credere che fosse egli padrone della Repubblica, dove i Consigli
a voti liberi procedevano; e lo studio faticoso da lui adoperato
a guadagnarseli non bastava sempre, o le pubbliche lagnanze lui
facevano circospetto. Odiosissime riuscivano le prestanze imposte a
fine di somministrare danari allo Sforza insino da quando venivano
dati perch’egli continuasse a tiranneggiare nella Marca; e molto più
poi quando nell’anno 1447 si voltava questi alla difesa del Visconti,
nemico antichissimo della Repubblica di Firenze. Troviamo gravezze fino
a ventiquattro per volta, distribuite ad arbitrio dei ponitori: Cosimo
anticipava sovente il danaro, rifacendosi sulle prestanze o sulle
entrate della Repubblica. Lo Sforza chiedeva trentamila ducati per
passare in Lombardia; i Veneziani si opponevano, e ne’ Consigli non si
vinceva. Cosimo fece porre una legge perchè si riscuotessero i crediti
arretrati del Comune, e i deputati a ciò avevano a collo i trentamila
ducati che furono messi fuori da Cosimo rimasto padrone della
riscossione; e le casse delle porte si andavano a vuotare in casa sua.
Più tardi aveva egli imprestato all’amico suo cinquantamila fiorini;
ottenne che fossero a lui donati dalla Repubblica, dicendo sarebbe
quella chiesta il fine di tutte le chieste;[378] e siffatti modi più
altre volte si ripetevano. Ma quando una legge era proposta d’immunità
a chi tornasse e che venisse a stare in Firenze pagando quattro
fiorini l’anno a testa, si oppose Cosimo, allegando che sarebbero
tornati i fuorusciti nemici suoi; e quella legge, che pure a molti
pareva buona, fu rigettata. Più che avanzava egli nell’arbitrio e più
si rendeva odioso a molti: dicevano ch’egli si valeva del danaro per
inalzare edifizi, o sotto pretesto di religiosa pietà o per sua propria
magnificenza:[379] una notte gli fu imbrattato di sangue l’uscio di
casa sua.
Per assicurarsi dello Stato, facevano sempre il Gonfaloniere a mano ed
anche i Priori. Abbiamo un esempio dei modi tenuti allora in Palagio,
che giova esporre succintamente. Per gli ultimi due mesi dell’anno
1448 erano rimasti d’accordo che fosse Gonfaloniere Agnolo Acciaioli,
uno dei primi del reggimento. Sapeasi volere egli promuovere dure cose
d’esilii e d’altro; e Neri di Gino, ch’era uno degli accoppiatori,
voleva il contrario. Mancavano soli due Priori a fare; disse Neri:
«Io voglio esser io, o uno di chi mi possa fidare.» Fu eletto Pandolfo
Pandolfini, giovane di grande animo. S’accozzava egli nel priorato con
tre altri ch’erano dei migliori, i quali insieme segretamente, perchè i
Priori molto erano vegliati, sagramentarono di non rendere mai le fave
loro se non d’accordo. Una mattina il Gonfaloniere, fatta serrare la
porta del Palagio, propose una legge, che niun partito valesse se il
Gonfaloniere non fosse presente e non ci fosse il voto suo: Pandolfo
si oppose, e perchè dei nove voti ce ne volevano sei a vincerlo, stando
ferme le quattro fave giurate, lo impedivano. Vinto a caso, e approvato
da’ Collegi, andò al Consiglio, e quivi i medesimi oprarono fosse
imbiancato, sebbene il Gonfaloniere facesse più volte rimettere il
partito. Ma non posarono gli autori di quel disegno, e praticavano che
molti fossero confinati; diceano volere acconciare le cose in modo che
non ci avessino più a pensare: del che era grandissima nella città la
paura, e mandavano in Palagio a supplicare i quattro perchè tenessero
il fermo: vi andava più volte il buon libraio Vespasiano da Bisticci,
dal quale abbiamo questo ragguaglio; e dice che molti furono salvati
allora, e che fu gran beneficio alla città recato dai quattro onesti
Priori.[380] E vero è poi che per cosiffatte resistenze i cittadini
tra loro non si nimicavano tanto da rompere quell’usata bonarietà di
costume che non mai cessava nella città popolana. L’Acciaioli e Cosimo
stesso rimasero amici al Pandolfini; e si manteneva tra essi e Neri
quella unione della quale fu riprova un fatto che abbiamo lasciato
addietro, ma che ora giova un poco a minuto narrare, per indi tornare
al filo dell’istoria nostra.
