Sono dipoi i Consoli dell’Arte, e ciascuna Arte ha sua casa, e

residenza molto onorate, e ornate, dove si raunano due dì per lo

meno ogni settimana, a tenere ragione, e udire, e giudicare, e

quale Arte ha otto Consoli, e quale sei, e ’n quale sono quattro,

secondo che è maggiore, e di maggiore faccenda, e alla sentenza

de’ Consoli non si può appellare. Ogni Arte può conoscere, e

giudicare la quistione di qualunque, che si richiamasse contro a un

sottoposto a quella tale Arte, e contro a ciascuno, che non fusse

sottoposto ad alcun’Arte, quando il sottoposto di quell’Arte si

richiamasse di quel tale.

L’uficio della Mercatanzia sono uno uficiale forestiere dottore

di legge civile, con sei consiglieri cittadini de’ più notabili, e

savj, e pratichi uomini dell’Arti dette, uno di ciascun’Arte delle

cinque maggiori, che se ne trae fuori quella de’ giudici, e notai,

e quella de’ vaiai, e pellicciai, e poi uno come tocca per sorta

intra tutte le XIV Arti, cioè le XIV minori, e con esse è quella

de’ vaiai, e pellicciai, e pigliasi quello ordine perchè quelle

cinque Arti, cioè mercatanti, cambiatori, lanaiuoli, setaiuoli,

e speziali, sono mercatanti, e di loro sono eletti a questo

uficio pochi, ma solamente que’ sono i vantaggiati, e innanzi a

questo uficio vengono tutte le grandi quistioni, e gran casi di

tutto il mondo, e liti di cose fatte per mare, e per terra, e di

compagnie, e di falliti, e di rappresaglie, e d’infiniti casi, e

dannovisi giustissimi giudicj, e notabili determinazioni, e alle

loro sentenze non si può appellare. Questo uficio ha una casa, e

un palazzo assai grande, e onorato, e ornato, e magnifico, e dura

l’uficio de’ Sei tre mesi, e l’uficiale forestiere sei mesi, e

bisogna, che tenga ferma abitazione nel detto palazzo egli, e suoi

notai, e famigli, e non vi può menare sua donna, nè figliuoli.

Resta a dire de’ tre rettori principali, Podestà, Capitano,

Esecutore, che bisogna, che sieno forestieri, di luogo di lungi

a Firenze per lo meno miglia sessanta, e dura l’uficio loro mesi

sei, e non può tornare altra volta infra dieci anni, nè egli, nè

suoi giudici, se non fusse per deliberazione del Comune vinta per

gli consigli, che interviene rade volte. Questo si fa perchè quello

Rettore non abbia parenti, nè amici, nè conoscenti, nè grandi, nè

minori, se non gli ordini, e le leggi della città, i quali dee

osservare, e hanno grandissima balìa, e stanno con grandissima

onoranza. In prima

Il detto Podestà tiene con seco quattro giudici dottori in legge

civile, e sedici notai, perchè alla sua corte si piatisce di tutti

i casi civili, di reditadi, di testamenti, e lasci di dote, di

compre e vendite, di tutti e’ casi, de’ quali apparisce strumento

pubblico, e hanno a conoscere, e terminare di ragione; poi dee

tenere molta famiglia, e cavalli, e ha di salario in sei mesi

fiorini dumilatrecento, e sta in un bellissimo palagio, e non può

essere Podestà, nè Capitano in Firenze alcuno, se non conte, o

marchese, o cavaliere, e che sia guelfo, e l’esecutore conviene,

che sia il contrario, e non de’ detti gradi, ma che sia uomo

popolare, e guelfo, e ’l Capitano, e ’l Podestà, e lo Esecutore

hanno tutti balìa sopra i condannati, e sbanditi, e contro a tutti

i micidj, e furti, e falsarj, e ogni cosa criminale. Il Capitano

si dice del Popolo, e il segno suo è per guardia della città, e

dello Stato, e reggimento d’essa, e ha balìa di fatto contro a chi

tentasse alcuna cosa contro a reggimento; lo Esecutore ha balìa di

fatto solamente contro a’ grandi uomini in difensione de’ popolani,

e minori, e questo fu trovato per antico tempo a riprimere la

superbia de’ maggiori, e farò senza più dire degli ufici drento

della città.

