Pare a noi che il vescovo d’Ostia volesse distinguere i procedimenti

del Sacro Collegio _che non muore mai_, da quello che il Papa

facesse di proprio moto e di passione. Questi da principio aveva

mandato lettere di condoglianza ai Fiorentini, dei quali scriveva in

altro luogo, non essersi fatti per anche rei d’alcuna offesa contro

all’ecclesiastica dignità.[490] Pure doveva sapere dell’Arcivescovo

impiccato e del Cardinale preso; ma quegli ben troppo se lo aveva

meritato, e il Cardinale contava rendessero. Mordevalo intanto la

parte che egli ebbe nell’atroce fatto; pensava le accuse che a lui

ne verrebbero maggiori del vero, e del mal esito si doleva. Ma il

Conte Girolamo gli faceva suonare alle orecchie le acerbe accuse e

le parole che in Firenze andavano, senza ritegno alcuno, contro alla

persona stessa del Pontefice, sinchè la misura delle ire fu colma per

la dinegata restituzione del Cardinale. E Sisto lanciava nelle calende

di giugno un Breve di scomunica a Lorenzo dei Medici, alla Signoria,

agli Otto e a tutti che avessero in qualche modo partecipato alle

prave opere di costoro. Dichiarava essere quei sopraddetti, e primo

Lorenzo, dannati, infami, abbominevoli, inabili essi e i figli e i

nipoti loro ai gradi ecclesiastici ed agli ufizi civili, incapaci di

ricevere eredità, di stare in giudizio e d’essere uditi come testimoni;

era vietato ad ogni uomo contrattare, o anche semplicemente avere con

essi commercio alcuno o conversazione; i beni loro devoluti al Fisco,

le case disfatte ed in perpetuo lasciate in ruina, così che elle sieno

ricordo ai futuri della scelleratezza di quegli uomini e del gastigo.

La città di Firenze, se dentro a un mese non gli avesse condegnamente

puniti, doversi intendere soggettata a interdetto strettissimo, privata

dell’episcopale dignità, interdette anche per ampliazione le diocesi

confinanti di Fiesole e di Pistoia. Il lungo Breve enumera da principio

i motivi della condanna: sono atti di malvicinato, offese ai commerci,

l’aiuto prestato a Niccolò Vitelli e ad altri contumaci inverso la

Chiesa, la possessione differita all’Arcivescovo di Pisa, ed altri

consimili fatti nei quali il Breve scorge altrettante manifestazioni

d’animo efferato contro alla Chiesa ed a’ suoi ministri. Si viene

da ultimo ai due capitali delitti, l’uccisione dell’Arcivescovo e la

detenzione del Cardinale; i quali delitti si dicono mossi in Lorenzo e

ne’ suoi da ingorda sete di crudeltà e d’ingiurie agli ecclesiastici:

imperocchè ai fatti che gli cagionarono è data nel Breve questa

spiegazione, che avendo Lorenzo, co’ suoi, voluto uccidere o cacciare

molti dalla città per farsi egli in essa più forte, e _da ciò essendo

sorte private e civili contenzioni_; gli scellerati colsero il destro

per uccidere l’Arcivescovo e ritenere il Cardinale. Rileva cotesti

delitti essere perpetrati in giorno di domenica: ma di ciò che avvenne

in chiesa quel giorno, dei sacri misteri interrotti, del tempio di

Dio bruttato di sangue, del tradimento, degli assassinii, nulla, come

se il fatto non fosse stato.[491] Era tasto da non toccarsi dal Conte

Girolamo, che certo era stato suggeritore del Breve; e Sisto infelice

lo avea sottoscritto. Giovò a Lorenzo quella manifesta alterazione dei

fatti; giovarono quelle furiose parole; ed i nemici del Papato allora

e poi n’ebbero bel giuoco, onde in quel fatto il nome di Sisto rimase

gravato generalmente più in là del vero.

