di qualche disegno del Conte Girolamo contro allo Stato dei Malatesti,
mossero genti ad impedire ogni invasione da quella banda. Cercavano
intanto di recare al Papa offesa più viva col promuovere quanto era in
essi, o almeno col fare che a lui suonasse all’intorno quella proposta
di Concilio, che Luigi XI avea messa innanzi, come si è detto, che
ora l’imperatore Federigo III per le vertenze germaniche accennava di
ripigliare, ed alla quale i Re di Spagna e d’Ungheria si confidava che
inclinerebbero, a tutti essendo venuta in odio la turbolenza di Sisto
IV, e quel continuo guerreggiare per fini privati. Il re Ferrando avea
già eletto gli Ambasciatori suoi al Concilio; e proponeva che oltre a
quelli di ciascun Principe collegato, un altro dovesse rappresentare in
comune tutta la Lega.[531]
Doveva il Concilio adunarsi in Basilea, volendo che fosse continuazione
dell’antico da più anni interrotto; e se ivi non potesse, faceano
pensiero di tenerlo in Pisa. Un vescovo _Crainense_[532] aveva la
residenza in Lubiana; uomo tedesco, e favorito dall’Imperatore, si dava
gran moto per quella convocazione. Ma in siffatte opere gli esperti
e savi uomini sempre temono che il fine oltrepassi il segno cercato:
così del Concilio alcun poco si discorse, ma nulla si fece; e un Baccio
Ugolini mandato oratore in quella città, scriveva private lettere
a Lorenzo, nelle quali mostra fino dal principio di non averne fede
alcuna, trattando la cosa giocosamente con motti arguti, i quali sapeva
andare a genio di Lorenzo.[533]
Ignoro se fosse il timore del Concilio che muovesse il Papa e il
Nipote, o l’essersi accorti che dare mano ai Veneziani di qua dal Po
era un fargli padroni di tutta Romagna; ma certo è che Sisto, per
mezzo di Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula
tornato di fresco da una Legazione in Francia, mandò in Napoli a
trattare la pace e l’unione con gli altri della Lega per la salvazione
di Ferrara. Non ci credevano da principio, e quando si seppe che era
stata sottoscritta dagli Oratori a’ 12 dicembre in Camera del Papa,
i Fiorentini poco ne furono soddisfatti,[534] perchè rimanevano a
discrezione di lui quei Signori di Romagna, dei quali con grande studio
la Repubblica soleva farsi come una cintura contro alle offese che
scendessero in Lombardia e contro agli stessi Stati della Chiesa che
la fasciavano da ogni parte. Ma ciò nonostante fu allora un gran bene
quella accessione del Papa; il quale dipoi, impetuoso come al solito,
scomunicava i Veneziani perchè non cessavano con lui dalla guerra
che insieme avevano cominciata. Ferrara ne usciva a grande stento;
e perchè il verno era già grande, si fece in Cremona una dieta nella
quale intervennero Lodovico Sforza e il Duca di Calabria ed il Legato
del Papa ed il Marchese di Mantova e Giovanni Bentivogli, fra tutti
destando ammirazione grandissima Lorenzo de’ Medici per forza di mente
e splendore d’eloquenza. Deliberarono entrare oltre Po nei confini
dei Veneziani, i quali aveano fatto passare l’Adda a Roberto da San
Severino loro capitano, con la speranza di fare nascere in Milano
qualche mutazione contro a Lodovico. Fu dato il comando di quella
guerra al Duca di Calabria; e questi, sebbene non facesse impresa
notevole, tenea tutta la campagna sin presso al Mincio, intantochè
lo Sforza aveva schiacciato i Rossi di Parma; e i Veneziani, di forze
inferiori, attendevano a guardarsi, col solo vantaggio d’avere occupato
per la via del mare Gallipoli in Puglia. La guerra però andava lenta
