Essendo rimasto vuoto il Borgo San Sepolcro, i Commissari della

Repubblica l’occuparono. Era quella terra ai Fiorentini già stata

offerta dal Conte di Poppi, che vi teneva ragioni per la figliola

sua stata moglie al Fortebraccio. La Repubblica rispose allora di non

volersene impacciare per rispetto del Papa che aveva in casa, ma si

fece raccomandatrice delle ragioni del Conte presso ad Eugenio che

non voleva sentirne parlare. Questi allora diede Borgo San Sepolcro in

deposito alla Repubblica di Firenze: dopo la battaglia, tra’ Commissari

e il Legato fu qualche vertenza con male parole;[325] ma infine il

Papa, bisognoso di danaro, lasciava occupare per venticinquemila ducati

d’oro Borgo San Sepolcro come pegno ai Fiorentini, nei quali rimase.

Subito dopo la vittoria, Bernardetto dei Medici andato a Monterchi,

aveva avuto a patti la possessione di quella terra da una madonna

Alfonsina o Eufrosina, figlia del Conte di Montedoglio e vedova di

Bartolommeo da Pietramala con tre figlie da marito. Dissero a lei: «se

aveste atteso come donna al governo della famiglia, non avreste ora

perduto lo Stato vostro.» Ma i signori de’ castelli avevano sempre gli

occhi al Duca di Milano, protettore e capo di quanti erano per l’Italia

continuatori di signorie al modo antico ghibellino. Rispose la donna:

«che avea fatto quello gli era ito per l’animo, e che sperava nel suo

signore Duca di Milano, che aveva assegnato a lei millecinquecento

ducati d’oro all’anno, e dal quale avrebbero essa e le figlie sue

buono stato.» «Saranno di quelli del Re Erode,» a lei replicarono i

Fiorentini motteggiatori.[326] Rimaneva da punire il Conte di Poppi; al

che andò Neri con alcune centinaia di soldati sotto Niccolò da Pisa.

Avuta Rassina per minaccie, poneva il campo intorno a Poppi, dov’era

il Conte che per mancanza di vettovaglie in capo a pochi giorni trattò

di resa; per la quale essendo egli disceso giù sul ponte d’Arno ad

abboccarsi con Neri, la prima cosa ch’egli disse fu: «potrà egli essere

che i vostri Signori non mi lascino questa casa, la quale è nostra

da novecento anni? (la boria e le false carte facevano raddoppiare

gli anni): del resto, fate quello volete.» Rispose Neri: «pensate ad

altro, chè voi non avete tenuto modi che i miei Signori vi vogliano

per vicino. Vorrebbono volentieri che voi foste un grande signore nella

Magna.» E quegli: «ed io desidererei voi più là.[327]» Io me ne risi,

aggiunge crudamente Neri: e il Conte partivasi dal luogo antico de’

padri suoi, co’ figli e le figlie,[328] e portando seco trentaquattro

some di roba. Tutto il Casentino entrava così nel dominio della

Repubblica, la quale premiava Neri e Bernardetto di ricchi doni, avendo

offerto anche di onorarli della cavalleria, che rifiutarono.

L’assenza del Piccinino riusciva più grave al Visconti che forse non

s’era questi figurato; e bene si vidde che almeno da parte del Duca

tutto il fondamento di quella mossa non era stato che nella credenza

di richiamare Francesco Sforza alla difesa della Toscana e delle

proprie sue terre: dipoi l’impegno già preso e la mossa cominciata e

le speranze de’ fuorusciti fecero il resto. Ma in quel mentre che il

Piccinino era in Toscana, essendo le forze del Conte superiori ed egli

uomo da bene usarle, aveva questi per grande vittoria avuta a Soncino

sopra l’esercito milanese, liberato dall’assedio Brescia, cacciato i

nemici d’intorno a Bergamo; e il naviglio che il Duca teneva sul Lago

di Garda essendo già prima stato distrutto dai Veneziani, il Conte

Francesco s’era impadronito di Peschiera sul Lago e d’altri luoghi.

