Troviamo che nei primi venti anni della dominazione repubblicana di

Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono, di straordinarii,

imposti ad arbitrio, quattro milioni ottocento settantacinque mila

fiorini. Un solo cittadino de’ più reputati ma non dei più ricchi,

Giannozzo Manetti, venuto in sospetto o in uggia a Cosimo, pagò in

più tempi sino a centotrentacinque mila fiorini d’oro, avendo dovuto

per una paga vendere a dieci e un quarto una parte de’ suoi crediti

sul Monte, che a lui costavano cento. Imperocchè avevano a lui posta

una gravezza di centosessantasei volte la rata che a lui per l’estimo

veniva assegnata, e che formava l’unità d’imposta; doveva pagarne

tre per ogni mese. E qui noi vogliamo narrare le sorti di un tale

cittadino.[397] Aveva egli fatto rimprovero al Medici dell’essere stato

autore primo della rottura con la Repubblica di Venezia, e tra essi

due era mal’animo. Due anni dopo, Giannozzo essendo legato in Roma,

dove il papa Niccolò cercava pace fra tutti, e Pasquale Malipiero

ambasciatore veneziano studiavasi indurre a questa i Fiorentini, si

lasciò il Manetti andare a vistose intelligenze col veneziano, per

le quali si rendeva egli sospetto o inviso del tutto ai Reggitori;

onde questi con le prestanze cercarono di fare che ruinasse la sua

fortuna, stata assai prospera fino allora. Talchè Giannozzo deliberava

ricoverarsi appresso al Papa, che lui tenendo in grande stima, gli

diede ufficio e provvigione. Poteansi in Firenze acconciare le faccende

sue quando egli volesse farsi a Cosimo tutto dipendente; e questi,

a proposito della gravezza, gli aveva fatto dire, non essere quella

infermità mortale; così volendo Giannozzo intendesse il modo d’uscirne.

Ma nè questi volle così abbassarsi; e Luca Pitti, che fu autore della

gravezza, in quelle cose tirava innanzi senza misericordia. Tanto

che in Roma gli fu mandato ordine d’appresentarsi a un termine dato,

senza che sarebbe chiarito ribelle: Giannozzo si stava dubbioso, ma il

Papa lo sovvenne pure questa volta con dargli lettere credenziali di

suo oratore, da presentare al bisogno. Cosimo aveagli data promessa

di un salvacondotto, che poi gli mancò; ed era Giannozzo in Firenze

timoroso,[398] quando per la discesa in Toscana del Duca di Calabria

dovendosi fare i Dieci di guerra, Giannozzo fu eletto tra gli altri

con grande numero di voti. Null’altro dipinge come questo fatto sì al

vivo lo stato di vacillamento tra libera e serva, nel quale vivevasi

allora la Repubblica di Firenze. Ed egli condusse quell’ufficio a

termine felicemente; ma indi parendogli di stare in patria troppo male,

tornò in Roma, dove ebbe buono ed onorato collocamento. Poi quando il

papa Niccolò fu morto, cercato dal re Alfonso, andò a Napoli; quivi

dimorando infino al termine della vita.[399]

Durante la guerra, la Signoria ed i Collegi si facevano sempre a mano;