Ucciso Annibale Bentivoglio, ma rimasta vincitrice (come s’è detto)
la parte sua, grande era in Bologna la devozione a quella Casa,
della quale rimaneva solo un fanciullo di sei anni. Ora avvenne che
trovandosi ivi Francesco che era stato Conte di Poppi, raccontava
come venti anni prima Ercole Bentivogli zio d’Annibale, dimorando in
Casentino, avesse avuto dimestichezza con la moglie d’un Agnolo da
Cascese, dalla quale nacque un figlio di nome Santi, che tutti dicevano
essere figlio d’Ercole, e la somiglianza ciò confermava; tantochè
essendo ito a Bologna il fanciullo quando vi si riduceva il Conte
di Poppi, Annibale gli aveva detto _tu sei de’ nostri_. Essendo poi
Agnolo e la moglie sua venuti a morte, il fanciullo tornò a Firenze,
dove esercitava l’arte della lana in una bottega nella quale Antonio
da Cascese suo zio gli avea fatto un capitale di fiorini trecento e
lo avea molto raccomandato a Neri Capponi. A questi ne fece le prime
parole Agnolo Acciaioli un giorno mentre erano insieme a diporto,
domandandogli se avesse egli bramato resuscitare, qualora gli fosse
ciò stato possibile, Annibale Bentivoglio ch’era tanto amico suo. E
pigliando Neri la cosa in motteggio, l’altro gli espose tutto il fatto,
e gli disse come la parte bentivogliesca essendo rimasta senza capo,
taluni in Bologna erano entrati in gran desiderio d’avere questo Santi
perchè reggesse la parte, ed avesse cura del fanciullo sinchè non fosse
in età. Rispose Neri ch’ell’era cosa molto da considerare sì rispetto
al giovane e sì per sè stessa: ma essendo molti venuti a vedere Santi
e accertatisi della somiglianza e guardandolo con affezione grande,
consentiva Neri di farne motto a lui, che a prima giunta se ne turbò
per la vergogna della madre. Ma i Bolognesi facendo maggiori istanze,
furono insieme Agnolo e Neri con Santi in casa di Cosimo dei Medici,
il quale dopo altri ragionamenti disse al giovane: «Vedi, se tu sei
figliolo d’Ercole, la natura ti tira in Bologna alle grandi cose; ma
se tu sei figliolo d’Agnolo da Cascese, tu te ne starai in San Martino
alla bottega: però io non ti conforto nè ti sconforto ad andare,
ma dove ti tira l’animo; sarà quella vera sentenza di chi tu sia
figliolo.» Soprassederono più mesi e aveano rimessa la cosa in Neri,
il quale quanto più larghezza gli concedevano, tanto più sentendosi
obbligato a dargli il consiglio fedele e migliore, tenea la sentenza
sospesa. Ma infine essendo Neri per le ambasciate a Venezia passato
più volte da Bologna, lo pressavano fino a dire che se il giovane
venisse loro negato, lo toglierebbero per forza. Neri, accertatosi del
loro buon animo, confortò Santi a commettersi alla fortuna e andare,
dicendogli: «Io che sono in Firenze non dei minori e da dovermi
contentare quanto niun altro cittadino, e anche ben voluto; se mi
volessero in quel luogo non come figliolo d’Ercole ma come figliolo
di Gino, io v’anderei ad essere loro partigiano e capo; perchè ivi si
poteva dire d’avere a disporre a suo volere di quella città, la quale
era una delle otto maggiori d’Italia; e a Firenze si aveva a pregare
con grande umiltà a volere una piccola cosa non che una grande.»