dalle due parti tutto quell’anno e la primavera del susseguente, per la
mala intelligenza tra’ confederati, e massimamente perchè a Lodovico
il quale teneva sotto nome di Governatore lo Stato in Milano, dava
gran sospetto quel campeggiare in Lombardia d’Alfonso duca di Calabria,
naturale protettore di quell’infelice Giovanni Galeazzo cui aveva data
la figlia in isposa, e che Lodovico già intendeva dispogliare con arti
pessime dello Stato. I Veneziani per tentativo fatto essendosi accorti
come egli avesse buone radici in Milano, non furono schivi di trattare
seco lui: e quello stesso Roberto da San Severino, che aveva prima
servito e poi tradito lo Sforza, fermava seco ora la pace in Bagnuolo
ai 7 d’agosto 1484. Per questa ritenne il Senato di Venezia tutto il
Polesine di Rovigo, con molto grave scontentezza d’Ercole da Este, al
quale rimasero in casa i Visdomini, e i Veneziani sul Po. Dispiacque
la pace anche al Pontefice perchè fatta senza lui; bene egli l’aveva
cercata prima:[535] e perchè uditane la novella moriva, fu detto al
nome solo di pace essere mancata la vita di lui che aveva tredici anni
tenuto l’Italia in guerra e in tumulti.[536]
In Siena il governo dalle mani degli Ottimati era venuto in quelle del
Popolo, ed avendo fatta lega con la Repubblica di Firenze, restituiva
finalmente la Castellina e le altre terre ad essa occupate nella guerra
di Toscana. Troviamo Lorenzo essere stato grande amico a quello Stato
di popolani, debole com’era e molto agitato, sperando forse egli avere
occasione di porvi le mani, e soddisfare l’ambizione ch’era in lui
grandissima di fare un qualche notabile acquisto e averne merito nella
patria sua.[537] Dolevagli intanto assai la perdita di Sarzana, che
dalla gelosia dei vicini più volte gli era stato impedito recuperare;
ed ora il racquisto si rendeva più difficile, avendo Agostino Fregoso
donata la terra al Banco di San Giorgio, Compagnia possente, la quale
reggeva tutto il commercio dei Genovesi, mantenendosi libera e forte e
senza alterazioni in mezzo ai tanto spessi mutamenti ed alle percosse
di signorie forestiere cui la Repubblica sottostava. Andarono genti
dei Fiorentini a quella volta, ma nel passare che facevano sotto
Pietrasanta molti carri di munizioni e vettovaglie con debole scorta,
furono assaliti da quelli di dentro, e presi non senza sospetto che
da quella preda si fosse in Firenze cercato un motivo d’assalire
Pietrasanta: l’avevano essi altre volte posseduta, ed era una briglia
da tenere in freno i Lucchesi, e buon fondamento ad ogni impresa da
quelle parti. Ma l’espugnazione si rendeva difficile, essendo l’autunno
avanzato e il terreno paludoso; abbandonarla ed aspettare la primavera,
Lorenzo non volle; e in aggiunta d’Iacopo Guicciardini avendo mandato
due altri Commissari, Antonio Pucci e Bongianni Gianfigliazzi, e dietro
a quelli Bernardo del Nero, si recò egli stesso sotto Pietrasanta
a dare animo alle genti ed a sopravvegliare la piccola guerra, ma
tale però che avrebbe potuto estendersi molto per essere i Genovesi
dal mare discesi in Vada e battendo con le artiglierie la Torre che
i Fiorentini avevano nuovamente armata in Livorno. Assai fu lodata
la virtù dei Commissari, e massimamente di Antonio Pucci che prestò
opera di Capitano, egli volendo a ogni modo si desse l’assalto, e in
quello mischiandosi agli uomini d’arme e pigliando cura dei feriti e
provvedendo da sè ogni cosa sinchè non ebbe avuto infine Pietrasanta.
