Cosimo aveva per testamento vietato che se gli facessero esequie

solenni: ma l’usata magnificenza della famiglia e il dolore di molti,

e l’ossequio dei magistrati, onorarono la fine di questo fra tutti

potente ed insigne cittadino.[422] Colui che aveva detto «meglio città

guasta che perduta,» fu per decreto pubblico soprannominato Padre della

Patria, quel titolo ancora leggendosi sopra il marmo che ricuopre il

corpo suo nella chiesa di San Lorenzo. Fu Cosimo di comunale statura,

magro e olivastro, di aspetto benigno, non senza acume e gravità.

Parco dicitore ma efficacissimo a persuadere, veniva al fatto senza

ornati; breve nel rispondere, non si spiegava innanzi d’essere chiaro

egli stesso si chiudeva in detti ambigui. Nessuno lo vinse quanto

ad accortezza; alla fortuna dovette l’essere portato in alto dai

suoi nemici, a sè medesimo il potersi bene difendere dagli amici: le

malvage opere parcamente usava e a quelle sapeva trovare compagni. Ebbe

grandezza di principe, e vita e costumi di privato cittadino: fuori

lo tenevano come signore della città, ed i principi e le repubbliche

si condolsero della sua morte.[423] Ma in Firenze ciascuno trattava

famigliarmente con lui, nel vivere giornaliero non oltrepassava le

usanze comuni. Venuto in potenza, non si volle imparentare con signori;

ma diede a Piero in moglie la Lucrezia dei Tornabuoni, e le due

figlie di lui maritava in Casa i Pazzi ed i Rucellai. Ebbe ricchezza

tale, che niuno privato uomo e pochi principi l’agguagliavano; era al

suo tempo il primo banchiere in Europa, tenendo banchi e ragioni in

molte città, ed il nome di Casa Medici avendo credito dappertutto.

Narra Filippo de Comines come i danari di Cosimo fossero di grande

aiuto a Eduardo IV d’Inghilterra per sostenersi nel Regno, tenendo

fuori per conto suo alcuna volta più di centoventi mila fiorini, ed

avendoli pe’ suoi agenti fatta malleveria verso il Duca di Borgogna

una volta di cinquanta, ed una di ottanta mila altri fiorini.[424]

Ma niuno mai fece più di lui nobile uso della ricchezza, e nelle

liberalità sue metteva splendore ma non senza accorgimento; piacevasi

molto a servire di danaro con cortesia fina i primi uomini del suo

tempo. Così aveva fatto con frate Tommaso da Sarzana, che divenuto

Niccolò V lo fece depositario in Firenze della Chiesa, della quale nel

Giubbileo del 1450 si trovò avere in mano oltre a cento mila ducati.

Avea molte possessioni, e queste amministrava con diligenza, essendo

egli intendentissimo dell’agricoltura, tantochè si dilettava alcuna

volta di sua mano potare le viti ed innestare i frutti che amava di

avere singolari. Ma la magnificenza sua mostrava più che altro negli

edificii; oltre al palagio di Firenze, fabbricava ville grandiose a

Careggi, a Fiesole, e nel Mugello, al Trebbio ed a Cafaggiolo. Vedemmo

com’egli edificasse una Libreria in Venezia, restaurò un Collegio degli

Italiani in Parigi; la Casa in Milano, dove un Portinari teneva il

Banco in nome suo, vinceva ogni altra d’ornato sontuoso ed elegante;

rimane essa in piedi tuttora. Le quali spese erano di molto passate da

quelle che egli faceva pel divin culto: alzò in città dai fondamenti la

Basilica di San Lorenzo, ampliò la Chiesa e il Convento di San Marco;

sul monte di Fiesole edificò la Badia ed un Convento a San Girolamo;

nel Mugello, un altro Convento pei Frati Minori: in molte chiese fondò

altari e cappelle splendidissime. Nè a ciò fu contento, che fino in

Gerusalemme apriva e dotava co’ suoi danari uno Spedale pei poveri

pellegrini. «Facea queste cose (scrive il biografo che gli fu amico)

perchè gli pareva tenere danari di non molto buono acquisto; e soleva

dire, che a Dio non aveva mai dato tanto che lo trovasse nei suoi libri

debitore. E altresì diceva: io conosco gli umori di questa città,

non passeranno cinquant’anni innanzi che noi ne siamo cacciati; ma

gli edifizi resteranno.» Sapiente parola quanto era magnifica, e buon

fondamento alla grandezza di Casa sua.[425]

S’imbatteva egli in quella età nella quale le arti belle si

esercitavano con più squisitezza di sentimento, come abbiamo già

veduto: i sommi artisti ebbe familiari, ed egli col dare ad essi lavoro

gli sovveniva; ma non ottenne che Donatello, al quale avea mandato a

casa una roba di panno rosato, volesse andare altro che in giubbetto.