ma quella finita, ricominciarono ad essere tratti a sorte, con grande

allegrezza dei cittadini: bene un cronista però scriveva, durerà

poco.[400] Intanto molti animi si erano sollevati come a un ritorno di

libertà; e non mancava tra gli stessi amici di Cosimo chi disegnasse

valersi di quella larghezza per abbassarlo, e poichè vecchio egli era e

infermiccio, fondare sotto all’ombra sua, ed usando il nome di lui, una

sorta di governo d’ottimati, che fu continuo e sempre vano desiderio

dei principali nella città. Ma questo allora essi potevano meno che in

altro tempo mai, perchè erano pochi, e alcuni di essi uomini nuovi, gli

antichi essendo in gran parte fuorusciti, ed i rimasti, pregiudicati

col farsi ligi ad un uomo solo, senza del quale sentivano essere come

allo scoperto, esposti all’odio di quei tanti ch’aveano offesi. Tutta

la forza di quello Stato era dunque nella persona sola di Cosimo, sì

pel grande seguito ch’egli aveva già nel popolo, e sì per l’essersi

obbligati gli uomini più ragguardevoli col sovvenirgli profusamente,

ed anche non chiesto, in ogni loro bisogno; tanto che può dirsi, pochi

essere allora nella città di Firenze che a lui non fossero debitori; ed

egli, pazientissimo creditore, nè sorte ripeteva nè interessi: altri

poi erano fatti partecipi dei guadagni che dava a lui la mercatura,

create avendo per questo modo Case ricchissime i Sassetti, i Portinari,

i Benci, i Tornabuoni. Così lasciava egli correre innanzi quei disegni

senza pigliarne paura; ed aspettava, tenendosi in disparte, che a lui

ritornassero coloro che avevano bisogno di lui più ch’egli di loro, e i

quali a quel solo barlume di libertà vedevano a sè scemare il credito,

e negli uffici entrare uomini che impedivano a loro i soprusi della

padronanza e in molte cose gli soverchiavano.

Quindi era pensiero di taluni dei più confidenti, che fosse allora

venuto il tempo di ripigliare lo Stato e con la forza assicurarselo.

Piaceva a Cosimo l’indugiare, siccome colui che non temendo per sè,

godeva nell’abbassare quei presontuosi, lasciandogli, come suol dirsi,

frollare sino a che non fossero costretti gettarsegli in grembo. Già

fino da quando ritornato dall’esilio dava egli principio e fondamento

alla potenza sua, vedeva essere in Firenze molti grandi cittadini a

lui amici e stati cagione che fosse egli rivocato; i quali tenendosi

a lui come eguali, gli era necessità temporeggiare con loro, a fine

di potersegli mantenere, mostrando volere che essi potessero quanto

lui. Cotesta fu opera di grande fatica, ed usò fina arte a cuoprire

l’autorità sua; il che gli serviva anche a fuggire l’invidia col dare

apparenza che le cose che egli voleva procedessero da altri e non da

lui proprio, che infino all’ultimo gli fu grande mezzo a conservarsi. E

ad uno di coloro i quali vedeva andare in cerca di grandezze pericolose

quanto più erano appariscenti, disse una volta: «Voi andate drieto

a cose infinite, e io alle finite; voi ponete le scale vostre in

cielo, e io le pongo rasente la terra per non volare tant’alto che

io caggia.[401]» Parole che danno ragione di tutta la vita e dei modi

tenuti da Cosimo per farsi capo della Repubblica.

Intanto che visse il re Alfonso, anche il sospetto di lui sconsigliava

dal rimescolare la città con dei partiti sempre dubbiosi. Ai quali era

avverso Neri Capponi, e faceva argine ai più arrischiati; Cosimo stesso

vivente, Neri stava in rispetto. Sapeva essere in lui congiunta con

la potenza la grazia, avendo egli amici più che partigiani[402] (qui

uso parole bene appropriate del Machiavelli); ma pure badando non si

alzasse troppo, a lui opponeva nei Consigli Luca Pitti, ch’era uomo

da fargli fare ogni cosa; fervente partigiano fra tutti in Firenze, ma

non di tale cervello che molto dovesse Cosimo di lui temere.[403] Così

tutto l’anno 1457 duravano quelle medesime condizioni; sul fine del

quale Neri Capponi venne a morte, e allora la parte Medicea non ebbe

più amici che alle peggiori opere si contrapponessero: Neri avea goduto

l’antica Repubblica, e verso quella inclinava sempre.

Poco prima era stata denunziata una congiura ordita da un Ricci, di

quella famiglia che avendo spianata la strada ai Medici, ne fu messa

fuori: v’era un Adimari ed un Valori, altri erano stati nella tortura

nominati falsamente dal Ricci, ch’ebbe il capo mozzo e il denunziatore

fu premiato. Un medico, Giovanni da Montecatini, il quale insegnava

con ostinata pubblicità che l’anima dovesse morire col corpo, nè mai

volle cedere ad ammonizioni, fu impiccato e poscia arso.[404] La peste

in quegli anni si era più volte raffacciata, e vi ebbero calamità di

terremoti e piene d’Arno. Più spaventoso e strano accidente devastò non

piccola parte di Toscana la mattina de’ 24 agosto 1456. Dalle parti

di Valdelsa di là da Lucardo cominciò sull’alba ad apparire un folto

ammasso di nuvoli che si stendevano per la larghezza d’un terzo di

miglio; procedendo per San Casciano, vennero giù nel Piano di Ripoli, e

passato Arno verso Settignano e Vincigliata, poco più in là mancarono,

andatisi tra quelle alture a consumare: avevano percorso circa venti

miglia. Quei nuvoli erano nerissimi e bassi a poche braccia da terra;