Al che il Visconti, cui pareva essere in grande pericolo, faceva

ricorso agli usati rimedi; e per mezzo del marchese Niccolò da Este

mandò ad offrire al Conte la pace e le nozze della figliola. Dal che

ottenne che il rimanente dell’estate andasse la guerra più lenta,

perchè i Veneziani, dubitando sempre dello Sforza, si tenevano corti

nel fargli le provvigioni: e dall’altra parte già essendo tornato il

Piccinino in Lombardia, passò la state, e gli eserciti si alloggiarono

per l’inverno. Durante il quale non essendo però del tutto cessata la

guerra, questa ripigliavano i due Capitani con forze maggiori nella

primavera. Avvenne che essendo andato il Conte alla espugnazione del

forte castello di Martinengo, ed il Piccinino con tutto l’esercito

essendo accorso alla difesa, mentre ciascuno dei Capitani, usando

sua arte, cercava pigliare vantaggio sull’altro; il Piccinino,

cogliendo il punto quando era dal Conte lasciato sprovvisto il luogo

d’ond’egli potea trarre vettovaglie, l’occupò, e tosto quivi essendosi

affortificato con fossi e tagliate, metteva il nemico in tal condizione

che dare l’assalto gli era impossibile, e a starsi fermo era per la

fame costretto d’arrendersi. Ma nacque caso per cui si vidde quali

si fossero quelle guerre, dove nè i Principi avevano mai sicurezza

dei loro eserciti, nè i Capitani di sè medesimi a fronte a coloro

dai quali erano assoldati. Il Piccinino, che aveva in pugno sì grande

vittoria, ponea condizioni al Duca e scrivevagli già essere vecchio

e non avere terra che fosse sua dopo tanti servigi da lui prestati

allo Stato di Milano; volere ritrarsi, e non avere luogo nemmeno da

porvi il corpo suo: altri dei Capitani del Duca d’accordo facevangli

eguali domande. E questi, per subito dispetto volendo cedere al nemico

piuttosto che a’ suoi, e avendo la scusa del matrimonio della figliola,

mandò a profferirne questa volta per davvero la celebrazione al Conte;

la quale indi a pochi giorni si fece in Cremona, città che rimase al

genero in dote. A questo modo la guerra essendo fatta impossibile,

dappoichè lo Sforza più non la voleva, l’altro non poteva, la pace

divenne ai collegati necessaria. Della quale essendosi lungamente

trattato in Venezia, arbitro lo Sforza, si conchiuse ai 20 novembre

1441 in Cavriana, riavendo ciascuno, secondo l’usanza, quello che aveva

prima, e il solo Gonzaga cedendo Peschiera ed altre minori terre ai

Veneziani, i quali accertarono per quell’acquisto a sè il dominio sul

Lago di Garda. Ma per segreti articoli fu inteso che il Duca tenesse

quel ch’egli occupava in Romagna della Chiesa, e di più avesse (così

almeno io trovo scritto) Perugia e Siena; il Conte aggiugnesse alla

signoria che aveva nella Marca gli acquisti che intorno si facessero

o del Reame di Napoli o degli Stati ecclesiastici: per il che il

Papa, solo malcontento, gettò alte grida e ricusò di sottoscrivere il

trattato; donde ebbero seme le guerre che tosto (com’era solito) si

raccesero.[329]

CAPITOLO II.

INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL 1444. — GUERRA DEL RE

ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.]

Mentre la pace si negoziava, un atroce fatto avvenne in Firenze, del

quale i motivi in parte avvolgonsi nel mistero: noi ne diremo fin dove

giunga la nostra contezza. Gli affetti popolari, le ire di parte, e

tutte insomma quelle passioni che sono di molti, nate all’aperto e

alimentate da grandi cagioni, hanno in sè stesse uno splendore per cui

si mostrano evidenti; le vie tortuose delle ambizioni private riescono

tanto a rintracciare difficili, quanto a discorrere fastidiose.

