Piero de’ Medici, venuto in Firenze, ragunava gli amici e ordinavasi

alla difesa; chiamato essendo quindi dalla Signoria, mandava in Palagio

i due suoi figli Lorenzo e Giuliano con le lettere del Bentivoglio,

che annunziavano l’avanzarsi già presso a Toscana d’Ercole da Este.

Al quale i Signori mandato avendo un Commissario perchè si fermasse,

ordinarono a ciascuno posare le armi, e che le discordie per vie

civili si componessero. La parte di Luca, perchè a lei pareva essere

più debole, mostrò consentire: Piero, licenziati alcuni di fuori ma

tenendo armati gli amici di dentro, faceva nascondere nelle sue case

ed all’intorno assai numero di soldati. Volendo frattanto che i nemici

si scuoprissero e che gli amici incerti o deboli si obbligassero,

siccome colui che in città stracca sapeva bene il maggior numero essere

i paurosi, metteva in giro dei fogli su’ quali chi a lui aderiva si

dovesse sottoscrivere; e tanto era incerta la fede degli uomini, che

taluni apposero in quelle liste i nomi loro che prima gli avevano in

su’ registri dei congiurati. Venivano a Piero anche fanti dal contado,

e molti ne aveano mandati da Figline i Serristori. La parte contraria,

che aveva più capi, andava tarda nelle provvisioni: teneano consigli

senza effetto nelle case di Luca Pitti; dove il Soderini avendo messo

partito, che senza indugio si muovesse contro a Piero e si levasse la

plebe a rumore, non ebbe seguaci; contrapponendosi alle accese parole

di lui, più vivo degli altri, Dietisalvi Neroni, perchè avendo la sua

casa prossima a quella dei Medici, temeva la plebe, mossa una volta,

non si desse a saccheggiare anche lui. Ma Luca Pitti, cessando ad un

tratto dall’usata sua temerità, già era tirato in contraria parte dalle

seduzioni di Piero, che a lui per mezzo di amici comuni prometteva

maggiore stato di quello che era Luca solito d’avere a tempo di Cosimo;

e che lo terrebbe in luogo di padre, facendogli anche brillare sugli

occhi il maritaggio di una figliuola sua col giovine Lorenzo. È certo

che Piero, il quale dai consigli di sangue ripugnava e dei partiti

animosi non era capace, usando le arti ch’erano vecchie in casa sua,

ottenne che Luca lo andasse a trovare giacente nel letto, quivi in

presenza dei figli facendogli patti i quali sapeva che tosto verrebbero

a cadere.

Intanto giugneva il dì 28 d’agosto nel quale doveansi fare le tratte;

