e con l’offerta di darglisi in braccio, Filippo Strozzi mercante che
a Napoli era pervenuto a grande ricchezza, destro e capace a molte
cose. Era anche d’intesa co’ due Capitani dell’esercito nemico, ai
quali scriveva il giorno stesso della partenza essersi indotto a quel
partito pei loro consigli, ed ora pigliarlo di buonissima voglia per la
gran fede che in essi poneva.[508] E già il Re aveva mandato a Livorno
due galere sottili a ricevere ed a condurre Lorenzo a Napoli. Il quale
avendo prima conferito questo suo pensiero con pochissimi, fece la
sera dei sei dicembre chiamare in Palagio dai Dieci una Pratica di
circa quaranta dei più principali cittadini, ed egli levatosi disse:
«averli fatti chiamare per conferire con loro una sua deliberazione,
nella quale non ricercava lo consigliassero ma solamente che lo
sapessero: aver egli considerato quanto la città avesse bisogno di
pace, massime non volendo i Collegati fare il debito loro; e perchè i
nemici pretendevano l’odio loro non essere contro alla città ma contro
a lui solo, avere proposito di trasferirsi personalmente a Napoli:
questa andata parere a lui utilissima; perchè se i nemici volevano lui,
l’avrebbero nelle mani, ma se volevano l’amicizia pubblica, questo
essere modo a intendersi presto e a migliorare le condizioni della
pace; se altro volevano, questa andata lo dimostrerebbe, e i cittadini
si sforzerebbero con qualche modo più vivo di difendere la libertà e
lo Stato: conoscere in quanto pericolo si mettesse, ma esser disposto
preporre la salute pubblica alla sua; chè oltre al debito universale
dei cittadini verso la patria, era particolare suo per aver egli avuto
dalla città più benefici e grado maggiore che alcun altro: sperare
coloro ch’erano presenti non mancherebbero di salvargli lo Stato e
l’essere, e così raccomandare a loro sè, la sua casa, e la famiglia:
e soprattutto sperare che Dio, risguardando alla giustizia pubblica, e
alla sua buona intenzione privata, aiuterebbe questo pensiero; e quella
guerra che si era principiata col sangue del suo fratello e suo, si
poserebbe e quieterebbe per le sue mani.[509]»
Dette queste cose, uscì dal Palagio e si partì di Firenze la notte
medesima. Giunto a San Miniato al Tedesco scrisse alla Signoria,
scusandosi del non averle prima comunicato questo suo disegno perchè i
tempi volevano fatti e non parole. A Livorno ebbe dai Dieci il mandato
d’ambasciatore al re Ferrando, con facoltà libera di conchiudere quanto
il popolo Fiorentino. Quindi salito a Vada sulle galere, giunse in
Napoli ai 18 dicembre. Quivi ebbe dal Re tanto amorevoli accoglienze
che egli medesimo si credette avere in mano la pace, ed a Firenze ne
scrisse; ma tosto dipoi s’avvidde le cose andare in lungo, o che il
Re temesse d’offendere il Papa, o che veramente, come fu creduto,
aspettasse di vedere se accadesse qualche mutazione nello Stato di
Firenze. Qui erano molto gli animi sospesi: ricordavano il tradimento
da questo Re istesso fatto a Iacopo Piccinino; e se Lorenzo venisse
a capitar male, benchè non mancasse chi se ne sarebbe rallegrato,
i cittadini più non fidavano gli uni negli altri così, da mettere
in comune la Repubblica com’era stata nei tempi addietro. Forse che
aveva Lorenzo nella fantasia sperato di conseguire un effetto pronto
ed intero; ma era sempre a lui grande necessità tornare portando una
pace non tanto cattiva, bene essendosi egli apposto, dovere quell’atto
animoso rialzare la parte sua, della quale intanto i principali rimasti
in Firenze si adopravano con ogni dimostrazione di forza a mantenere
bassi e disgregati i molti contrari. Questi veramente non può dirsi
formassero parte, perchè non aveano disegni fermi nè capi che fossero
dagli altri seguiti: il solo Girolamo Morelli, stato lungamente
ambasciatore in Milano e ora dei Dieci, troviamo che fosse per autorità
e senno in tanta grazia che già molti a lui s’accostavano; e non che
gli altri capi del Reggimento, Lorenzo stesso n’ebbe paura.[510]
Desiderava questi sopra ogni cosa spacciarsi tosto, nascondeva in petto
dubbi e ansietà, ma rendeasi intanto grazioso alla Corte[511] e grato
al popolo con le liberalità; comprava co’ doni gli amici del Re, spiava
di questo l’animo chiuso, e lo vinceva con l’eloquenza delle parole,
con la scioltezza dei modi e con l’acutezza sua nel giudicare le cose
di Stato e le nature di quanti erano Signori e Principi in Italia.
