Ogni principio di rumore, se pure nascesse, prontamente gastigava, come

apparve in un caso narrato dall’oratore Modenese, allora in Firenze,

le cui parole giova riferire. «Andando io in piazza, trovai gran

tumulto di popolo, e la causa fu perchè menandosi uno giovine della

terra alla giustizia perchè avea morto un famiglio de li Otto a’ dì

passati, ed essendo fuggito a Siena, i Senesi lo diedero nelle mani

di questa Signoria per i capitoli comuni. E menandosi detto giovine

per piazza per condurlo al luogo della giustizia, il popolo si levò,

gridando _scampa, scampa_; in modo che lo cominciarono a togliere dalle

mani alla famiglia del bargello. Pure li Otto della Balìa in persona

vennero in piazza e fecero fare subito un bando, alla pena della forca,

che la piazza fosse sgombrata. Ed essendo fatta instanza per l’oratore

di Milano ed il Genovese per ottenere la grazia di quel giovine, e ad

instanza di Lorenzino e di Giovanni e di Pier Francesco (de’ Medici)

con il Magnifico Lorenzo che si trovò in Palazzo a tale tumulto, Sua

Magnificenza gli dette buone parole, e operò ch’egli fosse appiccato

in piazza ad una finestra del bargello: poi fece pigliare quattro di

quelli del popolo che gridavano _scampa, scampa_, e a ciascheduno fu

dato quattro tratti di corda e furono sbanditi per quattro anni fuori

della terra. A questo modo si sedò il tumulto, e mai non si volse

partire fuori della piazza il Magnifico Lorenzo sinchè non vide sedato

il popolo.[556]» Di questo tumulto non fanno parola gli scrittori

Fiorentini.

Ma più della forza poteano il favore e i nuovi costumi, il popolo

essendo a lui devoto in città fiorente per l’eccellenza delle Arti

e per la dovizia dei mestieri: domato di prima, impinguato ora più

che mai fosse pei grossi guadagni, rallegrato dalle feste, godevasi

ambiziosamente come sue la grande fama di Lorenzo, le magnificenze

della Casa Medici, la gloria che a tutta la città ne derivava. Essendo

a Lorenzo falliti i traffici ai quali sdegnava calare l’ingegno,

si voltò alle possessioni; e al Poggio a Caiano edificò una Villa

d’architettura elegantissima, della quale egli medesimo avea dato il

primo concetto a Giuliano da San Gallo che dietro a quello poi la

condusse. Cercando risollevare l’infelice Pisa dal tetro squallore

in che era caduta, comprò molte terre in quella provincia e case

in città, dove a lui stesso non di rado piaceva dimorare facendovi

spese e mettendo vita intorno a sè: ripristinò anche l’antico gioco

del Ponte, caro ai Pisani e quindi vietato dalla sospettosa gelosia

della Repubblica di Firenze. Era in Pisa uno Studio, anch’esso deserto

dopo la conquista; ma Lorenzo volle sorgesse a celebre Università;

chiamandovi con larghi stipendi da ogni parte d’Italia eccellenti

professori in legge, in medicina, in divinità.[557] Le umane lettere

e le Arti aveano in Firenze già grande splendore: Lorenzo era tale in

sè medesimo da più illustrarle; ingegno potente, vario, elegantissimo

e curioso d’ogni sapere, capace di alzarsi al pensiero filosofico e

al sentimento delle Arti belle, scrittore non ultimo in prosa ed in

verso tra molti insigni che lo attorniavano, raccoglitore munifico

di quelle opere dell’antichità dalle quali aveano impronta gli studi.

Il secolo era nelle dottrine incerto e mutabile, nei costumi sciolto,

gaio nella vita com’essere sogliono i tempi che alle ruine precedono.

Lorenzo pareva in sè accogliere tutto il secolo, scrivea rime sacre

e canti carnascialeschi, cercava e ascoltava gli uomini religiosi ed

era involto negli amori. Assiduo alle cure di Stato e infaticabile in

ogni cosa che a lui servisse o a lui dèsse fama, pareva non altro amare

che celie e sollazzi, e compagnia d’uomini arguti e faceti; avea tal

natura, che a tutto bastava e ad ogni cosa pareva fatto. La Casa dei

Medici era un museo, una scuola, un ritrovo degli ingegni che ad essa

accorrevano; da quella partivano i consigli gravi, e la luce delle

lettere, e i giochi e le feste e le corruttele dei costumi: in quella

cresceano fanciulli due Papi, ivi risedeva l’Accademia Platonica intesa

con gli studi a rinnalzare la vita e il pensiero; ed ivi continua la

dimestichezza del Poliziano e del conte Giovanni Pico della Mirandola

che fu portento dell’età sua; ivi Michelangiolo faceva saltare dal

marmo le prime scaglie, e Luigi Pulci leggeva il Morgante nelle cene

geniali: tanta ampiezza di vita, nè tanta magnificenza, nè allegrezza

forse alcun tempo non vide mai; era il nome di Lorenzo in cima a ogni

cosa.

