La Famiglia dei Pazzi antichissima in Firenze, era tra le più grandi;

messa in disparte dal popolo vittorioso, fioriva però di aderenze

e di ricchezze, datasi ai traffici che ultimamente faceva in molte

città d’Europa. Andrea dei Pazzi aveva alloggiato nelle sue case

Renato d’Angiò re di Napoli, e gli era stato grande amico. Dei tre

suoi figli, Piero non ignobile d’ingegno s’era tutto dato al vivere

lauto ed alle magnificenze per le quali aveva destato in mezzo a tanti

ammirazione.[479] Di questo nacquero oltre a Francesco più figli, che

tutti vivevano, come altri d’Antonio fratello a Piero. D’Andrea restava

un terzo figlio Iacopo, tenuto ora come capo della famiglia dei Pazzi,

già vecchio e ricchissimo anch’egli; e per essere asceso infino ai

sommi gradi, fatto dal popolo cavaliere; ma diffamato come furiosamente

dedito al giuoco ed alla bestemmia. Cosimo de’ Medici, per amicarsi

quella possente famiglia, avea maritato Bianca sorella di Lorenzo a

Guglielmo dei Pazzi fratello minore di Francesco: da quelle nozze, come

vedemmo, ebbe la Casa dei Pazzi sollievo dai carichi delle gravezze.

Ma quanto al dare gli uffici, andavano a rilente i Medici dove fossero

congiunte nobiltà e ricchezze; e il popolo istesso per antica usanza

vedea sempre di mal occhio nei Magistrati le famiglie grandi, tra le

quali erano i Pazzi tenuti, sebbene profusi allo spendere, altieri e

lontani dall’uguaglianza popolare. «Questo fece che a messer Iacopo e

ai nipoti non erano conceduti quei gradi d’onore che a loro, secondo

gli altri cittadini, pareva meritare. E il magistrato degli Otto,

sendo Francesco de’ Pazzi a Roma, senza avere a lui quel rispetto che

ai grandi cittadini si suole avere, a venire a Firenze lo costrinse.»

Imperocchè in Roma aveva Francesco guadagni e favori e l’ufficio del

Tesorierato, ai Medici essendo tolto quello della Depositeria nei

primi sdegni del Papa contr’essi. Per ultimo avvenne che Giovanni

de’ Pazzi avendo in moglie la figliuola unica di Giovanni Borromei,

uomo ricchissimo, le sostanze di lui dovevano andare alla figlia:

ma fatta una legge che i cugini maschi privassero della successione

le sorelle, il pingue retaggio andò invece a Carlo Borromei molto

aderente a casa Medici.[480] «La quale ingiuria i Pazzi al tutto dai

Medici riconobbero: della qual cosa Giuliano de’ Medici molte volte con

Lorenzo suo fratello si dolse, dicendo com’ei dubitava che per voler

delle cose troppo, ch’elle non si perdessero tutte. Nondimeno Lorenzo,

caldo di gioventù e di potenza, voleva a ogni cosa pensare, e che

ciascuno da lui ogni cosa riconoscesse. Non potendo adunque i Pazzi con

tanta nobiltà e tante ricchezze sopportare tante ingiurie, cominciarono

a pensare come se n’avessero a vendicare.» Saranno qui facili a

riconoscere le parole del grande scrittore.[481]