Baldaccio d’Anghiari, capitano di fanti espertissimo, giovane tuttora

di grande animo e feroce in guerra,[330] non si era per anche inalzato

al pari dei sommi e più fortunati condottieri per esser l’arme delle

fanterie tenuta di grado inferiore; ma per la grande estimazione goduta

tra quelle si credeva che se la fortuna a lui arridesse, potrebbe egli

formare di tale arme un esercito da contrapporre forse ai maggiori di

quella età. Era Baldaccio ai servigi della Repubblica, e si ritrovava

allora in Firenze quando pei mesi di settembre e ottobre 1441 fu tratto

la seconda volta Gonfaloniere di Giustizia Bartolommeo Orlandini

svisceratissimo di Casa Medici, e quello stesso che noi vedemmo

avere aperto al Piccinino vilmente il passo di Marradi; del che era

egli stato e con parole e con lettere da Baldaccio vituperato. A’ 6

settembre, quando era entrato l’Orlandini di pochi giorni in ufizio

e quasi che fosse scelto a quel fine, mandò a chiamare Baldaccio

in Palagio; il quale andato, e mentre col Gonfaloniere discorrendo

passeggiavano su e giù per l’andito della Signoria; usciti ad un

tratto da un camera vicina certi soldati che l’Orlandini aveva fatti

segretamente venire dall’Alpe, uccisero Baldaccio con molte ferite:

poi gittato il corpo dalla finestra che dava in Dogana, quivi per

bullettino mandato al Capitano gli fu mozzata la testa; ed egli dopo la

morte fatto rubello e gli averi suoi messi alla Camera. Di lui rimase

la moglie Annalena dei Malatesti e un piccolo figlio, il quale venuto

anch’egli a morte, l’Annalena virtuosa donna fece monastero della sua

casa, e rinchiusa quivi con più altre nobili femmine, visse santamente;

di lei essendo rimasta in Firenze memoria onorata, e il monastero

continuato fino ai primi anni di questo secolo.[331]

Per tutta Italia di quella morte fu grande rumore; ma quali colpe o

false o vere se gli apponessero contro, non bene sappiamo.[332] Di

un saccheggio dato senza ordine della Repubblica a Suvereto, abbiamo

cenni:[333] altro motivo troviamo pure, cioè l’aver egli cercato di

torre Piombino alla donna degli Appiani, che n’era signora; del che

ripreso, avrebbe risposto superbamente ai Priori.[334] Ma ciò dovette

essere stato più mesi innanzi, nel gennaio di quell’anno stesso,

nel quale tempo Neri Capponi andava a _posare la cosa di Piombino e

di Baldaccio_, correndo sospetti che i Senesi ed altri cercassero

di levare la donna e Piombino dalla divozione della Repubblica di

Firenze.[335] Altra cagione vi ebbe però assai più forte e verosimile:

era Papa Eugenio tuttora in Firenze; il quale nel maggio di quell’anno

stesso aveva condotto contro a’ Bolognesi Baldaccio,[336] ed ora

segretamente volea mandarlo ad assalire nella Marca Francesco Sforza,

al quale effetto gli aveva sborsato già ottomila ducati d’oro. Ciò era

stato il giorno stesso che precedette alla uccisione di Baldaccio;

della quale Eugenio pigliò tanto sdegno, che a stento poterono i

Fiorentini rammorbidirlo per l’opera di Giannozzo Manetti, uomo probo

ed in lettere di molta fama.[337] Avrebbe pertanto quella morte giovato

allo Sforza sì contro ai timori per lo Stato della Marca, e sì perchè

io tengo avesse già questi in odio Baldaccio, siccome colui che solo

in Italia promuoveva l’arme allora avvilita delle fanterie: così gli

guastava come in mano l’arte, e questi temeva che in Italia prevalendo

nel guerreggiare un altro modo pel quale gli Stati potessero avere

milizie non tutte sotto all’arbitrio dei condottieri, di questi venisse

a cadere la fortuna. Lo Sforza e Cosimo già s’intendevano: leggiamo che

dubitando Baldaccio se egli si dovesse recare in Palagio sulla chiamata

dell’Orlandini, e chiestone Cosimo, fosse da lui rassicurato.[338]

Questi ad ogni modo e i suoi lo temeano per gelosie nate da interne

cagioni; e Cosimo usava dire, che gli Stati non si tengono co’

paternostri.

