Col duca Galeazzo Maria di Milano grande era e scambiata d’uffici

frequenti l’amicizia di Lorenzo. Questi avea tenuto al fonte

battesimale il figlio primogenito di esso Duca; al quale effetto

recavasi a Milano, dimorando ivi più giorni con grande solennità:

di quel viaggio principesco abbiamo ragguagli in certe lettere molto

familiari, che Lorenzo faceva scrivere a madonna Clarice sua moglie da

messer Gentile da Urbino, stato suo maestro e che poi divenne vescovo

d’Arezzo.[456] Fu egli compare anche a più altri figliuoli del Duca;

il quale nell’anno 1471 del mese di marzo veniva a Firenze insieme

alla moglie Bona di Savoia, la cui sorella avea per marito Luigi XI re

di Francia. Di quella età non si avrebbe compiuto il carattere, se in

mezzo ai fatti di guerra e di Stato non si narrassero le magnificenze.

Recava con sè il duca Galeazzo cento uomini d’arme e cinquecento fanti

per la sua guardia, cinquanta staffieri vestiti di panno d’argento e

di seta, cinquanta chinee menate a mano per la persona della moglie, e

cinquanta corsieri per lui con ricchissimi guarnimenti: coppie di cani

e falconi e sparvieri in grande numero per la caccia. Avea per servizio

della duchessa e delle sue dame fatto condurre per l’Alpe a schiena

di mulo dodici carrette con le coperte di panno d’oro e d’argento

ricamato: allora si dava questo nome alle carrozze, delle quali era

grande uso in Milano e molto celebre la fabbricazione: in tutto, la

Corte del Duca menava due mila cavalli. Lorenzo alloggiava i principi

in casa ed a spese sue, i cortigiani per la città serviti dal Comune.

Grande la pompa di feste pubbliche; nelle chiese rappresentazioni

sacre: per una di queste arse il bel tempio, non per anche finito, di

Santo Spirito, che tosto venne riedificato. Il Duca ammirando in Casa

Medici la magnificenza congiugnersi a somma squisitezza d’arti belle, e

i dipinti e le sculture de’ maestri eccellenti che aveano allora sede

in Firenze, e le tante opere d’antichità che a grande studio quella

veramente sontuosa famiglia radunava da tutta Italia e dalla Grecia,

si chiamò vinto, secondo che scrivono; dicendo, nulla essere a petto

a quelle di Casa Medici le splendidezze a cui bastava la sola copia

del danaro. Tempi erano pieni d’eccitamenti all’ingegno, le fantasie

deste alle arti del bello, vagante il pensiero, il costume sciolto;

del popolo di Firenze briosa la vita, spensierata, motteggiante. «Dove

si vidde cosa in quel tempo nella nostra città ancora non veduta,

che sendo il tempo quadragesimale, nel quale la Chiesa comanda che

senza mangiar carne si digiuni, quella sua Corte, senza rispetto della

Chiesa o di Dio, tutta di carne si cibava. Se dunque quel Duca trovò la

città di Firenze piena di cortigiane delicatezze e costumi a ogni bene

ordinata civiltà contrari, la lasciò molto più.» Abbiamo trascritto qui

parole del Machiavelli.

In mezzo e a cagione di tali costumi, la libertà se ne andava. I

Signori per luglio e agosto 1470 nel principio del loro ufficio aveano

fermato tra loro e vinto nei Collegi che degli accoppiatori stati dal

34 in poi con alcuni arroti, si dovesse trarre ogni anno cinque, i

quali facessero le imborsazioni dei Gonfalonieri e dei Priori anno per

anno, per quanto duravano le borse a mano; e che a far valida detta

provvigione bastasse ottenerla solamente nel Consiglio dei Cento; nel

quale essendo proposta due dì, non si vinse; ed i Signori medesimi

veduto che a tutti riusciva odiosa, l’abbandonarono. Ma pure a ogni

modo per assicurare quello Stato era mestieri di chiudere in pochi la

scelta dei magistrati; al che si prestava la mala usanza delle tratte,

formando le borse ad arbitrio volta per volta di chi dominava. L’anno

dipoi a quaranta cittadini fu data balía di eleggerne dugento, che

si chiamò Consiglio maggiore, cui spettasse regolare gli squittinii

di dentro e di fuori. Annullarono il Consiglio del Comune e quello

del Popolo, nei quali fin dalla istituzione della Repubblica avea

fondamento la libertà cittadina; ogni cosa riducendo nel Consiglio dei

Cento fidati, che nuovamente riordinarono. Quella Balía fu prolungata

per altri quattro mesi a fare lo squittinio di dentro e di fuori;