la nuova Signoria con Ruberto Lioni Gonfaloniere essendo uscita (non

senza qualche sospetto di frode) amica ai Medici, si consumavano i

giorni seguenti ad allestire le cose: tosto ai due settembre Piero

essendosi assicurato nella città, della quale aveva fatto chiudere la

porta a San Gallo ed arrecarsi le chiavi a casa, metteva in piazza

grande numero d’armati ch’aveano per capi due della famiglia Bardi

d’onde era uscita la madre di Piero.[437] Suonò la campana, e il

popolo fu chiamato in sulla Piazza a parlamento, nel quale trovasi

che intervenissero Luca Pitti di già guadagnato; e Dietisalvi, che si

studiava in ogni evento restare a galla. Ma presa Balìa e data questa

a’ 6 settembre a otto cittadini insieme col Capitano del popolo,

uscirono tosto i nuovi provvedimenti. Primo dei quali fu l’ordinare che

per dieci anni le borse del Priorato si tenessero a mano, ed appresso

furono letti i nomi dei confinati: l’Acciaioli con i figliuoli a

Barletta, il Neroni con due fratelli in Sicilia, e Niccolò Soderini

in Provenza, tutti per venti anni; un Gualtieri Panciatichi, per dieci

fuori del dominio. La domenica seguente, mentre s’allestiva una grande

processione e i Magistrati erano in Duomo ad ascoltare la messa, gli

Otto di Balìa faceano pigliare per la città dai famigli loro più altri

che avevano nel loro animo già proscritti. Nella chiesa stessa metteano

le mani addosso ad un Nardi; il quale essendosi rifuggito ai piedi

del Gonfaloniere suo parente, questi tenendoselo sempre appresso lo

conduceva salvo in Palagio. Uno dei Capitani di Parte guelfa, Guido

Bonciani, fu tratto dalla schiera dei suoi compagni e messo in carcere

con grande oltraggio a quel magistrato.[438] Con molti altri cittadini

tutti i parenti di Dietisalvi Neroni andarono presi: era di quella casa

l’Arcivescovo di Firenze, il quale si elesse in Roma esilio volontario.

Luca Pitti, con sua gran vergogna rimasto in patria spregiato ed

abietto, perdè quelle vane mostre di potenza le quali fruttavano a

lui più che altro privati favori e guadagno di ricchezze: i doni già

fattigli veniano richiesti, ora allegando ch’erano prestiti: il Palagio

ch’egli innalzava restò imperfetto, sino a che i Medici per farsene

reggia non lo compiessero: e Luca finiva oscura la vita, senza che

l’istoria nemmeno ricordi l’estremo suo giorno.[439]

I principali degli sbanditi, per non avere osservato il confine ed

essere andati a Venezia, ebbero condanna di ribelli: quella Repubblica

assegnava a Niccolò Soderini, stante la povertà sua, cento ducati al

mese.[440] Agnolo Acciaioli, ch’avea sperato salvarsi e poteva forse

perchè meno intinto degli altri e per gli antichi suoi meriti verso la

Casa dei Medici, avea da Siena scritto a Piero con parole dignitose

mostrandogli essere dell’onor suo rimetterlo in patria: a cui Piero

con orgogliosa benignità rispose, che bene poteva egli perdonare, ma la

Repubblica non poteva («la quale di noi ha piena e libera potenza»), e

per l’esempio non doveva.[441] Così l’Acciaioli sconfortato andava in

esilio. Ma il Neroni continuava le arti solite, e nell’adombrare in una

sua lettera le grandi cose che s’apparecchiavano, promette, quando egli

potesse tornare in patria, mostrare i rimedi e adoprarsi a mantenere

lo stato di Piero.[442] Questo scriveva egli da Malpaga, dove risedeva

Bartolommeo Colleoni capitano generale della Repubblica di Venezia;

ma era la condotta sua vicina a scadere, ed egli audacissimo sebbene

già vecchio, e imbaldanzito dal non avere più chi l’agguagliasse tra’