Aveva Baldaccio amicizia molto grande con Neri Capponi; e questi per la

recente vittoria contro al Piccinino era salito sì alto, che siccome

pareva con quella avere salvato lo Stato ai Medici, così dubitavano

che s’egli volesse ostare a Cosimo, gli sarebbe agevole torlo ad

esso di mano col favore di Baldaccio. Neri ed i più gravi e migliori

cittadini male sentivano quel levarsi dall’amicizia dei Veneziani,

mettendo lo Stato quasi a discrezione dello Sforza:[339] Neri, oltre

alla molta estimazione ch’aveva in città, si era guadagnato con le

frequenti ambascerie forti aderenze negli altri Stati; e pel governo

delle milizie, molta entratura presso a’ condottieri di queste e ai

soldati generalmente. Pareva a Cosimo che egli avesse (come scrive il

Guicciardini) forse più cervello che alcun altro in Firenze:[340] e

si trova scritto di que’ due primari cittadini, Cosimo essere il più

ricco, e Neri il più savio; la quale parola si deve intendere per la

conoscenza e per la pratica di più cose in guerra ed in pace. Il molto

favore da lui acquistato pubblicamente per vie scoperte, faceva a lui

voltare gli occhi di tutti coloro ai quali spiacevano i modi tirannici

e le ingorde cupidigie e i pravi disegni della setta che reggeva. A

questa pertanto parve essere necessario battere Neri, a lui togliendo

di mano la forza che avea da Baldaccio, e insieme mostrare sè stessi

potenti e capaci d’ogni cosa, tanto che ognuno pigliasse paura di

loro. Il Machiavelli scrive infatti, che per la morte di Baldaccio,

Neri venne a perdere _reputazione_; con che egli intende l’opinione

della forza, usando in un modo tutto suo proprio quelle parole le quali

importano morale giudizio. Troviamo infatti che Neri essendo, quando

fu ucciso Baldaccio, ambasciatore in Venezia con Agnolo Acciaioli,

questi solo poi sottoscrisse la pace;[341] e Neri in quel luogo dei

suoi _Commentari_ cessa ad un tratto di porre innanzi il nome suo, nè

per due anni poi troviamo a lui data ambasceria o commissione. Ma dopo

quel tempo sembra essere stata tra Cosimo e lui saldata ogni cosa; e

questi tornava, come nulla fosse (ignoro s’io debba per lui dolermene),

all’antico grado.[342]

Per questo e per altri minori fatti si vede come un po’ di terrore

apparisse necessario di tratto in tratto a quel reggimento, sebbene

portato dai minuti uomini che ad esso erano larga base, ed assicurato

con l’avere in mano le borse e le gravezze, o in altri termini, la

Repubblica e le private fortune di tutti i singoli cittadini. Alla

Balía del 33 aveano fatto riserva che non potesse nè muovere le borse

nè abolire il Catasto; ma quella del 34 non ebbe limite, e bentosto le

borse s’empirono di uomini disperati, che per ingiurie patite o per

cupidigie nuove erano pronti alle offese ed alle rapine. Il Catasto

fu annullato, perchè a quella parte che tutto reggeva l’egualità non

si conveniva; ma un altro modo si rinvenne, ch’era di genio delle

moltitudini; i Ciompi nel 78 l’avevano chiesto, e ai Medici fu continua

regola nell’imporre tasse. Pigliando a norma l’antico Estimo, le quote

assegnavano con tal proporzione che fosse minima nelle poste minori,

e andasse via via progredendo su per una scala (così l’appellavano)

congegnata con gran sottigliezza, talchè se i poveri (a modo d’esempio)

pagassero della loro rendita il mezzo o l’uno per cento, i ricchi

pagassero il due il tre il quattro e più: ma questa era un’arme intesa

a battere gli avversari, perchè ogni volta pochi dei più confidenti

venivano eletti a porre le tasse; delle quali era norma l’arbitrio o,

come dicevano, la discrezione e coscienza degli ufiziali preposti al

reparto. Vero è che un balzello di sessanta mila fiorini, posto su’