al quale elessero dieci Accoppiatori con autorità grandissima: era

di quel numero lo stesso Lorenzo de’ Medici con Giovanni Canigiani

e Antonio Pucci; gli altri, tutti dei più aderenti, perchè negli

squittinii sempre era la somma di tutto il negozio, vagliandosi allora

per un corso d’anni successivi i nomi di quei cittadini sui quali

dovessero cadere gli uffici. Ma nelle Balíe, che pure dovevano in

sè mostrare qualche poco di libertà, mettevano uomini che tutti non

fossero d’un solo colore: non v’erano lotte palesi e a viso alto, ma

vi erano inciampi; ed in quegli anni, quando voleasi mutare la forma

popolare in principesca, non tutti i partiti riusciva vincere alla

prima, o vinti, non avevano esecuzione. Accadde ciò quando si volle

ridurre le quattordici Arti minori a sole cinque, vendendo i beni

delle vacanti per fare un altro Monte da pagare i provvigionati e

castellani. Ma, come è notato da Alamanno Rinuccini, «parve cosa che

pretendesse a altro fine più importante, a chi la considerava bene;»

perch’era disfare sin anche i nomi delle cose più antiche e più care

all’universale: così parve bene lasciarla da parte. Intanto l’aggravio

dei Catasti raffittiva; nè tutti pur questi si vincevano, ed un Notaio

delle Riformagioni fu condannato perchè si disse avere egli falsato un

partito. Volevano tutte mandare a fondo le istituzioni più capitali,

e decretarono vendere i beni non che dell’uffizio della Mercanzia,

ma quelli disfare della Parte guelfa, la quale invero avea perduto

l’antico valore; i Papi non erano allora più guelfi degl’Imperatori, e

i re di Puglia Aragonesi preparavano le vie d’Italia a Carlo V. Coteste

vendite, benchè a rilento, pure si facevano, e il magistrato di Parte

guelfa sotto altro nome passò a curare le opere pubbliche. Oltre ai

castellani, ch’erano dei loro, i Medici vollero avere anche un’altra

forza nel contado, pel quale crearono un Bargello con cinquanta armati;

dapprima a breve tempo, che poi si prolungava, rendendo agevole per

tali industrie l’assuefazione.[457]

Forza dello Stato dei Medici era, come già notammo, la ricchezza;

la quale Lorenzo anch’egli cercava d’ampliare in più modi, nè gli

mancavano le occasioni. Aveano dal Papa infino dal 1466 avuto la

depositeria dell’allume negli Stati della Chiesa:[458] avvenne poi che

due Volterrani, un Riccobaldi del Bava ed un Inghirami, trovassero in

Maremma una cava d’allume di rôcca, sulla quale pretendendo ragioni

il Comune di Volterra come signore del luogo, e i due non potendosi

bene accordare, Lorenzo de’ Medici entrato a parte di quella impresa

per farsi egli solo padrone dei prezzi di tutto l’allume, troncò la

questione. Del che i Volterrani tenendosi forte gravati, uccisero

l’Inghirami; e tolta l’ubbidienza al Commissario che vi era per la

Repubblica e al tutto ribellatisi, era sentenza di molti in Firenze

che si procedesse per le buone, usando il perdono: se non che Lorenzo,

offeso nel proprio, volle il contrario, e che si riavesse con le armi

Volterra, e con le armi si tenesse; troppo era costata al Comune di

Firenze, ed il giovane Lorenzo andava spedito in ogni sua risoluzione.