Mandarono quindi con grande onore a pigliarlo, e menatolo a Bologna con
festa, lo misero in casa d’Annibale ed al governo della città, il quale
poi tenne sino alla morte felicemente.[381]
Sì tosto come Francesco Sforza fu entrato al possesso dello Stato
di Milano, la Repubblica di Firenze gli inviava quattro de’ suoi
maggiori cittadini a rallegrarsi del grande acquisto: erano con
Piero di Cosimo dei Medici Neri Capponi, Luca Pitti e Dietisalvi di
Nerone. Scambiate parole com’era usanza festive, e oltre all’usanza
per quella volta sincere; gli altri tornandosene, Piero e Neri ebbero
incarico di recarsi a Venezia. Quivi era di già residente Giannozzo
Manetti, il quale sembrando in quelle congiunture troppo amorevole
al Senato, parve bene mandare quei due che a lui s’aggiugnessero. Le
apparenze di amistà che tuttavia si mantenevano tra le due Repubbliche
covavano semi di forte dissidio per gli scambievoli malcontenti:
Cosimo in Firenze antivedeva che bentosto tra’ Veneziani e il Duca
sarebbe guerra, nella quale era egli risoluto di tenere la parte di
questo; ed i Veneziani ciò sapendo, cercavano indurre i Fiorentini
ad una lega con essi loro, tardi pentiti dell’averli prima col falso
procedere da sè alienati e per quei modi avere lo Sforza fatto signore
di Lombardia. La quale pratica molto essendo avviata con Giannozzo, e
perchè a Firenze nel Palagio non si poteva ottenere che si rompesse,
Cosimo scrisse al figlio privatamente, che senza indugio si partisse
da Venezia:[382] Neri per l’usata circospezione e Giannozzo di mala
voglia lo seguitarono, cominciando infin da quel giorno apertamente a
dividersi le due Repubbliche, le quali intanto ciascuna per sè avevano
fatta pace con Alfonso. Venezia stringeva con lui durevole amicizia;
ma la pace coi Fiorentini non fu che tregua da essi accettata ad inique
condizioni, rimanendo Alfonso in possesso di Castiglione della Pescaia
che gli apriva per la via del mare l’entrata in Toscana, ed il Signore
di Piombino facendosi a lui vassallo con dargli in segno d’omaggio
ciaschedun anno una coppa d’oro.[383]
Veniva in Italia come a dislocarsi tutto l’ordine delle alleanze
tenute fin qui; e i singoli Stati, prima di entrare in guerra tra loro,
s’adopravano a riconoscersi, continuo essendo per tutto quell’anno il
vario muovere degli ambasciatori da un capo all’altro dell’Italia.
Venezia, che s’era oltrechè ad Alfonso collegata al Duca di Savoia
ed al Marchese di Monferrato, richiedeva di lega i Senesi: cercava in
Bologna mutare lo Stato per una congiura scoppiata in città, e da Santi
Bentivoglio compressa non senza combattere; egli mostrandosi degno del
grado a cui lo ebbe per modi sì strani alzato il gioco della fortuna.
Le quali pratiche essendo intese contro al Duca ed ai Fiorentini,
questi da principio mandarono loro legati a Venezia, che ivi non furono
ricevuti con la scusa del non potere i Veneziani alcuna cosa trattare
senza il re Alfonso; e questi due avendo però mandati insieme legati
loro alla Repubblica fiorentina a fare doglianze, alle quali Cosimo
dei Medici ebbe incarico di fare risposta, parve da principio che niuna
volesse delle due parti venire alle rotte. Ma tosto dipoi la Signoria
Veneta ed il Re avendo arrestate negli Stati loro le mercanzie dei
Fiorentini, e ciò nonostante mandato altri ambasciatori a Firenze,
quelli di Venezia non furono ricevuti, e quelli d’Alfonso non vollero
soli trattare; cessando così ogni pratica tra le due parti, le quali
ordinate ciascuna in sè stessa, già si apprestavano alla guerra. E i
Veneziani veniano a questa con tanta passione, ch’aveano richiesto il
greco Imperatore d’arrestare anch’egli le mercanzie de’ Fiorentini;
ma questo Principe ricusò macchiare gli estremi suoi giorni e quei
dell’Impero col farsi ministro delle altrui passioni contro ad un
popolo di Cristiani.[384]
Veniva in Firenze a’ 30 gennaio 1452 l’imperatore Federigo III di Casa
d’Austria, che andava in Roma per essere ivi incoronato: avea prima
chiesto alla Repubblica il passo;[385] così erano i tempi mutati! I
due primi Federighi recavano seco cento anni all’Italia di stragi e
ruine, il terzo null’altro che le spese degli alloggi e dei solenni
ricevimenti. Seco era Enea Silvio Piccolomini senese, e rispondeva
alle arringhe come Cancelliere: grande e vario personaggio in quella
età, ingegno del pari atto allo scrivere, al parlare, ed esercitato
nel trattare le cose maggiori della Chiesa e degli Stati in Alemagna,
dov’era egli lungamente dimorato; ora seguiva l’Imperatore, e in
Siena congiunse lui con la sposa Eleonora di Portogallo arrivata in
Livorno a’ 2 di febbraio, ed accompagnata con grande onore nel passare
ch’ella faceva per la Toscana. Furono insieme a’ 15 marzo coronati
in Roma dal pontefice Niccolò V; e indi nel maggio essendo tornato
l’Imperatore in Firenze, ne partì subitamente per certo sospetto in
lui venuto della Repubblica. Imperocchè egli traendo seco il giovine
Ladislao, erede legittimo del regno d’Ungheria, lo custodiva col nome
di tutela, negandosi darlo agli Ungheresi che ne facevano istanze
grandissime. In Firenze erano ambasciatori di questa nazione, i quali
chiedevano segretamente alla Signoria prestasse loro mano ad involare
il giovanetto, la cui presenza tolto avrebbe di mano quel regno alla
austriaca usurpazione: e sebbene per timore la Signoria ciò negasse,
non ne fu chiaro l’Imperatore se non quando ebbe con sè in Alemagna
il pupillo spossessato.[386] L’Imperatore questa volta nemmeno
aveva chiesto danari alla città ed ai signori, com’era usanza dei
predecessori suoi quando scendevano in Italia; ma vendeva per moneta
titoli e gradi, tra’ quali a Borso Marchese d’Este quello di Duca di
Modena e Reggio che dipendevano dall’Impero.