Scorreano due mesi e la pace non si conchiudeva: tra ’l Papa ed il Re
correano pratiche, mal cuoprendo questi l’avere promossa quell’andata
di Lorenzo, ed ora trattare separatamente con lui d’accordarsi. Del che
il Papa offeso molto, negava l’onore suo e della Chiesa essere in salvo
se non andasse Lorenzo in Roma ad umiliarsi ai piedi di lui; questo
essere in obbligo il re Ferrando di procurare, _avendo Lorenzo nelle
sue mani_.[512] Il quale di queste pratiche insospettito, si partiva
da Napoli; nè posso io credere che ciò fosse senza consenso del Re: ed
era fermo in Gaeta il primo di marzo, quando gli giunse da questi una
lettera scritta in latino molto ampia e solenne (forse era lettera da
mostrare più che da credere), che lo richiamava in Napoli con istanza
grandissima, dicendogli avere dal Papa avuta ogni sicurezza.[513] Ma
ciò nonostante Lorenzo avendo proseguito il suo cammino, il Re gli
faceva correre dietro il trattato da lui bell’e sottoscritto; ed era
quegli appena tornato in Firenze, dove fu accolto con grande letizia
e popolare benevolenza, quando la notizia della pace, molto da ognuno
desiderata, lo fece salire in maggior gloria e reputazione.
Era una pace quale potessero i Fiorentini allora sperarla. Imperocchè
delle cose di Romagna si faceva compromesso nel Re, nulla avendo
stipulato a favore di quei Signori i quali stavano in protezione
della Repubblica; non era promessa la restituzione de’ paesi tolti,
ma rimaneva ciò pure in arbitrio di Ferrando; s’obbligava la città
a pagare per un corso di anni al Duca di Calabria una certa somma di
danari a titolo di condotta; vi era poi anche pattuita la liberazione
dei Pazzi rinchiusi nella fortezza di Volterra. Fermaronsi dopo
quell’accordo le dubbiezze, tra le quali sembravano esitare dopo
l’andata di Lorenzo le risoluzioni degli altri Principi, ammirati
anch’essi di quell’ardimento e incerti a qual fine dovesse riuscire.
Milano aveva ratificato la pace, ed era entrato nella Lega già stretta
tra il Re e la Repubblica di Firenze. Ma per contrario i Veneziani, che
aveano cercato impedire quella unione, trovato il Papa di quella essere
malcontento, fecero nel mese d’aprile con esso una lega separata,
dalla quale usciva non molto dopo un’altra guerra. In Toscana aveva
il Duca di Calabria pubblicato prima una tregua, dopo la quale sotto
colore di guardarsi per la venuta che si aspettava in Italia del Duca
d’Angiò, era egli andato a porsi in Siena; dove facendosi arbitro delle
discordie ivi accese tra’ diversi Ordini o _Monti_ nei quali era diviso
quel popolo, già stava sul punto di farsene signore; antico disegno
della Casa d’Aragona, e cominciato dall’avo Alfonso quando egli muoveva
guerra ai Fiorentini. Era anche avvenuto nei principii dell’inverno,
durante la tregua, che i Fregosi, con aggressione improvvisa,
s’impadronissero di Sarzana: del che la Repubblica essendosi richiamata
al Duca di Calabria, questi, sebbene riconoscesse violata la tregua,
vietava però ai Fiorentini muovere le armi per la recuperazione di
quella città. Per tutto ciò stavano essi in timore grandissimo, e quel
Duca dicevasi in Siena poco nascondere la speranza di farsi signore di
tutta Toscana. La pace ottenuta in Napoli da Lorenzo potea finire in un
tranello.[514]
Ma intanto un subito ed a tutta Italia molto pauroso accidente fermava
ad un tratto le imprese dei Principi, costretti ad unirsi per la
comune difesa. Viveva tuttora Maometto II, il quale respinto dalla
espugnazione di Rodi per il valore maraviglioso di quei Cavalieri,
ma sempre insaziabile di fare conquiste, mandava parte delle sue
galere lungo le coste d’Italia, dove il pascià che le comandava, messi
in terra sei mila soldati, s’impadronì della città d’Otranto; e in
quella, vuotata con strage orribile degli abitatori, fortificatosi,