Bel gioco, e agevole commissione ebbe anche Bartolommeo Scala,

cancelliere della Signoria, cui venne commesso rispondere al Breve

di Sisto IV. Narrò con semplici e brevi parole quel fatto che aveva

destato nel mondo rumore grandissimo; e in quanto ai motivi, gli bastò

trascrivere la Confessione del Montesecco, autenticata ora con grande

solennità. Raccolse inoltre la Signoria per la Toscana e per l’Italia

pareri di Canonisti e di Teologi, i quali negavano valore al Breve ed

alla scomunica data a quel modo: quindi obbligarono in Firenze e nelle

altre diocesi gli ecclesiastici a non cessare dalla celebrazione dei

divini uffici.[492] Inviarono quella risposta per mano di Ambasciatori

della Repubblica all’Imperatore, ai Re di Francia e di Spagna e

d’Ungheria, e presso che a tutti i Principi cristiani, chiedendo

difesa da tanta violenza, e la riparazione di uno scandalo che tutti

offendeva. Frattanto, a purgarsi, liberarono subito dopo il Cardinale,

che a’ 5 di giugno licenziato dal Palazzo dei Medici, dove l’aveano

messo, e andato a stare nel convento de’ Servi, uscì di Firenze sette

giorni dopo, andando a Roma per la via di Siena.[493]

Luigi XI avea scritto lettera consolatoria a Lorenzo, che a lui

rispondeva fiere parole e dignitose: dice la sua vera e sola colpa

essere questa, che egli sia vivo e che Dio lo abbia scampato da sì

empio e sacrilego assassinio.[494] Appellarono indi i Fiorentini ad

un futuro Concilio, del quale invitavano e scongiuravano in primo

luogo l’Imperatore, poi gli altri Principi, a farsi autori. Fu anche

affermato che un Sinodo si celebrasse a questo effetto in Firenze, ed

un preteso decreto di questo Sinodo si rinviene di quel tempo scritto;

ma non è che una molto prolissa apologia dei Fiorentini e di Lorenzo,

in risposta al Breve, tempestata di gonfie e triviali ingiurie al Papa

che oltrepassano ogni modo: nè mai quel Sinodo (che noi sappiamo) fu

radunato, sebbene vi fosse chi n’ebbe intenzione, e intanto allestiva

l’atto da farsi, o lo mentiva.[495]

Intanto il Papa ed il Re avevano cominciato la guerra in Toscana.

Fecero di questa Capitano generale Federico duca di Urbino, e seco era

Alfonso duca di Calabria primogenito del Re: i quali essendo nei primi

giorni del mese di luglio giunti ai confini presso Montepulciano, un

trombetta del duca di Calabria recava in Firenze un Breve del Papa

in data dei sette di luglio. Con esso notificava ai Fiorentini, come

non potendo più tollerare l’ingiurie che da Lorenzo dei Medici in

diversi tempi erano state fatte alla Sedia Apostolica, si trovava

costretto prender le armi contro a lui, acciocchè liberata la città

di Firenze da cosiffatto tiranno, potesse egli volgersi con l’aiuto

di tutti i principi e delle repubbliche dei Cristiani alla impresa

dei Turchi. Credeva pertanto quella prudentissima Repubblica vorrebbe

ultimamente risolversi ai partiti migliori, la quale verrebbe a perdere

sè medesima, quando ella volesse in tanto dannosa servitù continuare;