Forse i Volterrani poneano speranza nel Signore di Piombino e per suo

mezzo nel re Ferrando, sapendosi avere le armi Fiorentine fatta una

mossa l’anno innanzi per accordi passati in segreto tra Lorenzo e il

Duca di Milano, a fine di togliere Piombino agli Appiani e darlo in

possesso al Comune di Firenze; del che Ferrando per gli Oratori suoi

aveva fatto querela grandissima.[459] Inoltre è certo che i Veneziani

favorivano segretamente la ribellione di Volterra.[460] Per le quali

cose non parendo senza pericoli quella guerra, fecero provvisione di

trarre dal Monte delle Doti centomila fiorini,[461] e invece dei soliti

Dieci, crearono Venti tra i quali era Lorenzo e con esso i primi della

città. Diedero il bastone del comando a Federigo conte di Urbino; il

ch’era togliere ai Volterrani ogni speranza del re Ferrando, del quale

il Conte era soldato; e questi in pochi giorni raccogliendo nel Pisano

cinquemila fanti con qualche numero di cavalli, tra’ quali ve n’era

mandati dal Papa e dal Duca di Milano, entrato in campagna, occupò il

contado prestamente; poi fattosi sotto alle mura di Volterra, poteva la

guerra per la fortezza del sito andare in lungo; se non che nella città

i molti increduli alla riuscita, ed i mali trattamenti dei soldati

dentro, persuasero in pochi giorni la resa, che fu accordata, salvo

gli averi e le persone. Entrò in Volterra l’esercito Fiorentino; ma,

come se i patti nulla tenessero, la città infelice fu posta a sacco, i

cittadini presi, le chiese rubate e le donne svergognate. Lorenzo ebbe

carico di quell’orribile tradimento, altri affermando che avvenisse

contro suo volere, e lui encomiano di clemenza. Spianato il palazzo dei

Vescovi, antichi signori in Volterra, fu sopra quel luogo piantata la

Rôcca che ivi rimane; la città ridotta a condizione di terra suddita,

perdeva il contado suo proprio ed ogni ultimo resto d’indipendenza: il

Conte d’Urbino dalla Repubblica ebbe onori e doni larghissimi. Dipoi

Lorenzo visitava l’afflitta città.[462]

Essendo morto Paolo II l’anno 1471, a lui succedeva col nome di Sisto

IV frate Francesco della Rovere da Savona dei Minori Osservanti;

era egli in Santa Croce di Firenze stato eletto Generale di tutto

l’ordine Francescano nel grande Capitolo che ivi si tenne l’anno

1467.[463] Lorenzo de’ Medici, che fu de’ sei ambasciatori mandati in

Roma, com’era usanza, al nuovo Pontefice, ebbe da lui su quelle prime

grande accoglienza ed insigni doni d’antiche sculture, e l’ufficio di

depositario della Camera Apostolica; egli e Giovanni Tornabuoni suo zio

ed altri, che stavano in Roma a curare le ragioni della Casa Medici, vi

guadagnarono somme grandissime, comprato avendo dal Papa a vil prezzo

le gioie che Paolo fastosamente in grande copia aveva raccolte.[464]

Intanto Lorenzo faceva sul Papa altro disegno: bramava assai che

Giuliano fosse cardinale, perch’era ampliare e fortificare molto i

fondamenti alla grandezza della famiglia, e perchè avrebbe lasciato

le mani a lui più libere nel governo dello Stato di Firenze. A questo

effetto erano le pratiche già molto avviate,[465] quando nascevano tra

’l Papa e Lorenzo i primi semi di quel mortale odio che tanto afflisse

la vita d’entrambi.