ed avendo seco un qualche numero di cavalli, scorreva e predava
le terre all’intorno. I Veneziani ebbero accusa d’avere chiamati
costoro per odio contro al re Ferrando;[515] e un ambasciatore Turco
attribuiva l’impresa d’Otranto alle suggestioni loro.[516] Nè andava
immune da quel sospetto lo stesso Lorenzo, il quale per mezzo dei
mercanti fiorentini aveva grande entratura in Costantinopoli, e dopo
che egli ebbe ottenuto dal Sultano la consegna del Bandini, diceano
potere appresso a lui ogni cosa.[517] Fruttò a Lorenzo quella discesa
del Turco la pace in Toscana, e poi dal Pontefice l’assoluzione
dell’interdetto. Imperocchè Alfonso duca di Calabria accorso a
difendere l’Italia da quell’insulto barbarico, abbandonava lo Stato
di Siena del quale era egli già come in possesso, e insieme, con suo
dolore gravissimo, la conceputa speranza di cose maggiori: per quella
partita Siena rimaneva in molto lunghe perturbazioni.[518]
Innanzi la fine di quell’anno 1480 i Fiorentini, udito che il Papa si
muterebbe dalla ira sua qualunque volta si umiliassero a domandare
perdono, prima gli mandarono Antonio Ridolfi e Piero Nasi a fare
dimostrazione dell’animo loro e ad accertarsi di quello del Papa. Dai
quali essendo già preparate le cose, andava in Roma un’ambasciata di
dodici cittadini, primi dei quali erano Francesco Soderini vescovo di
Volterra e Luigi Guicciardini. Portavano le Istruzioni, che se fosse
l’assoluzione indugiata così da mostrare poca voglia di concederla,
«o se per averla si chiedessero danari, o se la città avesse a fare
qualche dimostrazione per osservanza dell’interdetto, o se fosse
esclusa dalla universale benedizione qualche persona in particolare,
o se altra condizione potesse riuscire alla città o in pubblico o
in particolare ignominiosa,» dovessero gli Ambasciatori partirsi
da Roma, «supplicando la Santità sua che si degni bene considerare
l’atto, che la nostra città ha fatto inverso quella Santa Sede e
Sua Beatitudine per debito nostro, come è debito d’ogni cristiano
venerare quella Santa Sede ed a quella umilmente inclinarsi; e quello,
da altra parte, che a quell’atto si conviene, e quale sia l’ufficio
pastorale; perchè non dubitiamo quello non ha fatto ancora, lo farà
altra volta, quando e come meglio parrà alla Santità Sua.[519]» Ma
il Papa non pose con savio consiglio alcuna sorta di condizione; e
gli Ambasciatori entrati in Roma di notte tempo, e ricevuti quindi in
concistoro segreto, vennero, nel giorno prima determinato, ad aspettare
nel Portico innanzi la chiesa di San Pietro, della quale poichè furono
aperte le porte, trovarono il Papa assiso nella sedia pontificale e
circondato da molto numero di Cardinali; al quale prostratisi, e in
nome della città chiesto perdono dei falli commessi, il Papa, osservate
le rituali cerimonie, diede ad essi e alla città piena e universale
assoluzione.[520] Dopo di che uscirono dalla chiesa accompagnati
ed onorati molto degnamente, com’era usanza con gli ambasciatori:
in seguito aggiunse il Papa condizione, che i Fiorentini armassero
quindici galee contro al Turco.
CAPITOLO VII.
GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI PACE UNIVERSALE D’ITALIA. —
MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.]
Quando Lorenzo fu di pochi giorni tornato da Napoli, parve a lui essere
occasione di fermare per sempre lo Stato nella dipendenza sua, ed era
in parte anche necessità. In altro luogo diremo quel che riguardasse le
sue private sostanze, le quali erano da più tempo assai danneggiate;
ma quelle ancora di molti cittadini venivano offese, oltrechè
dalle gravezze, dalla molta difficoltà che avea il Monte a pagare
gl’interessi del pubblico debito che a tante famiglie facea patrimonio:
per questo e per altri titoli importava a quei dello Stato avere
le mani libere, ed ai nuovi e più efficaci provvedimenti assicurare
continuità.