Ma gli uficj di fuori sono quegli, di che i cittadini avanzano, e

hanno salario, e premio, e sono i principali, e maggiori; in prima

Capitano di Pisa, Capitano d’Arezzo, Capitano di Pistoia, Capitano

di Volterra: questi sono Signori di quelle Terre, mentre che

durano sei mesi di tali ufici, e hanno balía per la guardia della

Terra di ragione, e di fatto sanza misura. Appresso Podestà di

Pisa, Podestà d’Arezzo, Podestà di Pistoia, Capitano di Cortona,

Capitano del Borgo a San Sepolcro, Podestà di Prato, Podestà di

Colle, Podestà di San Gimigniano, Podestà di Monte Pulciano, e

altri, che hanno a governare i casi civili, e criminali, e menare

suo’ giudici, e famigli assai, e sono molto onorati. Poi sono

Vicario di San Miniato, Vicario di Val di Nievole, e di Pescia,

Vicario di Firenzuola, Vicario di Poppi, e del Casentino, Vicario

d’Anghiari, tre Vicariati in quello di Pisa; Capitano dell’Alpe

di Pistoia, e Capitano di Romagna, e di Castrocaro, Vicario di

Poppi, e di tutto il Casentino, Podestà di Castiglione Aretino,

Podestà, ovvero Capitano di Maremma di Pisa. Poi sono tanto numero

di Podestà in tutte l’altre terre, che sarebbe troppo lungo dire,

a volerle sapere. A questi ufici sono eletti in Firenze buoni,

e discreti cittadini il più che si può, e vanno in detti luoghi

per acquistare chi onore, e chi avere, e chi l’una cosa, e chi

l’altra; e interviene spesso, che sono di quelli, a chi viene fatto

d’acquistare in tutto, o in parte di quel ch’è detto, e alcuna

volta il contrario, cioè vergogna, e danno, perocchè i fatti degli

uomini di Firenze non possono essere nascosi, e hanno troppi occhi

addosso, e chi fa bene, n’acquista il merito, e chi fa male tosto

è manifesto, ed è punito, e corretto, e gastigato per debito di

giustizia, e per esemplo degli altri; e quando detti uficiali

tornano in Firenze delle dette Terre, sono bene esaminate l’opere

fatte per loro, e a ciascuno è retribuito a Firenze secondo il

merito, e per la virtù di questa giustizia i buoni sono sempre

invitati, e confortati a ben fare, e i rei e malvagi, puniti e

spaventati, e il bene cresce, e il male si spegne, e seguitano

una concordia in Firenze di grandi, e minori, e mezzani onorati

ciascuno secondo suo grado, e secondo i loro meriti, che ne seguita

una melodia sì dolce, che la sente il Cielo, e muove i santi ad

amare questa città, e difenderla da chi volesse guastare tanto

tranquillo e pacifico stato.

Appresso vi sono, come dissi in principio, il gran numero di

buoni uomini e donne, che sempre con orazioni e limosine, e sante

operazioni impetrano da Dio misericordia contro a’ viziosi, che non

può essere, che non ve ne sieno, a tale che per amore de’ buoni

Nostro Signore Iddio ha guardata, e conservata quella città, e

accresciuta quanto altra città d’Italia. Amen.

DESCRIZIONE DELLE FESTE DI SAN GIOVANNI.

Quando ne viene il tempo della Primavera, che tutto il Mondo

rallegra, ogni Fiorentino comincia a pensare di fare bella Festa

di San Giovanni, che è poi a mezza la State, e di vestimenti, e di

adornamenti, e di gioie ciascuno si mette in ordine a buon’otta;