s’urtavano tra loro a modo di zuffa con grande rumore, e spaventevole

era la forza del vento che da quelli usciva; baleni spessi, pochi

tuoni e piccoli, rada gragnuola ma grossa; vapori e nuova specie di

saette, che nella tempesta varia, incessante, male si discernevano. Si

trovarono alberi grossissimi portati lungi dalle radici loro, muraglie

rotte e pel cozzare de’ venti cadute a pezzi ed in più versi, tetti

portati via di netto d’insopra i muri e andatisi a sfasciare a terra

discosto; uomini levati in aria e gettati lontano più braccia. Fu gran

ventura quello sterminio non traversasse che luoghi dov’erano rade le

case e le popolazioni; ciononostante fu il danno grandissimo, il suolo

era ingombro di sparse ruine.[405]

Venuto l’anno 1458 fu rinnuovato il Catasto; e ciò fu per opera di

quei cittadini i quali intendevano ad allargare lo Stato, imperocchè

gli altri temevano sopra ogni altra cosa quella rinnovazione, la quale

avrebbe ad essi tolto l’ingiusto favore ed i vantaggi di cui godevano

e i modi più usati ad opprimere i contrari.[406] Nuove ricchezze erano

sorte dopo il 34, che ora il Catasto veniva a percuotere; gli acquisti

di terre non potevano nascondere, ma i capitali messi in su’ traffici,

sempre a conoscere malagevoli, faceano sparire con l’alterazione

dei libri palesi tenendo poi altre segrete scritture. Talchè le

denunzie menzognere non si potendo correggere, e oltre ciò parendo che

l’obbligazione di mostrare i libri nuocesse al credito dei commercianti

ed offendesse la libertà loro, si tornò al modo delle tassazioni; dove

perchè necessariamente regnava l’arbitrio, si facevano composizioni ma

disuguali, e guardando sempre alla qualità delle persone ed al favore

di cui godevano. Però è da dire che il proemio della legge del nuovo

Catasto e le minute avvertenze quanto ai defalchi ed agli sgravi, oltre

al mostrare grande perizia nella materia delle tasse, mantenevano a

favore dei poveri e degli innocui ed umili cittadini quella benignità,

dalla quale meno ancora d’ogni altro governo voleano i Medici

dipartirsi.[407]

