Così era Eugenio francato da ogni obbligazione verso l’Angiovino, e

aveva le mani più libere contro al principale suo nemico lo Sforza

e contro ai Fiorentini ed ai Veneziani, dai quali tenevasi per varie

cagioni offeso. Quelli uccidendo con tanta sua ingiuria e sotto gli

stessi suoi occhi Baldaccio, aveano mostrato di non sofferire che

il Conte perdesse la signoria della Marca: e i Veneziani senza alcun

rispetto avevano aggiunto ai loro Stati Ravenna, privandone l’ultimo

dei Signori da Polenta, da prima tirato iniquamente a Venezia e di là

poi mandato a finire insieme con la famiglia sua nell’isola di Candia.

Per queste ragioni deliberò Eugenio voltarsi ad Alfonso e riconoscerlo

giusto re, spingendolo contro allo Sforza nella Marca: ma ciò era in

tutto alienarsi dalla Repubblica di Firenze, dove essendo nella seconda

dimora quattro anni stato, deliberò di partire a’ primi dell’anno

1443. La quale partenza dispiacque al popolo, che aveva dalla presenza

del Papa lustro e guadagni;[354] ai reggitori dispiacque per questo e

perchè vedevano il Papa, chiaritosi nemico loro, mettersi in mano al

Duca ed al Re, grandi avversari della Repubblica: più che mai pungeva

l’animo loro che volesse egli fermarsi in Siena, dove null’altro lo

riterrebbe che il desiderio di fare onta ai Fiorentini in faccia al

mondo apertamente. Quindi nei Consigli fu per molti disputato non si

lasciasse partire, prolungandosi la deliberazione per tutta la notte la

quale precesse alla partenza del Papa:[355] ed egli stesso, che nella

mattina poco si teneva certo che non volessero i Signori mettergli

inciampo, ne andava infine con decoroso accompagnamento a Siena;

rimasto quivi poi gran parte di quello stesso anno.

Congiunte le armi del Piccinino e d’Alfonso, un esercito di

ventiquattromila tra fanti e cavalli entrò nella Marca: il Conte

percosso da quella tempesta, si rinchiuse in Fano dov’era la moglie,

credendosi perdere senza rimedio gli Stati suoi. Ma il duca Filippo,

vedute le sorti del Conte inclinare più in giù di quello che avesse

egli nei suoi calcoli ponderato, e non volendo che ai danni suoi il

Piccinino crescesse o che il re Alfonso troppo s’ingrandisse, mandò

per lettere ed ambasciatori a questo chiedendo lasciasse l’impresa: io

credo altresì che il Duca, sentendosi affranto del corpo e in sullo

scendere della vita, pensasse alla figlia e allo Stato di Milano,

perchè non andasse l’eredità sua in mani fatte inabili a difenderla.

Comunque sia, Alfonso alle replicate istanze del Duca essendo alla fine

rientrato nel Regno, lo Sforza rifatto di genti vinceva il Piccinino

rimasto solo; ma per il verno che sopravvenne tutti ritrattisi alle

stanze, questi raccoglieva intorno a sè nuove genti in gran numero,

perchè molti contestabili o capi inferiori delle milizie venali

abbandonavano il Conte Francesco che non reggeva alle paghe, sebbene

gli aiuti dei Fiorentini non gli mancassero, ma erano scarsi a tanto

bisogno. Così pareva essere il Conte ridotto a estrema ruina, quando

Filippo Maria intervenne per la terza volta a torre la certa vittoria

di mano al prode e infelice suo vecchio condottiere: per subito avviso

e con fallaci speranze richiamava Niccolò Piccinino in Lombardia; il

quale vedutosi tradito dal Duca, e udita la rotta e la prigionia di

Francesco suo figliolo rimasto in Bologna al governo dell’esercito,

moriva lasciando di sè nome di tanto più onorato quant’ebbe più

avverse le sorti, e i servigi da lui prestati all’ingrato Duca rimasti

erano senza premio.[356] Le armi braccesche dopo lui caddero, e lo

Sforza campeggiò solo, con la fortuna più assai di principe che di

condottiero. Incontro al quale il Papa sentendo non avere Capitano

che fosse capace di stargli a fronte, diede ascolto alle molte istanze

che i Fiorentini a lui facevano per la pace. Questa, concordata prima

a Perugia, fu poi conchiusa a Roma dov’era Eugenio tornato nel corso

dell’anno 1444. Parte della Marca rimase al Conte; d’altre vertenze

si fece compromesso in tre Cardinali ed in Cosimo de’ Medici e in Neri

Capponi andato a Roma ambasciatore.[357]