chiunque ha a fare conviti di nozze, o altra Festa s’indugia a quel

tempo per fare onore alla Festa mesi due innanzi, si comincia a

fare il Palio, e le veste de’ Servitori, e’ pennoni, e le trombe,

e i Palj del drappo, che le Terre accomandate, e del Comune danno

per censo, e ceri, e altre cose, che si debbono offerere e invitare

gente a procacciare cose per li conviti, e venire d’ogni parte

cavalli per correre il Palio, e tutta la Città si vede in faccenda

per lo apparecchiamento della Festa, e gli animi de’ giovani, e

delle donne, che stanno in tali apparecchiamenti; non resta però,

che i dì delle Feste, che sono innanzi, come è Santo Zanobi, e per

la Ascensione, e per lo Spirito Santo, e per la Santa Trinità, e

per la Festa del Corpo di Cristo, di fare tutte quelle cose, che

allegrezza dimostrino, e gli animi pieni di letizia, ed ancora

ballare, sonare, e cantare, conviti, e giostre, e altri giuochi

leggiadri, che pare, che niuna altra cosa s’abbia a fare in que’

tempi infino al dì della vigilia di San Giovanni.

Giunti al dì della vigilia di San Giovanni, la mattina di buon’ora

tutte le Arti fanno la mostra fuori alle pareti delle loro botteghe

di tutte le ricche cose, ornamenti, e gioie; quanti drappi d’oro

e di seta si mostrano, ch’adornerebbero dieci Reami! quante gioie

d’oro, e d’ariento, e capoletti, e tavole dipinte, e intagli

mirabili, e cose, si appartengono a fatti d’arme, sarebbe lungo a

contare per ordine.

Appresso per la Terra in sull’ora della terza si fa una solenne

pricissione di tutti i Cherici, Preti, Monaci, e Frati, che sono

grande numero di Regole, con tante Reliquie di Santi, che è una

cosa infinita, e di grandissima divozione, oltre alla maravigliosa

ricchezza di loro adornamenti, con ricchissimi paramenti addosso,

quanti n’abbia il Mondo, di veste d’oro, e di seta, e di figure

ricamate, e con molte Compagnie d’uomini secolari, che vanno

ciascuno innanzi alla regola, dove tale Compagnia si raguna,

con abito d’Angioli, e suoni e stromenti d’ogni ragione, e canti

maravigliosi, facendo bellissime rappresentazioni di que’ Santi, e

di quelle Reliquie, a cui onore la fanno. Partonsi da Santa Maria

del Fiore, e vanno per la Terra, e quivi ritornano.

Poi dopo mezzo giorno, e alquanto passato il caldo, circa all’ora

del Vespro tutti i Cittadini sono ragunati ciascuno sotto il suo

Gonfalone che sono sedici, e per ordine primo, e secondo, e così

succedendo vanno l’uno Gonfalone drieto all’altro, e in ciascuno

Gonfalone tutti i suoi Cittadini a due a due andando innanzi i

più degni, e i più antichi; e così seguendo infino a’ garzoni

riccamente vestiti, a offerere alla Chiesa di San Giovanni un

torchietto di cera di libbre una per uno, avendo i detti Gonfaloni

spesse volte, o la maggiore parte d’essi innanzi da sè uomini con

giuochi d’onesti sollazzi, e belle rappresentazioni. Le strade,

dove passano, sono tutte adorne alle mura e al sedere di capoletti,

spalliere, e pancali, i quali sono coperti di zendadi, e per tutto

è pieno di donne giovani, e fanciulle vestite di seta, e ornate

di gioie, e di pietre preziose, e di perle, e questa offerta basta

infino al coricare del sole, e fatto l’offerta, ciascuno cittadino,

e donna si tornano a casa a dare ordine per la mattina seguente.

La mattina di San Giovanni chi va a vedere la piazza de’ Signori,

gli pare vedere una cosa trionfale, e magnifica, e maravigliosa,

che appena che l’animo vi basti. Sono intorno alla gran piazza

cento torri, che paiono d’oro, portate quali con carrette, e quali

con portatori, che si chiamano ceri, fatti di legname, di carta, e

di cera con oro, e con colori, e con figure rilevate, voti drento,

e drento vi stanno uomini, che fanno volgere di continovo, e girare

intorno quelle figure. Quivi sono uomini a cavallo armeggiando, e

quali sono pedoni con lance, e quali con palvesi correndo, e quali

sono donzelle, che danzano a rigoletto. In su essi sono scolpiti

animali, e uccelli, e diverse ragioni d’alberi, pomi, e tutte cose,

che hanno a dilettare il vedere, e il cuore.