Infino a qui gli Accoppiatori facevano ogni due mesi le scelte pe’
Magistrati dalle borse ch’erano a mano; si volle adesso creare un
ordine permanente, al quale spettasse eleggere a tutti gli uffici,
e che insieme avesse il governo in sè medesimo dello Stato. A questo
fine i Signori che allora sedevano, avuta la non difficile approvazione
dei Consigli del Cento e del Popolo e del Comune, procedendo come se
fossero Parlamento, ma senza nè suono di campana, nè convocazione
di popolo in Piazza, elessero trenta cittadini, i quali dovessero
aggiungersi altri duecentodieci; che tutti insieme e co’ Signori
e Collegi avessero piena autorità e balìa quanta ne aveano i tre
Consigli, con facoltà di delegarne altrui quella parte che a loro
piacesse. E questi medesimi al venturo mese di novembre, che soleva
essere il tempo degli squittinii, dovessero farli per tutti gli
uffici, coll’aggiunta però di altri dodici per Quartiere a nominazione
dei Signori che allora sarebbero. Vollero poi che i detti trenta e
dugentodieci insieme co’ Signori e Collegi che volta per volta saranno
in ufficio, compongano un nuovo Consiglio maggiore da continuare
perpetuamente, e che abbia potestà sovrana per ogni titolo di diritto.
Vietarono entrare nel detto Consiglio per ogni casa e consorteria oltre
ad un certo ristretto numero; ma eccettuarono da ogni divieto anche
di età, due Case da nominarsi: io mi figuro che l’una fosse quella dei
Medici, e l’altra di poca significazione. A niuno privato fosse lecito
di fare petizione, ovvero proposta a quel Consiglio, dovendosi ogni
deliberazione ordinatamente partire dai Signori con osservanza delle
forme stabilite, cosicchè al Consiglio null’altro spettasse fuorichè il
diritto di concedere a quelle sanzione.
Subito dopo un’altra Provvigione portava a _Settanta_ il numero
dei _Trenta_; ai quali _Settanta_ si apparteneva la scelta ogni due
mesi della Signoria e dei Magistrati, così però che la detta scelta
ogni anno spettasse a metà numero, cioè a _Trentacinque_; gli altri
_Trentacinque_ sottentrando nell’anno veniente, e così alternandosi
cotesto supremo e capitalissimo diritto. Nel resto i _Settanta_ insieme
avessero la prerogativa e la direzione di ogni cosa, riempiendo
da sè medesimi le vacanze, così da formare essi un Senato, ovvero
Collegio che mai non morisse; a questo ordine era data speranza di
essere assunti al termine dell’ufficio i Gonfalonieri, qualora però
avessero in quello un partito favorevole, cioè quando non fossero a
chi governava dispiaciuti. Non valesse, per avere luogo nell’Ordine dei
_Settanta_, il divieto di coloro ch’erano allo specchio, se non perchè
avessero la facoltà sola di consigliare, ma non quella di votare; al
che racquistassero il diritto, appena fossero in pari con le gravezze.
Dai _Settanta_ si traggano ogni sei mesi _Otto_ chiamati di Pratica,
dai quali dipendano le faccende di fuori, le ambascerie, e le condotte,
e così le relazioni con gli altri stati in pace ed in guerra, salvo
però l’essere approvati gli stanziamenti nelle loro forme consuete;
ma i Dieci di guerra potevano al caso eleggersi sempre. Dallo stesso
Ordine ogni sei mesi si traggano pure Dodici, appellati Procuratori
per il Governo delle cose dentro, ai quali appartenga regolare le
prestanze, governare il Monte, avere ingerenza nelle cose delle
Mercanzie, e in quelle spettanti ai Consoli del mare. Si traggano pure
gli Otto di Balìa, dei quali era stata già prima ristretta l’autorità
che avevano grandissima nelle cose criminali e affatto arbitraria in