Stavano quegli artisti a bottega, ma invece le lettere, dacchè

si fondavano principalmente sulla erudizione, erano signorilmente

trattate; e per l’acquisto o per le copie dei libri antichi latini

e greci, che in tanto numero quasi ad un tratto veniano in luce,

volevano spesa cui non bastavano che i più ricchi. Per quanti vizi

ella si avesse, certo era splendida quella età; e i Principi a gara

promuovevano gli studi, ed in Firenze erano molti cittadini facoltosi

che vi ponevano la persona e il tempo e l’opera e il danaro loro.

Cosimo si stava in mezzo tra questi; non era egli di molta dottrina,

benchè senza lettere non fosse, ma quanti a lui ricorressero trovavanlo

sempre aperto e facile. In San Marco fondava una prima Biblioteca,

la quale volle che fosse a comune uso degli studiosi; ne aperse

un’altra nella Badia di Fiesole, e aveva in sua casa grande numero di

codici, pei quali ebbe principio la libreria che fu poi detta Mediceo

Laurenziana. Da Vespasiano, che per lui faceva copiare i libri,

sappiamo quanta cura vi ponesse;[426] e così nel raccogliere anticaglie

ed ogni genere di preziosità. I Greci che innanzi al Turco fuggivano,

e che aprirono alle lettere un campo vastissimo e fino allora non

esplorato, trovarono lauto rifugio in Firenze; e l’Argiropulo ed

il Crisolora ed altri vi tennero cattedre per opera massimamente di

Cosimo, e vissero familiarmente con lui. Ma si onorava egli soprattutto

col sollevare la giovinezza povera ed oscura di Marsilio Ficino al

quale donava una casa in città ed una villetta a Careggi: la scuola

fondata dal buon Marsilio fruttò a quel secolo quanto ne uscisse di più

elevato nelle dottrine, e nella vita di più onesto e dignitoso.

Cosimo dei Medici ebbe non tocchi da esterne guerre gli anni suoi

ultimi, e la città lieta, dalle arti abbellita, fiorente d’industrie;

la moltitudine degli artefici assicurata contro alla oppressione

delle Arti maggiori. Fonte principale di ricchezza quella della seta,

dove è più semplice il lavoro, e quasi che tutto si viene a compiere

nelle case con poca ingerenza di quei minuti mestieri che nell’arte

della lana tanto disordine producevano: cessato lo sciopero, fra tutti

pessimo, delle sedizioni, cresceva il lavoro ed era meglio remunerato.

Gli spiriti, è vero, di questo popolo si abbassavano in quella pace,

nè il favore di Casa Medici era senza corruttela: ma questo rimase

dell’antico stato popolare, che principato non si avesse, nè corte,

nè armati a guardia del signore, nè abietto servire, nè silenzio

comandato. Cosimo sicuro dello Stato, come si è detto, con l’avere

in mano i magistrati e le gravezze, lasciava nel resto le cose andare

liberamente[427] ed amministrarsi pei Collegi e pei Consigli, dei quali

non era l’autorità vana. Il popolo vedeva non alterate le forme dei

suoi magistrati; e questi invece d’appartenere volta per volta a quella

fazione che la violenza ponesse in seggio, dipendevano da una Casa che

il popolo stesso aveva inalzata, di quella facendosi tutela contro gli

avversari suoi e contro ai danni delle sue proprie intemperanze. Dal

punto a cui siamo e già decaduta essendo la vigoria di questo popolo

di Firenze, ne sembra l’istoria perdere grandezza: ma pure è gloria

di questo popolo avere temprato a sè medesimo quella signoria che ad

ogni modo qui e dappertutto voleva ristringersi, e che uscita dal suo

proprio seno, lasciavagli pure ampiezza di vita: signoria tanto più

onorata quanto era più cittadina.

CAPITOLO IV.

PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.]