E intanto la vita di lui declinava. I dolori delle gotte, ereditari

nella famiglia sua, lo avevano afflitto sino dalla giovinezza; e noi

lo troviamo già nell’anno 1482 ai Bagni del Senese ed a quei di Lucca,

e spesso di poi al Bagno a morbo nel Volterrano.[558] Si aggiunsero

doglie frequenti di stomaco, dalle quali fu talmente logorato, che

a vedere alcuni ritratti di lui si direbbe uomo decrepito. Crebbe il

male nei primi mesi dell’anno 1492, nè vollero gli amici e i congiunti

crederlo mortale insinchè agli otto del mese d’aprile nella villa

di Careggi, di poco avendo egli compiti quarantaquattro anni, tra

sofferenze acerbissime e con segni di religione fervente si spengeva

quella vita della quale non fu altra mai con maggior pianto desiderata,

nè più nei tempi che sopravvennero celebrata. Due giorni prima, caduto

un fulmine sulla Cupola di Santa Maria del Fiore aveva spezzato quella

delle grandi costole di marmo che scende dal lato dov’era la Casa dei

Medici, e i pezzi cadendo foravano in più luoghi la vôlta del tempio.

La notte di quel dì stesso che era stato ultimo a Lorenzo, Pier Leoni

da Spoleto, medico fra tutti reputatissimo, fu trovato morto in un

pozzo a San Gervasio, o ch’egli medesimo, come fu detto, vi si gettasse

per disperazione, o che vi fosse da altri gettato. Nella città era

grande la costernazione, pauroso l’avvenire a coloro stessi che mal

volentieri ubbidivano a Lorenzo; gli amici a lui più bene affetti, o

si dispersero, o mancarono: due anni dopo moriano, sebbene di lui più

giovani, Pico della Mirandola e Angelo Poliziano: Marsilio Ficino, già

vecchio, finiva non molto dipoi.

Tempi luttuosi conseguitarono alla morte di Lorenzo dei Medici, e

accrebbe favore al suo nome l’essersi da indi in poi di tutta Italia

arrovesciate le sorti, quasi fosse ella perita con lui che solo era

abile a scamparla. Bentosto si vennero a urtare insieme le ambizioni

degli altri Principi, insinchè non furono oppresse tutte dalla

sopravvenienza delle armi straniere che uno di loro aveva chiamate. Fu

detto Lorenzo avere creata la scienza che poi fu appellata d’equilibrio

e che ai politici delle età seguenti divenne studio; ma era già arte

della Repubblica di Firenze, naturale protettrice delle città e degli

Stati minori di lei, perchè ella cercava tra mezzo ai maggiori la

propria sua conservazione. La quale arte stando rinchiusa dentro ai

confini d’Italia, valeva a tenerla bene spartita e contrappesata in

sè medesima finchè d’oltremonti nessun pericolo minacciasse; più non

bastava se una volta le altre nazioni venendo a comporsi in forti

regni, la divisione rendesse invalida la difesa; il che presentiva

l’istesso Lorenzo. Questi mantenea frattanto l’Italia in bilancia,[559]

il che era un rimuovere le cause interne e le occasioni per cui

venissero gli assalti di fuori: e ciò da lui solo riconosceva ed a lui

ne diede, fra tutti gli altri, amplissima laude Francesco Guicciardini

nel principio della grande Istoria sua; sebbene avesse egli in altra

opera giovanile, ponendo a confronto Cosimo e lui, attribuito maggiore

all’avo prudenza e giudizio. Bene ebbe Lorenzo assai più di Cosimo

ardito il consiglio e in più vasto campo spaziava il pensiero: natura

d’artista, anima di principe, ultima grandezza d’un’età splendida che

finiva.[560]

CAPITOLO VIII.

SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO REPUBBLICANO DI CASA MEDICI.