Il giorno stesso che l’Imperatore da Ferrara entrava sul territorio
dei Veneziani intimavano questi la guerra al duca Francesco Sforza;
ed Alfonso pochi giorni dopo ai Fiorentini, contro i quali veniva
alle offese. Ferdinando suo figliolo naturale, e da lui fatto Duca di
Calabria, poneva l’assedio al castello di Foiano in Val di Chiana:
dugento soldati che vi stavano per la Repubblica bastarono quivi a
ritenere l’esercito regio prima che il castello s’arrendesse. Di là
Ferdinando accostandosi al confine dei Senesi nel Chianti espugnava
Rencine, e tentato Brolio fortezza dei Ricasoli e da quella ributtato,
s’accampò intorno la Castellina, dove stette più tempo, ma per difetto
di artiglierie gli fu impossibile ottenerla. Scorreva le campagne fin
presso a Firenze, facendovi danni grandissimi; e intanto all’esercito
dei Fiorentini, condotto dal signore di Faenza Astorre Manfredi,
bastava tenersi sulle difese; e passava il verno, dopo il quale avendo
il duca Francesco mandato in Toscana con due mila cavalli Alessandro
Sforza suo fratello, con le armi congiunte i due Capitani recuperarono
le terre perdute e costrinsero l’armata regia ad abbandonare il forte
di Vada che aveano in quel mezzo dal mare assalito, e per l’invalida
resistenza preso: tale ebbe successo l’impresa d’Alfonso contro alla
Repubblica di Firenze. Quivi era discorso, in quella caldezza di
successi fortunati, di muovere guerra contro ai Senesi, parendo essi
non aver fatto in quei pericoli buon vicinato alla Repubblica; ma
Cosimo e Neri, apposta chiamato da Pistoia dove risedeva Capitano,
mostrarono come ad Alfonso non potrebbe farsi maggior piacere che
dargli in mano a questo modo necessariamente lo Stato di Siena. Così fu
sventato il mal consiglio; e la Repubblica frattanto faceva un acquisto
dov’era a’ suoi danni macchinato un tradimento. La Contea di Bagno
tenevasi allora da Gherardo Gambacorti, data in compenso (come vedemmo)
al padre suo della cessione di Pisa; ed a Gherardo piacendo meglio
possederla come feudo dell’Aragonese, aveva egli trattato con lui;
ma scoperto, mandava il figlio ostaggio in Firenze: e pur nonostante
avrebbe fatto entrare nella terra le armi del Re, se un Antonio
Gualandi pisano che vi stava dentro, con pari fede e risolutezza
chiudendo la porta in faccia a’ soldati ch’entravano, non avesse
conservato alla Repubblica tutto quel territorio, ch’essa poi tenne in
vicariato, privati avendone per sempre allora i Gambacorti.