e chi ciò consigliasse, oltre all’opporsi insiememente alla religione

ed ai comandi della cristiana repubblica, darebbe segno che Dio

l’avesse tolto affatto d’intelletto: quindi la confortava a considerare

diligentemente quello che si metteva a fare, conchiudendo che una

volta fosse cacciato Lorenzo, restituirebbe alla Repubblica di Firenze

l’antica amicizia. Lette queste lettere, e non parendo a Lorenzo che

fosse bastante una deliberazione dei Consigli, ma che dove andava della

sua persona dovess’egli parlare col popolo, avendo in Palagio radunato

grande numero di cittadini, cominciò a dire: «Che delle cose passate

non voleva entrare a parlare, sì perchè non gli accadeva scusare sè, nè

accusare altri, poichè la Repubblica intorno a ciò avea pronunziato,

e sì perchè avrebbe desiderato che di tanto fiera crudeltà la memoria

si spegnesse. Dolergli bene sino al profondo del cuore, che un Vicario

di Cristo in tanta dignità posto, ed abbattutosi in tempi di tanto

pericolo alla Cristianità, fosse potuto scendere a perseguitare con

tanto furore un uomo privato, e perciò a muovere tale guerra ad una

sì eccelsa Repubblica e della Chiesa benemerita. Non saper se in lui

maggiore fosse l’obbligo che alla sua patria doveva sentire per averlo

con tale costanza difeso e protetto, o il dolore dell’esser egli per

altrui colpa cagione di porre in tanto scompiglio quella città ch’egli

amava più della vita sua. Bastargli in quanto a sè, che di nulla lo

rimordesse la coscienza; sperando nel resto che la Repubblica, con

l’aiuto di Dio e per la prudenza dei suoi cittadini, agevolmente

si sarebbe in breve con gloria dalle presenti molestie liberata. La

quale se intanto la morte o l’esilio di lui credesse utile alla comune

salvezza, egli la vita e l’avere e il sangue de’ figli largamente alla

patria profferiva.» Fu a Lorenzo in poche parole risposto da chi a

ciò era stato eletto, ch’egli stesse di buon animo, perciocchè a lui

conveniva di vivere e di morire con la sua Repubblica; e per fargli

conoscere ch’eglino di lui quella cura aveano che di caro e buon

cittadino si deve, gli deputarono dodici uomini per guardia della sua

persona. La Repubblica trattava nelle solenni occasioni Lorenzo come

semplice cittadino, ma intanto con dargli una guardia alla persona sua

lasciavagli fare un altro passo verso il Principato.[496]

Essendo in tal modo assicurati della città, i Reggitori si diedero

per via dei soliti balzelli a procacciarsi moneta, ed a raccogliere

in gran fretta genti quante poterono per l’Italia. I Veneziani,

richiesti secondo l’obbligo della lega, fecero avanzare alcune squadre

in Toscana, ma in poco numero e a rilente, allegando non avere essi

obbligo a questa guerra che era mossa contro a persona privata. Nè

dal Duca di Milano venne quell’aiuto che sarebbe bisognato: mandava

però alcune squadre, delle quali erano condottieri Alberto Visconti

e Giovan Giacomo Trivulzio che fu capitano poi di tanta fama: questi

aveva seco Teodoro giovanetto, suo nipote. Giugneano frattanto le

genti assoldate al campo verso Arezzo; v’era Niccola Orsini conte di

Pitigliano, e Currado anch’egli di casa Orsini, e Ridolfo Gonzaga

fratello del Marchese di Mantova con due figli. Comparivano di

mano in mano Giberto dei Signori di Coreggio e due figli di Ruberto

Malatesta, e Tommaso di Saluzzo e un Martinengo di Brescia, e altri

Capitani ch’aveano condotti; Commissario generale di tutto l’esercito

fu eletto Iacopo Guicciardini. Ritrattisi indietro, e posto guardia a

quelle vie per dove i nemici si credeva che potessero avere in animo

di passare, si fortificarono al Poggio Imperiale sopra alla terra

di Poggibonsi, luogo opportunissimo alla difesa ch’era bisogno fare

più stretta e più raccolta che fosse possibile, dovendo con meno di

quaranta squadre stare incontro a più di sessanta: in ogni squadra

erano venti uomini d’arme e quaranta balestrieri tutti a cavallo, ed

i valletti sui cavalli di riscossa. Intanto i Senesi, già entrati in

guerra, davano ai nemici comodità di passi e di vettovaglie: ed era

grandissimo disavvantaggio ai Fiorentini la mancanza d’un Capitano

generale cui tutti obbedissero. Aveano trattato con Ercole da Este

duca di Ferrara: ma i Veneziani faceano difficoltà a condurlo, negando

dare essi le forze della Repubblica in mano a un principe confinante

ed al quale erano poco amici:[497] nè i Duchi d’Urbino e di Calabria

aveano capitani allora in Italia che gli agguagliassero di riputazione;