Il nuovo Papa, dalle strettezze d’una cella balzato alla cima di tanta

grandezza, si trovò attorno per sua sventura due famiglie di nipoti,

capaci taluni e tutti ambiziosi della condizione principesca a cui

gl’inalzava con malo esempio Sisto IV. Da lui cominciava quella serie

di Pontefici mondani i quali vedremo, quasi che ad altro non fossero

eletti, turbare l’Italia per farvi uno stato ai loro congiunti;

e quel che la Chiesa ne patisse, dovremo narrare prima che abbia

termine questa oramai fatta peggiore e a noi più ingrata Istoria

nostra. Leonardo della Rovere, nipote del Papa, ebbe a gran prezzo di

concessioni al re Ferrando, una sua figlia bastarda in isposa; e tosto

dipoi Giovanni della Rovere, altro nipote, pigliava in moglie la figlia

di Federigo conte d’Urbino, da cui passava in quella Casa un principato

fiorente ed illustre più che non portassero i suoi piccoli confini:

Giovanni dal Papa ebbe in vicariato Sinigaglia, e il Conte d’Urbino

titolo di Duca. Fratello a quei due Giuliano divenne fiero Cardinale,

e poi fu papa Giulio II: un altro nipote ma di sorella, Pietro Riario,

fatto anch’egli Cardinale, finiva in due anni una vita scandalosa per

fasto incredibile: fece un banchetto in Campidoglio ai cittadini di

Roma.[466] Un altro poi v’era di quei Riarii, Girolamo, al quale in

dote recava titolo di Conte la bellissima Caterina figlia bastarda di

Galeazzo duca di Milano: a questo Girolamo il Papa comprava da Taddeo

Manfredi di Faenza la signoria d’Imola per il prezzo di quarantamila

ducati. Avea Lorenzo dei Medici avuto grande intenzione di acquistare

per la Repubblica di Firenze quella città; e poichè gli fu dal Papa

tolta la mano, forte adontato, se ne volle proibire a Francesco Pazzi,

che stava in Roma gran mercatante, farsi del prezzo mallevadore:[467]

si ebbe Lorenzo tirato addosso così ad un tratto due fieri nemici. Nel

tempo stesso ambiva Sisto di ricondurre all’ubbidienza le terre più

o meno ribellanti della Chiesa; e il cardinale Giuliano avendo con le

armi sottomessa Todi e indi Spoleto, metteva il campo sotto alle mura

della città di Castello. Di questa i Vitelli erano signori con titolo

di vicari; antico il possesso, e il Papa si avrebbe accontentato che

Niccolò Vitelli prestasse alla Chiesa omaggio, recandosi in Roma egli

della persona sua:[468] ma dispiacevano a Lorenzo quelle armi vicine

allo Stato dei Fiorentini, e mandò soldati alla difesa di Niccolò, col

quale dovette il Papa discendere a una sorta di composizione. Di qui

nuove ire; chè tra due quali erano Lorenzo e Sisto, la vicinanza dava

occasioni vive e continue di nimistà.

Durava la lega tra il Re, il Duca ed i Fiorentini, la quale era stata

in quegli anni rinnovata; poi l’avere i Turchi espugnata Negroponte

e spinto le armi sulle coste d’Albanìa facendo temere per quelle

d’Italia, si collegarono insieme tutti gli Stati della Penisola; ma

senza effetto, gli altri confidandosi nella virtù dei Veneziani, ai

quali riusciva fare meglio soli: intanto che Genova, spogliata di Caffa

e dell’imperio del Mar Nero, perdeva in Levante gli antichi possessi.