Da tutto ciò appare fuor d’ogni dubbio, che nei primi mesi di

quell’anno la parte dei molti impedisse quella che sempre cercava

di ristringere in pochi lo Stato. A tal segno che un Matteo Bartoli

Gonfaloniere, volendo co’ voti fare decretare una Balìa, non che

essergli ciò acconsentito dai suoi compagni nella Signoria, fu anzi

schernito da loro; e costretto essendo tornarsene a casa, uscì partito

per cui volevasi al tutto rendere impossibili nell’avvenire tali

disegni. Imperocchè fu vietato il fare Balìa se tra’ Signori e nei

Collegi non fosse il partito vinto con tutte le fave nere, e poi non

passasse di mano in mano nei Consigli del Popolo e del Comune e per

ultimo in quello del Dugento, sottomettendo a gravi pene il Proposto

ed i Signori che a questa legge contravvenissero.[408] Ciò accadde

nei mesi di marzo e d’aprile: il primo di luglio entrava per la terza

volta Gonfaloniere Luca Pitti, uomo del quale non è da dire se a lui

più che agli altri spiacesse il Catasto, e s’egli inclinasse ai modi

violenti. Pare la legge posta due mesi innanzi non gli desse grande

ombra, perchè senza venire a Parlamento, cercò d’ottenere per via dei

Consigli che s’ardessero le borse e che si tornasse al fare a mano

la Signoria, ch’era la somma d’ogni cosa: ma fu impossibile a lui di

vincere quella pratica, massimamente perchè da pochi anni essendosi

messa usanza di dare i partiti a voti coperti, si davano questi con

meno paura. Ed un Girolamo Machiavelli con parole franche denunziò

quella ch’egli usò chiamare tirannia dei pochi; per il che fu preso, e

richiesto nei tormenti chi avesse partecipi di tale ardimento: denunziò

due altri cittadini, i quali ebbero anch’essi la corda. Il Machiavelli

dipoi confinato e per l’Italia cercando muovere nemici contro alla

Repubblica, fu per inganno dei Marchesi di Lunigiana condotto in

Firenze, dove tormentato un’altra volta, e stato cagione di altre

condanne, moriva nel carcere.

Ma intanto a Luca Pitti era sembrato che senza rispetti si dovesse

fare Parlamento, e Cosimo stesso giudicò che fosse allora il tempo

venuto da non lasciare più innanzi le cose trascorrere. Inoltre era

Luca tanto volonteroso di pigliare sopra di sè tutta l’odiosità del

fatto, quanto era Cosimo di scansarla; bastava lasciarlo fare, ed era

Cosimo vecchio maestro nel procurare che altri muovesse le cose da

lui volute, o spartirne con molti l’invidia. Fu suonato a Parlamento,

e avendo empiuta la piazza d’armati,[409] ed ai Signori ed a circa

trecentocinquanta altri cittadini data amplissima balìa di riformare

lo Stato, senza che alcun rumore ne seguisse, venne ciascuno alle sue

case rimandato. Quella Balìa rifece gli accoppiatori da durare sette

anni, dai quali venisse la Signoria scelta; rendè permanente l’ufficio

degli Otto di balìa; non pochi cittadini confinava, molti privò degli

uffici, essi e i discendenti loro; ai confinati dopo il 34 prolungò i

confini d’altri venticinque anni più in là del termine allora posto,

o gli dichiarò ribelli, cosicchè per undici case durasse il bando fino

all’anno 1499: un Barbadori ed un Guadagni con alcuni altri furono indi

per sentenza del Capitano decapitati.[410]

Già insino dall’altra Balìa, ch’era stata nell’anno 1453, fu nelle

esterne apparenze rialzata la dignità della Signoria, essendosi

ordinato che il Gonfaloniere avesse la mano sul Potestà, che era

in antico depositario della potestà sovrana, come abbiamo più volte

mostrato, e che oggi non era più altro che un giudice fatto venire

a breve tempo di fuori; come non era il Capitano più altro che il

capo dei soldati di Palazzo, e l’Esecutore degli ordini di Giustizia

ridotto alla bassa condizione di Bargello. Mutarono in seguito la

forma dei giudizi, eleggendo al Palagio del Potestà per le cause

civili quattro dottori con salario di trecento fiorini, e altri due

al Palagio del Capitano per le appellazioni; ed un Notaio forestiero

con quaranta fanti per l’esecuzione delle condanne proferite dagli

Otto di balìa.[411] Misero innanzi nelle cerimonie anche il Proposto,

quello cioè che di tre in tre giorni presiedeva la Signoria avendo

la prerogativa delle cose da deliberare: e ordinarono che il Pennone

dello Stato, il quale prima dal Potestà si consegnava al nuovo eletto

Gonfaloniere, gli fosse dato da quello che usciva. Inoltre fecero

che alla Signoria precedessero dodici mazzieri con mazze d’argento;

rifornirono più riccamente il Palagio di vasellami e d’arazzi,

vollero sgombrato d’ogni impedimento il cortile e anche la Piazza dei

Signori. Ai quali mutarono titolo, e dove prima si appellavano Priori

delle Arti, perchè a tempo della istituzione della Signoria le Arti

contavano ogni cosa; ora decretarono che si chiamassero Priori di

Libertà, perchè avendo di questa la realtà distrutta, almanco il nome

ne rimanesse. Comandarono che fossero murate case dove il popolo avesse

da abitare comodamente, poichè per la grande moltitudine e per l’assai

murare di belle e grandi case dagli uomini nobili e potenti, pativa

il popolo disagio di abitazioni.[412] Aveano mandato, in quei giorni

che vigeva la Balìa, dieci galere tra in Inghilterra e in Barberia

ed a Costantinopoli con mercanzie; le quali tornate prosperamente,

vantaggiarono il Comune di sopra a cento mila fiorini, con letizia

della città.

