Noi non v’abbiamo scripto perchè abbiamo lasciata la graveza di ciò

a’ Dieci della Balía. Hora abbiendo sentito degli inconvenienti

che sono costà, ci è necessità lo scrivervi. E questo è, che noi

abbiamo udito che in Pisa è rimasa poca gente della nostra da

cavallo e da piede e singularmente da cavallo, la quale voi avete

mandata a pigliare le castella. Oltre a ciò sentiamo che in Pisa

è tornata molta gente di cittadini, di quelli che non v’erano

quando voi v’entrasti, e che molti contadini vi sono venuti e

tutto dì vi vengono, e che v’è entrato e entra molta vituaglia.

Di che, considerati i pericoli che potrebbono seguitare, vogliamo

e comandianvi che la gente d’arme, la quale voi, poi che entrasti

in Pisa, mandasti fuori a pigliare le castella, che sanza indugio

la facciate tornare dentro in Pisa. E le roche e’ casseri delle

castella fornite di fanti a sofficientia; e delle castella non

ci pare per ora da dubitarne, tegnendo bene la città. E quando

questa gente d’arme è dentro, che voi siate forti, fate di mandarne

fuori di Pisa chi v’è dentro tornato poi che voi v’entrasti. E

oltre a ciò de’ cittadini che vi sono da più, mandatecene qua una

brigata quelli che paiono a voi che sete in sul fatto. E dopo a

questo mandate uno bando che ciascuno Pisano o habitante in Pisa,

a pena dell’avere e della persona, debbia, infra quelle parecchi

hore che voi porrete di termine, avere portata ogni arme da

offendere e da difendere in quello luogo che vi pare, mettendolo

nel bando nominatamente, e quella arme mettete in luogo salvo; e

poi fate cercare a ciascuno le case, et torne quanta n’avessono, e

punire rigidamente chi non avesse apresentata l’arme, passato il

termine del bando. E provedete che victuaglia non v’entri se non

dì per dì, che sentiamo molta ve ne abonda. Et date modo che de’

contadini non v’entrino in quantità o in modo che pericolo alcuno

ne potesse seguire. E queste cose fate solicitamente e con buono

modo, che tutto lasciamo sopra le vostre spalle, tanto che di qua

si provegga. E fate bene e diligentemente guardare e alle porte

e in ogni altro luogo ove bisogna, sì che della città di Pisa

vi rendiate bene sicuri. Ancora abbiamo sentito, che de’ nostri

soldati insieme con alcuni Pisani e sanza, ànno tolte delle cose

e traportate d’una casa in altra, et etiandio tolte per loro; la

qual cosa ci dispiace infino a l’anima. E pertanto fate riducere

queste cose ne’ primi luoghi dove s’erano, e provedete per modo

che i soldati non faccino ruberie o villanie a persona. E chi il

contrario facesse, fate punire per modo che sia exemplo a ciascuno

di non errare. Data Florentie, die XIII octobris MCCCCVI, a hore

XXIII ½.

Duplicata die XVI octobris MCCCCVI, hora XVII.

Abbiamo sentito che certe lecta, panni e altre cose e arnesi di

Piero Gaietani e di monna Giovanna sua sirocchia e della Maria et

Iva sue nipoti, le quali cose erano nel monasterio di santo Mazeo

in Pisa, poi che ’l nostro Comune prese la città predetta, certi

de’ Gambacorti le tolsono e transportarono dove piacque loro. Il

perchè voliamo che, se voi trovate che le dette cose sieno state

tolte, da poi che voi entrasti nella città di Pisa, che voi le

facciate tutte sequestrare, a petitione del detto Piero e tenerle

salvamente. Data Florentie ut supra, die XVI octobris, hora XVII.