Il re Ferrando più degli altri minacciato dalle armi dei Turchi, ma

forte in casa e governandosi con molto fino accorgimento, si acquistava

grande fra tutti riputazione. Avevano i Medici sino dai tempi di Cosimo

grande entratura co’ Re di Francia; e Luigi XI concedeva a Piero dei

Medici fregiare dei Gigli l’arme della casa. Ora quel Re che cercava

d’annullare i duchi d’Angiò siccome gli altri grandi vassalli che

mantenevano divisa la Francia, avendo disegno di maritare al Delfino,

che fu Carlo VIII, la figlia primogenita di Ferrando, ne scrisse a

Lorenzo perchè egli facesse in suo nome la proposta. Certo è che poteva

al re Aragonese di Napoli molto piacere, levarsi a un tratto d’addosso

le antiche pretensioni di Casa d’Angiò, e conciliarsi i Re francesi che

le sostenevano; forse che avrebbe quel maritaggio tolto via la prima

occasione per la quale scesero in Italia le armi straniere. Ma Ferrando

non volle tradire gl’impegni che aveva con lo zio d’Aragona e col duca

Carlo di Borgogna, nè dare mano all’ingrandimento della Francia, dal

quale temeva maggiore pericolo; riscrisse pertanto a Lorenzo rifiutando

quel partito:[469] ma quindi essendosi il Re molto stretto col Papa,

si venne bentosto l’Italia a dividere diversamente; ed una lega fu

stipulata dai Fiorentini e dal Duca di Milano con la Repubblica di

Venezia, alla quale andava ambasciatore Tommaso Soderini.[470] Queste

cose non erano a grado di tutti in Firenze, dove i Duchi di Milano

pareva che stessero co’ Medici come sempre erano stati contro alla

Repubblica. Donato Acciaioli, dignitoso uomo quanto era insigne per

dottrina, contrariava, essendo a Milano ambasciatore, le improvvise

e molto smaccate parzialità di quel Duca verso gli Oratori della

Repubblica di Venezia:[471] e poco prima un Gonfaloniere, Bardo Corsi,

che avea voluto per via d’un imprestito legarsi Ferrando più che a

Lorenzo non piacesse, e fare altre cose tendenti a libero reggimento,

non solamente ne fu impedito, ma d’allora in poi tenuto fuori come

sospetto da ogni grado nella Repubblica.[472]

In questo tempo Giuliano dei Medici, che poco aveva parte nelle cose

dello Stato e poichè gli era la via chiusa alle ecclesiastiche dignità,

seguendo usanze a lui più geniali, combatteva sulla piazza di Santa

Croce quella Giostra che fu cantata dal Poliziano.[473] Ma intanto

Lorenzo, traendosi fuori dalle circospette cautele di Cosimo e fatto

più ardito col procedere dei tempi, volgeva lo Stato a questo effetto,

che i Magistrati eletti a sua posta divenissero Consulte; le quali,

com’erano mutabili spesso, così a lui fossero ubbidienti sempre,

disciolti già i nervi degli ordini antichi, ed egli abile a disfarli.

La Signoria ed i Collegi, secondo un disegno già prima formato,

s’empìano di nomi a ogni bimestre tirati su dagli Accoppiatori, e

questi allora noi troviamo che anno per anno si rinnovassero. Forti le

gravezze, ma spesso alternate di grazie fatte alle persone, e sgravi

e rilasci di debiti vecchi; abbassato il frutto de’ crediti scritti

su’ libri del Monte, e accresciute le gabelle del vino, e messe altre

nuove, a fine di sopperire al pagamento di quelli interessi. Tolto via

l’ufficio del Capitano del Popolo, istituzione antica e solenne che

avea principiato le libertà cittadine quando i Comuni s’emanciparono;