Il governo di Firenze sebbene alla morte di Cosimo dei Medici si

reggesse tuttavia sulla potenza che il suo nome aveva in città e fuori,

pure nelle apparenze dipendeva da quei cittadini che stati capi della

fazione sua e da lui medesimo promossi, conoscevano sè oggi più liberi

e meno sicuri, tanto che dovessero a sè ed alla parte da sè medesimi

provvedere. Di questa erano principali Luca Pitti, Dietisalvi Neroni,

Agnolo Acciaioli; il primo dei quali, vano e fastoso, era strumento

da usare ma senza punto fidarsene; Dietisalvi, di grande ingegno ma

dubbio, e non di tale animo che valesse a trarsi dietro le moltitudini;

Agnolo, più atto a praticare le corti che non al vivere popolare, e

contro al Medici inasprito da offese private. Imperocchè essendosi

tenuto certo d’avere per un suo figlio l’arcivescovado di Pisa, Cosimo

volle darlo invece ad un suo congiunto Filippo dei Medici, costringendo

l’Acciaioli a contentarsi del vescovado d’Arezzo. Inoltre, avendo un

altro suo figlio presa in moglie con dote grandissima una fanciulla

de’ Bardi, ed essa tenendosi maltrattata in quella casa, uno dei Bardi

di notte tempo con molti armati la trasse via; il che parendo agli

Acciaioli offesa gravissima, e la causa avendo rimessa in Cosimo,

questi sentenziò che fosse la dote ai Bardi restituita e la fanciulla

restasse libera. Ma insieme ad Agnolo gli altri due pure invidiavano

alla potenza della Casa Medici, e questa credevano, per quanta si

fosse, difficilmente potersi tenere da Piero infermo e perduto quasi

dalle gotte, nè di tale ingegno che una incerta signoria valesse in sè

medesimo a continuare con le arti del padre. Vedevano anche la grande

mole della ricchezza lasciata da Cosimo divisa essere in tanti luoghi e

amministrata da tante mani, che il governarla era come avere un altro

Stato da conservare; faticosa opera, e massimamente gravata essendo

dalle tante liberalità e spese ch’egli avea fatte, sicchè il bilancio

male potrebbesi ricavare. Di tutte queste difficoltà Cosimo essendo

bene accorto, avea prima di morire commesso al figlio si consigliasse

con Dietisalvi Neroni circa il governo delle facoltà sue e dello Stato.

Il Machiavelli, che narra ciò, aggiugne come avendo Dietisalvi veduto i

calcoli delle ragioni e in questo trovato essere disordine, mostrasse

a Piero la necessità di fare vivi i danari dei molti crediti lasciati

giacenti da Cosimo, e che Piero avendo ceduto a quelle persuasioni

disdicesse le somme imprestate con tanta larghezza a ogni qualità

di cittadini: i quali tenendosi male trattati come se Piero, anzichè

ritorre il suo, gli avesse privati del loro, ne venne egli a perdere

riputazione ed amici, imputandosi all’avarizia sua l’incaglio ne’

traffici e i fallimenti che ne seguirono. Aggiugne lo stesso autore,

che fosse quell’imprudente consiglio dato a malizia da Dietisalvi, il

quale ricchissimo e potente di aderenze e fra tutti reputato sagace

e pratico dello Stato, ambisse in tal modo levarsi più in alto con la

ruina di quella Casa.

Egli pertanto e l’Acciaioli essendo in tutto risoluti d’abbattere

Piero, a sè tirarono facilmente Luca Pitti con dargli speranza di fare

lui principe della città; e usato che avessero il molto seguito di lui

e le ricchezze e la temerità non rallentata, sebbene fosse egli già

vecchio, erano certi di farlo quindi per la incapacità sua agevolmente

cadere. Con essi era un altro reputato cittadino e assai potente nella

Repubblica, Niccolò Soderini, il quale mosso da non private ambizioni

ma da onesto desiderio di restaurare la libertà, cercava con tutte le

forze dell’animo l’abbassamento di Casa Medici. Così nello Stato furono

manifeste le divisioni: la parte che aveva il nome da Luca si chiamò

del Poggio, fabbricando egli il suo Palagio su quello di San Giorgio;

e del Piano l’altra, che stava pei Medici: segrete combriccole si

tenevano per la città; molto sparlavasi in aperto. Di Piero dicevano:

non essere da tollerare in città libera tale continuità di maggioranza

da padre in figlio; molte cose essersi concedute alla prudenza, all’età

ed ai servigi resi da Cosimo alla patria sua, le quali non si doveano

a Piero concedere, avaro, altero, di poca esperienza, e per le sue

infermità poco o niente utile alla Repubblica. Ma gli altri dicevano,

che Luca vendeva lo Stato a ritaglio; che aveva la casa piena di

sbanditi, di condannati e d’ogni sorta di scellerati uomini; che sotto

apparenza di cortesia e di liberalità rubava il privato, spogliava il

pubblico, e non prezzando nè Dio nè Santi confondeva le cose umane

e le divine. A questo modo continuandosi gran parte dell’anno 1465

le divisioni, gli avversi a Piero misero innanzi che i Magistrati

ricominciassero, serrate le borse, a trarsi a sorte; il che da Piero

fu consentito perchè la cosa piaceva tanto, che il contrariarla

sarebbe stato tirarsi addosso troppo gran carico. Fu vinto con tale

consentimento ed allegrezza dei cittadini, che nel partito di tutto il

Consiglio non si trovarono che sei fave bianche.[428]

Usciva dipoi Niccolò Soderini Gonfaloniere per gli ultimi due mesi di

quell’anno, e parve che per lui si avesse a restaurare la libertà con

modi civili, secondo che gli uomini più assennati desideravano; laonde

fu egli accompagnato in Palagio da gran moltitudine di cittadini, e per

via gli fu posta in capo una corona di ulivo. Ma egli, com’era più atto

a svelare con l’eloquenza i mali che non con l’opera a correggerli,

avendo al principio del suo magistrato due volte radunato prima

cinquecento e poi trecento cittadini, e ad essi con lunga ed ornata

diceria mostrato i disordini, e chiesto che ognuno in quanto ai rimedi

volesse esporre il parer suo, molti dicitori saliti in tribuna, chi

l’una e chi l’altra cosa proponevano; così le due volte pei dispareri

dei consultori nessuno effetto ne conseguitava. Tentarono quindi

egli ed i suoi di levare via il Consiglio del Cento che disponeva di

tutte le cose importanti della città; al che essendosi opposti alla

scoperta gli amici di Piero, finalmente ciò impedirono. Ebbe anche

pensiero il Soderini di rivedere i conti a coloro che avessero avuto

amministrazione nello Stato; del che Luca Pitti non volendo per nulla

sapere, non se ne fece cosa alcuna. Corresse con molta fatica poche

delle esorbitanti cose fatte in addietro; volle dal popolo essere

creato Cavaliere, ma non l’ottenne. Infine avendo consumato il tempo

dell’ufizio suo nel rivedere le borse e fare il nuovo squittinio, lunga

opera e odiosa a molti, cedeva con poca sua reputazione il magistrato

il quale con tanta aspettazione aveva preso. Al che si credette

averlo condotto massimamente i consigli di messer Tommaso Soderini suo

fratello, che era molto amico a Piero e uomo da non volere commettere,

senza utile certo, a nuovi pericoli le sorti della città.[429]

Ma in questa si venne a scoperta divisione quando per la morte di

Francesco Sforza duca di Milano, avvenuta il giorno 8 di marzo 1466,

parve casa Medici avere perduto l’antico sostegno ed essere in dubbio

la pace d’Italia. Sebbene Venezia impegnata nelle guerre contro al

Turco, sola difendesse la Cristianità sul mare intanto che gli Ungheri

la difendevano sul Danubio, pure la molta potenza di quella Repubblica

e l’ambizione perseverante e la finezza dei consigli e quella stessa

superbia di modi ch’ella usava nel trattare con gli altri Principi e

Stati d’Italia,[430] a tutti la rendevano odiosa e temuta; e quindi la

lega che lo Sforza e Cosimo avevano stretta, ed alla quale Ferrando re

di Napoli aderiva, parea necessaria a comune difensione. A questo Re

si era lo Sforza congiunto per iscambievoli parentadi, e fu accusato

d’avere anche avuto le mani nello scellerato tradimento pel quale

Ferrando tirava a morte Iacopo Piccinino tra mense ospitali e sotto

apparenze d’amicizia sviscerata.[431] Con arti migliori teneva lo

Sforza il ducato di Milano, dove tra’ Visconti non era stato, a mio

parere, chi lo agguagliasse nelle virtù di principe, come niuno lo

avea pareggiato nella scienza della guerra. Levando in istima tra gli

stranieri il nome suo e le armi d’Italia, aveva mandato in Francia

soccorso di quattro mila cavalli al re Luigi XI nella guerra contro ai

suoi Baroni e contro ai Duchi vassalli di Borgogna e di Brettagna; ed

era in quelle armi Galeazzo Maria suo figliuolo primogenito, quando

essendo il duca Francesco venuto a morte quasi all’improvviso, al

figlio convenne ricondursi nello Stato, non senza pericolo d’insidie

per via, ma quivi accolto ed acclamato. Fu sempre fatale ai principi

Italiani che se uno sorgesse di pregio eminente, avesse figliuoli al

tutto degeneri: Galeazzo educato al fasto e ai riposi della corte,

ignaro delle armi, nè illustrandosi che pei vizi, di molto abbassava

nel breve suo regno la reputazione della Casa Sforza.