Il duca Filippo, tra molte sue voglie, da più anni tirava a soggettarsi

Bologna, dove la parte dei Canneschi a lui aderiva; ma questi

essendo stati in quei giorni popolarmente distrutti dopo l’uccisione

che avevano fatta d’Annibale Bentivoglio, e Bologna governandosi

nell’amicizia dei Fiorentini e dei Veneziani, il Duca mandava in

Romagna nuove genti. Cosicchè bentosto per questo e per altri dissidii

e sospetti tra lui ed il genero, si rinnovava la guerra, dov’erano da

una parte Veneziani e Fiorentini e Bolognesi e il Conte Francesco,

dall’altra il Duca e il Papa ed il Re. Non tema il lettore ch’io

voglia descrivergli i vari casi di questa guerra più che non facessi

delle precedenti: al nostro assunto basti notare come lo Sforza,

impedito spesso dall’inopia di danaro, poco facesse, ed i Fiorentini,

che a lui ne davano ma segretamente, si fossero contro tirati una

grande nimistà del Papa. Il quale una volta facea sostenere nel

Castello di Sant’Angelo e sotto il pretesto di certi debiti colla

Camera Bernardetto dei Medici inviato in Napoli al Re: e i Fiorentini

pigliavano sulla via due Vescovi che s’erano imbattuti a passare per

la Toscana; e Cosimo de’ Medici avea consigliato al Conte Francesco

l’impresa di Roma, dove lo chiamavano alcuni Baroni, e perfino

Cardinali ed altri uomini della Corte gli promettevano, se v’andasse,

che il Papa farebbe con lui ogni accordo. Ma indugiò tanto che trovò

Eugenio ben provveduto, e fosse mancanza di danaro o altro, lo Sforza

andato sino a Montefiascone tornò indietro.[358]

Per tutto questo ai Fiorentini parea male stare, e si chiamavano

abbandonati dai Veneziani, ai quali due volte era inviato Neri Capponi

a fine d’indurli a muovere in Lombardia la guerra. Al che i Veneziani

andavano lenti, di prima essendosi raffreddati con la Repubblica di

Firenze, e cominciando quasi a temere il Conte già come futuro signore

di Milano. Infine avendo i Fiorentini consentito di pagare a mezzo la

spesa della guerra che si farebbe oltrepò,[359] e il Duca trovandosi

mal provveduto di condottieri, andavano prospere le armi della Lega

fin sotto le mura di Milano. Aveva Filippo invano chiesto soccorso al

Re di Francia e al Duca di Savoia: gettavasi allora in braccio allo

Sforza, scrivendogli non volesse egli abbandonare a estrema ruina il

suocero vecchio e cieco. Lo Sforza pareva cedesse a quella preghiera,

confortato anche dal Papa e dal Re che seco praticavano accordi

segreti;[360] ed era con le armi vicino al Po, quando s’intese il

duca Filippo Maria essere morto nel suo Castello di Porta Zobia, a’

13 agosto 1447. Egli, ultimo della grande e lungamente possente Casa

dei Visconti, aveva trent’anni vessato con guerre continue l’Italia

ed i suoi sudditi e sè stesso: moriva lasciando lo Stato più angusto e

più minacciato di quello lo avesse egli dai progenitori suoi. Fu lode

sua avere con studio incessante impedito l’inalzarsi dei condottieri

dei quali era costretto servirsi; per questo vietava che il Piccinino

facesse acquisto di Stati, e cercò tenere basso lo Sforza benchè lo

avesse già designato a successore. Così la prepotenza dei condottieri

fu in qualche parte diminuita, ma senza che le armi divenissero

più sicure in mano a’ principi o alle repubbliche d’Italia. Avrebbe

Filippo con più antiveggenza adoperato, formando un esercito di fanti

suo proprio; al che il tempo non gli mancò nè il danaro, nè forse gli

uomini a ciò adatti. Allora lo Stato di Milano avrebbe avuto grandezza

solida e durevole, ed egli poteva come gli piacesse col maritaggio

della figliuola aggiugnersi le armi e la mente di Francesco Sforza, o

fare tutt’uno della sua possanza e di quella dei Duchi di Savoia: sì

l’uno e sì l’altro partito poteva essere all’Italia salvamento. Ma era

ciò troppo chiedere all’animo di Filippo Maria ed al secolo, di tali

opere incapaci. Invece la morte di lui, che parve a molti respiro, non

fece che porre di nuovo in sospeso le sorti d’Italia.