Egli medesimo infermatosi per quelle fatiche e per la stagione, si
faceva portare a Pisa, dove in pochi giorni moriva: era figlio di quel
Puccio che tanto avea fatto co’ suoi per dare lo Stato a Cosimo de’
Medici. Gravi erano le sofferenze e i morbi frequenti e il mancare dei
soldati: morivano l’altro Commissario Gianfigliazzi che difese Livorno,
ed il Capitano della guerra ch’era il conte Antonio da Marciano.[538]
Questa però non cessava, sebbene per terra nulla si facesse da Niccola
Orsini conte di Pitigliano, nè da Rinuccio Farnese, nuovi condottieri
dei Fiorentini: ma i Genovesi dal mare di nuovo attendeano a battere
Livorno; donde ributtati, non però all’armata Fiorentina riusciva
tentare contro a Genova cosa alcuna. Lodovico Sforza interponea
pratiche dubbiose, intantochè senza frutto si adopravano per la pace il
nuovo Papa e il re Ferrando.[539]
A Sisto IV era succeduto Gian Battista Cibo genovese Cardinale di
Molfetta, col nome d’Innocenzo VIII. Mansueto di natura, lo aveano
eletto per avere un pontificato quieto; ma tali erano le condizioni
allora d’Italia e tanti gli appicchi di politiche ingerenze fuori,
e di passioni private e di domestiche cupidigie dalle quali era
tirato sempre l’animo dei Papi, che asceso al regno di pochi mesi,
fu tratto Innocenzio ad una pericolosa guerra, odiosa a lui quando
v’entrava, odiosa del pari quando egli ne usciva. Contro al re Ferrando
si congiuravano insieme i Baroni del Reame, potentissimi nei loro
castelli: tenevano molti la parte angiovina; ma coloro stessi che
innalzati dal padre o da lui, godevano allora di grandi ricchezze,
praticavano contro a lui segretamente, ma non inconscio Ferrando, che
tutti temeva, e come espertissimo odorando i tradimenti da lontano,
correva innanzi a prevenirli. Era Innocenzio male disposto verso la
casa degli Aragonesi; e peggio ancora il Cardinale di San Pietro in
Vincula, che assai dominava l’animo del Papa;[540] nel quale speravano
i congiurati: ed Innocenzio avendo anche avuti Ambasciatori della
potentissima città dell’Aquila che s’era posta in ribellione, deliberò
di muovere guerra contro al re Ferrando, avendo ottenuto dai Veneziani
Roberto da San Severino che andasse capo a quella impresa. Dispiacque
a Milano la mossa del Papa, e molto se ne turbava Lorenzo de’ Medici
al quale parve che fosse incendio da spegnere tosto; il che avverrebbe
se il Papa fosse costretto a ritrarsene col muovergli addosso tutto
il peso della guerra. Intorno a Roma i Colonnesi amici del Papa si
battagliavano con gli Orsini; dei quali Niccola conte di Pitigliano,
venuto ai soldi della Repubblica di Firenze, entrò dalla parte di
Maremma nello Stato della Chiesa, intantochè il Duca di Calabria,
facendosi innanzi, cercava congiungersi ad esso ed agli altri Orsini
che aveano sparse le castella nel Patrimonio. Ma perchè l’impresa
pareva tale che si dovesse compiere alla prima, Alfonso recatosi a
Montepulciano, richiedeva che Lorenzo si abboccasse quivi con lui;
e sebbene questi per malattia non potesse, rimase tra loro convenuto
di portare le offese là dove più avrebbero ferito sul vivo: Lorenzo
mandava a questo effetto rinforzo di gente, ed altre otteneva che sotto
al Trivulzio venissero da Milano. Ma ciò nonostante riusciva la guerra
lenta per le difficoltà dei movimenti, e per la stessa militare scienza
la quale nei Capi era grandissima, con eserciti male composti e non
atti a fare imprese gagliarde. Aveva Roberto da San Severino scontrato
i nemici inutilmente al ponte Nomentano; poi andò gran tempo prima che
le forze dei Collegati e degli Orsini si congiungessero a Bracciano, e
che in una grossa battaglia non avessero la peggio le genti del Papa.