Federigo era personalmente nemico a Lorenzo, e Sisto in lui fidava

molto.[498] Laonde i nemici entrati nel Chianti, e cavalcando forte,

posero il campo sotto alla Castellina, di là spingendosi all’intorno;

e da una parte nella Val d’Elsa, dall’altra nei poggi che sovrastano

il Valdarno facevano guasti e ruberie ed arsioni con grande ruina.

Quindi, avuta dopo alquanti giorni d’oppugnazione la Castellina e poi

Radda, tennero lungo assedio a Brolio e ad altri luoghi dei Ricasoli;

i quali per avere fatta buona prova, e infine vedutosi pigliare e

abbruciare quei loro castelli, ebbero dalla Repubblica privilegi e

ricompense, essendo anche stati fatti abili agli uffici.[499] Era il

mese di settembre, e infine giugneva Ercole da Este che avea consentito

d’essere Capitano Generale dei Fiorentini e del Duca di Milano in

questa guerra, con la speranza che i Veneziani poi l’accettassero. Il

quale di persona, e con l’aggiunta di nuovi soldati, andò a porsi con

tutto il nerbo delle sue forze nel campo munito sopra a Poggibonsi.

Allora i nemici, sgombrato il Chianti e voltisi a un tratto verso la

Valle di Chiana, poneano assedio al Monte San Savino; per il che al

Duca di Ferrara entrato nelle terre dei Senesi, ai quali avea tolte

alcune castella, fu necessità d’abbandonare quella impresa, molto

importando a lui di soccorrere Monte San Savino. Intorno al quale

raccoltosi il grosso dei due eserciti era molta guerra, quando il

Capitano dei nemici avendo chiesta tregua d’otto giorni, quello dei

Fiorentini la concedeva con mal consiglio; imperocchè non appena finita

la tregua che il Duca di Ferrara invano cercava di prorogare, quello

d’Urbino avendo stretta con maggiori opere la terra, l’ottenne a patti;

di là stendendosi pei luoghi che sovrastano alla Chiana dove, essendo

giunto il mese di novembre, potea svernare agiatamente.