_Gino de Caponibus Capitaneo Pisarum._

Noi t’abbiamo scripte più lettere, del mandar qua de’ cittadini

Pisani che fussino huomini di capo e d’avere seguito, e apti a

scandalo novità: e ultimamente mandasti una scripta di centotrè o

circa, de’ quali ne sono venuti pochi più che i mezi, come per gli

Dieci della Balìa è stato scripto costà, e mandati i nomi di chi

mancha. E veggiamo che tu curi pocho del nostro scrivere e poco

conto ne fai, chè non ci ài voluti mandare quegli huomini che sono

la sicurtà del nostro Comune a cavargli di Pisa e fargli venire

qua; anzi ài fatto a tuo modo, o per preghiere o per amicitia o per

che cagione si sia. Et àci mandato uno campanaio, che tu medesimo

scrivi che egli si stava in quello di Lucha a fare campane. E

pertanto noi ti comandiamo, sotto pena della nostra gratia, che

veduta questa lettera, tu ci mandi quelli che mancano del numero

de’ predetti. Et oltre a ciò, ci manda quelli cinquanta, i quali ti

debbono avere dati scripti i dieci Proveditori di Pisa. E ancora

ci manda circa XXV altri Pisani, i nomi de’ quali ti mandiamo

in questa lettera interchiusi. Et oltre a questi, se in Pisa à

altri huomini che habbino seguito e sieno capi da fare ragunate

o novità, mandacegli qua, e sieno quanti si vogliono. E a tutti

fa’ comandamento che in brevissimo termine sieno innanzi a noi, a

pena dell’avere e della persona. E se tu non vorrai obedire, come

ài fatto infino a qui, noi terremo di modi che ti dispiaceranno,

e manderemo costà persone che ci ubidiranno. E d’una cosa ti

certifichiamo, che i nostri cittadini non sono disposti a volere

tenere tanto exercito in Pisa, da cavallo e da piede, quanto forse

tu ti dài a intendere; anzi vogliamo limitare la spesa e trarre

di cittadini di Pisa tanti, e fargli stare qua che noi ne possiamo

vivere securi. Sì che, apriti bene gli hurecchi, e fa’ quello che

ti scriviamo, altrimente non te ne loderai. E rispondici a quello

che ti scriviamo e con lettere e con fatti. Dat. Florentie, die

XXIII novembris MCCCCVI hora XXIII.

_Gino de Capponibus Capitaneo Pisarum._

Dilettissimo nostro. Colle presenti ti mandiamo una scritta

suggellata, nella quale sono scripti cierti Pisani in numero CVIII,

e quali pe’ nostri precessori, e pe’ Collegi e altri uffici che

anno balìa de’ fatti di Pisa, è stato solennemente diliberato che

debbino star qua a Firenze a’ confini; tra quali, come per essa

scripta comprenderai, certi sono che oltre all’avere eglino a stare

qua a’ confini, ci ànno ancora a conducere tutta la loro famiglia.

E per volere noi dare executione alla sopra detta deliberatione, e

acciò che detti Pisani non caggino nella infrascripta grave pena;

vogliamo e comandianti, che prestamente tu comandi a ciaschuno

Pisano, e quali nella detta scritta nominatamente si contengono,

che per tutto el presente mese di marzo, debbono essere qua, e

quelli ch’ànno a menare le famiglie secondo la forma della detta

scritta, fra ’l detto termine ce la debbono avere condotta.