quelle di Stato; ma col tempo aveano voluto conoscere ancora nei casi
civili, il ch’era stato ad essi tolto.[521] L’antico e fondamentale
Ordine della Repubblica era mantenuto in ciò, che la parte riservata
alle Quattordici Arti Minute, nel Priorato e in tutti generalmente
gli uffici inferiori, rimaneva ad esse anche nel nuovo Ordine
conservata.[522]
Per questo Ordine dei _Settanta_ lo Stato ebbe forma tutta la vita di
Lorenzo, e fu ripigliato dai Medici quando tornarono dopo l’esiglio
al governo della città. Ora di quel nuovo e forte Ordine, prima cura
doveva essere provvedere alle necessità dell’erario: mantennero sempre
nel distribuire le gravezze l’antica regola del Catasto, ma come
indice, o come traccia che non obbligava i Governanti a seguitarla;
che anzi temendo quella egualità rigorosa che s’era cercata per via del
Catasto, la condussero sotto Lorenzo da una forma più ancora di prima
sottile e moltiplice d’imposizione progressiva, che allora chiamavano
_Decima Scalata_, e che ai Medici piacque sempre perchè favoriva se
altro non fosse, nelle apparenze, quel minuto popolo nel quale sapevano
avere un amico più certo e stabile d’ogni altro.[523] Si trova in
certi casi, che dove i compresi nel grado inferiore pagavano delle loro
rendite il _ventesimo_, i più elevati pagavano il _sesto_. Molta era la
scienza e l’esperienza di queste cose che aveano gli uomini Fiorentini;
e come Cosimo avea fatto, così anche Lorenzo col gioco ingegnoso degli
sgravi e degli aggravi otteneva di porre l’arbitrio là dove appariva
che la sola legge governasse. A questo modo blandiva gli amici, batteva
i contrari, teneva in sospeso la fortuna degl’incerti; e mentre
impediva il troppo innalzarsi d’alcune famiglie, faceva intendere
alla moltitudine degli uomini quieti, non d’altro curanti che delle
mercanzie loro, come dallo starsi a lui aderenti, dipendesse l’andare
innanzi e prosperare.
In mezzo alle tante spese della guerra,[524] il Monte era stato
costretto mancare alle scadenze delle paghe degl’interessi ai
creditori: provviddero a questo con varie industrie, e col terminare
la vendita dei beni spettanti alla parte Guelfa e all’ufficio della
Torre; da quella vendita non s’eccettuava che il Palagio della Parte
e un’altra casa. Più tardi, allo stesso fine ricercarono e fecero a
molti cittadini pagare i debiti arretrati col Comune; «benchè la più
parte si fossino composti con li ufficiali del Monte, e pagate le loro
composizioni;» che parve essere legge iniqua.[525] Dai tempi di Cosimo
vedemmo la Cassa della Repubblica mescolarsi con la privata di lui;
ma egli avendo prospera sempre la mercanzia, sebbene talvolta usasse
ad ampliarla i danari del Comune, sovveniva spesso anche del suo alle
pubbliche necessità. Era il contrario di Lorenzo, il quale Magnifico di
sua natura, e tanto più largo spenditore quanto proseguiva più vaste
ambizioni, e dei traffici negligente,[526] reggeva la sua privata
sostanza usando la pubblica: le angustie del Monte aveva in gran parte
causate egli stesso, e con l’artifizio di certi uomini sottilissimi
lo faceva servire a pro suo; di che gli venivano accuse grandissime.
Coloro stessi che amministravano i banchi dei Medici in tante piazze
d’Europa, o per avere mal fatto, o perchè erano divenuti per sè
troppo ricchi, talvolta accadeva gli si voltassero contro. Un Battista
Frescobaldi, il quale essendo stato Console in Pera, ebbe ivi parte
alla consegna del Bandini, ora con due compagni aveva fatto disegno
d’uccidere Lorenzo nel Carmine; ma fu scoperto prima ed impiccato.