Fin dai principii di quella guerra avea la Repubblica a Roma inviato

un’altra volta ambasciatore Donato Acciaioli; il quale tornando senza

alcun effetto, andava in sua vece Guid’Antonio Vespucci, peritissimo

nel diritto. Il Papa scendeva più tardi a qualche proposizione

d’accordo: chiedesse perdono la Repubblica, innalzasse una Cappella

espiatoria per le uccisioni fatte nel caso dei Pazzi, promettesse

di non fare offesa al Patrimonio della Chiesa, ma i due Stati

scambievolmente si assicurassero; pagasse le spese della guerra, o a

compensazione di questa rendesse il Borgo San Sepolcro, e, secondo

scrivono taluni, cedesse Modigliana e Castrocaro. Non erano tali

quelle proposte che a Lorenzo fosse possibile consentirle: altiero per

indole, ed ora costretto stare sul duro per mantenere a sè la parte

dell’uomo offeso, nè volea fare espiazione pel fatto dei Pazzi, nè

che la Repubblica soffrisse per lui diminuzione. Sperava egli assai

dalla Francia, dove era mandato Donato Acciaioli reduce da Roma; il

quale però giunto in Milano quivi moriva, e la Repubblica decretava

onori insigni alla memoria di quel cittadino fra tutti egregio; e

perchè di lui, astinentissimo com’egli era, sapea la famiglia essere

in povere condizioni, prendeva i figliuoli sotto la tutela sua, e con

beneficî molti e durevoli gli risollevava.[500] Andava in suo luogo,

già essendo col Papa rotte le pratiche, Guid’Antonio Vespucci: il re

Luigi XI aveasi presa molto caldamente a petto la causa dei Fiorentini

e di Lorenzo, e sin da principio mandato in Firenze a risedervi come

ambasciatore Filippo di Argenton signore di Comines, del quale abbiamo

a stampa Memorie assai celebrate.[501] Questi dimorava qui un intero

anno; e fu detto, nè senza buoni argomenti, Lorenzo averselo allora e

poi sempre conciliato per danari. Così nel concerto degli encomiatori

di Lorenzo entrò anche la voce d’un uomo straniero. Faceva più

volte Luigi XI promessa al Vespucci d’intervenire con le armi, ed in

Firenze aspettavano cinquecento lance francesi, che mai non giunsero,

perchè il Re non era largo di fatti come di parole, e tutto inteso a

fortificare la monarchia dentro, avea in abominio le guerre esterne.

Col Papa bensì, perchè era difendere la libertà della monarchia, andò

più innanzi che non facessero gli stessi confederati della Repubblica

di Firenze. L’imperatore si contentava mandare qui e in Roma a fare

dimostrazioni ed a portare parole di pace: lo stesso avean fatto Mattia

Corvino re d’Ungheria, e presso che tutti gli altri monarchi della

Cristianità, commossi da quelle esorbitanze di Sisto, e avendo, sebbene

diversamente ciascuno, pigliato a difendere la causa de’ Fiorentini. Ma

fattosi innanzi più vivo degli altri Luigi XI, mandava un’ambasciata di

sei tra ecclesiastici e secolari, i quali fermatisi prima in Firenze,

recavano al Papa forti parole, con la minaccia di levare da Roma

i prelati francesi, e di togliere al Papa ubbidienza finchè la sua

causa fosse giudicata da un generale Concilio. Si facevano a questo

fine congregazioni in Francia di teologi. Era Sisto in molto grande

perplessità, e abbiamo una lettera scritta a lui dal buono e savio

cardinale Iacopo Ammannati, dove con caldezza d’animo devoto al Papa

e alla Chiesa, e usando parole tali che Sisto non se ne offendesse,

cerca di condurlo ai consigli temperati, mostrando i pericoli

gravi che alla Chiesa poteano venire se andassero innanzi quelle

dimostrazioni dei Francesi.[502] Dalle quali scosso, proponeva Sisto

che, facendo tregua, fosse la causa dei Fiorentini compromessa nei

Re di Francia e d’Inghilterra, e per terzo nel Legato da lui mandato

a questo effetto; e se i tre non convenissero, nell’Imperatore e nel

suo figlio Massimiliano, marito alla erede degli Stati di Borgogna:

ma questi essendo come l’Inglese contrari a Francia, era naturale

non soddisfacessero ai Fiorentini, che rifiutarono di accettare il

compromesso.[503]

Muovevangli anche gli uffici prestati a loro difesa dai Veneziani

che, avendo fatta pace col Turco, erano divenuti o almeno apparivano

più vivi e più pronti nelle cose della lega.[504] Teneano in Firenze

dal principio della guerra ambasciatore Bernardo Bembo; ed a Venezia

in ricambio andava Tommaso Soderini, autorevole, e vecchio amico di

quella Repubblica. Grandi imprese erano messe innanzi tra lui e il

Senato pel nuovo anno: assalire con le galere le coste di Puglia, fare

scendere in Italia il Duca d’Angiò: per l’una e per l’altra parve che

la spesa fosse troppa, e nulla si fece. Tra’ collegati, su’ Fiorentini

soli cadrebbe a ogni modo tutto il pondo della guerra. Temevano anche

di rimanere scoperti verso Genova, perchè i Lucchesi, sebbene di

nome fossero nella lega, desideravano in fondo dell’animo sopra ogni

cosa l’abbassamento della Repubblica di Firenze. E questa mandava ad

osservarli ed a contenerli Piero di Gino di Neri Capponi, giovane

ancora; il quale rimasto quell’inverno in Lucca, sul cominciare di

primavera, perchè gli umori bollivano, gli si levò contro un grande

tumulto di popolo armato, dal quale scampava con difficoltà la vita.