L’autore di queste cose, Luca Pitti, fu dalla Signoria e da Cosimo e

da grande numero di cittadini riccamente presentato;[413] tanto che

è fama che i presenti aggiugnessero alla somma di ventimila ducati.

Cuoprivano, egli l’ingordigia, e i donatori la viltà, col nome di

pubblica gratitudine pei beneficii da lui recati alla città, della

quale parea Luca essere divenuto principe in luogo di Cosimo; questi

ritenuto per la infermità in casa, e quegli riverito, accompagnato,

cedutogli nelle radunanze il primo luogo: fu poi con insolita solennità

fatto dal popolo cavaliere.[414] Onde egli venuto in molta superbia

inalzava due molto grandiosi edifizi, che l’uno a Rusciano vicino un

miglio, e l’altro dentro alla città stessa; palagio che soverchiava

quello stesso eretto da Cosimo, avendo il Pitti dato il nome a quella

che poi fu abitazione principesca. Per condurre a fine il quale

edifizio, Luca non perdonando a modo alcuno straordinario, venia

sovvenuto delle cose necessarie non che dai privati ma dai popoli e

dai comuni; ed ogni persona sbandita o che temesse giustizia, purchè

fusse utile a quella edificazione, dentro sicuro si rifuggiva.[415] Gli

altri dello Stato non erano meno violenti e rapaci: la quiete pubblica

nascondeva offese private ed ingiustizie d’ogni sorta.

Morto il re Alfonso, come si è detto, Ferrando suo figlio aveva

dubbiosa la possessione del Reame, in Genova essendo il suo rivale

Giovanni d’Angiò con le armi francesi, e il papa Callisto, sebbene in

addietro fosse stato ministro d’Alfonso, mostrando intenzioni a lui

ostili fino a privarlo, come dicevasi, del Reame. Ma Callisto venne

a morte dopo soli tre anni di regno, e vecchio già era, e stando in

letto la maggior parte del tempo agitava di questi disegni; intantochè

per lettere e per legati dava gran voce di guerra contro al Turco per

salvazione della Cristianità. Gli succedeva, col nome di Pio II, Enea

Silvio Piccolomini, il quale alla sola Crociata intendendo con tutto

l’animo e le forze sue, dava a Ferdinando l’investitura del reame di

Puglia. Al quale però muoveva guerra Giovanni d’Angiò, che dopo avere

con l’aiuto dei principali Baroni quasi occupato tutto il Reame, ne fu

cacciato: ed anche Genova in quel tempo gli era caduta di mano, tolta

a lui da quei medesimi che ve lo avevano messo; e il Duca di Milano

avendo mandato le genti sue a quella impresa, ne ottenne quindi la

signoria. I Fiorentini, ricercati dall’Aragonese per la nuova lega, e

dall’Angiovino per la secolare inclinazione che essi ebbero a Casa di

Francia, rimasero in quella guerra neutrali. Ma queste cose vennero

dopo.

Era nell’aprile del 1459 venuto a Firenze il pontefice Pio II recandosi

a Mantova, dove egli aveva convocato grande assemblea dei Principi

cristiani per la comune difesa contro alla invasione dei Turchi.

Si trovarono insieme a Firenze, oltre a Giovanni Galeazzo figlio

primogenito del duca Francesco, i Signori di Rimini e di Carpi e di

Forlì: portavano questi la sedia del Papa nell’entrata solennissima

ch’egli faceva in Firenze. A onore dei quali, e per aggradire al

giovinetto Sforza che non arrivava ai diciassette anni, si fecero balli

e giostre molto ricche ed una caccia sulla piazza di Santa Croce, dove

furono condotti, oltre ai leoni che la Repubblica soleva nutrire, lupi

e cinghiali e fiere da mandria: e si portò a mostra una giraffa, nuovo

animale in quella età. Cosimo de’ Medici ospitava regalmente il figlio

dell’amico suo, dandogli feste e mascherate, nelle quali apparve il

nipote di lui Lorenzo, che appena toccava l’undecimo anno, vestito a

foggia di non so quale divinità.[416]