Notificando a ciaschuno de’ detti Pisani, come pur quelli della

Balìa di Pisa è stato deliberato, che qualunche non si rapresenterà

come di sopra si dice, per tutto el presente mese, e chi ci à a

conducere le famiglie e non ce l’avesse condotte al detto termine,

s’intendono essere e sono condannati nell’avere e nella persona,

e così contra loro e ne’ loro beni si procederebbe. E se alcuno

di quegli che nella detta scritta si contengono fussi absente

e in luogo non troppo longincho, come nel contado di Pisa o a

Luccha o a Siena o a Bolognia o a Gienova o ne’ contadi d’alcuno

de’ detti luoghi; vogliamo che, preso ch’arai la informatione

dove sieno, che prima questo facci alle loro chase significare o

a’ loro più proximi coniuncti, e poi pe’ messi della corte o per

altri e quali sopra ciò diputassi, personalmente e per iscriptura

faccia loro el comandamento che sotto la detta pena qua debbano

essere al termine predetto. E se avessi informatione che alcuno

della detta scripta fussi qui a Firenze, non obstante questo,

vogliamo che alle case loro e a quegli che sono loro più coniuncti

facci fare simile comandamento. E se alcuno de’ Priori che sono

al presente in ufficio si contenesse nella detta scripta, a loro

notifica che, fra otto dì dal dì ch’aranno diposto l’ufficio, si

debbano qua rapresentare sotto la detta pena dell’avere e della

persona. Tu vedi che questa è materia che à bisognio di diligentia,

e che tosto vi sia data executione, considerato la pena grave

nella quale eglino incorrono non ubidiendo. Oltra ciò fa’ che di

tutte le notificationi e richieste le quali a’ predetti farai,

e de’ raporti d’esse notificationi e richieste, ne facci fare

negli atti della tua corte autentica scriptura; la copia della

quale poi ci manderai, però che non vogliamo ch’alcuno si possa

schusare non ubidendo, con pretendere ignorantia e non gli essere

stato notificato. Avisandoli, che quando qua vengono, s’ànno a

rapresentare dinanzi al nostro Podestà di Firenze.

Quello si dice de’ Priori di Pisa, che notifichi loro come fra gli

otto dì dal dì che diporranno l’ufficio; non vogliamo che faccia

questa notificatione o che in alcuno modo ne parli, se non quando

diporranno l’ufficio: prima non ci pare honesto.[577]

_Gino de Capponibus._

Noi non ti potremo, Gino, scrivere in quanta displicentia e

turbatione ci sia stato il caso, il quale abbiamo sentito costà

ne’ dì passati essere corso, cioè di quella fanciulla la quale pare

che di casa di Nicholaio Aragonesi fussi tolta per certi soldati,

non sappia’ però chi si sia stato. Oltracciò abbiamo sentito, che

per te assai è stata martoriata e con aqua e con colla la detta

fanciulla, vogliendo tu ritrovare chi fussi stato quello o quegli

che avessi commesso cosa tanto abominevole vituperosa e trista.

E più pare, secondo che abbiamo informatione da persona degna di

fede, che oltre al villano caso, che avvenne l’altrieri di quella

fanciulla de’ Lanfranchi che fu guasta, essere state poste schale

per intrare a honeste donne e bennate. Questi casi quanto e’

sieno abominabili, di quanta infamia alla nostra città e quanto

pericolosi, non che tu, Gino, ma qualunque rozzo facilemente il

può giudicare. E sai che nel mondo niuna displicentia e iniuria

si può fare a chi è huomo, nè adducerlo in maggiore displicentia

che vedersi sforzare le donne loro, e l’onestà d’esse (chè sai

quanto è cara cosa) contaminare e vituperare. Quanti stati e

reggimenti per questo siano stati soversi, quanti morti e guerre

di ciò sieno seguite ne’ tempi passati e ne’ moderni, a te può

essere noto, conciosiacosa che, da poi che ’l mondo principiò,

rare sobversioni di reggimenti siano stati, che da simile materia

non abbino avuto principio. Ma pure, pognendo che in questo niuno

pericolo fossi, la cosa in sè è tanto villana e tanto trista e di

tanta infamia sono a chi à el governo, che in nessuno modo sono da

patire sanza grave punitione. E veggiamo chiaramente, Gino, che

ogni dì averranno simili inconvenienti e quali un dì potrebbono

generare grande schandalo, se in questo principio non ci si piglia

tale forma, che nessuno ardisca a comettere cose sì scellerate. E

però vogliamo e a te strettissimamente comandiamo, che in questo

fatto tu proceda in forma e modo che per tutti si cognoscha e vega,

in quanto dispiacere e odio siano a noi queste abominabili cose,

e sia tale esempro e terrore a qualunche che nessuno ardischa più

di commettere cose tanto scellerate. E se intorno acciò, perchè

quanto ti scriviamo abbia luogo, bisognasse che per la nostra

Signoria si facessi alcuno provedimento, prestamente per messo

proprio ce ne rendi avisati. La fanciulla la quale sentiamo che

anchora ài in prigione vogliamo ti sia raccomandata; però che sai,

le fanciulle essere semplice e non cognoscere gli uomini co’ quali

non praticano: et ecci stato amiratione, che lei abbi posto alla

tortura, benchè pensiamo non l’abbi fatto sanza grande cagione.