Questi frattanto avea trattato di fare scendere in Italia il Duca di
Lorena siccome erede delle ragioni di casa d’Angiò; al quale annunzio
il Senato di Venezia, che non voleva in Italia oltramontani, già dava
segno di accostarsi alla Lega; mentre i Fiorentini se ne rallentavano,
a Francia legati per gran numero dei mercatanti ch’aveano in quel
regno. Il Papa intanto, stretto dalla guerra che aveva all’intorno e
dalle fazioni sanguinose dentro Roma stessa, udiva con lieto animo le
proposte d’accordo che aveangli recate il Trivulzi e un letterato che
allora in Napoli era in grande stima, Giovanni Pontano. Recossi indi
a Napoli lo stesso Cardinale di San Pietro in Vincula, e fu conchiusa
la pace; Roberto da San Severino costretto ritirarsi con l’esercito, e
non avendo chi stesse per lui, fu necessitato rinviare la maggior parte
delle sue genti, ed egli tornare a Venezia quasi solo. Quella pace
diede a Ferrando causa vinta contro ai Baroni,[541] dei quali furono
taluni subito messi a morte; altri, difesi dall’accordo e perdonati,
erano spenti anch’essi con paziente indugio dal Re, che gli avvolse
presso che tutti dentro alla rete dei tradimenti. Ferrando d’Aragona
credettesi allora d’avere per sempre assicurato alla discendenza sua la
possessione del Regno di Napoli.[542]
Per quella pace i Genovesi bene avvisati che da Firenze tutte le
forze si volgerebbero all’impresa di Sarzana, passando la Magra
senza aspettare la primavera che fu del 1487, investirono il Borgo di
Sarzanello; e questo occupato ed arso, battevano con le artiglierie la
Rôcca, avendo usato per la espugnazione l’artifizio nuovo e tuttora
non bene regolato delle mine. A quell’annunzio i Fiorentini molto si
commossero, e mandato in campo il Conte di Pitigliano, scrissero a
quanti condottieri e conestabili tiravano soldo dalla Repubblica, si
affrettassero intorno Sarzana. Giungeano i Signori di Piombino e di
Faenza, vennero altri Orsini di nuovo ricondotti dalla Repubblica e
dal Duca di Milano, e Galeotto Pico signore della Mirandola. Tardi
inviava Lodovico Sforza quattrocento lance, e il Re di Napoli a
Livorno sei galere con cento provvigionati e con l’intenzione di fare
in Corsica qualche effetto contro ai Genovesi. Raunate le forze, si
venne a battaglia con vittoria dei Fiorentini, i quali ebbero prigione
lo stesso Capitano genovese Gian Luigi del Fiesco: dipoi fabbricate
sulla Magra, e in altri punti bene acconci, bastìe che impedissero ogni
soccorso alla città, si venne all’assalto; il quale riuscito la prima
volta infruttuoso, ma le mura essendo da più parti rotte, i cittadini
senz’aspettare l’assalto secondo, liberamente si diedero a Lorenzo
dei Medici; il quale venuto in campo, colse l’onore della vittoria e
della molta benignità usata verso i Sarzanesi. Avrieno in quel caldo
bramato a Firenze di spingere innanzi la guerra, ma furono impediti
dallo Sforza, il quale avendo trattati in Genova, non voleva che fosse
menomato quello Stato, del quale divenne bentosto signore: invidiava
egli anche la riputazione di Lorenzo, e tra essi due sempre gli animi
furono mal disposti.[543]
Nella Romagna, solito campo alle stragi familiari tra quei signorotti,
due morti avvennero nell’anno 1488, per le quali fu ivi attirata la
sollecitudine dei Fiorentini. Girolamo Riario teneva Forlì, odiato per
crudeltà ed avarizie; tantochè un giorno, essendosi messi d’accordo
taluni di quei principali cittadini, l’uccisero; e poi gittato il corpo
dalla finestra, chiamavano il popolo gridando Chiesa e Libertà. La
Rôcca teneasi nel nome dei figli, i quali insieme con la madre essendo