Sei mesi innanzi la morte del duca Filippo Maria Visconti era venuto

a mancare un altro Principe irrequieto e nelle imprese poco felice,

che fu il papa Eugenio IV. A lui succedette Tommaso Parentucelli da

Sarzana, e pigliò nome di Niccolò V per la riverenza ch’egli aveva

a Niccolò Albergati pio ed illustre Cardinale di Santa Croce.[361]

Pontefice buono e savio principe, s’illustrava promuovendo le arti e

le lettere da lui medesimo coltivate; grande amatore della pace, e mal

soffrendo le brighe della temporale signoria allora più che in altro

tempo mai ai Pontefici disputata, si contentava lasciare alle città

indipendenza ed ai Signori la vicaría col solo obbligo di pagare alla

romana Sede un annuo tributo riconoscendosi suoi vassalli. Vissuto ne’

primi anni in Firenze, dov’era stato ripetitore dei figli di Rinaldo

degli Albizzi e poi di Palla Strozzi, onorava la Repubblica d’un grado

uguale a quello dei Re nelle cerimonie dell’ambasceria che andava a

lui quando fu asceso alla sedia pontificale.[362] Bramoso non d’altro

che della quiete d’Italia, si diede per prima cosa a praticare che

una pace mettesse fine a quelle misere e perpetue guerre, inviando a

tale effetto in Ferrara il Cardinale Morinense, col quale convennero

gli ambasciatori di Firenze e quei di Venezia; e già dell’accordo

si cominciava a trattare,[363] quando per la morte del Duca rimasero

disciolte le pratiche e senza effetto quel buon volere.

Gli ambasciatori andati in Roma per la creazione di Niccolò V avevano

avuto incarico di recarsi a fare atto di reverenza al re Alfonso che

dimorava allora in Tivoli.[364] Ma intanto che i Commissari fiorentini

per la pace erano in Ferrara, la Signoria ebbe avviso di certi

movimenti che si vedevano sui confini inverso Roma; poi dell’essere

una mano di soldati all’improvviso entrata in Cennina, castello del

Valdarno superiore, gridando _Aragona_. Era il principio d’una guerra

che il re Alfonso muoveva contro alla Repubblica di Firenze; entrato

in Toscana con sette mila cavalli e molto numero di fanti, e avendo

cercato la congiunzione dei Senesi che solamente gli consentirono la

vettovaglia pe’ suoi soldati, volse il cammino inverso Volterra, ed

occupati Ripomarance ed altri castelli, parea disegnasse per la Val

d’Era entrare nel Pisano;[365] ma invece poneva assedio a Campiglia,

dove incontrata difesa valida, andò con l’aiuto dei Conti della

Gherardesca alla espugnazione d’altre terre della Maremma di Pisa.

Quindi, per essere entrato l’inverno, poneva il campo sulla marina,

tenendo il colle dove in antico era la città di Populonia: giace

quivi appresso Piombino, sul quale Alfonso avea gran disegni, ed io

credo che fosse il fine di tutta la guerra. Del Reame di Napoli era

debolezza il non poterlo difendere che fuori del Reame, come si vidde

in ogni età pei tanti eserciti che appena entrativi lo ebbero subito

conquistato. E Alfonso, ch’era uomo di grandi concetti, io non dubito

cercasse di farsi uno scalo nell’Italia superiore, al quale effetto

gli era Piombino luogo tra gli altri opportunissimo. Rinaldo Orsino ne

aveva allora la signoria, tenendo in moglie una donna degli Appiani;

uomo di guerra, chiudea le porte al Re infestandogli le provvigioni

per via di mare. Pareva la guerra dovere essere molto grossa: capitani

per la Repubblica di Firenze erano Gismondo Malatesta e Federigo da

Montefeltro conte d’Urbino, che si rendè chiaro nelle arti di guerra

e di pace fra tutti i Principi di quel secolo; discordi tra loro,

gli contenne la prudenza dei due già bene sperimentati commissari

Neri Capponi, che prima era andato a Venezia,[366] e Bernardetto de’