ma ora il popolo spossessato, e senza più voce nè rappresentanza d’un

Consiglio che derivasse da lui, non era mestieri che avesse neppur

di nome un Capitano. Invece di questo posero un Giudice ordinario; e

levarono anche gran parte di quella giurisdizione che si apparteneva al

magistrato della Mercanzia, volgendo quanto più potevano la cognizione

delle faccende private (come dicevano) al Palagio.[474] Quivi gli Otto,

ai quali nel 1434 aveano data balía di sangue, processavano e a loro

arbitrio condannavano per cose di Stato coloro che aveano essi stessi

prima tradotti in giudizio, commettendo con assoluto mandato al Potestà

solamente di ratificare e di promulgare le sentenze così come gli Otto

le aveano dettate.[475] Il Potestà, che era prima ogni cosa nelle città

Italiche, si trovava in oggi ridotto a un mero giudice forestiero,

chiamato a sancire le sentenze date non da giudici o dottori, ma da

un magistrato di cittadini ai quali prima null’altro spettava che la

inquisizione: tuttora vigeva nella forma dei giudizi quella finzione

legale per cui si credevano, a render valide le sentenze, abbisognare

d’un Potestà; ma i nomi di quelli che ogni sei mesi e ora ultimamente

ogni anno venivano, nemmeno si trovano in oggi ricordati nelle istorie,

che prima soleano scrupolosamente registrarli. Svanivano tutte le forme

antiche della Repubblica: l’Esecutore degli Ordini di giustizia era

mutato in un Bargello. Soffriva il popolo queste cose perchè gli animi

affraliti non più chiedevano l’esercizio di viva e torbida libertà, ma

invece di questa gli ornamenti dell’ingegno e lo splendore delle Arti

gentili che si alimentano della pace. La quale in Toscana era dieci

anni continuata: solo Carlo da Montone, figlio di Braccio che lo aveva

lasciato bambino, stando al servigio dei Veneziani, un giorno ebbe

voglia di racquistare Perugia, e visto non essere cosa da fare, si

voltò contro alla Repubblica dei Senesi. Credettero questi fosse con

saputa de’ Fiorentini; ma essi alle prime lagnanze ordinarono a Carlo

ritrarsi: quel fatto però lasciava ruggine tra le due Repubbliche.[476]

Negli ultimi giorni del 1476 moriva Galeazzo duca di Milano, ucciso

nella chiesa di Sant’Ambrogio a Messa solenne da tre gentiluomini di

quella città. Muovevangli più che odii privati, una immagine di gloria

e un desiderio di libertà; ma non appena venuti a termine del disegno

loro, anch’essi perivano, e la Casa degli Sforza mantenne lo Stato: a

questo fine avea condotto quei miseri giovani un Cola Montano maestro

di lettere, tutto invasato la mente ed il cuore di greci esempi e di

romani. Qualche anno prima un altro erudito, Stefano Porcari, voleva

ricondurre la libertà in Roma per via d’un classico assassinio. Si

ripeterono questi fatti più volte in Italia per un centinaio d’anni:

nessuno ottenne il fine bramato, ma tutti servirono viepiù ad aggravare

ed a ribadire le catene.[477] Vedemmo in addietro passioni feroci ma

vere almanco, sapeva ciascuno quel che si volesse; nei tempi a cui

siamo, il sempre avere dinanzi agli occhi gli antichi uomini e le

antiche cose pervertiva gli intelletti, la virtù pigliava le forme

pagane, e il secolo artista e letterato andava in traccia d’effetti

drammatici, l’Italia cercando fuori di sè stessa. Le altre nazioni più

incolte seguivano più direttamente la via loro; qui le anime vive e i

forti pensieri più spesso andavano fuor del segno. Troviamo in Firenze

da uomini gravi encomiata l’uccisione dello Sforza;[478] la quale io

credo aggiugnesse stimoli a quella congiura che ora c’incombe il tristo

ufficio di narrare.

Vedemmo già gli odii accesi nel Papa contro a Lorenzo de’ Medici:

era Sisto IV capace d’ingegno, forte di passioni, ma debole d’animo,

inquieto e agitato dentro sè medesimo; col mutar vita quando egli era

già vecchio ed infermo, aveva sentito espandersi nella tenerezza pe’

nipoti l’affetto indurito; e mentre la stessa riverenza per il sommo

grado che ora teneva lo avea formato al sentimento di tutto potere,

gli stimoli ardenti d’una giovane famiglia tiravano alle ambizioni

principesche quasi la stessa coscienza di lui confusa e vacillante.

Girolamo Riario, ch’era l’anima del Papa, vedeva in Lorenzo fatto amico

ai Veneziani avere ostacolo la potenza ch’egli tanto ambiva formarsi

in Romagna; se il Papa morisse, credeva impossibile tenere lo Stato

in mezzo a quei due possenti vicini. Quindi anelava con tutto l’animo

alla mutazione di quel di Firenze; al che gli era ai fianchi dentro

Roma stessa Francesco de’ Pazzi, natura se mai ve n’ebbe capace d’un

solo pensiero, d’un solo volere; a quello tirato dalla prepotenza di

passioni intorno a sè cieche, in sè indomabili e incessanti: egli di

faccia sparuta e di corpo macilente, come sono spesso quegli uomini cui

riesce commettere i fatti più insoliti e quindi ammirati, quand’anche

non sieno altro che matte scelleratezze. Inoltre Francesco e tutti

quelli della sua Casa odiavano molto quei governi popolari, dei quali

vedevano ora i Medici essersi fatti Principi.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 27 / 51 段