alle mani dei congiurati, ottenne la Contessa d’entrare in quella sotto
colore di persuadere il Castellano a cederla; poi facendo il contrario,
insultava dalle mura con animo ed atti poco femminili ai rivoltosi che
minacciavano d’uccidergli i figli. Ma la città si mostrava fredda; e
intanto veniano genti da Milano e da Firenze, pel cui soccorso Caterina
Sforza riebbe lo Stato che fieramente poi manteneva ai figli ed a
sè. Nè un mese appena era passato, che un peggiore caso avvenne in
Faenza: Galeotto Manfredi fu ivi ucciso dalla sua propria moglie, nata
di Giovanni Bentivoglio; e questi cercando occupare in quel tumulto
Faenza, i contadini di Val di Lamone, che più altre volte avean fatto
prova della virtù loro, accorsi in arme, recuperarono la città facendo
prigione lo stesso Bentivoglio. Allora i cittadini a mezzo con gli
uomini di Val di Lamone presero lo Stato in nome del piccolo fanciullo
Astorre e sotto la consueta protezione di Lorenzo de’ Medici e della
Repubblica di Firenze; la quale ritenne Piancaldoli, buona rôcca sul
confine, e prima stata di suo dominio. In Osimo un Boccolino si era
fatto tiranno e minacciava chiamare i Turchi; ma costretto rendere al
Papa quella città, e per qualche tempo in Firenze ritenuto, fu indi a
Milano fatto uccidere. Dipoi una guerra tra l’Imperatore e i Veneziani
essendo bentosto finita, e per interposizione di Lorenzo placate le
ire del Papa contro al re Ferrando per l’uccisione dei Baroni e pel
negato tributo,[544] godette senz’altro accidente l’intera Italia pace
tranquilla.[545]
Grande era in quegli anni appresso al Pontefice l’autorità di Lorenzo
dei Medici, il quale in Roma diceano essere arbitro d’ogni consiglio;
ed in quello andare insieme i due Stati i quali tenevano il mezzo
d’Italia, avea fondamento la pace, essendo la via interchiusa alle
inimicizie di quei Principi che si apprestassero a turbarla. Motivi
privati s’aggiugneano ai pubblici a rendere stretta quell’amicizia:
papa Innocenzio avea, con nuovo e tristo esempio, riconosciuto
pubblicamente un suo figliuolo naturale, Franceschetto Cibo. A questi
Lorenzo sposava la figlia giovinetta Maddalena, che fu dalla madre
condotta a marito. Sperò Franceschetto dal padre o dal suocero uno
stato principesco; faceva disegni su quei di Piombino e di Città di
Castello, sognava perfino d’avere Siena; ma nè il Papa a queste cose
gli dava mano, ed a Lorenzo poco aggradivano.[546] Bene aveva questi
condotto Innocenzio ad un atto di favore molto insolito, e che fu nei
tempi avvenire fondamento dal quale saliva fino al principato la casa
dei Medici. Giovanni, secondo figlio di Lorenzo e che i due altri per
ingegno superava, dal padre era stato fin dalla puerizia incamminato
all’ecclesiastiche dignità. Ai sette anni insieme alla cresima ebbe la
tonsura, e fatto dal Papa Protonotario, si chiamò da indi in poi Messer
Giovanni: il re di Francia Luigi XI gli avea conferita l’abbadia di
Fonte Dolce; ebbe indi quella di Passignano in Toscana, ed una dal Duca
di Milano, e poi quella fra tutte insigne di Monte Cassino. Luigi XI
aveva anche tenuto discorso di farlo arcivescovo d’Aix in Provenza; al
che il Papa metteva per gli anni difficoltà, sebbene lo avesse fatto
abile a tenere gli ecclesiastici benefizi.[547] Tuttociò era innanzi
la morte di Sisto IV e che il fanciullo pervenisse ai nove anni. Prima
che fosse giunto ai quattordici, da Innocenzio fu creato Cardinale,
ma con la riserva di indugiare alla pubblicazione tre anni; i quali
essendo compiti nel marzo del 1492, pigliava con grande solennità in
Firenze Giovanni l’investitura di quel grado, e subito andava in Roma