Mentre il Papa era in Firenze e la città in festa, moriva qui il santo

e dotto Arcivescovo Antonio Pierozzi, al quale perchè era di statura

piccola rimase il nome di Antonino. Modesto, rigido a sè stesso,[417]

largo nelle opere di carità cittadina e negli esempi virtuosi, assiduo

in comporre libri di morale disciplina massimamente per la istruzione

degli ecclesiastici, lasciava anche una Cronaca de’ suoi tempi messa

insieme la maggior parte da libri che oggi corrono a stampa. Severo

ai potenti, non fu ai Medici troppo amico:[418] fondava una pia

Congregazione per sovvenire ai poveri vergognosi, detta di San Martino;

dei quali era il numero grandissimo allora per le confische e per le

spogliazioni ch’avevano ridotto alla ultima miseria famiglie usate

all’opulenza.[419] Con alto pensiero volendo che pura si mantenesse

quella istituzione, vietava ad essa il possedere o terre o altro

fondo qualsiasi, ordinando fosse in tempo brevissimo venduto e speso

in elemosine tutto il capitale, comunque grosso, di ogni lascito

che fosse fatto alla Congregazione: la quale mantiene quella saggia

regola, e vive tuttora dopo quattrocento anni, senza che i mezzi mai

le mancassero alle buone opere, libera e monda per tale modo da ogni

carico d’amministrazione.

Intanto Maometto, vittorioso per terra e per mare, avea conquistato

sul Danubio tutte le provincie del caduto Impero, e contro ai Veneziani

la Grecia e le Isole, quivi spegnendo i principati che rimanevano dei

Latini: tra’ quali Francesco Acciaioli ultimo Duca d’Atene periva

strozzato per la crudeltà di Maometto. La virtù maravigliosa di

Giorgio Castrioto, soprannominato Scanderbeg, sola teneva lontani i

Turchi dalle spiaggie dell’Adriatico: in Europa niuno si mosse alle

sollecitazioni del Papa, ma questi di nuovo nell’anno 1464 chiamava

in Ancona non più i Principi a congresso, ma le forze tutte della

cristianità; egli stesso deliberato salire sulle navi e porsi a capo,

vecchio ed infermo com’egli era, di tanto gloriosa e santa impresa.

Cosimo dei Medici quando diceva motteggiando che il Papa era vecchio e

volea fare impresa da giovane, mi pare aderisse troppo alla dottrina

mercantile dell’utilità. I Veneziani, nemmeno essi molto credevano

a quella impresa; ma pure il vecchio loro doge Cristoforo Moro, fu

anch’egli costretto dal pubblico grido recarsi in Ancona.[420] Quivi il

Papa spossato moriva, ogni apparecchio di guerra essendosi per quella

morte disciolto; ma egli chiudendo con isplendore quella sua vita

affaccendata, e in tanta bassezza di cose cercando rialzare quanto era

in lui l’Italia e la sedia pontificale.[421]

Il 1 d’agosto 1464 Cosimo de’ Medici, consunto da lunghe infermità e

vecchio di settantacinque anni, moriva in Careggi. Pochi mesi prima

aveva sepolto il minore suo figlio Giovanni, ed innanzi un bambinello

che avea questi avuto dalla Ginevra degli Alessandri. Rimaneva Piero

con due figli, Lorenzo e Giuliano, entrati appena nell’adolescenza;

e il padre soleva fidare in Giovanni più che non facesse in Piero,

impedito molto dalle gotte, da cui lo stesso Cosimo era stato più

anni afflitto. Questi negli ultimi mesi della vita facendosi portare

per casa, dicea sospirando ch’ella era troppo gran casa per così poca

famiglia. Lasciò anche un figlio naturale, Carlo, che divenne cherico

e fu Proposto di Prato. Lorenzo, fratello minore di Cosimo, era morto

nell’anno 1440; e i discendenti di lui continuati con poca celebrità

finchè durava il lignaggio primogenito, montarono con l’estinzione di

quello a viemaggiore fortuna, avendo dato alla Toscana per duegento

anni i suoi Granduchi.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 24 / 51 段