Data Florentie, die XX mensis iunii MCCCC septimo, Ind. XV.

Nº V.

(Vedi pag. 146.)

ORDINE DEGLI UFFICI DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.

L’ordine della città è diviso principalmente in quattro parti, o

chiamansi Quartieri, e ’l primo è il Quartiere di Santo Spirito,

e ’l secondo, quello di Santa Croce, e ’l terzo quello di Santa

Maria Novella, e ’l quarto quello di San Giovanni. Ciascuno

Quartiere è diviso per quattro Gonfaloni, che sono in tutto sedici,

e ogni Gonfalone ha suo segno, non bisogna nominargli. Appresso

v’è l’ordine delle Arti, che sono partite in ventuna, i nomi

delle quali è buono a sapere per molte cose, che hanno a seguire,

a meglio intenderle. La prima è l’Arte de’ Giudici, e Notai, e

questa ha un Proconsolo sopra’ suoi Consoli, e reggesi con grande

autorità, e puossi dire essere il ceppo della ragione di tutta

la Notarìa, che si esercita per tutta la Cristianità, e indi sono

stati i gran Maestri, e autori, e componitori d’essa. La fonte de’

dottori delle leggi è Bologna, e la fonte de’ dottori della Notarìa

è Firenze.

Appresso è l’Arte de’ Mercatanti, che trafficano in grosso fuori

di Firenze, che niun’altra città ne potrebbe de’ suoi tanti

annoverare, quanti sono il numero di quegli.

La terza è l’Arte de’ Cambiatori, che si può dire, che l’Arte

del cambiare per tutto il mondo sia quasi tutta nelle mani de’

Fiorentini, perchè per tutte le buone città di mercatanzìe tengono

fattori a fare cambi.

La quarta è l’Arte della Lana, e più panni, e più fini fanno

fare in Firenze, che in alcuno altro luogo, e i suoi Maestri sono

grandi, e buoni onorati cittadini, e sanno fare.

La quinta è l’Arte della Seta, e li drappi d’oro, e di seta, e

degli orafi, delle quali Arti si lavora nobilmente, e massime dei

drappi.

La sesta è l’Arte degli Speziali, e de’ Medici, e Merciai, ed è

grande Arte in numero di persone.

La settima è quella de’ Vaiai, e Pellicciai, e infino a qui si

chiamano le sette Arti maggiori.

Poi sono le quattordici, che si chiamano Arti minori, ciascuna è

distinta, e ordinata, secondo sua faccenda, Linaiuoli, e Rigattieri

insieme, Calzolai, Fabbri, Pizzicagnoli, Macellari, che si chiamano

Beccai, Vinattieri, Albergatori, Coreggiai, Quoiai, Corazzai,

Chiavaiuoli, Maestri di murare, Maestri di legname, e Fornai.

I Signori si chiamano Priori dell’Arti, e Gonfaloniere di Giustizia

del Popolo e Comune di Firenze, e sono otto Priori, cioè due di

ciascuno Quartiere, e un Gonfaloniere di Giustizia, che ogni volta

muta Quartiere per ordine, sicchè ogni Quartiere ha la sua volta

il Gonfaloniere di Giustizia, e tutti sono scelti uomini, e più

vantaggiati, e provati, e quegli quasi ha essere il capo di tutti

i Priori, e ha andare innanzi, e non può essere alcun Gonfaloniere

di questi, che non abbia compiuto il tempo di quarantacinque anni,

e la mattina, che entra in uficio, gli è dato in mano il Gonfalone

della Giustizia, che è la croce vermiglia nel campo bianco in un

gran Gonfalone di drappo, il quale tiene in camera sua, e quando

bisognasse aoperarlo, e salisse con esso a cavallo, tutto il popolo

lo debba seguire, e andargli dreto, e ubbidirlo.

E’ Priori sono otto, de’ quali sei hanno a essere dell’Arti

maggiori, e duo delle quattordici Arti minori, e di questo uficio

non possono essere insieme due consorti, nè parenti per linea

masculina, nè da indi a un anno; e chi è di detto ufficio, non può

essere altra volta, se non passati tre anni dal dì finisce tale

uficio.