ad esercitarlo.[548] Abbiamo i consigli che il padre a lui dava per
iscritto intorno al modo di contenersi nel cardinalato; consigli che
onorano Lorenzo: e poichè ad abbreviarli si guasterebbero, e letti
potranno servire all’istoria, abbiamo proposito di pubblicarli tra’
Documenti che saranno in fine a questo volume.[549]
Per tante grandezze a molti pareva Lorenzo avviarsi al principato, ed
era voce che non appena con l’età di quarantacinque anni divenisse
abile al supremo magistrato, sarebbesi fatto creare Gonfaloniere a
vita. Un grande passo aveva fatto l’anno 1490 col togliere al Consiglio
dei Settanta l’autorità di creare la Signoria, il che era avere lo
Stato in mano. Questo da principio Lorenzo aveva sofferto dividere con
un collegio di suoi devoti, ma era numeroso ed era perpetuo, da non
potersi alla lunga governare: per questo e perchè le cose andassero più
strette e più spedite, fece Lorenzo eleggere una Balìa di Diciassette,
dei quali era uno egli medesimo. Fu ordinato che ai Settanta rimanendo
l’autorità d’una Pratica o Consulta, tutto il maneggio delle scelte
si facesse per vie coperte dagli Accoppiatori, com’era già stato.
Quella Balìa decretava più altre riforme, tra le quali, perchè era in
Firenze quantità di monete nere di vari paesi; mettendo queste fuori
di corso, ordinarono che le gabelle si pagassero in monete bianche
allora coniate, nelle quali entravano due oncie d’argento per libbra e
valevano il quarto più delle altre. La cosa era per sè buona, ma per
questo modo crebbero assai le entrate della città, con molto gridare
della plebe alla quale rincaravano tutte le grascie e cose necessarie
al vitto. Con altre industrie fu continuato l’antico scandalo
circa al Monte delle Doti, di nuovo ridotte e sempre a benefizio di
Lorenzo.[550]
Il titolo di Magnifico a lui serbato dalla posterità era solito darsi
a chiunque avesse condizione più che di privato. Già egli traeva a sè
ogni cosa: lui personalmente riconoscevano ed a lui si obbligavano i
Signori della Città di Castello, e i Baglioni di Perugia, e i Malaspini
di Lunigiana, ed altri che aveano soldo dal Comune; quelli di Faenza a
lui erano in tutela. I Re ed i Principi con lui solo carteggiavano di
cose di Stato: Luigi XI di lui pigliava cura come d’amico. Ferrando gli
rendea grazie dell’averlo salvato egli solo nell’ultima guerra; col re
d’Ungheria Mattia Corvino aveva relazioni per cose di studi. Vedemmo il
favore di che egli godeva presso al Signore dei Turchi; ed il Soldano
d’Egitto mandava doni a lui e alla Signoria, tra’ quali era un Leone
domestico ed una Giraffa, strano animale che altra volta s’era veduto
in Firenze; ma gli Artisti e gli Scrittori faceano a Lorenzo gloria
d’ogni cosa, come di omaggio che a lui rendessero i re barbari.[551]
In casa e in città mantenne sempre modi e costumi di cittadino; il
vivere suo era più compagnevole che fastoso, eccetto in qualche solenne
occasione di feste o conviti a principi forestieri: serbava con tutti
la fiorentina dimestichezza, ed a chi fosse di più età di lui cedeva
la mano.[552] Il figlio suo Piero maritò con l’Alfonsina di quella
stessa casa Orsini donde egli medesimo aveva la moglie: le nozze furono
celebrate in Corte di Napoli ed alla presenza del Re. In questo e nel
maritaggio della figlia Maddalena cercò alleanze di famiglie signorili,
ma collocò le altre figlie con privati cittadini di Firenze, sposando
Lucrezia a Iacopo Salviati, e Contessina a Piero Ridolfi; aveva la
terza figlia promessa a Giovanni dell’altro ramo di casa Medici, ma
essa moriva quando era sul punto di andare a marito.
