforzaria a fare _iuxta posse_ tucto quello che

pel Conte me sarà comandato. E tucte queste cose furono commune

frallo Arcievescovo e Francesco, e che un altro dì se devesse

essere insieme et con il Conte proprio, e pigliar determinatione

de quello s’aveva da far; et così se remase etc. La cosa rimase

così per parechie giorni, nè me fo dicto altro; ma bene so che fra

l’Arcievescovo e Francesco et el Signor Conte ne fo in questo tempo

parlato più volte.

Dapoi, un giorno fui chiamato dal signor Conte in chamera sua, dove

era l’Arcievescovo, et comentiò a parlarsi de novo de questa chosa,

dicendome el Conte: L’Arcievescovo me dice che t’anno parlato d’una

faccienda, che havemo alle mane: que te ne pare? Io gli respuosi:

Signor, non so que me ne dire di questa cosa, perchè non la intendo

ancora; quando l’averò intesa, dirò el mio parere. L’Arcivescovo:

Como non t’ò io dicto, che volemo mutar lo Stato in Fiorenza?

Madiasì che me l’avete decto, ma non m’avete dicto el modo; che

non havendo inteso el modo, non so que ne parlare. Allora e l’uno

e l’altro ussino fuora, e comenciorono a dire della malivolenza

e malanimo, che el Magnifico Lorenzo haveva contra de loro, e ’n

quanto pericolo era lo Stato del Conte dopo la morte del Papa; et

che mutandosi dicto Stato, saria uno stabilire el signor Conte da

non posser haver mai più male; e che per questo si voleva fare ogni

cosa. E demandandogle io del modo e del favore, me dissero: noi

haveremo questo modo, che in Fiorenza è la Casa de’ Pazzi e de’

Salviati che se tirano dietro mezzo la cictà de fora _etc._...[578]

Bene; havete voi pensato el modo? El modo lass’io pensare a

costoro, che dicono non possersi fare per altra via che taglare a

pezzi Lorenzo e Giuliano, et haver poi preparate le gienti d’arme,

et andarsene a Fiorenza; e che bisogna accumulare queste giente

d’arme in modo che non se dia suspecto, chè non dandose suspecto,

ogni cosa verria bene facta. Io gli respuosi: Signore, vedete

quel che voi fate: lo vi certifico, che questa è una gran cosa;

nè so como costor se lo possano fare, perchè Fiorenza è una gran

cosa, e la Magnificenzia di Lorenzo ci à una grande benevolenzia,

secondo io intendo. El Conte disse: Costoro dicono el contrario,

che ci à poca gratia et è malissimo voluto; e che, morti loro,

ognuno giungerà le mani al Cielo. L’Arcievescovo usse fuora e

disse: Giovan Batipsta, tu non se’ stato mai a Firenza; le cose de

là e la cognitione di Lorenzo noi le ’ntendiamo meglio de voi, e

sappiamo la benevolentia e malavolentia ch’egli à in nel popolo;

e de questo non dubitar, ch’ella reussirà como noi siamo qui.

Tucto el facto è che cie resolviamo del modo. Bene; que modo ci è?

El modo si [è] riscaldar messer Iacomo, che è più freddo che una

iaccia; e como haviamo lui, la cosa è spaciata nè n’è da dubitar

puncto. Bene; a Nostro Signore como piacerà questa cosa? E’ me

respuosoro: Nostro Signore li farimo sempre fare quello vorremo

noi; et anchora la Sua Sanctità vol male a Lorenzo; desidera

questo più che altro che sia. Avetenegle voi parlato? Madiasì,

e faremo che te ne dirà anchora a te, e te farà intender la sua

intentione. Pensamo pure in que modo possiamo metter le giente

d’arme insieme sanza suspecto, che l’altre chose passeranno tucte

bene. Fo preso el modo de far far la mostra, e de mutar le genti

d’arme da stantia a stantia, e mandar quegli del Signor Napolione

in quello de Todi e de Perusia, e così el signor Giovanfrancesco

da Gonzagha; e così fo dato ordine. Da poi comenciò andar per el

tavoliero el facto del Conte Carlo, e per dicta casione bisognò

mettere insieme ognuno, chè l’ebero molto caro. Et essendo il campo

del Conte Carlo in quello de Siena, et comprendendose chiaramente

la cosa non haver durata, fu facta deliberation d’andare a campo a

Montone, e tenere in tempo l’assedio più che se posseva, a chagion

che costoro havesser tempo a dare ordene alla expedizione della

faccienda; et per decta casione venne Francesco de’ Pazzi in quel

tempo qui in Fiorentia con demostration de fugir l’aiere, e fo

a questo effecto. Et essendo stato decto Francesco per alchuni

giorni, scrisse a Roma all’Arcievescovo como passavano le cose,

e che bisognava riscaldare et pungier messer Iacomo, e farglie

intendere tucti e favori se arà in questa cosa _etc._,...[579]

et il modo delle gienti d’arme; e tucto quello favore se podeva

havere, farglielo intender chiaramente; et intesolo se lassasse poi

el pensiero a lui, che a tucto daria buono ordene. Et accadendo

in quello medesimo tempo la malattia del signor Carlo di Faenza,

et essendo stato longo tempo amalato, venne in pericolo de morte.

Et dubitandose assai della morte sua, parse al Conte et allo

Arcievescovo havere scusa licita di mandarme qui, con intention che

io vedesse i modi de questa cictà et anchora del Magnifico Lorenzo,

et che io parlasse con seco, e intendesse da lui, volendo el Conte

cerchar de aravere[580] el suo stato, cioè Valdeseno, que favore

se podeva haver da Sua Magnificentia e da questa Republica per

suo mezzo; e che glie fesse intendere, che il signor Conte sperava

più in sua Magnificentia che persona del mondo, e che in questo io

intendesse el consiglio et el parere suo. E che gle fesse ancora

intendere che, non obstante alchune chose fossero state fra loro,

el Conte le voleva buttar tucte da parte, e in omne cosa desponerse

a compiacerlo, et haverlo in loco de patre; e con molte altre buone

parole apresso, quale erano la maggior parte simulate. Et arrivando

io qui tardi la sera, non poti’ parlare con Sua Magnificentia.

La mattina andai a trovarlo, e se ne venne di socto, vestito a

nero per la morte dell’Orsino, et fomo insieme; nè altramente me

respuose che si fosse stato patre del Conte, nè con altro amore;

in modo che a me fe’ maravigliare, havendo inteso da altri et poi

ritrovandolo così ben disposto in le cose del Conte, che veramente

non s’averia possuto parlar per niuno fratello più amorevolmente,

che me parlò, dicendome: Tu te ne girai a Imola, et vederrai chome

trovi le chose, e daraimene aviso de quello te parerà s’abbia a

fare dal canto nostro, chè tucto si farà sensa manchar de niente

per satisfar alla Signoria del Conte, al quale e in questo et in

omne altra cosa me sforserò sempre a satisfarlo.... con li più

amorevoli ricordi, che possesse mai patre a figliuolo; li quali

ricordi li tacerò per bene. La sua Magnificentia gli deve bene

havere a memoria: pur quando gli parrà che io li chiarisca, pensece

bene e diamene aviso, che io li chiarirò.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 43 / 51 段