E ’l primo uficio comincia in Calen di gennaio, e dura due mesi,

e così poi l’altro in Calen di marzo, e seguita per tutto l’anno,

sicchè in un anno si mutano sei volte; e la mattina quando entrano

in uficio, si fa festa per tutta la città colle botteghe serrate,

e tutto il popolo va alla piazza per fare compagnia a quegli, che

escono dell’uficio passato, e tornano a casa, ciascuno co’ suoi più

prossimi vicini, o amici, o parenti, e quegli, che hanno fornito

l’uficio de’ due mesi, lasciano l’uficio a’ nuovi, che entrano, e

hannogli prima due dì informati di tutte le cose, che hanno tra le

mani.

Questi due mesi stanno sempre in Palagio fermi, e in Palagio

mangiano, e dormono, e ogni dì stanno a collegio a sedere a udire,

e diterminare il bisogno del Comune, e hanno tra loro per ordine

uno di loro sempre Proposto, e tocca a ciascuno la sua volta per

sorta, e dura tre dì, e tutti gli altri hanno in que’ tre dì a

seguire il Proposto, e va innanzi allato al Gonfaloniere, e quello,

che è Proposto, è signore di proporre, e mettere a partito fra loro

ciò, che a lui pare, e sanza lui que’ tre dì non si può fare alcuna

cosa.

Le loro deliberazioni si fanno segrete con fave nere e bianche, e

hanno un frate segretario, che riceve in uno bossolo le dette fave;

ciascuno glie ne dà in mano una segretamente, e coperta, e il frate

la riceve, e mette nel bossolo. Le nere dicono sì, e le bianche

dicono no, a volere essere vinto, e deliberato, e’ si conviene che

sieno le due parti nere.

Ciascuno ha la sua camera nel Palagio fatta per ordine, e per

Quartiere, e quella del Gonfaloniere è in capo di tutte, e ciascuno

ha al suo servigio un donzello, che lo governa in camera di ciò

fa bisogno, e simile lo serve alla mensa di tagliare, e di ciò fa

bisogno, e sono nove donzelli orrevoli, e costumati, e stanno fermi

in Palagio, e così ciascuno ha due serventi da mandare in qua, e

’n là, dove fusse bisogno, e al servigio di tutto l’uficio sono

cento famigli, che per ordine vanno vestiti di verde, e portano

certi segni di Comune, i quali hanno a fare compagnia innanzi, e

dietro a’ detti Signori, quando vanno fuori, e hanno a andare per

gli cittadini quando i Signori gli vogliono, e questi cento famigli

hanno un Capitano forestiero, che si chiama Capitano de’ fanti, il

quale è sopra tutti, e hagli a tenere in ordine, e correggere, ed è

molto onorato.

E sono di tanta preminenza questi famigli de’ Signori, che quando

un di loro fusse dato per compagnia a uno, che avesse bando della

persona, o debito, non è alcuno rettore, nè uficiale, nè cittadino,

che per la vita sua dicesse, o facesse nulla contro a quel tale, e

’l detto famiglio si concede per partito, e diliberazione de’ detti

Signori.

Alla mensa de’ Signori non siede alcun altro, che loro e ’l loro

notaio, e’ Signori forestieri, o Ambasciadori di Signori, o di

Comuni quando, gli volessono fare onore, o alcuna volta per festa i

rettori, e certi uficiali cittadini.

E la mensa de’ detti Signori, si dice, che è sì bene apparecchiata,

e riccamente ornata, e pulitamente servita, quanto mensa

d’alcun’altra Signoria, e per ordine; e come sono diputati ogni

mese alla loro mensa fiorini trecento d’oro, tengono pifferi,

e sonatori, e buffoni, e giocolari, e tutte cose da sollazzo, e

da magnificenza, ma poco tempo vi mettono, che di presente sono

chiamati dal Proposto, e posti a sedere per attendere a’ bisogni

del Comune, che sempre abbonda loro faccenda, e mai non vi manca

che fare.