condottieri d’Italia e dalla fortuna toccata allo Sforza, mulinava

strani disegni. Gli scriveano da Milano promettendogli gran cose in

quella inesperta gioventù del nuovo Duca, intanto che il Neroni e gli

altri fuorusciti seco o ch’esulavano per l’Italia da’ tempi di Cosimo,

standogli attorno, gli soffiavano nelle orecchie potere egli farsi

grande arbitro e grande innovatore delle sorti d’Italia: mutare le

condizioni di questa, solo che in Firenze mutasse lo Stato; qui essere

la chiave la quale teneva Napoli e Milano insieme unite in continuità

di lega, opposta come argine alla potenza dei Veneziani. Tutte queste

cose il Colleoni ascoltava; e il Senato di Venezia bene s’accorgeva

ch’era da farne suo pro, ma con l’usata circospezione, temendo entrare

in un’altra guerra prima d’avere assicurata la pace col Turco, per la

quale s’adoprava: e però lasciando che si muovesse il Colleoni a tutto

suo rischio e dandogli mano, poteva poi sempre dire che non era egli

più a’ soldi di lei, e ogni volta che le cose volgessero male ritrarsi

dal ballo più agevolmente. Ma confidava che il Duca di Milano, avendo

nemico quello di Savoia e gli Svizzeri male disposti e nei sudditi poca

affezione, perderebbe anche gli incerti soccorsi che a lui potessero

venire da Napoli, massimamente se intercetti dal volgersi contro a

lui lo stato dei Fiorentini.[443] Così muoveva il Colleoni nel maggio

dell’anno 1467, accompagnato dai fuorusciti, in nome dei quali faceasi

la guerra e che ne portavano per grande parte la spesa; guidava un

esercito di otto mila cavalli e sei mila fanti, seco avendo Ercole da

Este, e Alessandro Sforza signore di Pesaro e zio dello stesso Duca

di Milano, e gli Ordelaffi di Forlì, ed il Manfredi di Faenza, ed i

Signori di Carpi e di Camerino, e il Conte dell’Anguillara: fiorente

esercito, che l’eguale non aveva messo insieme in Italia, dopo al

Piccinino, alcun altro condottiero.

A queste mosse i Fiorentini, ristretta la lega con Galeazzo duca

di Milano e col re Ferrando di Napoli, e datisi a raccorre genti,

fecero di tutti capitano il valoroso Federigo conte d’Urbino. Il

quale osservando cautamente i nemici finchè l’esercito intorno a lui

si formasse, non lasciava ad essi occupare altro che poche castella

dell’Imolese; ma giunto essendo con molte forze lo stesso Duca di

Milano e genti mandate da Giovanni Bentivoglio e da Taddeo degli

Alidosi signore d’Imola, poneva il campo non lungi da questa città

ed incontro al Colleoni, il quale s’era fortificato alla Mulinella.

Poco si ottenne nei primi giorni per l’impedimento che avea il

Capitano dalla persona di Galeazzo; il quale, giovane e presuntuoso,

nè sapeva fare nè lasciava che altri facesse. Talchè i Fiorentini con

bella maniera invitatolo a sollazzo nella città di Firenze, ed egli

recatovisi; il savio Conte, cogliendo il destro di quell’assenza, mosse

l’esercito in ordinata battaglia; la quale durata più ore del giorno, e

riuscendo molto sanguinosa, terminava quando le tenebre sopravvennero,

con esito incerto sicchè ambe le parti si arrogassero la vittoria,

ma però bastata d’allora in poi a contenere da ogni altro assalto il

Colleoni. Tornava nel campo il duca Galeazzo a cose fatte; ed offeso

molto che avessero scelto il tempo a combattere quand’egli non v’era, e

perchè gli giunsero novelle avere in quel mezzo il Duca di Savoia mossa

la guerra contro al marchese Guglielmo di Monferrato col quale era in

lega, facendo ritrarre tutte le sue genti, si riconduceva egli medesimo

oltre Po. Ma intanto il Re, che alle prime mosse andava a rilento

nell’inviare soccorsi,[444] avea fatto passare il Tronto con due mila

cavalli al giovane Alfonso duca di Calabria, a lui dando come guida e

consigliero il conte Orso degli Orsini vecchio capitano. I Veneziani

dal canto loro essendo nel mare soliti procedere con meno rispetti,

avevano prese quattro navi anconitane cariche di robe dei Fiorentini; e

perchè il Re metteva nel Porto Pisano otto galere le quali, unite alle

galeazze che erano ivi, poteano infestare i commerci loro, comandarono

al Capitano del golfo che andasse con dodici galere a Messina e

dovunque bisognasse, sgombrando il mare e facendo preda di qualunque

nave si recasse anche per solo traffico in Levante. Faceano promesse

all’Arcivescovo di Genova e ad Obietto del Fiesco, i quali cercavano di

sollevare la Riviera contro il Duca di Milano.