Aveva trovato Francesco dei Pazzi in Roma un altr’uomo tale da farsi

al suo disegno strumento e complice opportuno. Essendo morto Filippo

de’ Medici arcivescovo di Pisa, avea Sisto IV, contro la volontà di

Lorenzo, data a Francesco Salviati quella ricca mensa: prima voleagli

conferire l’arcivescovado di Firenze, ma invece Lorenzo ottenne

questo per il cognato suo Rinaldo Orsini, ed ora indugiava tre anni

l’investitura di quello di Pisa. Ebbela infine Francesco Salviati, ma

dimorava in Roma, essendo tra quei Prelati ai quali piaceva più stare

in corte che alla diocesi, e che non voleano del vescovado che il

benefizio; ambiziosissimo com’egli era, il grado ecclesiastico pareagli

essere mantello e usbergo a più arrischiare. Ebbe egli pertanto col

conte Girolamo e con Francesco de’ Pazzi frequenti discorsi tutto

l’anno 1477, cercando insieme di mutare lo Stato in Firenze. Al che

gli pareva necessario innanzi tutto di tirare Iacopo de’ Pazzi, siccome

capo della famiglia e senza cui nulla si farebbe. Al qual fine essendo

Francesco de’ Pazzi venuto in Firenze, trovò il vecchio messer Iacopo

freddo e renitente più che non avrebbe egli voluto: pareagli mattìa

volersi fare i suoi nipoti signori in Firenze, e considerava quanto

bello stato e quanta ricchezza egli ora mettesse in sul tavoliere.

Laonde credendo essere a smuoverlo necessario mostrargli presente e

certo l’aiuto del Papa e del Re, Francesco, tornato in Roma, faceva con

gli altri deliberazione di comunicare il tutto con Giovan Battista da

Montesecco, soldato bene affetto al conte Girolamo, facendo che andasse

poi quegli in Firenze a vincere l’animo di Iacopo con la presenza sua

e con le promesse recate da Roma. Aveano al Papa tenuto discorso di

questi fatti; ascoltava Sisto e dichiarava tutto essere bene, solo che

sangue non si spargesse: allora il nipote avea cura di acchetarlo su

questo punto, ed affermava al Montesecco che il Papa bramava sopra ogni

cosa la mutazione dello Stato di Firenze, e che a Lorenzo voleva male,

e ch’erano certi di fargli poi fare quel che volessero. Rimane di tutto

ciò la narrazione di mano stessa del Montesecco, la quale non abbiamo

noi temuto seguire nei punti almeno più sostanziali, secondo hanno

fatto altri scrittori; a noi parendo essere in quella molti caratteri

d’ingenuità e molti assai di verosimiglianza.[482] Venuto pertanto il

Montesecco a Firenze e conferito con messer Iacopo, lo riscaldò tanto,

che il vecchio divenne a quella opera molto acceso; e così tutta la

Casa de’ Pazzi fu nella congiura. Se non che Renato, ch’era tenuto

il più savio uomo della famiglia, biasimò sempre quell’impresa della

quale non antivedeva altro che male; e il misero si credette bastasse

tenersi, quando il fatto avvenne, in villa rinchiuso. Nulla sappiamo

di Guglielmo,[483] nè della Bianca in mezzo a quelle scene di sangue;

e quale fosse il cuore loro, quale il diportarsi, l’istoria lascia

tremendo argomento alle invenzioni del Poeta.

Così apprestata la materia dentro, e parendo essere giunto il tempo da

porvi la mano, Francesco dei Pazzi e l’arcivescovo Salviati da Roma

vennero a Firenze. Aveano ordinato col conte Girolamo che Lorenzo

da Città di Castello, uomo del Papa, ne andasse al paese suo, e Gian

Francesco da Tolentino in Romagna, i quali tenendo le loro compagnie

in ordine, ubbidissero al primo cenno che da Firenze ricevessero di

assaltare da due lati oppostamente la Toscana. E al tempo stesso, sotto

colore di vendicare un insulto fatto da Carlo da Montone ai Perugini ed

ai Senesi, Giambatista da Montesecco venne a Firenze con alcune diecine

di uomini d’arme, dicendo essergli comandato di fare l’impresa del

Castello di Montone. Visitò Lorenzo de’ Medici, e accolto umanamente

da lui, n’ebbe consigli intorno a quel fatto savi e amorevoli; tanto

che al duro animo del soldato cominciò a parere strana cosa quello

essere l’uomo ch’egli era venuto per ammazzare. Ma Francesco dei

Pazzi e l’Arcivescovo lo stringevano all’opera, alla quale il re

Ferrando mediante il suo Oratore prometteva aiuto valido; ed avevano

ad essa tirato Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi, giovani arditi

e alla famiglia dei Pazzi obbligatissimi: tiraronvi Iacopo di Poggio

Bracciolini, temerario, bisognoso, pronto ad afferrare ogni cosa nuova,

ed un Antonio da Volterra che per la memoria del sacco dato alla città

sua odiava Lorenzo, ed uno Stefano sacerdote che in casa di Iacopo

dei Pazzi insegnava lettere ad una sua figliuola naturale. Questi ed i

famigli delle due case bastavano; solo rimaneva da fermare il modo per

ammazzare i due fratelli.