Appresso intorno alla ringhiera del Palagio vi ha cento pali, o

più nelle loro aste appiccati in anelli di ferro, e i primi sono

quelli delle maggiori città, che danno tributo al Comune, come

quello di Pisa, d’Arezo, di Pistoia, di Volterra, di Cortona e di

Lucignano, e di Castiglione Aretino, e di certi Signori di Poppi,

e di Piombino, che sono raccomandati del Comune, e sono di velluto

doppi, quale di vaio, quale di drappo di seta, gli altri tutti sono

di velluto, o d’altri drappi, o taffettà listrati di seta, che pare

una maravigliosa cosa a vedere.

La prima offerta, che si fa la mattina, sì sono i Capitani della

Parte guelfa con tutti i cavalieri, essendovi ancora Signori,

Ambasciadori, e Cavalieri forestieri, che vanno con loro con grande

numero de’ più onorevoli cittadini della Terra, e col Gonfalone del

segno della Parte guelfa innanzi portato da uno de’ loro donzelli

in su uno grosso palafreno vestito di sopravvesta di drappo, e il

cavallo covertato infino a terra di drappo bianco col segno della

Parte guelfa.

Poi seguono i detti pali portati a uno a uno da un uomo a cavallo,

quale uomo ha il cavallo covertato di seta, e quale no: come

sono per nome chiamati, e’ vannosi a offerere alla chiesa di San

Giovanni. E questi pali si danno per tributo delle Terre acquistate

dal Comune di Firenze, e di loro raccomandati da un certo tempo in

qua.

I ceri soprascritti, che paiono torri d’oro, sono i censi delle

Terre più antiche de’ Fiorentini, e così per ordine di degnità

vanno l’uno drieto all’altro a offerere a San Giovanni, e poi

l’altro dì sono appiccati intorno alla chiesa dentro, e stanno

tutto l’anno così infino all’altra Festa, e poi se ne spiccano i

vecchi, e de’ pali fassene paramenti, e palj da altari, e parte de’

detti palj si vendono allo ’ncanto.

Dopo questi si va a offerere una moltitudine maravigliosa, e

infinita di cerotti grandi, quale di libbre cento, quale cinquanta,

quale più, quale meno, per infino in libbre dieci di cera accesi,

portati in mano da’ contadini di quelle ville, che gli offerano.

Dipoi vanno, a offerere i Signori della Zecca con un magnifico

cero portato da un ricco carro adorno, e tirato da un paio di buoi

covertati col segno ed arme di detta Zecca, e sono accompagnati i

detti signori di Zecca da circa di quattrocento tutti venerabili

uomini matricolati, e sottoposti all’Arte di Calimala Francesca, e

de’ Cambiatori, ciascheduno con begli torchietti di cera in mano di

peso di libbre una per ciascuno.

Dipoi vanno a offerere i Signori Priori, e loro Collegi colli loro

Rettori in compagnia, cioè Podestà, Capitano, e Assecutore, con

tanto ornamento, e servidori, e con tanto stormo di trombe, e di

pifferi, che pare, che tutto il mondo ne risuoni.

E tornati, che’ Signori sono, vanno a offerere tutti i corsieri,

che sono venuti per correre il Palio, e dopo loro tutti i

Fiamminghi, e Bramanzoni, che sono a Firenze tessitori di panni

di lana, e dopo questi sono offerti dodici prigioni, i quali per

misericordia sono stati tratti di carcere per li opportuni consigli

a onore di San Giovanni, i quali sieno gente miserabili, e sienvi

per che cagione si voglia.

Fatte queste cose e offerte, uomini, e donne tornano a casa a

desinare, e come ho detto, per tutta la città si fa quel dì nozze,

e gran conviti con tanti pifferi, suoni, e canti, e balli, feste e

letizia, e ornamento, che pare, che quella Terra sia il Paradiso.