Viveano però tuttora con esso come in termini d’amicizia; e un

Segretario della Repubblica passando a Milano per altre faccende, ebbe

parole col Duca, da prima guardinghe e contenute; ma un altro giorno

Galeazzo incontratosi col Segretario e rimanendo solo con lui: «Certo

(gli disse) voi Veneziani, avendo il più bello stato d’Italia, avete

gran torto a non vi contentare e a turbare la pace d’altri. Se sapeste

la mala volontà che tutti hanno contro di voi, vi si rizzeriano i

capelli, e lasceresti vivere ognuno nel suo Stato. Credete che queste

potenzie d’Italia legate insieme sieno amiche fra loro; certo no; ma

la necessità gli ha condotti e si sono stretti per paura che hanno di

voi e della vostra potenza. Vi pare aver fatto una bell’opera, aver

messe le armi in mano a tutta Italia? Se sapeste quel che mi viene

offerto in Lombardia acciocchè vi rompa guerra; vi maravigliereste.

E quelli de’ quali vi fidate, saranno i primi a farvela. Credete

che io vi dico il vero, e ve ne avvedrete; lassate, lassate vivere

ognuno. Quando morì mio padre, parendomi avere un bello Stato, andava

a sparviero, mi dava buon tempo e non mi pensava ad altro; ora m’è

stato necessario unirmi col re Ferrando, ch’è mio nemico capitale. Con

questo vostro Bartolommeo avete messo le armi in mano a tutta Italia,

e vi par d’avere fatto bene; ma ve n’avvedrete. Vi giuro che il Papa,

che è vostro gentiluomo, farà peggio che gli altri; e se la guerra

continua, egli sarà il primo che si muoverà contro di voi per avere

Faenza, Forlì, Ravenna e Cervia. Il Re, se avesse tanta possanza quanto

ha mala volontà contro di voi, non vi lassería comparire al mondo. Non

è un’ora che il suo ambasciatore m’era all’orecchio; e perchè vede che

io non mi muovo, crede ch’io abbia qualche segreta intelligenza con

voi. Fiorentini e Genovesi, quanto vi siano amici lo intendete, e così

tutte le altre comunità d’Italia. Si dice che volete divorare ognuno:

e adesso avete tanta spesa, che non vi avanza danari. So in che modo

riscuotete queste vostre decime, con quanta fatica e difficoltà per

i gridori di tutta la città. So che v’avete fatto prestar danari ai

banchi e a’ vostri cittadini, e che non li avete ancora soddisfatti (e

qui il Segretario, che riferisce il discorso, dice che il Duca parlava

come se fosse stato a Venezia presente a tutte le cose). I Signori

hanno un gran vantaggio sopra le Signorie, perchè ad esse conviene

fidarsi d’altri, ed i Signori sono di continuo sul fatto. Io non

conosceva nessuno degli uomini d’arme di mio padre, io era un bufalo

nelle cose della guerra, e voi mi avete fatto diventare un Merlino

mago. Se volete pace, l’avrete; se volete guerra, averete la più

pericolosa che abbiate avuto ai vostri dì. Siete soli, e avete tutto

il mondo contra; non solamente in Italia, ma anche di là dai monti.

Consigliatevi bene, e perdio ne avete bisogno; so quel che vi dico.

Avete un bello Stato e maggiore entrata che potenza d’Italia: non la

sbaragliate; _dubius est eventus belli_. Non vi potete scusare che non

siate stati causa d’ogni inconveniente. Vi prego non date fastidio ad

altri; state in pace per bene vostro e della Cristianità.» E perchè il

Segretario cercava di scusare la Signoria, Galeazzo soggiunse: «Quanto

più mi dite, tanto men vi credo.[445]»

La guerra continuava, e il Colleoni entrato nella valle di Castrocaro,

prese Dovadola, ch’egli voleva si desse ai fuorusciti fiorentini;