Medici.[367] Restaurarono, sebbene si fosse nel cuore del verno,

la guerra e riebbero molte perdute castella in quel di Pisa e di

Volterra, essendosi Alfonso ritratto a svernare nelle terre della

Chiesa; ma in quel frattempo tolse ai Fiorentini Castiglione della

Pescaia, che riuscì perdita molto grave. Venuto innanzi a primavera,

si affortificava sotto Piombino, e teneva il mare dal quale venivano

all’esercito i fornimenti; per il che la Repubblica armò galere, ma

per miseria (come scrive Neri) poche e non bene in punto da stare a

petto a quelle di Aragona. Pure condussero in Piombino trecento buoni

soldati e polvere ed armi: quattro però, che recavano le provvigioni

all’esercito, furono prese o sbaragliate da quelle del Re, le quali in

quel mezzo aveano pigliato l’isola del Giglio. Per terra nessuna delle

due parti s’arrischiava frattanto a combattere; e tutte due stavano

male, il Re avendo attorno l’esercito fiorentino sparso nelle macchie

di Campiglia,[368] e questo soffrendo per la mancanza del vino, ristoro

ai soldati necessario in quei luoghi, l’estate essendo sopravvenuta.

Laonde si venne ai ragionamenti di pace, ed a tal fine Bernardetto si

recò al campo del Re; ma questi voleva innanzi tutto che la Repubblica

gli abbandonasse Piombino; il che essendo recato a Firenze, molti

parevano consentire. Ma Neri, venuto dal campo, mostrò quella pratica

essere un tizzone di fuoco che da qual parte si pigliasse bruciava la

mano: pericoloso lo stare in campo, dove i soldati già per l’inopia si

sbandavano: ma il Re con la pace acquisterebbe reputazione e Piombino;

e rimanendo (Neri disse) vicino nostro, poteva torre a noi tutto il

contado di Pisa per la mala disposizione del paese; e tolto il contado,

non saremmo noi atti a difendere Pisa, essendo lui potente in mare ed

in terra. Fu vinto per vent’otto fave sopra trentasette, non venire a

pace se non si salvasse il Signore di Piombino; il quale pigliarono in

accomandigia, dandogli mille cinquecento fiorini al mese. Infine il Re,

che aveva provato con molte bombarde grosse e mangani e con replicato

assalto d’avere Piombino per forza, facendo quei di dentro buona

difesa, e molti essendo infermi dei suoi o morti, e avendo i cavalli

in disordine, deliberò partirsi innanzi giugnesse Taddeo dei Manfredi

da Faenza di nuovo assoldato dai Fiorentini con mille dugento cavalli

e dugento fanti. Tornò nel Reame Alfonso come rotto e malcontento, e

promettendo con molte minacce maggiore assalto a primavera. Ma l’anno

seguente 1449 passò in Toscana senza guerra.[369]

La successione del duca Filippo Maria, sebbene avesse pretendenti

i Duchi di Savoia ed i Reali di Francia ed il re Alfonso, tutti

aspettavano che andasse a Francesco Sforza.[370] Ma la città di

Milano volle fare prova di governarsi da sè per via d’un Senato di

nobili avvezzi alle albagìe dei castelli ed all’ossequio delle Corti;

e chiamandosi Repubblica, mandò dicendo ai collegati che, morto il

Duca, era cessata tra essa e loro ogni cagione di guerra. Intanto però

le altre città del Ducato, una volta che Milano s’era fatta libera,

diceano venire di conseguenza che tornassero libere anch’esse: così

lo Stato si discioglieva, e le cose nella Lombardia quasi parevano

ricondursi al punto dov’erano tre secoli addietro. In questo Venezia,

dopo avere trastullato i Milanesi più tempo, rifiutò la pace,

deposto ogni velo alle ambizioni; ed io per me credo quel patriziato

orgoglioso, quanto più sentiva avere in sè del sangue latino, tanto

più si reputasse chiamato a raccogliere in questa Italia, divisa ed

incauta, l’eredità dell’antica Roma. Parve male al Conte Francesco

che il premio sperato gli venisse innanzi quando egli era men atto a

ghermirlo; ma pure volendo frattanto legare a sè i Milanesi in quel

modo che poteva, consentì ad essere Capitano di quella Repubblica.