Dipoi dopo desinare passato il mezzo dì, e la gente s’è alquanto

riposata, come ciascuno s’è dilettato, tutte le donne, e fanciulle

ne vanno dove hanno a passare quelli corsieri, che corrono al

Palio, che passano per una via diritta per lo mezzo della città,

dove sono buon numero d’abitazioni, e belle case, ricche, e di

buoni cittadini, più che in niuna altra parte, e dall’uno capo

all’altro della città per quella diritta via piena di fiori sono

tutte le donne, e tutte le gioie, e ricchi adornamenti della città,

e con grande festa, e sempre vi sono molti signori, e cavalieri,

e gentiluomini forestieri, che ogni anno delle terre circostanti

vengono a vedere la bellezza, e magnificenza di tale festa, ed

evvi per detto corso tanta gente, che par cosa incredibile, di

forestieri, e cittadini, che chi non lo vedesse, non lo potrebbe

credere, nè immaginare.

Dipoi al suono de’ tre tocchi della campana grossa del Palagio de’

Signori, i corsieri apparecchiati alle mosse si muovono a correre,

ed in sulla torre si veggono per li segni delli ragazzi, che su

vi sono, quello è del tale, e quello è del tale, venuti da tutti i

confini d’Italia i più vantaggiati corsieri barbereschi del mondo,

e chi è il primo, che giugne al palio, lo guadagna, il quale è

portato in sur una carretta triunfale con quattro ruote adorna con

quattro lioni intagliati, che paiono vivi, uno in sur ogni canto

del carro, tirato da due cavalli covertati col segno del Comune

loro, e due garzoni, che gli cavalcano, e guidano; il quale è molto

grande, e ricco palio di velluto chermisi fine in due pali, e tra

l’uno e l’altro uno fregio d’oro fine largo un palmo foderato di

pance di vaio, e orlato d’ermellini infrangiato di seta, e d’oro

fine, che in tutto costa fiorini 300 o più, ma da un tempo in

qua s’è fatto d’alt’e basso broccato d’oro bellissimo, e spendesi

fiorini 600 o più.

Tutta la gran piazza di San Giovanni, e parte della via è coperta

di tende azzurre con gigli gialli, la chiesa è una cosa di

maravigliosa figura; ed altro tempo richiederà a parlare d’essa,

quando aremo a dire degli ornamenti di quella città. (_Questo

l’autore non fece mai._)

Nº VI.

(Vedi pag. 170.)

Vogliamo qui dare l’elenco delle Ambascerie e Commissioni affidate

a Rinaldo degli Albizzi, che si leggono per disteso nella più volte

citata pubblicazione del signor Guasti. A noi giovano come saggio della

politica operosità di quegli anni e del grande credito di cui godeva

Rinaldo in Firenze.

I.

1399, 23 _luglio_.

Mandato a Montalpruno per l’edificazione d’una bastia.

II.

1399, 13-16 _agosto_.

Mandato a incontrare Giovanni Orsino ambasciatore del re Ladislao.

III.

1399, 29 _novembre_.

Andando Capitano d’Assisi gli è commesso dalla Signoria di parlare

in Cortona con Uguccione dei Casali.

IV.

1402, 22 _giugno_ — 13 _luglio_.

Mandato in Rimini a Carlo Malatesti dal quale ottiene il passo di

quel Porto alle mercanzie dei Fiorentini.

V.

1404, 3-11 _marzo_.

Mentre è Potestà di Rimini, viene a Firenze mandato da Carlo

Malatesti per interessi dipendenti dalla condotta che egli teneva.

VI.

1404, 11 _marzo_.

Sotto nome di messer Maso suo padre, e all’insaputa dei Dieci di

Balìa, ha commissione dai Signori di trattare con Carlo Malatesti

per far pace tra il Comune di Firenze e il Duca di Milano.

VII.

1404, 26 _aprile_ — 11 _maggio_.

Torna a Firenze per commissione del Malatesti a proposito di questo

trattato.

VIII.

1404, 24 _maggio_ — 6 _giugno_.

Torna di nuovo pel trattato stesso.

IX.

1404, 11 _agosto_ — 4 _settembre_.