La Repubblica di Firenze mandava ambasciatori a Milano Bernardo Giugni

e Luigi Guicciardini, i quali offerissero al nuovo Duca tutte le forze

della città e sopravvegliassero ai casi occorrenti. Trovarono quello

Stato in gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra co’

Veneziani: richiesti, scrissero a Firenze perchè si stanziasse, come

s’era fatto più volte nei tempi del duca Francesco, qualche danaro in

prestanza, pigliando l’assegna sopra alle entrate più vive della città.

Fu risposto che offerissero quaranta mila ducati; e su questa sicurezza

vennero in Firenze, co’ due che tornavano, gli ambasciatori del Duca

per trattare i modi e procurare lo stanziamento.[432] Piero dei Medici

e i suoi allegavano le antiche ragioni che ebbe suo padre di mantenere

l’amicizia con lo Sforza; gli avversari, quelle che già noi vedemmo

ai tempi di Cosimo essere addotte contro una lega la quale pareva

d’utile privato più che di pubblico: aggiungnevano ora, non valere il

figlio quello che il padre valeva, e non v’essere motivo sufficiente di

scomodarsi per lui. Al che non bastando avere opposto, che la debolezza

del giovine Duca tanto più dava necessità di fare sforzi a mantenerlo,

il ch’era salute di tutta Italia; non fu il pagamento, sebbene

promesso, mai pei Consigli deliberato.

Da indi in poi gonfiati gli animi, le divisioni si resero vie più

manifeste. Ma i primi sei mesi di quell’anno 1466 le due parti stavano

l’una contro dell’altra in aspetto; e la Signoria, volendo pure fare

qualcosa, ordinava che i cittadini atti ai maggiori uffici prestassero

giuramento di non s’obbligare a parte veruna, di non fare segrete

combriccole e di non servire che alla Repubblica.[433] Giuramenti,

come avviene sempre ne’ casi politici, osservati da coloro cui non

bisognavano. Agli altri però giovava, sebbene diversamente, l’indugio:

Piero tenendosi in possesso, ed i nemici di lui reputando che per

essere le tratte libere si dovessero i magistrati bentosto empire

d’uomini della parte loro, donde agevolmente e senza disordini la

Casa dei Medici venisse a cadere da una autorità che risedeva in mani

deboli; giudicavano che dove a Piero venisse meno la facoltà di valersi

de’ danari del Comune, non potendo egli più sostenere l’antico credito

nelle mercanzie, ruinerebbero le sue private sostanze e insieme con

esse la reputazione nello Stato. Così aspettando volta per volta che

una Signoria uscisse che fosse opportuna ai loro disegni, cercavano

intanto di farsi aderenze negli altri Stati d’Italia, dove la pace

era in dubbio, e nuove occasioni potevano suggerire consigli nuovi.

Piero dei Medici era amico naturale al giovane duca Galeazzo Maria;