Al che si offrivano facili e pronte le occasioni per non avere

essi alcuna usanza di guardarsi; giovani, piacevansi di praticare

alla libera con gli altri giovani: siffatti modi, tutti fiorentini,

vedemmo anche essere presso i Medici accortezza. Ma in questo era la

difficoltà, che bisognava opprimerli insieme, perchè il superstite non

avesse a vendicare l’ucciso: pensarono a coglierli lontani tra loro,

tanto che uno non potesse soccorrere l’altro, e quindi aspettavano

se Giuliano andasse a Piombino per le nozze che si trattavano con

la figlia di quel Signore, o Lorenzo a Roma come si diceva.[484] Ma

frattanto correvano i giorni, e la cosa era in bocca di molti. Allora,

fosse disegno o caso, Raffaello Riario nipote a Girolamo, giovanetto

che non giungeva a’ vent’anni, essendo a studio in Pisa, fatto in quei

giorni dal Papa Cardinale, venne in Firenze per andare quindi Legato

a Perugia. Era occasione di feste e conviti, dove i due fratelli per

onorare il Cardinale converrebbero: alloggiava egli a Montughi in una

villa di Iacopo dei Pazzi, il quale invitava seco a desinare Lorenzo

e Giuliano, ma questi impedito da leggera infermità non intervenne.

Un altro convito dato al Cardinale dai Medici nella loro villa presso

Fiesole, non parve porgesse comoda occasione. Giunse infine il giorno

della domenica 26 aprile: il Cardinale era invitato a solenne desinare

in casa Medici, s’allestivano le mense, mettevansi fuori gli addobbi

splendidissimi della Casa. Innanzi assisteva il Cardinale ad una Messa

in Santa Maria del Fiore: Lorenzo e Giuliano doveano andare a quella

Messa per fare corteggio al Cardinale ed accompagnarlo quindi a casa

loro. Deliberarono i congiurati quella mattina medesima di compiere in

chiesa, senza più indugio, l’attentato.

Aveano assegnato il punto e l’ordine all’impresa quando il sacerdote,

avendo fatta la comunione, finisce la Messa; perchè allora il tocco

delle campane del Duomo darebbe il segno all’arcivescovo Salviati ed

a Iacopo Bracciolini e agli altri cui era commesso d’occupare a forza

il Palagio. Voleano che Giambatista da Montesecco avesse la cura di

ammazzare Lorenzo, Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini, Giuliano. Ma

Giambatista prima addolcito dalla umanità di Lorenzo e avendo orrore di

commettere tanto eccesso in chiesa, ricusò dicendo che a ciò l’animo

non gli basterebbe; il luogo suo ebbero Antonio da Volterra e Stefano

sacerdote. La chiesa era piena di popolo, i due Fratelli passeggiavano

intorno al Coro, quando venuto il punto, Francesco de’ Pazzi e Bernardo

Bandini ch’erano presso a Giuliano con armi corte gli traversarono

il petto sicch’egli cadde subito in terra; ma quelli pure gli si

gittarono sopra e lo finirono con altri colpi: in quel furore Francesco

de’ Pazzi di propria mano sbadatamente ferì sè stesso in una gamba.

Antonio da Volterra e Stefano prete assalivano Lorenzo, ma questi se

ne avvide in tempo, e cavò l’arme e si difese, non avendo egli avuto

altro che una leggera ferita nel collo. Francesco de’ Pazzi, tutto che

ferito, e Bernardo Bandini accorrevano per ammazzare anche lui, ucciso

avendo Francesco Nori che gli era appresso; ma Lorenzo saltò in Coro,

e passando dinanzi all’altare uscì di faccia alla sagrestia nuova,

dove molti essendo accorsi de’ suoi, lo misero dentro e chiusero la

porta ch’era di bronzo, e Piero suo padre l’avea fatta fare. Quivi,

tra gli altri, si trovò Agnolo Poliziano che descrisse la Congiura:

sentivano fuori tumulto e grida e remore d’armi, nulla sapevano di

Giuliano. Stati poco tempo, udirono molti farsi alla porta gridando:

uscite; non erano certi che fossero amici, ma un giovane Sigismondo

della Stufa ch’era ivi con gli altri, salito per una scaletta sulla

cantoria dell’Organo, tornò assicurando ch’erano a difesa di Lorenzo:

il quale uscito dopo circa un’ora ch’era stato in sagrestia, fu in

mezzo a grande compagnia d’armati menato a casa. I congiurati veduto

ch’ebbero Giuliano morto e Lorenzo in salvo, chi in qua e chi in là

s’erano dispersi. Il giovinetto Cardinale che udiva la Messa, rimasto

solo tutto spaurito accanto all’altare, fu poi raccolto da’ suoi preti,

e quando fu tempo, da due degli Otto con guardia bastante condotto in

Palagio e ivi ritenuto.

Intanto l’arcivescovo Salviati, uscito di chiesa col dire che andava

a visitare sua madre, s’era recato al Palagio; seco avea Iacopo suo

fratello conscio del fatto, ed un cugino che nulla sapeva e Iacopo

Bracciolini e certi Perugini fuorusciti ed altri, in tutto forse trenta

armati. Dei quali rimasti alcuni a guardare la porta, l’Arcivescovo

saliva con pochi, e trovato che la Signoria desinava, chiese parlare

al Gonfaloniere; il quale subito si levò da tavola e fece in camera

entrare seco l’Arcivescovo, che disse avere certe commissioni da fare

a lui proprio in nome del Papa. Era Gonfaloniere quel Cesare Petrucci

che stato in Prato Commissario nel tumulto del 1470, di bassa fortuna

era salito a quel grado pel favore di Casa Medici: il quale s’accorse

che l’Arcivescovo nel parlare si mutava in viso e non attaccava parola

da trarne costrutto; poi voltandosi verso l’uscio, si spurgava come

se volesse fare cenno a gente di fuori. Al che subito il Gonfaloniere,

come esperto di quelle mischie, saltato fuori dall’uscio e chiamati a

sè i compagni e quei ministri che si trovarono in Palagio, usando le

armi che il caso offerse, bastarono contra ogni mossa dei congiurati;

dei quali anche era avvenuto ch’entrati certi in una stanza e chiuso

l’uscio, ch’era a colpo, non ne potessero quindi uscire. In questo

mezzo giungeva in Piazza Iacopo de’ Pazzi, venuto da casa con molti

congiunti, e amici, egli a cavallo e seco forse un centinaio d’uomini

armati; dei quali taluni, essendo la porta in mano dei loro, salivano

su. La Signoria ed il Palagio correvano pericolo; ma in Piazza sebbene

avesse Iacopo gridato il nome della Libertà, perch’era come di lingua

morta, niuno si mosse; e invece accorreva da ogni parte gente devota ai

Medici che gridava Palle. Di questi essendo entrati tanti in Palagio

da assicurarsi dei congiurati ch’erano sopra; chiusero la Porta, e

perchè di fuori il Pazzi co’ suoi facevano segno di combatterla, quei

di dentro saliti in alto sul ballatoio gli allontanarono co’ sassi

che la Signoria teneva sempre lassù per difesa: cosicchè a Iacopo fu

necessità tornarsi a casa, dove aspettato se per la città nascesse

qualche rumore di libertà, poichè fu certo essere il contrario, fattosi

aprire la porta alla Croce, fuggiva con parte de’ suoi in Romagna. Ma

lui ritrattosi, era la porta del Palagio stata riaperta, dove entrati

molti, raccontarono il fatto come avvenne in chiesa, e Giuliano ed il

Nori uccisi, ed il pericolo di Lorenzo. Al che senz’altri discorsi il

Petrucci e gli Otto, tra ira e paura, ordinarono che l’Arcivescovo così

com’era, co’ suoi Salviati e con Iacopo di Poggio fossero appiccati

alle finestre del Palagio a vista del popolo, e che tutti gli altri

ch’erano dentro fossero gettati, morti o semivivi, fuor delle finestre.