Mandato dal Malatesti per accordare la Repubblica di Firenze con

gli Ubertini e i Conti di Bagno.

X.

1405, 1-11 _gennaio_.

Essendo Potestà di Città di Castello è mandato da quel Comune a

visitare il cardinale Landolfo Maramaldo vescovo di Bari.

XI.

1405, 18 _gennaio_ — 2 _febbraio_.

Viene a Firenze per esporre certe doglianze del re Ladislao in

aggravio dei Fiorentini.

XII.

1405, 3-14 _febbraio_.

Sempre Potestà della Città di Castello va per commissioni private a

Perugia e a Todi.

XIII.

1405, 22 _febbraio_ — 29 _marzo_.

Dai Castellani è mandato allo stesso Cardinale, e poi da questo

a Napoli e quindi a Firenze per notificare alla Signoria ciò che

aveva fatto col Re.

XIV.

1405, 13-28 _settembre_.

Per commissione della Signoria è mandato a Città di Castello e in

altri luoghi per cagione della guerra che era tra’ Castellani e gli

Ubaldini della Carda.

XV.

1406, 6 _luglio_ — 15 _agosto_.

Nuova commissione ai suddetti per le stesse cagioni.

XVI.

1506, 24 _agosto_ — 9 _novembre_.

Mandato a Innocenzio VII in Roma e al re Ladislao in Napoli per

indurli a non dare aiuto a’ Pisani.

XVII.

1406, 26 _novembre_ — 23 _dicembre_.

Mandato a stipulare un accordo generale tra i Castellani co’ loro

amici e gli Ubaldini.

XVIII.

1407, 4-19 _gennaio_.

A Perugia per la stessa pace.

XIX.

1407, 20 _febbraio_ — 20 _marzo_.

A Perugia per le cose stesse.

XX.

1407, 17-28 _settembre_.

Al Monte di Santa Maria per mettere accordo tra que’ Marchesi.

XXI.

1408, 27 _giugno_ — 1 _luglio_.

A Lucca per accompagnare Gregorio XII verso Siena a fare accordo

con Paolo Guinigi.

XXII.

1408, 2-20 _luglio_.

Torna a Lucca per seguitare la detta commissione.

XXIII.

1408, 18-31 _ottobre_.

Essendo de’ Dieci al governo di Pisa è mandato per comporre certa

differenza tra il Capitano di Livorno e quello del Porto Pisano.

XXIV.

1409, 19-22 _gennaio_.

A Niccola castello di Lunigiana e a Sarzana per questione di

confini col Governatore di Genova.

XXV.

1409, 24 _aprile_ — 3 _maggio_.

Ambasciatore ai Cardinali radunati in Pisa per il Concilio.

XXVI.

1410, 21-22 _settembre_.

Essendo Potestà di Prato è mandato a Firenze da quel Comune per una

questione di gravezze.

XXVII.

1410, 10-17 _novembre_.

A Siena mandato dalla Signoria di Firenze per un trattato di pace

col re Ladislao.

XXVIII.

1410, 21-26 _dicembre_.

Di nuovo a Siena per la conchiusione di detta pace.

XXIX.

1412, 23 _maggio_ — 16 _giugno_.

Mandato dai Sei della Mercanzia a Ferrara e a Venezia per certe

gravezze imposte in questa città sui forestieri.

XXX.

1413, 1-11 _gennaio_.

Mandato di commissione privata a Rimini a cercare accordo tra

Giovanni XXIII e Gregorio XII.

XXXI.

1414, 6-18 _maggio_.

A Siena per incontrarsi con ambasciatori del re Ladislao.

XXXII.

1414, 8 _ottobre_ — 23 _dicembre_.

A Napoli per trattare accordo tra Giovanni XXIII e la regina

Giovanna II.

XXXIII.

1418, 29 _settembre_ — 7 _novembre_.

Fa parte della grande ambasceria mandata al nuovo Papa Martino V

che egli accompagna da Pavia a Milano fino a Mantova.

XXXIV.

1420, 9-12 settembre.

Mandato con altri ad accompagnare papa Martino da Firenze sino ai

confini di Siena.

XXXV.