Piacenza e Lodi s’erano date ai Veneziani: lo Sforza avendo a sè tirato

con altri condottieri i due Piccinini, rivali perpetui delle armi

sue, ed assicuratosi di Parma, costrinse il nemico di là dal fiume

dell’Adda. Pavia, antica città regale e insofferente d’ubbidire ai

Milanesi, accettò lo Sforza per suo signore; questo era un primo passo

e un segnale che egli dava. Non volle commettersi con le armi francesi

venute innanzi ma in poco numero, e mandò contr’esse Bartolommeo

Colleoni, già chiaro in guerra, che facilmente potè respingerle; ed

egli intanto andato della persona sua contro a Piacenza, con la forza

delle artiglierie l’espugnò, avendola poi abbandonata a saccheggio

crudele inaudito, e tale che per sempre ne fu disertata quella misera

città. Quindi recatosi oltre l’Adda ed afforzatosi in Caravaggio,

ottenne per l’imprudenza dei Veneziani intera vittoria, prima avendo

bruciato un grande naviglio di quella Repubblica nel fiume del Po.

Venezia così pagava la pena de’ suoi scaltrimenti, ma non gli cessava.

Sapea la Repubblica dei Milanesi avere trattati col Duca di Savoia,

col re Alfonso e con quel di Francia: d’Alfonso temeva che la guerra

male riuscitagli in Maremma volgesse sul Po; i quali timori allo

Sforza erano comuni, com’era comune la necessità delle cautele, perchè

la vittoria lo aveva affralito, dei condottieri che aveva seco non

si fidava; ed il Senato dei Veneziani poteva credere, con dare a lui

mano, dividere poi le spoglie, e ridurre la Lombardia in brani, se

torre di mano allo Sforza non potevano l’eredità dei Visconti. Quegli,

fidando in sè stesso, consentiva intanto d’avere Milano con l’armi e

con l’oro della Repubblica di Venezia, e innanzi la fine del 1448 un

trattato fu conchiuso in Rivoltella a questo effetto. I Milanesi a

grande ragione lui chiamarono traditore, ma lo Sforza andava diritto

allo scopo; Piacenza, Tortona, Alessandria, Parma erano venute in

sue mani, e poi Vigevano per lungo assalto fortemente sostenuto dai

cittadini; il Colleoni aveva rotto i soldati di Savoia, sebbene a

combattere più duri di quello che fossero gli Italiani. Ma la guerra

tirava in lungo, e le forze della grande città di Milano non erano

esauste: parve allora ai Veneziani che fosse da cogliere il punto, e di

nuovo mutando lato ed accostandosi ai Milanesi, notificarono al Conte

Francesco un trattato al quale essi lo consigliavano di accedere, per

cui ritenendo egli Pavia e Cremona e tutti gli Stati sulla diritta

del Po, alla Repubblica milanese rimarrebbero Como e Lodi, e quel che

avanzasse tra l’Adda e il Ticino dell’antico principato dei Visconti.

Il Senato di Venezia mostrò questa volta troppo allo scoperto quel

ch’egli volesse; e il Conte, vincendolo d’accorgimento, facea le

viste di acconsentire, lasciando anche i Veneziani impadronirsi di

Crema, secondo era nel trattato: raccolte le genti a svernare in buoni

alloggiamenti, lasciavasi aperti gli sbocchi a Milano dov’egli impediva

l’entrata dei viveri. Dentro erano grandi le divisioni; alcuni nobili,

ch’erano appellati ghibellini, volevano porre un governo temperato in

mano allo Sforza, ma furono uccisi essi e poi lo stesso ambasciatore

veneziano per sedizione. Allora una turba, che si chiamò popolo, invase

il governo ma tenere non lo sapeva; e già la fame avendo condotti a

disperazione i cittadini tumultuanti, fu ordinato deliberare in grande

congrega sopra le sorti della città: gridarono tutti piuttosto al Gran

Turco o al demonio che allo Sforza. Ma quando un Gaspare da Vimercate

osò pronunziare questo nome che teneva da prima in serbo, e dimostrato

non essere altro da fare, o altrimenti Milano sarebbe mancipio a

Venezia; tutti consentirono. Il giorno dipoi, ch’era degli ultimi del

febbraio 1450, sebbene avesse Ambrogio Trivulzio opposta invano qualche

resistenza sulle porte, faceva lo Sforza entrare in Milano i suoi

soldati carichi di pane che per le vie distribuivano: v’entrava egli

stesso nei giorni seguenti, e tra feste e plausi dei satolli cittadini

facea proclamarsi Duca di Milano.[371]

CAPITOLO III.

AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO

CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.]

In tutti i fatti che precederono troviamo, al dire degli storici

e nelle memorie di quel tempo, Cosimo dei Medici avere tenuto con

Francesco Sforza costante amicizia, ma nei Consigli della Repubblica

non sempre palese, e quindi sospetta popolarmente o mal gradita.