Questa ed un’altra simile trama che un Baldinotti da Pistoia aveva
ordita per ammazzarlo al Poggio a Caiano, fu detto muovessero dal conte
Girolamo Riario.[527]
Intorno ad Otranto continuava un anno la guerra con molta lode
d’Alfonso duca di Calabria, nel mare essendosi alle galere del Re
aggiunte quelle che il Pontefice aveva messo sotto al comando di Paolo
Fregoso arcivescovo di Genova, prelato che molto s’intendeva delle
armi e dei tumulti nella patria sua. Era la primavera dell’anno 1481:
un grande conflitto, e forse una tremenda sciagura, a tutta Italia
sovrastava, imperocchè sulle coste di Dalmazia opposte alle nostre si
radunava un esercito d’altri venticinque mila Turchi, i quali doveano
dalla Vallona passare in Otranto, e quivi aprire più vasta guerra:
quando, per la morte di Maometto II due suoi figli contendendosi la
successione con le armi, il Pascià d’Otranto andò al soccorso del
maggior figlio Baiazet, in cui rimase l’impero; ed i lasciati nella
città capitolarono con Alfonso, il quale pigliava a soldo alcune
centinaia di quei Turchi a lui rimasti poi fedelissimi. Cessato così
tanto pericolo all’Italia ed al Pontefice, ripigliava questi, seguendo
suo genio, le armi congiunte allora a quelle dei Veneziani, e la
tempesta cadea questa volta addosso al Duca di Ferrara. Quivi il Senato
esercitava per un suo Visdomino una sorte di giurisdizione gravosa al
Duca ed ai Ferraresi, obbligati anche a non valersi del molto sale
ch’aveano in casa, ma provvedersene a Venezia; donde erano grandi
e spessi disgusti, che la Repubblica fomentava siccome occasioni a
farsi più innanzi. Aveva in Romagna Girolamo Riario, dopo la signoria
d’Imola, ottenuta quella di Forlì, vacata per morte di Pino degli
Ordelaffi, la cui successione essendo dubbiosa tra due fanciulli, il
Papa, fatto arbitro, finì la contesa col dare lo Stato in feudo al
nipote. Il quale aspirando a cose maggiori, e a queste più acceso dai
Veneziani che aveano allora bisogno del Papa, recossi a Venezia con
istraordinaria pompa a ristringere la lega e a disegnare la guerra;
accolto con tali onorificenze dal Senato, che le maggiori non si
sarebbono fatte allo stesso Imperatore, scrive un infedele ministro del
Conte Girolamo, che era salariato da Lorenzo.[528]
Così era l’Italia venuta a dividersi in due grandi Leghe, e dai confini
dei Veneziani a quelli di Napoli era guerra dappertutto. Conduceva
un forte esercito di quella Repubblica Roberto da San Severino, e
Roberto Malatesti le genti del Papa: avevano a fronte, Alfonso duca
di Calabria ed il vecchio Federigo duca d’Urbino. Contrapponeva questi
guerra faticosa sul Po all’esercito dei Veneziani entrato nel Polesine
di Rovigo; guerra crudelissima pe’ luoghi infetti d’aria pestilenziale
nel calore della state: perivano dicesi oltre a ventimila tra paesani
e soldati; perdè la Repubblica tre suoi Commissari andati al campo; e
lo stesso prode e buon Federigo, fattosi condurre infermo a Bologna,
terminava con molto pianto de’ suoi la vita gloriosamente esercitata. I
Veneziani, avuto il Polesine, stringeano per molte battaglie Ferrara;
e intanto era un’altra guerra nel Parmigiano dei Rossi di Parma Conti
di San Secondo contro al Duca di Milano, un’altra in Romagna tra il
Bentivogli di Bologna ed il Riario. In quel della Chiesa i Fiorentini,
condotti da Costanzo Sforza, aveano riposto nella Città di Castello
Niccolò Vitelli: e il Duca di Calabria, coll’aiuto dei Colonnesi e
dei Savelli nemici al Papa (d’onde erano nate le prime vertenze tra
questi e Ferrando),[529] devastava tutto il paese attorno a Roma,
essendo ruina e sangue fin dentro alla città stessa. Nè fine vedevasi
a quella inutile distruzione, quando Roberto Malatesta ebbe un nobile
pensiero: disposte con ordine intorno a sè tutte le sue genti, studiate
le mosse, prefisso il luogo alla battaglia, veniva a giornata con
tutto l’esercito d’Alfonso a Campomorto presso Velletri; dove molte ore
essendosi combattuto con tanto insolita pertinacia che oltre a mille
morti giaceano sul campo, ottenne Roberto insigne vittoria; e il Duca
di Calabria, che aveva gran parte de’ suoi cavalieri lasciata prigione,
dovette la propria sua salvezza ai Turchi pigliati in Otranto de’
quali si aveva formato una guardia. Roberto, infermato per le fatiche
della battaglia, non potette goderne la gloria, essendo egli morto
pochi giorni dopo in Roma, dov’ebbe onorata sepoltura. Eragli suocero
Federigo duca d’Urbino, al quale aveva raccomandato la cura della
famiglia e dello Stato: questi infermo in Bologna, e non sapendo l’uno
dell’altro, a Roberto aveva raccomandato la sua: morivano entrambi nel
giorno medesimo.[530]