Hanno appresso di loro un Notaio, che sta due mesi in Palagio come

loro, e alla loro mensa, il quale non ha a fare altro, se non a

scrivere le loro deliberazioni.

Hanno un altro Notaio fermo in perpetuo, aiuta quando fa bisogno,

e ’l quale tiene i libri delle leggi, e ordini del Comune, e ha a

scrivere, e a tenere conto di tutte le informagioni che si fanno

per li Signori, e Collegi con loro Consigli.

Hanno uno Cancelliere, che sempre ne sta fermo in Palagio; i quali

hanno a scrivere tutte le lettere, e pistole, che si mandano a’

principi del mondo, e a qualunque signoria, e privata persona per

parte del Comune, i quali sono sempre poeti, e di grande scienza.

Tutti costoro hanno bisogno di tenere sotto loro molti, che

scrivano, e facciano quelle cose, che sono ordinate loro.

L’uficio, e balìa, e autorità, e potenza de’ detti Signori è grande

senza misura; ciò che vogliono, possono, mentre che dura il loro

uficio, ma non aoperano questa potenzia, se non in certi casi

necessari, e stremi, e di rado; anzi seguitano secondo gli ordini

fatti per lo Comune, e non possono essere dopo l’uficio compiuto

sindacati, nè corretti d’alcuna cosa, che fatta avessono, se non

per baratterìa, o simonìa, e questo ha a conoscere uno uficiale, e

rettore forestiere, che si chiama Esecutore degli ordini, e quando

non ci è, succede in suo luogo, il Podestà di Firenze.

Poi è l’uficio de’ sedici Gonfalonieri delle compagnie e comincia

adì otto di gennaio, e dura per quattro mesi, sicchè in un anno si

mutano tre ufici; questi hanno sempre a ogni richiesta de’ Signori,

che è quasi ogni dì essere a’ loro piedi a consigliare come fanno

i cardinali, e ’l Papa, e la mattina, che entrano, si fa festa

a botteghe serrate, e stanno i Signori in sulla ringhiera fuori

del Palagio, e simile i rettori con loro, e uno de’ detti rettori

monta in un’altra ringhiera, o vogliamo dire pergamo, e fa una

bella orazione a onore di quella signoria, e de’ Gonfalonieri, e a

ciascuno è dato il suo Gonfalone in mano, e con trombe, e pifferi

innanzi se ne vanno a casa loro accompagnati, e onorati da tutto

il popolo, e tutti gli uomini del Gonfalone vanno in compagnia col

suo, e dreto al suo Gonfaloniere, e ciascuno Gonfalone ha sotto se

tre pennoni di quel segno medesimo, che si danno dove i Gonfaloni;

costoro non hanno a fare altro, se non a’ bisogni essere con quel

segno a seguire il suo Gonfalone.

Poi v’è uno uficio, che si chiama Dodici buoni uomini, che sono

tre di ciascun Quartieri, e dura tre mesi; cominciano per il primo

uficio adì 15 di marzo, e durano mentre che ’l dì cresce, e a

mezzo giugno, che comincia il dì a scemare, entrano gli altri, e

durano infino che ’l dì è uguale alla notte; poi gli altri infino

al minorare, dipoi gli altri infino a’ dì iguali di mezo marzo, e

questo è con certo misterio, e hanno a stare ciascuno dì, quando i

Signori mandano per loro, a’ loro piedi a consigliare, e per ordine

di Comune sono molte cose di grande importanza, che non si possono

fare per gli Signori sanza i Dodici.

Questi due ufici, Gonfalonieri, e Dodici si dicono Collegi, e sono

molto onorati appresso de’ Signori.

Poi è il Consiglio del Popolo, che sono dieci per Gonfalone, e

tutti i Consoli dell’Arti insieme co’ Signori, e Collegi, e certi

altri ufici, che sono in tutto circa dugento cinquanta, per lo qual

consiglio s’hanno a conservare le leggi, e statuti, e ordini di

Comune già fatti per li Signori, e Collegi, e se non si vincesse

per le due parti del detto consiglio insieme col loro colle fave

nere, e bianche in segreto, non vale niente, e non può andare

innanzi.