[AN. 1434-1491.] — LA LINGUA TOSCANA DIVIENE ITALIANA.

Abbiamo veduto per cento anni l’operosità intellettuale degli Italiani

volgersi quasi unicamente a riporre in luce gli autori classici,

ad assicurarne la lezione, a propagarne l’uso e l’intelligenza. In

essi cercavano forme più elette alla parola, ma per quello studio

apersero come un nuovo mondo alla erudizione, che fino allora si era

aggirata dentro a termini molto angusti; della quale Dante era assetato

penosamente, ed il Petrarca troppo soddisfatto. Ma intanto l’istoria

tornata in luce rettificava molti degli errori che aveano goduto

autorità e corso nell’età di mezzo, e la critica si assottigliava,

e molte passioni si temperavano col cessare l’ignoranza che l’uomo

racchiude in sè medesimo e lo rende spesso agli altri più ostile.

Molto anche appresero dai Latini quanto agli uffici dell’uomo civile;

la scienza pratica si avvantaggiava, ma facendo ingombro a eletti

ingegni nei quali si vede scarsa in quegli anni l’originalità: dipoi,

saziata la foga del ritrovare, venne il pensiero speculativo a farsi

più ardito, quando ai Latini s’aggiunsero i Greci scrittori e che

lo studio di questa lingua si fu divulgato. Uomini dotti tra’ Greci

accorsero al Concilio tenuto in Firenze per l’unione delle due Chiese,

e in tale occasione le controversie teologiche riaprirono il campo alle

filosofiche; i Greci portarono in esse un rivolo delle antiche loro

scuole, buono ad irrigare i campi fatti aridi della scolastica, donde

san Tommaso aveva oggimai cavato ogni frutto.

Tra gli altri erano due Greci, cultori della Filosofia platonica,

Gemisto Pletone ed il cardinale Bessarione che aveva promossa l’unione,

e che rimasto poi sempre aderente alla Chiesa dei Latini godeva in

Italia autorità negli studi. Da questi due uomini dovette Cosimo dei

Medici essere indotto a favorire quella dottrina che molto bene si

confaceva al genio artistico e religioso de’ Fiorentini; l’accolse

egli stesso nel suo Palazzo, e ad essa volle che fosse allevato quasi

dalla fanciullezza Marsilio Ficino ch’era figliuolo del medico suo.

Ivi si facevano conversazioni di dotti, le quali pigliarono nome

platonico d’Accademia, divenuto solenne dipoi a questa e ad altre

simili riunioni. Cotale indirizzo dato agli studi sino d’allora io

credo fosse argine alla corruttela del pensiero. Finchè un principio

d’autorità poneva limiti alla controversia, e i più alti gradi della

scienza in lei scendevano dalla fede, giovava seguire la disciplina

dei peripatetici, sottile arnese ed atto ai lavori delle scolastiche

officine. Ma ora che il pensiero ambiva spingersi fino all’altezza dei

primi veri, e le dottrine del gentilesimo tutto invadevano il sapere,

bene fu almeno alle scuole nostre avere accolta quella filosofia che in

cima a sè stessa aveva un principio fuori di sè stessa, sovraimponendo

l’idea di Dio a tutta l’opera del ragionamento. Per quelle dottrine

si temperarono molti ingegni fino ai più audaci e dissoluti: corse

oltre a un secolo, e la prevalenza ch’ebbe in Toscana un tale abito

nel filosofare, io credo infondesse maggior sanità nell’intelletto di

Galileo e della scuola che da lui discese. Si vede egli sempre nella

fisica avere a guida una filosofia, e per lo studio della materia

non perdere mai l’idea dello spirito: bene gli avvenne che al primo

formarsi di quella mente gli stesse innanzi nelle tradizioni casalinghe

una filosofia religiosa; così l’accademia Platonica diede qualcosa del

suo all’accademia del Cimento.

Marsilio Ficino [n. 1433, m. 1499] tradusse in lingua latina le opere

di Platone, che fu il maggiore servigio prestato da lui direttamente

alla filosofia. Tradusse i libri anche di Plotino, e si affaticò molto

intorno a Proclo, a Giamblico e agli altri della Scuola neoplatonica

d’Alessandria; ne accolse le mistiche astrusità, e da quelle fu

condotto infino ai sogni dell’Astrologia giudiziaria e ad altre

consimili fantasie. La sua maggiore opera è un libro col titolo di

_Teologia Platonica_, perchè nel pensiero di lui, platonico e cristiano

erano tutt’uno; ed egli cercava per tal modo soddisfare insieme

all’ingegno sottile ed al cuore dov’era la fede sincera e schietta: fu

prete e parroco virtuoso, di vita semplice, di costumi puri; e, quale

si fosse il valore delle sue dottrine, la conversazione di lui educava

agli alti pensieri e alla bontà i molti suoi discepoli o seguaci.