Quando poco innanzi la morte del duca Filippo Maria faceva lo Sforza

deliberazione di soccorrerlo, rompendo la fede alla Repubblica di

Venezia, racconta l’istoriografo di lui Giovanni Simonetta, che lo

avesse molto esortato a quel partito Cosimo, al quale solea confidarsi

delle cose più segrete, molto ascoltando i suoi consigli.[372] E già

prima di quel tempo troviamo sussidi mandati allo Sforza, ma scarsi

perchè difficili a vincere nelle pubbliche deliberazioni; talvolta

dal Medici dati in segreto e privatamente, o con rivalse sul pubblico

erario nel quale aveva egli le mani. Certo è, che tra due i quali

intendevano a signoria personale era concordia necessaria; e colui che

aveva attraversato in Firenze e infine distrutto un governo d’Ottimati,

non potea molto essere amico alla Repubblica di Venezia: la quale

in quegli anni avendo dismesso con l’arengo (arringo) sin’anche le

ultime apparenze popolari, sdegnava l’antica appellazione di Comune,

sè stessa chiamando la Signoria di Venezia, e tutto lo Stato a lei

suddito, il dominio.[373] Queste erano cose che state sarebbero odiose

in Firenze, e Cosimo andava per opposta via: ma oltre alla essenziale

contrarietà del principio che informava il Governo suo, Venezia con le

armi invadeva quelle che avevano nome d’italiche libertà; nè termine

si vedeva alle ambizioni di lei, siccome non era in quella perenne

diuturnità di volere, la quale a Venezia non cessava mai per caso di

morte o per mutazione di signore.

Per questo non voglio io a Cosimo fare colpa se Francesco Sforza

gli parve essere utile contrappeso, atto a contenere in Lombardia

la minaccia delle venete aggressioni. L’Italia oramai più non aveva

nè guelfi amici e fautori delle popolari libertà, nè Papi nè Re di

Puglia che a quelle si dicessero patroni; nè più all’incontro avea

ghibellini che fossero braccio agl’Imperatori di Germania. Ma quante

città o quanti popoli si tenessero tuttavia liberi, non più essendo

tra loro amicati o non più divisi da un grande pensiero a molti comune,

temevano l’uno dell’altro le forze, combattendo chiunque mirasse alla

formazione di uno Stato che soggiogasse i piccoli e sopra tutti gli

altri prevalesse. Di questo pareva che fosse capace sopra ad ogni altro

Venezia: poi v’era Napoli, che per cento anni partita in sè stessa,

ora alle mani di un Re forte ambiva conquiste nel cuore d’Italia; e già

si erano vedute spuntare nei Papi le ambizioni principesche. In mezzo

a questi Francesco Sforza, grande capitano, prudente signore, parea

necessario a quell’equilibrio che allora formava la politica sapienza

dei migliori uomini in Italia.

Affermano tutti, che a Neri Capponi spiacesse quel torsi dall’amicizia

dei Veneziani e fare in Italia grande lo Sforza; questa opposizione

di Neri ai consigli i quali prevalsero, accennata da Giovanni

Cavalcanti,[374] veniva illustrata con amplie parole dal Machiavelli.

Bene vedevano cotesti ultimi difensori d’una Repubblica temperata,

quella essere piuttosto consorteria che amicizia, ed a Cosimo piacere

come un aiuto a conseguire meno impedita dominazione. Sappiamo che il

buono Giannozzo Manetti stava ancor egli perchè si mantenesse l’antica

lega coi Veneziani,[375] la quale non era nelle apparenze sciolta per

anche; e la Repubblica di Firenze ad essi mandava dopo la rotta di

Caravaggio due mila cavalli, che nulla fecero; ed è poi da dire, che

subito dopo Venezia e il Conte si accordarono. E Neri, che avrebbe

voluto salvare quanto più di libertà fosse possibile, accettava poi le

condizioni che i tempi facevano: la forza sua era nella politica di

fuori; dentro, al bisogno si arrendeva. Ricusò d’andare ambasciatore

allo Sforza quando egli muoveva in aiuto di Filippo;[376] ma due

anni dopo abbiamo da certi documenti essere egli stato fautore del

dare sussidi al Conte contro ai Milanesi, in ciò accostandosi ai più

stretti amici di Cosimo, sebbene degli altri il maggior numero si

opponesse.[377]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 22 / 51 段