i quali erano seco in campo. Questo negarono i terrazzani, ma in

Firenze era timore d’assalto maggiore in Toscana, per il che facevano

istanze col Duca rompesse la guerra in Ghiaradadda. Ma nè il Duca

nè i Veneziani voleano troppo grande incendio; e questi delle cose

avvenute si scusavano dicendo, il Colleoni, libero dalla ferma, avere

per proprio suo conto fatto prova della fortuna, ond’essi temendo

non s’accostasse ai nemici loro, e non facendo per la Repubblica che

egli fosse oppresso, gli aveano dato qualche aiuto, ma non però tanto

quanto sarebbe bisognato. Le cose stesse diceano a Tommaso Soderini

ambasciatore della Repubblica di Firenze; ed aggiugneano, desiderare

sopra ogni cosa che fra le due Repubbliche fosse buona lega, la quale

vietando al Duca ed al Re di accrescere le forze loro, avrebbe dato

sicura pace a tutta Italia. Teneano frattanto in ponte il negozio

delle robe tolte sulla nave Anconitana, che poi furono liberamente

restituite. Il Soderini avrebbe molto ambito l’onore di conchiudere

egli la pace in Venezia, per la quale Borso marchese d’Este, com’era

costume di quei Principi, s’adoperava;[446] ma intanto a fermarla

avea posto mano con grande passione Paolo II, e in Roma già erano

ambasciatori delle due parti; i quali perchè non s’accordavano,

pronunziava ai due di febbraio 1468 il Papa di proprio suo moto e

imponeva con la pienezza della potestà sua l’accordo in tal modo, che

ognuno tenesse quello che avea prima della guerra, e che a Bartolommeo

Colleoni fossero pagati cento mila ducati l’anno per fare impresa

in Albania contro ai Turchi, contribuendo alla spesa tutti gli Stati

d’Italia, ed il Papa stesso offrendosi darne la parte sua.[447] Ciò

andava a grado dei Veneziani; ma v’era poi anche ordinata una lega

universale, della quale non volevano sapere: quando ebbero però veduto

che l’altra parte non consentiva l’accordo, l’accettaron essi; e

intanto facevano danari e soldati e mettevano in golfo galere, del

pari mostrandosi apparecchiati alla guerra e alla pace. I Fiorentini

s’armavano anch’essi, e ponevano gravezze d’un milione e duegento

mila fiorini da riscuotersi in tre anni; facevano grandi pratiche

per l’Italia, e diceano essere intollerabile cosa che tutti avessero

a mantenere colui ch’era stato sola cagione di tutto il male, come

se fossero da lui stati vinti. Per questi rifiuti il Papa forte

incollerito, minacciava la censura contro a chiunque non accettasse

la Bolla; i Fiorentini faceano motto di appellarsene al Concilio; ma

quando le cose più minacciavano di guastarsi, il Papa togliendo via

la parte che risguardava il Colleoni, pubblicava la Bolla corretta; e

questa essendo da tutti accettata, venne la pace conchiusa nel maggio

seguente. Nè fu in Italia altra turbazione; se non che essendo poco

di poi morto Gismondo Malatesta signore di Rimini, e la successione

andando in Roberto suo figlio bastardo, Paolo II diceva estinta la

linea, e mandò genti per la rioccupazione di quello Stato: ma in

breve guerra le forze del Papa essendo sbaragliate da Federigo conte

d’Urbino, col quale andavano cinquecento cavalli assoldati dalla

Repubblica di Firenze, Roberto ebbe la possessione che poi tenne con

molto onore del nome suo.[448]

In questo tempo i Fiorentini aveano comprato da Lodovico Fregoso, per

trentasette mila fiorini d’oro, Sarzana, Sarzanello ed altre fortezze;