Innanzi alla morte del Ficino e poi molti anni, tenne in Firenze la

cattedra di filosofia Platonica Francesco Cattani da Diacceto, che pei

suoi libri si acquistò fama come illustratore di quella dottrina. Nei

tempi di Marsilio, e di lui più vecchio, Cristoforo Landino [n. 1424,

m. 1504] fu anch’egli platonico: scrisse in latino le Disputazioni

Camaldolesi, un trattato sulla nobiltà dell’anima ed altre molte

cose in prosa ed in verso; in lingua italiana, un dotto Commento e

assai reputato sulla _Divina Commedia_; tradusse in volgare l’Istoria

Naturale di Plinio; insegnò in Firenze le belle lettere e fu segretario

della Repubblica: pochi s’agguagliarono a lui per l’onorata vita e pei

servigi recati agli studi.

In quel secolo fu la Toscana oltremodo ferace d’ingegni, sebbene ad

alcuni tra’ sommi nuocesse la varietà delle cose a cui si volsero nel

tumultuare che le menti facevano in quella novità di studi tuttora

immaturi. Il che si vidde in Leone Battista Alberti, nato in esiglio

su’ primi anni del quattrocento, di quella famiglia che noi vedemmo

fieramente perseguitata in Firenze. Attese da giovane allo studio delle

leggi e fu laureato nel diritto canonico, intantochè egli scriveva

in latino una Commedia che fu creduta d’autore antico, e si rendeva

singolare per forza e destrezza negli esercizi del corpo ed in tutte

le arti liberali e cavalleresche. Artista e scrittore non trascurò la

pittura e la scultura ma fu grande nell’architettura, di lui rimanendo

per l’Italia alcuni insigni edifici, tra’ quali bellissima la chiesa

in Mantova di Sant’Andrea: scrisse un trattato di quest’arte, libro

che lo pone anche oggi tra’ primi che ne furono maestri. Si dilettò

molto della meccanica, ingegnandosi a comporre macchine che riuscirono

singolari massimamente per ciò che spetta all’arte nautica: nella

scienza della prospettiva fu maestro a quelli che dopo lui vennero.

Seguendo in filosofia le dottrine platoniche, scrisse non pochi

trattati di cose morali in lingua volgare. Uno tra questi che ha

per titolo della _Famiglia_ contiene nel terzo Libro la materia di

quello che lungamente andò col nome di Agnolo Pandolfini. Duole a noi

spogliare il buono e onorato vecchio della lode che a lui ne venne:

certo che il libro si direbbe opera d’un massaio anzichè d’uomo a cui

fa peso l’erudizione, ed il cui scrivere in volgare parve aspro agli

stessi amici suoi, per essere egli nato in esiglio ed assai tardi

venuto in Firenze. Ma poichè vediamo lui stesso chiamare _nudo lo stile

di quel terzo libro, essendosi in quello provato a imitare il greco

soavissimo scrittore Senofonte_, non rimane altro a noi (se falsa non

sia quella lettera), che ammirare qui pure l’ingegno tanto pieghevole

dell’Alberti, dolendoci che sempre non abbia egli scritto nudo a quel

modo. Poco egli visse in Firenze, dov’era stata dal Medici richiamata

la famiglia degli Alberti; e morì l’anno 1472.

Abbiamo narrato di Sant’Antonino il suo valore anche nelle lettere:

dicemmo assai di Giannozzo Manetti del quale non ebbe Firenze altro

cittadino più lodato nella vita civile nè più di lui autorevole per

sapere. Scrisse molti libri, dotto com’egli era in greco e in latino,

ma con predilezione si diede all’ebraico; tradusse da questa lingua

il Saltero, combattè i giudei, trattò argomenti di religione e di

morale, cui bene serviva con la integrità del costume. Infelice come

cittadino, Giannozzo fu l’ultimo che insieme attendesse alla Repubblica

e agli studi: la vita civile diveniva più angusta, intantochè si

apriva un campo più vasto alla vita letteraria che già in quel tempo

si diffondeva per tutta Italia. Ma pure i Medici non disdegnavano

chiamare agli uffici i letterati devoti a loro, e si onoravano con

l’inviarli ambasciatori a’ Principi forestieri: così è che ascese ai

più alti gradi in quella nuova sorta di Repubblica Matteo Palmieri,

il quale ottenne stima di solenne letterato per le molte opere da lui

composte, ma oggi meno lette. Tra queste primeggia un trattato sopra

la _Vita Civile_, che fu tradotto anche in francese, ed una Cronaca

dalla creazione del mondo fino a’ suoi tempi, con altre minori opere

istoriche, e un Poema teologico in terza rima ad imitazione di Dante,

che ha per titolo _Città di Vita_. I Segretari o Cancellieri della

Repubblica si sceglievano per antico uso, come abbiamo detto, tra

gli uomini letterati, che tali furono Carlo Marsuppini, e Benedetto

Accolti aretini e Bartolommeo Scala da Colle in Val d’Elsa. Ebbe

l’Accolti un fratello di lui più chiaro come giureconsulto, di nome

Francesco, seduto su varie cattedre in Italia. Filippo Bonaccorsi, nato

in San Gimignano, che ad uso di quella età pigliò nome di Callimaco

Esperiente, giovane appartenne a quell’Accademia Romana che poi

soffriva fiere persecuzioni; donde scampato viaggiò per l’Oriente,

e fermatosi in Polonia e divenuto ivi grande personaggio, scrisse

in latino assai elegante l’Istoria della infelice guerra nella quale

venne a morte l’ultimo nazionale re d’Ungheria. Un altro sangimignanese

Paolo Cortese, cui diede fama un libro di Teologia purgata dal gergo

scolastico, soleva menare la vita in un castello presso al luogo

nativo, dove accoglieva i dotti, e di alcuni dettava le Vite.

Abbiamo a stampa, ma in troppo scarso numero, le prediche di San

Bernardino da Siena, che al modo di altri celebri e più antichi

Frati sermoneggiando sulle piazze delle città d’Italia, predicava la

cessazione dalle inimicizie cittadine; oratore concitato, ricco di

figure, caldo e abbondante come avvezzo a sempre cercare gli effetti

subiti sulle moltitudini. D’un altro senese che fu Enea Silvio

Piccolomini, papa col nome di Pio II, bene fu detto avere egli scritto

più libri che altr’uomo ozioso, e trattato più faccende che altri

ad esse unicamente rivolto. Viaggiò dell’Europa alcune parti ancora

meno note, descrivendo i luoghi osservatore acutissimo, fu ministro

dell’imperatore Federigo III, fu cancelliere del Concilio di Basilea

e propugnatore della contesa ivi sostenuta contro a papa Eugenio.

Disciolto il Concilio, si acconciò col Papa; Legato in Germania

ch’egli bene conosceva, sostenne acremente ivi le parti della cattedra

pontificia, e questa tenne poi decorosamente avendo finita, coma

narrammo, la vita nelle fatiche di un troppo ardito divisamento. Le

opere sue tutte in latino, oltre agli scritti di controversia ed alle

Poesie, contengono Istorie del tempo suo, Commentari e descrizioni di

paesi; i fatti d’Italia narrò fin presso alla morte sua, quelli della

Germania come attore o come testimone sempre autorevole quando anche

appassionato: scrittore copioso, arguto, gratissimo a leggere per una

sua eleganza e disinvoltura signorile da lui acquistata nella pratica

dei grandi uomini e delle grandi cose; ingegno vario, di cui fu danno

che non si abbellisse la lingua italiana.

Le Scienze allora sorgevano anch’esse, nelle quali non possiamo tacere

il nome di Paolo Toscanelli che non si vuol confondere con un altro

fiorentino Paolo Dagomari, detto dell’Abbaco, vissuto prima che il

Toscanelli nascesse l’anno 1397. Dotto di cose astronomiche, derise

l’Astrologia: essendo venuta a compimento la grande Cupola di Santa

Maria del Fiore, pensò d’apporre in cima d’essa uno Gnomone rimasto

famoso. Questo per la grande altezza disegna con raggio più lungo più

larghi gli spazi, i quali lo spettro solare fa correre dal foro, ch’è

in cima, sul marmo infisso nel pavimento; dal che più distinto riesce

il punto meridiano, e più si determina il momento del solstizio.