E in Lombardia la guerra tra quei due possenti nemici non venne
a produrre che piccoli effetti, perchè lo Sforza la conduceva con
intendimenti di principe e non più oramai di condottiero; cosicchè
avendo per grave rotta costretto il Marchese di Monferrato a chieder
pace, ed egli passata l’Adda minacciando Bergamo e Brescia dov’erano
in grande forza i Veneziani, trascorse il tempo del combattere senza
che alcuna delle due parti cercasse venire a giornata per tutto
quell’anno. Ma perchè gli apparecchi fatti contro a’ Veneziani non
pareano essere sufficenti, essi tenendo ai soldi loro la miglior parte
dei condottieri; la Repubblica di Firenze, a cui toccavano le prime
parti dov’era spesa, avea mandato già l’anno innanzi in Francia Agnolo
Acciaioli chiedendo a quel Re passasse in Italia, egli erede di Carlo
Magno che aveva riedificato Firenze, e naturale principe e capo della
parte guelfa, recando con sè quindici mila cavalli almeno: le parole
erano umilissime, grandi gli ossequi e le supplicazioni.[387] Aveva
la Repubblica Fiorentina chiamato in Italia gli stranieri più altre
volte, e questa pure inutilmente: l’ora s’appressava, ma giunta non
era, che i monarchi rispondessero condegnamente a quegli inviti; già
si allestivano, ma per anche non credeano essere bene in punto. Carlo
VII, impegnato contro gli Inglesi a Bordeaux, non venne in Italia;
concesse però che vi scendesse un’altra volta con due mila quattrocento
cavalli Renato d’Angiò, perch’era guerra contro all’Aragonese, e
quegli cercava sempre se vi fosse modo a farsi una via nel Regno di
Napoli. Ma il passo gli era conteso per le Alpi dal Duca di Savoia;
laonde Renato con pochi eletti per la via del mare scese a Ventimiglia,
e quindi il Delfino di Francia, che poi fu il re Luigi XI, ottenne
che il Duca lasciasse calare in Lombardia le altre genti. Qui la
guerra da principio fu impetuosa, ma non fruttava che il racquisto di
pochi castelli del Cremonese e di Pontevico di là dall’Adda: giunse
l’inverno, e tutti si ritrassero nei quartieri. A primavera sperava il
Duca e disegnava maggiori imprese, quando gli giunse avviso che Renato
voleva ad ogni modo tornare in Francia, nè istanze bastarono: rimase
in Italia la sua bandiera con poche genti e col figlio di lui Giovanni,
che si faceva anch’egli appellare Duca di Calabria; questi ponea lunga
dimora in Firenze.
Ma ecco venire d’Oriente novella per la quale gli animi di tutti
restarono come incantati dal terrore: Maometto II Sultano dei Turchi
aveva per assalto ferocissimo espugnata Costantinopoli: morto era nella
difesa l’ultimo degl’Imperatori bizantini, venuto a fine l’Impero
greco ultimo avanzo dell’antico mondo e nell’Asia conservatore del
nome cristiano e d’ogni intesa con l’occidente. Pareano all’annunzio
per tutta Italia cadere ai soldati di mano le armi; si rimproveravano
tra loro le stolte guerre, si vergognavano d’avere per basse e
scellerate cupidigie aperta al barbaro invasore la porta d’Europa:
chi era più abile a fermarlo? Il pontefice Niccolò V, che mai non
aveva cessato d’intromettersi per la pace d’Italia, fece venissero in
Roma commissari di tutti gli Stati che aveano parte in quella guerra:
molto fu discusso e nulla conchiuso, perchè ciascuno metteva innanzi
per suo proprio conto esorbitanti ed impossibili pretensioni. Alle
quali si contrapponeva freddamente il Papa stesso: voleva pace negli
Stati della Chiesa per alleviare i carichi e attendere agli edifici,
i quali erano sua prima cura; ma ricordando i tempi passati, temeva la
quiete d’Italia non fosse a lui turbazione, tirandogli addosso qualche
affamato condottiero, o qualche Principe ambizioso.[388] A questo
modo mentre che in Roma si perdeva il tempo, il Duca e il Senato per
mezzo d’un Frate trattavano insieme, ed un accordo fu stipulato in
Lodi a’ 5 dell’aprile 1454 tra’ due principali contendenti, al quale
tutti gli altri erano invitati di consentire. Lasciava al solito le
cose com’erano al principio della guerra; ma Castiglione della Pescaia
dovendo restare in possessione del re Alfonso, i Fiorentini non vi
aderirono se non dopo molte consultazioni,[389] e perchè il Duca a ciò
gli costrinse; Cosimo tenendosi malcontento dell’amicizia di questo,
che nulla gli aveva fruttato che odio e carichi, dove sperato si aveva
l’acquisto di Lucca a lui promesso, come dicevano, dallo Sforza in
pagamento di quei danari, che gli erano stati tante volte necessari
a conseguire il principato. Il re Alfonso indugiò più mesi prima
che ratificasse la pace;[390] nè a quella si tenne poi fermo, sempre
ambizioso com’egli era di cose maggiori: al quale fine aveva escluso
dal comune accordo i Genovesi ed il Signore di Rimini e quel di Faenza,
serbandosi appiglio, quando che fosse, a nuove imprese.[391]
Avvenne che essendo per la pace licenziato dai Veneziani Iacopo
Piccinino, si udisse costui insieme con altri capitani senza soldo,
essere entrato nella Romagna, dubbiosa minaccia agli Stati confinanti.