che fu tenuto buono acquisto, guardando esse la via di Genova e quella

della Val di Taro, donde erano spesso venuti assalti di Lombardia. Ma

i fuorusciti non ristavano, e in città e fuori o trame si ordivano,

o i reggitori le supponevano a fine di togliere con altre condanne a

sè la paura o sfogare odii e cupidigie. Un altro Neroni fu giudicato

ribelle, perchè aveva rotto i confini; mozzo il capo ad un Orlandi,

perchè voleva dare Pescia ai banditi; per un trattato che si disse

avere scoperto, presi e sbanditi un Capponi, un Alessandri, un Pitti,

uno Strozzi, e con essi un figlio di quel Tommaso Soderini ch’era primo

nella parte di Piero dei Medici; così le famiglie divise e disfatte

cadevano dalla antica potenza, e nel comune abbassamento rendeasi

agevole la tirannide. Nella Romagna un Francesco da Brisighella era

venuto per occupare di furto la rôcca di Castiglionchio su quel di

Marradi, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì e da

Galeotto Manfredi che, morto il padre suo Astorre, teneva allora il

dominio di Faenza: in poco tempo gli assalitori furono presi e dannati

a morte. Maggiore caso avvenne in Prato l’anno di poi, che anticipando

i tempi vogliamo narrare qui. Due della famiglia Nardi, Silvestro

e Bernardo, con più ardimento che senno e pochi compagni, entrati

un giorno in Prato e corsa la terra a rumore chiamando il popolo a

libertà, della quale non avrebbe saputo che farsi, fecero prigione il

Potestà Cesare Petrucci, pigliato avendo in nome loro il governo della

terra. Ma durò poche ore, imperocchè essendo in Prato per sue faccende

Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, e visto il

poco fondamento che aveva l’impresa, raccolse in fretta quanti erano

ivi di sua confidenza, e assaltò il Palagio dove uno dei due fratelli

fu preso e ferito. Da Firenze andava, saputosi il fatto, soccorso di

fanti con Ruberto da Sanseverino Capitano della guerra; ma udirono in

Campi finita ogni cosa; e il Nardi con altri, menati in Firenze, furono

decapitati.[449]

Aveano i Medici così ottenuto finale vittoria, non che su’ nemici

ma sopra i complici e strumenti dell’inalzamento loro, resistenza

ultima che incontrino intorno a sè le Signorie nuove: possedeva

Piero, gottoso ed attratto che non gli restava altro di libero che

la lingua, più assoluta dominazione di quella che avesse avuta Cosimo

padre suo. Fu detto che, o fosse benignità o cautela, sapendo lasciare

dopo sè due figli per anche immaturi, volesse quando era all’estremo

della vita richiamare in Firenze tra’ fuorusciti coloro che meglio

credesse potersi riguadagnare col beneficio, e primo fra tutti Agnolo

Acciaioli.[450] Pigliava egli intanto coscenza e abitudini quasi di

principe, e in Casa i Medici si viveva più signorilmente di quello che

fosse usato da Cosimo. A nuovi costumi crescevano i figli; Lorenzo,

il maggiore e il più promettente, dal padre era inviato per viaggi

frequenti alla familiarità dei Principi e al vivere ornato e gaio, e

splendido soprammodo per tutta Italia, delle corti. Troviamo Lorenzo

che aveva appena diciotto anni, mandato a quelle dei Bentivogli in

Bologna e degli Estensi in Ferrara, indi a Milano ed a Venezia; in

Roma ed in Napoli era nell’estate del 1466. Il padre scrivevagli:

«ricordati di farti vivo, e fare conto d’essere uomo e non garzone,

e metti ogni industria e ingegno e sollecitudine in renderti tale che

s’abbi materia operarti in maggiori cose; e questa gita è il paragone

de’ fatti tuoi.[451]» I fatti mostravano già in lui singolare prontezza

di spiriti e precocità di senno, e nato l’animo alle grandi cose;