Altri erano stati in quella furia tagliati a pezzi, in tutti ventisei;

tra’ quali alcuni preti e servitori del Cardinale: fra tutti uno solo

potè salvarsi, che dopo quattro giorni rinvenuto sotto a certe legna e

quasi che morto dalla fame, gli fu perdonato.

A casa i Medici accorrevano da tutti gli ordini della città, chi a

offrire sè stesso, chi ad accertarsi dell’accaduto, ciascuno agitato

da incerte passioni. La strada era piena di popolo, e tutti chiedeano

vedere Lorenzo, il quale dovette mostrarsi alla finestra fasciato il

collo da un asciugatoio. Ma intanto in Palagio avevano dato il segno

alla plebe, la quale non fu sorda a rispondere, aizzata e al sangue

condotta dai cagnotti di Casa Medici. Corse alle case dei Pazzi,

e avendo trovato in quelle Francesco solo, che per la ferita s’era

gittato sul letto, così mezzo ignudo com’era, lo condussero al Palagio,

dove fu accanto agli altri impiccato. Quindi spiando dove si fosse

alcun dei Pazzi ricoverato, trovarono Giovanni d’Antonio negli Agnoli,

e Galeotto di Piero che cercava di rifugiarsi, vestito da femmina, in

Santa Croce; e pure quei due furono condotti in Palagio. La Signoria

intanto spacciava lettere e cavallari attorno, ordinando dovunque

taluno di costoro capitasse, fossero presi ed a Firenze condotti; quivi

recati il dì seguente di Mugello tre altri dei Pazzi con alcuni fanti

di quei del Montesecco, furono alle finestre del Palagio impiccati. La

plebe infuriava sopra i cadaveri bestialmente, e trascorrendo per le

vie, faceva temere a molti che non volesse mettere la città a sacco, nè

fu repressa che a grande stento. Renato de’ Pazzi, che avea biasimato

la congiura, come si è detto, ma che la sapeva, cercando fuggire in

veste di contadino, fu preso e a quel modo com’era, impiccato. Reo fu

Lorenzo a non salvarlo, e quella morte sola ebbe compianto universale

nella città: Renato altro non poteva. Andando con gli altri faceva

contro alla coscienza sua, denunziarli era iniqua opera, e mettersi

prima in salvo era questo pure un’accusarli e sè non assolvere vivendo

sempre poi svergognato; nocque a lui essere tenuto savio, e perchè nel

popolo aveva credito e benevolenza, parve a chi teneva lo Stato che

fosse tal uomo da levarselo dinanzi.

Il dì seguente venne messer Iacopo de’ Pazzi, il quale fuggendo

era stato raggiunto in sull’Alpi, e venne in lettiga perchè reggere

non si poteva e fu a quel modo menato in Palagio; dove egli ebbe la

sorte degli altri, avendo per via pregato invano quelli Alpigiani

che l’uccidessero. Nè a questo solo strazio era serbato quell’uomo,

tenuto prima felice ed invidiato per grado e ricchezze, e capo egli di

famiglia fiorentissima, e vissuto fino alla vecchiezza nei primi onori

della città. Imperocchè essendo prima sotterrato in Santa Croce, e poi

levatasi fama ch’egli fosse morto bestemmiando, s’attribuivano certe

lunghe pioggie che in quei giorni avvennero, all’essere egli stato

sepolto in luogo sacro. Laonde i Signori nottetempo fattolo levare

di chiesa, lo mandarono a sotterrare lungo le mura; ma i fanciulli

(guidati da uomini scelleratissimi) cavatolo anche di lì, col capestro

ch’egli aveva alla gola, lo trascinarono alle case sue gridando:

_aprite a messer Iacopo de’ Pazzi_; nè sarebbe finita quella nefandità

se la Signoria, per cavarlo ad essi di mano, non lo avesse fatto

pigliare e gettare in Arno, che allora grosso di molte acque portava

quel corpo a galla, spettacolo di orrore insieme e di compassione. I

due feritori di Lorenzo presi in Badia, pendevano il dì poi con gli

altri dalle finestre del Palagio. Ivi ed in Piazza i morti sommarono

tra impiccati e tagliati a pezzi, chi dice il minor numero a settanta,

e chi il maggiore presso a cento. Giovan Battista da Montesecco, preso

nei giorni stessi e lungamente esaminato, dopo avere scritta quella

Confessione della quale abbiamo discorso, ebbe il capo mozzo sopra la

porta del Palagio del Potestà. Bernardo Bandini e Napoleone Franzesi

riuscirono a porsi in salvo, ma il secondo moriva l’anno dipoi nelle

armi del Duca di Calabria, venuto a campo sopra a Firenze. Bernardo

Bandini ricoverato in Costantinopoli, fu per ordine del Sultano preso

e consegnato a un Antonio di Bernardetto dei Medici, che Lorenzo aveva

mandato apposta in Turchia: così era grande la potenza di quest’uomo

e grande la voglia di farne mostra, e che non restasse in vita chi

aveagli ucciso il fratello: fu egli appiccato appena giunto.

Nè per tutto il mese di maggio seguente cessavano le condanne delle

quali abbiamo il testo, profferite dal magistrato degli Otto di Guardia

e Balìa, che ne ingiungeva la promulgazione al Potestà: questi era

Matteo de’ Toscani milanese. Tutti quei della famiglia Pazzi che uccisi

non furono, andarono in fondo alla torre di Volterra, eccetto Guglielmo

che per avere in moglie la Bianca sorella di Lorenzo fu solamente

confinato a cinque miglia lontano dalla città: abbiamo notizia come sei

anni dopo, dimorassero la moglie in Firenze ed egli in Roma, trattato

dai Medici con benignità riservata e contegnosa, come uomo perdonato

e che potesse tornare in grazia di parente.[485] La famiglia dei

Salviati rimase in grado, e fu poco dopo imparentata con Casa Medici.

I fratelli del Bandini, due altri figliuoli del Poggio, tutta l’antica

ed illustre famiglia dei Franzesi da Staggia e alcuni dei Corsi, come

sospetti, e molti che il Magistrato inquisitore e giudice andava in

qua e in là raggranellando, furono o carcerati o confinati o resi

inabili agli uffici; il che dicevano ammonire, continuando tuttavia

quel nome usato in antico dal magistrato di Parte guelfa; ma ora negli

Otto stava quell’arbitrio che si appellava giurisdizione. Un Vespucci,

amicissimo dello Stato ma che aveva salvato un colpevole, fu condannato

in perpetuo alla carcere nelle Stinche, poi liberato. Frattanto i Pazzi

erano dipinti nella facciata del Palazzo del Bargello impiccati come

traditori col capo all’ingiù.[486] Chi avesse in moglie una discendente

di Andrea dei Pazzi era ammonito egli ed i figli suoi, e le fanciulle

che si maritassero di quella prosapia recavano seco il divieto nelle

case dove elle entravano: una provvigione della Signoria ordina queste

cose, e che il nome dei Pazzi in perpetuo rimanga abolito costringendo

a mutar casato quei che rimanevano; e che sieno cancellate le armi loro

dovunque si trovino, e le insegne e le iscrizioni d’onore, sien’anche

in case private; e che il Canto de’ Pazzi pigli altro nome; e che

l’onorificenza del Carro e dell’appiccare il fuoco nella solennità del

Sabato Santo fosse tolta alla famiglia dei Pazzi. La quale rimase,

di numerosissima ch’ella era, come annullata, e sebbene fosse poi

restituita negli onori, non racquistò mai l’antica grandezza.

Questo fine ebbe la Congiura de’ Pazzi; l’aveano tramata senza consenso

dentro nè favore popolare, e, quel che fu peggio, con intelligenze

fuori odiose a chiunque bramasse in Firenze col torre via i Medici

recuperare la libertà: poi quella strage in luogo sacro, in ora

solenne, e l’uccisione di Giuliano che il popolo amava, destarono

affetti incontro ai quali nulla aveano essi fuorchè un pensiero

d’istituire, facendo a mezzo con la Casa dei Riari, non so quale forma

d’incerta repubblica o di tirannide. Acquietati gli animi, furono

a Giuliano celebrate esequie magnifiche: riseppesi ch’era incinta

di lui una donna dei Gorini; ed il fanciullo, che nacque pochi mesi

dopo, nutrito e cresciuto nella compagnia dei figli che aveva Lorenzo,

divenne papa Clemente VII.[487]

CAPITOLO VI.

GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A NAPOLI. [AN. 1478-1480.]

Quando giunse a Roma la prima notizia del fatto atroce, risedeva in

quella città per la Repubblica, oratore, Donato Acciaioli. Era egli

ora per la seconda volta inviato a Sisto, le commissioni difficili

e odiose e in tutto aliene dall’animo di Donato; il quale andatovi

per ubbidienza di buon cittadino, faceva il meglio. Quali poi fossero

le cose segrete che aveva a trattare, tace il biografo di lui (come

suole fare sovente) «per non offendere chi non l’avrebbe per bene.»

Inteso pertanto ch’ebbero a Roma del Cardinale preso e dell’Arcivescovo

impiccato, se ne fece grandissimo caso; e il Conte Girolamo riscaldò

il Papa ed il Collegio dei Cardinali quanto potè a farne dimostrazione

contro all’ambasciatore Fiorentino. Quindi egli stesso con molto numero

di fanti armati andò alla casa dove l’Acciaioli dimorava, salì su, e

gli disse d’andare con lui: poi, senza badare nè al diritto inviolabile

d’ambasciatore, nè alle dignitose proteste che invano questi faceva,

messolo in mezzo a quei soldati, lo menò in Palazzo. Qui giunto Donato,

volle essere subito condotto al Papa, il quale alle forti parole di

lui, giurato avendo sopra il suo petto che di questo caso non ne sapeva

nulla, e dimostrato che gli dispiacesse, gli diede licenza d’andarsene

a casa. Non era mancato pensiero di metterlo in Castel Sant’Angelo,

ma gli Ambasciatori di Venezia e di Milano dichiararono che il bene

ed il male che fosse a lui fatto verrebbe da essi riguardato come cosa

loro. Così egli rimase in Roma tranquillo, ma scorato ed avvilito per

l’onore offeso della sua città, e intimorito delle conseguenze che ne

uscirebbero. A Firenze scrisse, rendessero subito il giovane Cardinale

Raffaello di San Giorgio, che era stato preso; al Papa avea dato fede

che ciò era stato fatto per cavarlo di mano al popolo, e che ogni

volta che lo rivolesse, lo renderebbero; il che aveva per lettere anche

promesso la Signoria. La quale era stata a ciò confortata anche dal re

Ferrando, che prometteva, facendo questo, non ne seguiterebbe alcuno

scandalo di quei gravissimi, i quali altrimenti potevano uscirne.

A questo effetto aveva il Papa mandato a Firenze il Vescovo di Perugia;

il quale essendovi più giorni rimasto, non potè ottenere che lo

rendessero.[488] Era un pegno in mano delle robe e delle persone dei

molti Fiorentini che stavano in Roma: aveano scritto a quei mercanti

che al più presto mettessero in salvo le robe ed uscissero di Roma;

il che essendo giunto alle orecchie del Papa, e temendo egli il grave

danno che ne verrebbe ai cortigiani che aveano danari nei loro banchi,

mandò gente ai passi perchè non uscissero, e poi ne fece taluni mettere

in Castello, di dove furono liberati in capo ad alcune ore, data

promessa di non si muovere. Questo abbiamo da una lettera a Lorenzo

dei Medici, scritta dal Cardinale decano Vescovo d’Ostia, ch’era egli

medesimo stato in Castello alla liberazione di quei mercanti. Gli

annunzia, il Papa con tutto il Collegio avere eletto una congregazione

di cinque Cardinali a fare il processo per via di giustizia contro

alla Repubblica di Firenze, se non si renda liberamente il Cardinale

di San Giorgio: esorta quindi Lorenzo, come affezionato a lui, «che

di tal cosa non si pigli passione alcuna, ma con ogni istanza procuri

quella liberazione; altrimenti quello che unanimiter il Sacro Collegio

ha deliberato per i detti Deputati, si manderà ad esecuzione con ogni

celerità: della qual cosa a noi rincrescerà assai, perchè sapete che

il Sacro Collegio non more mai; e, al parere nostro, per voi non fa

pigliare questa impresa, della quale ne poteria seguire gran mancamento

e scandalo alla detta vostra Excelsa Comunità.[489]»

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 28 / 51 段