Come in Firenze i maritaggi tra gli Ottimati serviano spesso alle
politiche aderenze, così Lorenzo che per tal modo si avea legato due
famiglie delle maggiori nella città, poneva studio diligentissimo
nell’impedire che tra le grandi Case non si formassero alleanze a lui
sospette, o ne faceva egli a suo modo, avendo l’occhio sugli andamenti
dei cittadini, sulle amicizie, sugli interessi: male sofferiva persino
che altri si rendesse grato con balli e conviti in occasione di nozze,
com’era costume antico in Firenze, d’allora in poi quasi dismesso.
«Nelle quali cose ebbe a durare grande fatica massimamente nei primi
tempi, e ad altro pareva non attendesse il dì e la notte mettendovi
tutto l’ingegno e l’industria con assidua pazienza e usando a tal
fine varie arti con sètte segrete e compagnie che l’una non sapeva
dell’altra:[553]» nelle stesse liberalità poneva tale misura che niuno
s’arricchisse troppo, e che gli uomini dello Stato non apparissero
all’universale violenti e rapaci. Dipoi, la congiura dei Pazzi gli
aggiunse amici nuovi e ristrinse i vecchi più intorno a lui, tanto
che la potenza sua divenne più assoluta, e crebbe un grado da quella
che aveva tenuta Cosimo. Il Palagio della Signoria perdeva ogni dì
credito, ai Consigli ed agli stessi Collegi, che prima erano ogni cosa,
pochi si curavano d’intervenire: onde nacque caso che non si potendo
fare la tratta dei magistrati al dì necessario, e taluni ch’erano a
caccia nelle ville loro avendo ricusato andare, sebbene chiamati a
grande fretta, dal Gonfaloniere furono ammoniti. Ma parve a Lorenzo,
assente in Pisa, che avesse quegli presa di suo capo troppo grande
libertà; e si aggiunse l’avere negato, secondo l’usanza, l’entrata in
Palagio mentre i Consigli deliberavano, a Ser Piero da Bibbiena ch’era
Cancelliere di Lorenzo; per queste cose il Gonfaloniere appena uscito
d’ufizio fu ammonito per tre anni.[554] Industria antica di Casa dei
Medici era tenere in ciascun ufizio o magistrato un Cancelliere di
confidenza loro: e uno ve n’era salariato dal Comune da stare fermo
nelle ambascerie che spesso mutavano, il quale aveva con Lorenzo conto
a parte e lo avvisava d’ogni cosa. Per tale modo i grandi cittadini
aveano gli uffici, ma gli uomini tirati su da Lorenzo esercitavano ad
arbitrio suo la potestà effettiva, massimamente in ciò che spetta alle
gravezze ed al Monte, ch’egli era accusato volere annullare per indi
volgere più liberamente le entrate pubbliche a suo pro. A ciò era dalle
private sue necessità costretto; ma il danno feriva grande numero di
cittadini che aveano nel Monte i loro capitali, e ne ricavavano fra
tasse e riforme più che dimezzato l’interesse. Ma sopra ogni altra
odiose riuscivano le riduzioni fatte al Monte delle Doti, che non si
pagando al tempo promesso rimanevano nel Monte, e le fanciulle che si
maritavano, in luogo di sorte non avendo altro che l’interesse sotto
certe regole, era alle famiglie necessità sborsare la dote in contanti
per non si potere valere di quello che aveano a tal fine più anni prima
depositato. Dal che avveniva che poche fanciulle si maritassero, e
anche bisognava chiederne licenza perchè il parentado andasse a genio
di Lorenzo.[555]