Il tempo era scorso che i grandi condottieri per proprio loro conto
muovessero guerra, tenuti essendo in maggiore suggezione da quei
potentati d’Italia che s’erano in sè medesimi rinforzati. Iacopo,
com’era solo condottiero che rimanesse di quei lignaggi vissuti di
preda, così fu l’ultimo che tentasse di quelle fortune; ed anche non lo
fece di proprio suo moto, ma sibbene per istigazione, secondo appare,
del re Alfonso. Imperocchè essendo Iacopo entrato in quel di Siena e
fattovi danni, all’avviarsi di soldati dei Fiorentini e del Papa e
del Duca di Milano, ritiratosi in Castiglione della Pescaia, passò
nel Reame, e fu ivi bene ricevuto. Innanzi era morto il pontefice
Niccolò V: di lui non abbiamo avuto fatti da registrare sia politici
sia guerreschi, ma quel silenzio dell’istoria gli è lode grandissima,
e le arti e le lettere lui ricordano munificentissimo tra gli altri
Principi: lo squallore di Roma e quasi la solitudine per la dimora dei
Papi in Avignone e per lo scisma e pei governi travagliosi ch’avevano
avuto Martino ed Eugenio, veniano a mutare in giorni più floridi,
e molti edifizi allora intrapresi e la Biblioteca Vaticana da lui
cominciata, renderono splendido e benemerito il nome di Niccolò V.[392]
A lui successe Callisto III spagnuolo, donde ebbero l’Italia e la
Chiesa dono funesto la Casa Borgia. Veniano a scuoprirsi in questo
frattempo le intenzioni d’Alfonso, il quale muoveva con grandi forze
contro ai Genovesi, e allora il doge Pietro Fregoso cedeva l’impero
di quella città al Re di Francia, che a pigliarne la possessione
mandava Giovanni d’Angiò partitosi non molto prima da Firenze; a cui
la Repubblica aveva donato, oltre ai danari della condotta, venti mila
fiorini d’oro e novanta libbre d’argento lavorato in vasellamenti
di bell’artificio. Le quali mosse all’Italia furono principio di
altre perturbazioni, sebbene a mezzo di quell’anno 1458 il re Alfonso
venisse a morte: a lui fu dato soprannome di Magnanimo; e generoso era,
esercitato nelle armi di terra e di mare, magnifico in ogni suo fatto,
e grande promotore delle lettere e degli uomini letterati.[393]
Ora è da dire quale fosse in questi tempi l’interno stato della
Repubblica. In mezzo alla guerra, l’anno 1453 una Balìa nuova era stata
presa fuor di tempo e rinnuovata poi l’anno dopo, quando scadeva il
quinquennio: avea facoltà oltre all’usato amplissime, e queste adoprava
più che altro nel porre gravezze soprammodo esorbitanti, essendo le
spese allora grandissime: la guerra di fuori costava settantamila
ducati al mese.[394] Trovo di seguito due gravezze poste, che una di
cinquecento ottanta migliaia di fiorini e l’altra di trecento sessanta;
cinquanta mila erano imposti ai non sopportanti, a quelli cioè che di
regola doveano andarne esenti, e gli ecclesiastici ne furono anch’essi
gravati: pei tanti carichi dello Stato erano i danari del Monte caduti
al venti per cento.[395] Norma all’imporre, l’arbitrio solo: e questa
era un’arme in mano di Cosimo che percuoteva con le gravezze chi
avverso gli fosse, e con le supplicazioni per gli sgravi faceva a sè
molti dipendenti; tanto che andare con lui (che appellavano avere lo
Stato) importava essere leggermente tocchi; e gli altri invece erano
disfatti. La Casa dei Pazzi, ricchissima d’averi ma per le gravezze
malconcia, si rilevò quando pel parentado co’ Medici entrava nel numero
anch’essa delle Case favorite.[396]