Imperocchè gli animi erano ivi molto accesi da Cola Montano che, stato

consigliero ma non esecutore della uccisione di Galeazzo, in Lucca

viveva, paese tra’ pochi allora in Italia dove fosse libertà; ed in

Lorenzo perseguitava un altro tiranno.[505] Aveva quel popolo pigliato

speranza da un appressarsi di nemici inverso i confini di Pisa e di

Lucca; del che erano state queste le cagioni. Morto Galeazzo duca

di Milano, voleano i fratelli di lui avere parte nel governo dello

Stato, il quale rimase alla vedova duchessa Bona tutrice del figlio

Giovanni Galeazzo: gli zii Lodovico, Ascanio e due altri, ebbero

esilio; e Lodovico sceso in Lunigiana, s’intendeva di là con Ferrando

e co’ fuorusciti genovesi, tanto che Genova dopo molta varietà di casi

tornava libera; ma il nuovo Doge, Battista Fregoso, vivea in amicizia

con lo Stato di Milano. Roberto da San Severino, capitano di molto nome

e che teneva per gli zii, trovandosi escluso da Genova, si mosse con

quattro mila soldati e con l’intesa del re Ferrando ad assaltare la

Toscana dal lato di Pisa.

I Fiorentini, colti alla sprovvista, mandarono subito a Pisa Commissari

che nel paese facendo raccolta di uomini comandati contenessero

il primo impeto, radunando in Val di Nievole altre genti le quali

impedissero ogni moto dei Lucchesi. Aveano ordinato anche al Duca di

Ferrara venisse ad opporsi, con quella parte che fosse necessaria del

suo esercito, a Roberto da San Severino; ma questi, dopo essere corso

fino alle mura di Pisa, voltò indietro, per non avere forze bastanti,

e si ricondusse nelle sue stanze di Lunigiana. Il Duca tornava su’

confini del Senese, dove si vedeva che sarebbe la guerra grossa, molto

i nemici ivi essendosi rafforzati. I Fiorentini dal canto loro aveano

condotto, con aggradimento dei Veneziani, il Conte Carlo da Montone e

Deifebo dell’Anguillara; agli stipendi loro da quei de’ nemici erano

venuti il prode Roberto Malatesta e Costanzo Sforza signore di Pesaro:

ottennero anche, che il Duca di Ferrara fosse riconosciuto Capitano

generale di tutta la lega; ed era in Toscana venuto il Marchese di

Mantova ai soldi dei Signori di Milano. Facevano grande disegno di

avere Perugia col mezzo del Conte Carlo per le aderenze sue nella

città; ma egli infermatosi, moriva in Cortona. E pur nonostante

continuando Roberto Malatesta le incursioni nel Perugino, gli mossero

contro il Prefetto di Roma nipote del Papa e Matteo da Capua che aveva

portato un rinforzo di quindici squadre. I quali venuti a giornata con

Roberto non lungi dal lago Trasimeno, furono dalla virtù sua rotti con

perdita degli alloggiamenti ed uccisione di molti nobili cavalieri e

di gran numero di soldati. Fu allora costretto il campo nemico fare

una mossa da quella banda; al che il Capitano dei Fiorentini che era

sul Poggio Imperiale, visto il terreno sgombro all’intorno, uscì con

parte delle sue schiere, ed ebbe per forza Casole, terra grossa dei

Senesi. Ma ivi accadde che nel saccheggio nate questioni per la preda

tra’ soldati di Mantova e quei di Ferrara, e quindi contesa tra’ due

Signori, e un’altra essendone tra Roberto Malatesta e Costanzo Sforza,

che nemmeno essi poteano più stare insieme, convenne partire l’esercito

in due; il che fu ruina di tutta l’impresa. Imperocchè i nemici con

arte sapiente raccoltisi insieme nelle estremità di Val di Chiana,

ed ivi per numero e per agevolezza di movimenti potendo con grande

vantaggio combattere così gli andati nel Perugino come i rimasti in sul

Senese, impedivano ogni mossa da entrambe le parti; il che era mandare

in lungo la guerra con danno gravissimo dei Fiorentini. I quali ebbero

da Venezia soli mille uomini d’arme, che poco fecero per le usate

circospezioni di quella Repubblica; ed in Lombardia essendo turbate le

cose, non che di là venissero nuove genti, furono costretti l’Estense e

il Gonzaga partirsi dal campo. Era il fine dell’estate, quando i nemici

accortisi come sul Poggio Imperiale si faceva mala guardia, partitisi

a un tratto dal Ponte a Chiusi, a grandissime giornate vennero ad

assalire quelli del Poggio. I quali dall’impeto improvviso sbigottiti,

vilissimamente si fuggirono, abbandonando quel forte sito ch’era difesa

della città di Firenze: per il che in fretta richiamate dal Perugino

le genti, e insieme con quelle le quali erano sul Senese facendo testa

ne’ poggi di San Casciano, sebbene fossero in tempo da porre la città

in salvo, non impedirono che i nemici sparsi giù per la Val d’Elsa,

prese altre castella, andassero in forza alla espugnazione di Colle.

Fu molto gloriosa quivi la difesa per sessanta giorni, concorrendovi

misti ai soldati i cittadini e le donne istesse con grande amore per la

Repubblica. Ma infine Colle cedette anch’esso ai 14 novembre 1479. E un

altro assalto contro ai Fiorentini si cominciava in Romagna da Roberto

di San Severino per la mutazione di fresco avvenuta nello Stato di

Milano.[506]

Quivi la Duchessa, debole e povera di consiglio e stretta dalle arti e

dalle forze dei cognati, gli avea ricevuti a partecipare nel governo

e nella tutela del figlio bambino; ma in breve fu ella necessitata

partirsi, ed a Lodovico rimase lo Stato come in libera signoria.

Il quale essendo nuovo ed ambizioso e già conosciuto tra gli altri

principi artifiziosissimo, nessuno vedeva da quale parte inclinerebbe:

Lorenzo temeva sopra ogni cosa la congiunzione di lui col Re, della

quale aveva già qualche sentore. Quindi era al Medici necessità

farsi innanzi e precorrere gli eventi: la guerra sarebbegli nel terzo

anno gravissima, ignorando egli sopra quali amici potesse contare.

Ed inoltre era la città stracca, essendo percossa in quegli anni

anche dalla peste, e voci insolite s’udivano fin dentro ai Consigli,

accusando gli errori commessi, le perdute spese, le ingiuste gravezze:

cagione lui solo dei pubblici danni. Vedeva Lorenzo per tutto ciò, che

a salvare la città e sè stesso gli era necessità ricorrere a un forte

partito; rompere la Lega ad ogni costo, ed egli gettandosi in braccio

all’uno dei due nemici come incurante di sè medesimo, destare negli

uomini con un grande atto ammirazione. Con Sisto, impossibile o sempre

mal ferma vedea l’amicizia; nel Re gli pareva doversi fidare, qualora a

lui si abbandonasse: rischio pur v’era ma necessario, e qui all’ardire

si congiugnea la prudenza; dove poi l’ardire sopravanzasse, valeva la

fiducia che in sè medesimo riponeva, egli sentendosi nato a vincere col

forte ingegno le difficoltà e a trarsi dietro gli altrui voleri.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 29 / 51 段