1421, 25 _settembre_ — 1422, 2 _gennaio_.

In Roma a papa Martino e quindi in Napoli alla regina Giovanna e

poi ad Alfonso d’Aragona ch’era in campo contro a Luigi d’Angiò con

varie commissioni e della Signoria di Firenze e del Papa.

XXXVI.

1423, 19 _marzo_ — 13 _aprile_.

Al Legato di Bologna e quindi a Venezia dove insieme con gli

ambasciatori del Duca di Savoia tratta l’accordo tra l’Imperatore e

quella Signoria.

XXXVII.

1423, 22 _aprile_ — 6 _maggio_.

Di nuovo al Legato di Bologna per alcune mosse del Duca di Milano.

XXXVIII.

1423, 7-23 _maggio_.

Di nuovo a Bologna per trattare un accordo col Legato.

XXXIX.

1423, 7-17 _giugno_.

Di nuovo a Bologna per le stesse cose.

XL.

1423, 31 _agosto_ — 1 _dicembre_.

A Carlo re e Pandolfo Malatesti, il quale essendo Capitano dei

Fiorentini, l’Albizzi rimane presso lui commissario nella guerra

contro al Visconti.

XLI.

1424, 31 _gennaio_ — 26 _febbraio_.

A Ferrara per la riconciliazione tra il Comune di Firenze e il Duca

di Milano.

XLII.

1424, 2-22 _maggio_.

A Venezia per mantenere quella Signoria nella Lega contro al

Visconti.

XLIII.

1424, 30 _maggio_.

Stando a Pratovecchio ha commissione di ricercare gli andamenti di

un certo sbandito.

XLIV.

1424, 5 _giugno_.

Dallo stesso luogo per cose private.

XLV.

1424, 19 _giugno_ — 28 _novembre_.

Ambasciatore a Martino V perchè si dichiari contro al Duca di

Milano.

XLVI.

Commissione di trattare essendo in Roma per la pace col Duca.

XLVII.

1425, 11 _luglio_ — 1426, 20 _gennaio_.

Di nuovo a Roma per la detta guerra.

XLVIII.

1426, 1 _febbraio_ — 11 _giugno_.

All’Imperatore in Vienna e quindi nell’Ungheria allo Spano per

la pace tra detto Imperatore e la Repubblica di Venezia; poi a

Venezia, a Ferrara e a Bologna per la pace col Visconti.

XLIX.

1427, 28 _ottobre_ — 1428, 13 _gennaio_.

A Venezia di nuovo per conchiudere la detta pace.

L.

1429, 16-19 _giugno_.

Va incontro al Principe di Salerno nipote di Martino V.

LI, LII, LIII.

1429.

Qui è laguna nel manoscritto, supplito ampiamente nella edizione;

Rinaldo, prima Vicario in Valdarno è uno dei Conservatori di Legge,

va poi Commissario contro ai Volterrani ribellati.

LIV.

1429, 15 _dicembre_ — 1430, 21 _marzo_.

Uno dei Commissari nella guerra contro Lucca (a questa Commissione

va unito gran numero di sue lettere private).

LV.

1431, 2-3 _giugno_.

È mandato dai Dieci a dare il bastone di Capitano generale a

Micheletto degli Attendoli.

LVI.

1433, 8-21 _febbraio_.

In Siena all’imperatore Sigismondo.

Seguono in fine al III volume delle Commissioni quattordici Appendici

concernenti tra molte altre cose una disputa di filosofia religiosa che

Rinaldo sostenne da giovane, il grado e l’uffizio di Senatore di Roma

che egli tenne i primi sei mesi del 1432, la portata dei suoi averi, i

testi delle sentenze pronunziate contro Rinaldo degli Albizzi, il tempo

della sua morte e cose risguardanti la sua famiglia ec.

Nº VII.

(Vedi pag. 250.)

TRE LETTERE DELLA SIGNORIA DI FIRENZE A NERI CAPPONI, ORATORE A SIENA,

PER IL CASO DI BROLIO. OTTOBRE 1434.

(Dal Registro originale ad an. nel R. Archivio di Stato.)

_Nerio Gini._

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 42 / 51 段