lo vedemmo sagace ed ardito salvare il padre nei pericoli del 66,

e avere la mano in quelle pratiche, e trattare con la Signoria come

uomo già fatto: per queste cose il re Ferrando a lui scriveva lettera

amplissima di gratulazioni e laudi tali, che a fatica si crederebbero

da lui date a un garzoncello quasi imberbe. Lorenzo aveva dai primi

anni esercitato l’ingegno nelle lettere, alle quali Gentile da Urbino

e il greco Argiropulo erano stati dal padre chiamati a indirizzare

il presagio ch’egli di sè dava: abbiamo di lui componimenti d’amore

scritti in età quasi fanciullesca. Marsilio Ficino iniziava il giovane

Lorenzo alla filosofia di Platone; della quale un libro, lodato a quei

tempi, di Cristoforo Landino lui figurava disputatore con Leon Battista

Alberti ed altri dotti fiorentini nelle selve di Camaldoli.[452] In

casa i Medici era gran ritrovo di uomini letterati, ed ivi faceano

capo gli stranieri: madre a Lorenzo fu Lucrezia Tornabuoni, matrona

che tutta era nel coltivare la poesia religiosa, e della quale abbiamo

a stampa inni sacri dove il sentimento prevale sull’arte: della

materna educazione le tracce rimasero non mai abolite, sebbene confuse

pel vivere sciolto di lui, per la fantasia ardita, e per la torbida

incostanza di quella età quando il paganesimo s’intrudeva negli studi

e nella vita e in ogni cosa anche più sacra. Ebbe Lorenzo statura più

che mediocre, robuste le membra, ma priva la faccia di venustà pel naso

schiacciato e le ampie mascelle; róca la voce, la vista debole, e nullo

il senso dell’odorato. Di ventun’anni tolse in moglie la Clarice figlia

del signor Iacopo Orsino, _ovvero_ (scrive egli in certi Ricordi) _mi

fu data_. Per quella occasione sulla piazza di Santa Croce fu celebrata

a’ 7 febbraio 1469 una Giostra molto grande e molto magnifica, la quale

era stata bandita più mesi innanzi; e vi accorsero da tutta Italia

signori e giovani cavalieri. «Per seguire e far come gli altri, (scrive

lo stesso Lorenzo) giostrai con grande spesa e gran sunto, nella quale

trovo che si spese circa a ducati dieci mila; e benchè in armi e di

colpi non fossi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un

elmetto tutto fornito d’ariento con un Marte per cimiero.[453]» Non

egli cercava la gloria delle armi, cui non l’avevano educato; ma in

lui s’accoppiava con l’elevatezza dell’ingegno, l’industria paziente

dell’uomo di Stato. Così era già egli tale da reggere ed ampliare la

Casa sua, quando Piero dei Medici finiva la vita ai 3 dicembre 1469.

CAPITOLO V.

GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’ MEDICI. — RIBELLIONE DI

VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI; MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.]

Convennero insieme dopo la morte di Piero gli amici di casa e con essi

molti dei più solleciti all’ossequio, da tutti essendosi deliberato

di mantenere nei due giovani, Lorenzo e Giuliano, la preminenza nella

città, che l’avo ed il padre erano soliti di godere. Ma questa nè

dare veramente si poteva, nè oramai togliere per consigli; nè Tommaso

Soderini, il quale orò nella radunanza siccome fra tutti il più

autorevole, avea tale seguito di partigiani da porre in dubbio se alle

sue case o a quelle dei Medici dovesse far capo e ivi consistere la

Repubblica. Scrive Lorenzo nei _Ricordi_, come a lui andassero, «il

secondo giorno dopo la morte del padre, i principali della città a

confortarlo ch’egli pigliasse la cura dello Stato, come aveano fatto

i suoi maggiori;» il che avrebb’egli, «per essere contro all’età sua

giovanile e di gran carico e pericolo, mal volentieri accettato, e

solamente per conservazione degli amici e delle sostanze, perchè a

Firenze si può mal vivere ricco senza lo Stato.[454]» Facea ben egli a

sè munimento della provetta esperienza di Tommaso Soderini e del gran

nome che aveva questi in città e fuori; molto estimava i consigli di

Giovanni Canigiani, usava l’antica destrezza d’Antonio Pucci ed il

pieghevole ingegno di lui pronto ai servigi di Casa Medici. A questi

però aveva cura d’opporre altri di minor conto e di poco seguito,

notando suo padre di scarsa prudenza per avere lasciato alzare attorno

a sè troppo quei tre o quattro cittadini dai quali gli vennero quindi

i travagli del 66. Diceva altresì, che ascoltare molti pareri e farne

capitale, era avere oltre al cervello suo quello degli altri;[455] ma

fin d’allora per sè ogni cosa deliberava, in Giuliano essendo natura

più quieta e animo dedito ai piaceri.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 26 / 51 段