ed un Nicodemo Tranchedini, uomo di gran fede col duca Francesco e

che in Firenze risedeva da più anni oratore, manteneva quell’amicizia

e consigliava Piero in tutte le cose. I congiurati aveano qualche

speranza nel re Ferrando di Napoli; ma questi, per avviso di messer

Marino Tomacelli che per lui stava in Firenze, pigliava partito di

aspettare osservando senza scuoprirsi per alcuna parte. A Pio II era

succeduto nel pontificato Pietro Barbo veneziano, che assumeva il nome

di Paolo II. Questi da principio amico allo Stato dei Fiorentini, s’era

poi molto alienato da essi quando alla morte del cardinale Scarampi,

ch’era camarlingo della Chiesa ed uomo ricchissimo, volendo i nipoti

di lui succedere nella possessione di gioie e danari ed altro mobile

per somma grandissima che il Cardinale aveva in Firenze, e Luca Pitti

come parente agli Scarampi favorendo quelle pretensioni loro, il Papa

al contrario voleva che andassero alla Camera apostolica. Il che non

poteva egli ottenere per la potenza di Luca Pitti: e ne fu per nascere

gran divisione, il Papa essendone adirato forte; insinchè alla fine e

dopo lunghe pratiche n’ebbe ragione, ed egli si tenne almen per allora

neutrale in mezzo alle divisioni che pur minacciavano per tutta Italia

di manifestarsi. Imperocchè tra’ Signori di Milano e la Repubblica di

Venezia, se guerra non era, mantenevasi costante l’inimicizia: vedeano

quelli dalle finestre del loro castello sventolare la bandiera di

San Marco sulle mura di Brescia e di Bergamo, freno e minaccia alla

potenza loro. I Veneziani mal sofferivano che le emule navi di Genova

andassero congiunte agli eserciti di Lombardia, sempre avendo l’animo

all’acquisto di questa provincia. In Romagna con la possessione di

Ravenna tenevano come stretta Ferrara, obbligando quel Signore, e seco

più altri minori Principi, a seguire la parte loro. Bologna intanto,

sotto al governo de’ Bentivogli, stava con lo Sforza e coi Fiorentini:

tra queste due parti dividevasi l’Italia, e guerra poteva uscirne ogni

tratto, se quella col Turco non avesse trattenuto le male nascoste

cupidigie del Senato di Venezia. Su questo fondavano gli avversi al

Medici le speranze loro, mutare lo stato della Repubblica di Firenze

essendo lasciare lo Sforza solo, e non temendo essi di rompere quella

sorta d’equilibrio per la quale teneasi allora che stesse ferma la pace

d’Italia.

A questo effetto andavano messi innanzi e indietro, segreti e palesi:

fine d’ogni cosa era, una lega con la Repubblica di Venezia, la quale

non si volendo scuoprire per allora sinchè non avesse fatta la pace

col Turco, si tenevano le pratiche personalmente con Bartolommeo

Colleoni da Bergamo, il quale essendo in sul finire della condotta

co’ Veneziani, avrebbe in suo nome fatto quell’impresa. Trattavano

anche di far venire in Italia il duca Giovanni d’Angiò, quando uopo

fosse di contenere il re Ferrando mentre che i Veneziani, entrati

nel ballo, opprimessero lo Sforza; al che si credevano anche soli

di potere essere sufficienti. Conduceva queste pratiche Dietisalvi

Neroni, intanto che Agnolo Acciaioli in nome di tutti scriveva al duca

Borso d’Este richiedendogli consigli e aiuti, siccome quello che assai

mostravasi ad essi amico. Rispose il Duca offrendosi andare, quando

tempo fosse, co’ Veneziani, e che darebbe con le genti sue frattanto

la mano alla mutazione dello Stato.[434] Era il mese d’agosto, e

la Signoria che allora sedeva incerta e divisa, essendo prossima a

cessare, poteva uscirne un’altra a Piero tutta amica; nella quale

dubbiezza, e fidati sopra l’aiuto di Modena e accesi molto dalle

parole di Niccolò Soderini, fermarono insieme un obbligo terribile

innanzi a Dio e innanzi agli uomini e molto segreto, al quale accenna,

ma senza più dichiararsi, lo stesso Agnolo Acciaioli in una sua

lettera.[435] Chiamarono in Toscana subito le genti del Duca; il quale

con ottocento cavalli, due mila fanti e mille balestrieri, mandava

Ercole suo fratello: e questi era pervenuto insino a Fiumalbo, quando

per lettere di Giovanni Bentivogli ne giunse avviso a Piero dei Medici

che villeggiava infermo a Careggi. Era nel Bolognese un capitano del

Duca di Milano, al quale in quella sorpresa Piero tostamente scrisse,

comune essere il pericolo, comune dovere essere anche la difesa; e

quegli, come erano le intenzioni del Duca, scendeva con le sue genti

a Firenzuola. Intanto Piero si faceva quel giorno stesso portare a

Firenze, aveva la moglie seco e molti armati: si trova scritto presso

che da tutti, e variamente narrato, che i congiurati lo aspettassero

a Sant’Antonio del Vescovo per ammazzarlo; ma che avendo Piero tenuto

altra via occulta ed insolita, scampasse la vita. Al che gli giovava,

secondo taluno, la sagacità del figlio Lorenzo, che andato francamente

per l’usata via, teneva a bada gli appostati col dare ad intendere che

il padre lo seguitasse.[436] E intanto Piero, giunto a casa, facea dal

contado venire armati segretamente in Firenze: quei della contraria

parte mandarono anch’essi per gli amici loro: la città era piena di

fanterie, ed in gran pericolo.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 25 / 51 段