E quello, che sarà confermato per lo detto consiglio, bisogna,

che vada poi un’altra volta a partito in un altro consiglio, che

si chiama consiglio del Comune, dove sono circa dugento insieme

co’ Signori, e Collegi, e non essendo confermato, e vinto per le

due parti, simile in questo secondo consiglio non vale, ma le cose

giuste, e utili, e oneste si vincono, e intendesi essere legge di

Comune.

L’uficio de’ Dieci di balìa, che sono eletti a boce, ovvero colle

fave sanza farne borsa, sono uomini valenti, e scelti, e pratichi,

e non si fanno, se non a tempo di guerra, e costoro hanno allora

di fuori della città, e ne’ fatti della guerra tutta la balía, e

potenza de’ Signori, e di tutto il Comune.

L’uficio degli Otto della guardia hanno a stare desti, e attenti

contro di chi cercasse di fare, o facesse alcune cose contro al

reggimento, e contro alla città, o castelli, o terre del Comune,

e non hanno balía di punire, ma di mettere il colpevole nelle mani

del Rettore, che ne faccia giustizia.

L’uficio de’ Regolatori sono sei, e hanno a provvedere sempre tutte

le rendite, e entrate del Comune, che elleno si mantengano buone, e

non sieno maculate, e ’n tutte le spese, che si fanno, provvedere

che ’l Comune non sia ingannato, e fare rivedere le ragioni de’

Camarlinghi, e fare riscuotere da chi deve dare.

Sono altri uficiali, che si dicono Governatori delle Gabelle delle

Porti; oggi si chiamano Maestri di Dogana, e del sale, vino, e

contratti, che hanno assai faccende a provvedere, che ’l Comune non

sia ingannato.

L’uficio de’ Capitani di Parte guelfa è grande, e d’onoranza più

per memoria dell’antica virtù, e operazioni operate sotto quel

segno, che per cose, che al dì d’oggi abbiano a fare. Hanno a

ricevere molte rendite, e spenderle in onore della Parte guelfa.

L’uficio dei Dieci della Libertà è di grande importanza, e dassi

a uomini di molta scienza, e pratichi, e hanno a udire le querele

di molti, che sono molestati civilmente alla ragione per vigore

di strumenti, e carte, e dicono, o non essere stato vero, o avere

pagato, o non doversi giudicare per quella via, o essersi obbrigati

per inganni, o fraude, e sì costoro hanno a conoscere se la cosa

il merita, e strignerli a fare compromesso, e che si vegga per

via d’equità, e di discrezione, e molto giova questo uficio allo

aiuto di persone povere, che non hanno da spendere in piatire, e in

procuratori, e avvocati.

Uficiali d’Abbondanza si fanno solo in tempo di carestia, acciocchè

la Terra stia abbondevole di grano per la povera gente, e allora

usano bellissimi modi a fare contro alla carestia.

Uficiali di Grascia hanno a provvedere sopra le mulina, e mugnai,

che rendano a’ cittadini buona ragione, e tengono ragione di molte

cose contro a coloro, che non sono sottoposti ad alcuna Arte.

Sono appresso uficiali di pupilli, e vedove, eletti a boce, buoni,

e onesti uomini, che temano Iddio, e amino misericordia, e fanno

tenere conto, e ragione di tutti e’ pupilli, che sono lasciati

sotto loro governo per insino che sieno in età perfetta.

Uficiali di Castella hanno a provvedere sempre, che le castella, e

rocche, e fortezze del Comune sieno salde, e fare racconciare dove

bisognasse, e sieno bene fornite d’opera, e da vivere, e sieno bene

guardate, e che v’è mandato tenga la famiglia, che dee tenere.

Uficiali della Torre, hanno a mantenere, e migliorare ponti, e mura

della città, e contado, fare racconciare i lastrichi delle vie,

quando sono guasti, e provvedere a tetti, e sporti, e ruine.

Uficiali di Condotta sono sopra soldare, e fare rassegnare gente

d’arme.

Molti altri ufici di Comune, che sarebbe lungo a dire, e ciascuno

ha sua casa, dove si raunano, e scrivani, e camarlinghi.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 41 / 51 段