Ma gloria maggiore ebbe il Toscanelli dall’essere stato _cagione in

grande parte al Colombo d’intraprendere il grande suo viaggio_; il

che sappiamo dalla Vita che Ferdinando Colombo ha lasciato del suo

genitore. Paolo, curioso della Geografia, ebbe da mercanti fiorentini e

da certi uomini inviati dalle Indie al papa Eugenio IV notizie di quei

paesi e occasioni di farsi un concetto, fortunatamente sbagliato, della

via da percorrere per giungervi da Occidente. Ne scrisse a un Martinez

canonico di Lisbona, il quale avendone tenuto discorso al Colombo,

questi per mezzo di un Giraldi fiorentino ch’era in Lisbona mandò per

lettera al Toscanelli l’annunzio del suo disegno ed una piccola sfera

sulla quale aveva segnato il viaggio; donde il Toscanelli mandava al

Colombo una Carta da navigare con gli spazi segnati a suo modo: a tutti

è noto che il Colombo credeva la prima terra da lui toccata fossero le

Indie. Il Toscanelli non ebbe tempo di sapere a quale uomo e a quale

scoperta avesse in perpetuo egli associato il nome suo, morendo l’anno

1482.

Qui male possiamo noi definire in brevi tratti Leonardo da Vinci [n.

1452, m. 1519], intelletto portentoso e inesplicato nella vasta potenza

sua, che in sè racchiudeva come una divinazione iniziatrice delle

scienze le quali si ampliarono dopo di lui. Tiene Leonardo come artista

tra i sommi un luogo tutto suo proprio e quasi appartato, perchè non

bastandogli il bello esprimere come forma, intese a condurlo per via

del pensiero fino all’ultima idealità sua; cercò degli affetti le

ragioni più riposte; e dopo averne dentro all’animo concetta l’essenza

per via d’astrazione, fece suo studio tradurla con l’arte in immagine

visibile: nè ciò gli bastava, chè un altro studio tutto diverso poneva

egli quindi nei mezzi meccanici che all’arte dessero compimento. Dei

suoi dipinti, che procedevano lentamente, pochi rimangono: il Cenacolo

in Milano, sebbene quasi perito, è per eccellenti copie negli occhi di

tutti; gli studi, i bozzetti, le prove mutate con sottili differenze

abbiamo in gran numero, perchè egli fu ingegno ch’era impossibile

soddisfare. Un colosso equestre di Francesco Sforza, del quale aveva

già fatto il modello, fu distrutto dai Francesi quando l’anno 1500

entrarono in Milano; si perdè il cartone d’un grande dipinto che doveva

ornare Firenze. Ma egli ebbe intelletto essenzialmente speculativo:

scrisse trattati sulla Pittura e sopra l’Idraulica: abbiamo libretti

dov’egli segnava i suoi calcoli e le invenzioni sue, le macchine da

lui tentate, gli studi d’algebra, di geometria e quelli intorno alla

meccanica razionale, alla dinamica, all’ottica, all’anatomia degli

uomini e degli animali; trovò la teoria del moto dell’onde, studiò

il volo degli uccelli, osservò fatti tra i più reconditi ch’abbia la

natura, intorno ad essi lasciando formule che tuttavia sono rimaste

alla scienza. In questi frammenti dei suoi studi, gli ardui problemi

che egli aggrediva col pensiero ne mostrano quanta solidità fosse

in quella sua mirabile estensione. Era oltreciò bello e forte della

persona; eccellentissimo nella musica e inventore d’alcuni strumenti.

Non ebbe fortuna con Leone X; accolto in Milano da Lodovico il Moro,

condusse l’opera del Canale detto il Naviglio, e lavorò intorno alle

fortificazioni; amato dal re Francesco I, dimorò in Francia alcuni anni

e quivi moriva in un castello presso Amboise, nè già in Milano e nelle

braccia di quel Re come fu detto fino ai giorni nostri. Aveva Leonardo

spinto il pensiero fino a cercare una generale proporzione la quale

servisse a lui come artista per la figura dell’uomo, e come fisico gli

mostrasse le leggi supreme a cui si conforma la struttura delle cose.

Quindi Fra Luca Pacioli da Borgo San Sepolcro, amico e compagno di lui

pubblicava, su quell’idea un libro _della divina proporzione_: era il

Pacioli pratico nei calcoli, avendo in più libri raccolto d’algebra e

di geometria quanto si sapeva al tempo suo, e dato notizia di antichi

studi matematici in oggi perduti, tra’ quali primeggiano alcuni

frammenti del pisano Fibonacci.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 32 / 51 段