primi dell’anno 1441, apparve distribuito con giustizia, essendo la

maggior parte andata su’ ricchi e sopra coloro stessi che tenevano lo

Stato.[343] E un’altra gravezza del 1443, a questo effetto regolata

sottilmente, ebbe nome la _Graziosa_; ma che a molti fosse graziosa

non credo.[344] E se anche il modo paresse buono al maggior numero,

riusciva il peso a tutti esorbitante. Aveano posto in poco tempo

ventiquattro gravezze, a quattro a sei per volta, metà delle quali nel

solo anno 1442 produssero centottanta mila fiorini d’oro.[345] Fecero

anche un’altra legge, la quale importava ricercare gli arretrati a

quelli che avessero pagato meno del loro giusto.[346]

Venivano anche i poveri a soffrire, oltrechè dall’assenza di tante

famiglie sbandite, dall’avere molti degli antichi cittadini abbandonata

la città, recatisi in villa per torsi dinanzi alla perversità dei

nemici loro, e per non potere più reggere le gravezze, nella speranza

di fuggire così anche la prigionia delle Stinche, alle quali era

condannato chi non pagasse. Fecero legge che i morosi dannava al

confine, e alcuni v’andarono: «ma due volte l’anno correvano messi

e berrovieri in campagna, votavano le case, toglievano le ricolte,

logoravano gli alimenti; e niuna di queste valute era posta a piè

della ragione del debitore,» perchè andavano in via di penale. Quei di

città si ridevano degli andati in villa, e gli chiamavano i cittadini

_salvatichi_. Gli antichi di schiatta vituperavano i nuovi uomini

venuti pel favore dei potenti a stare in città, e a questi davano

nome di villani raffazzonati.[347] Chi aveva debito di gravezze e

nel tempo stesso crediti inverso al Comune, gli mettevano il credito

in polizze, le quali per non essere venuta la scadenza non erano

ricevute. I cagnotti del reggimento e i minuti amici di esso (questi

appellavano del secondo pelo) coglievano al canto i possessori di

quelle polizze, e le compravano chi il quarto e chi il quinto della

valuta; che ad essi, perchè erano dei favoriti, venìa pagata per

intero; e così molti si arricchirono.[348] A questo modo Puccio

Pucci, venuto su dalla povertà della merceria, avea in poco tempo

accumulate grandi ricchezze. Comprava a prezzo bassissimo i crediti

inverso il Comune di coloro i quali per la povertà o per essere tenuti

avversi allo Stato non potevano farli valere; così ebbe dal Comune

in sette anni cinquantaquattromila fiorini d’oro: altri cittadini,

domestici a’ Medici o agli altri potenti, erano venuti abbondantissimi

di ricchezze.[349] Studio dei Medici pare fosse rendere povera la

Repubblica ed i cittadini ricchi.

Ma quei che soffrivano delle rapine e che vedevano mai queste in

addietro non essere state tanto gravi, rimpiangevano lo stato degli

Albizzi. Dicevano questo governo puccinesco essere di più amaritudine

che mai alcuno altro, passando d’ingiurie e di torti i recenti e gli

antichi. A chi si doleva, gli statuali obiettavano la durezza delle

antiche leggi, per le quali a chi non pagasse le multe o gravezze

era pena della testa: ma rispondevasi che per quelle a niuno tolsero

la persona, perchè quella pena che più si scosta dalla natura è

più difficile a pagare. Ed aggiungevasi: «voi avete annullato il

Catasto per iscostarvi dal convenevole della gravezza. I vostri emuli

eccettuarono due cose, le quali ci fanno certissima fede che la rovina

della città al tutto non volevano. L’una cosa fu, che il Catasto stesse

fermo; e l’altra, che le borse non si rimuovessero. Ma voi toglieste

l’egualità del Catasto, e dite: che differenza è dal governatore al

governato, se non che il governatore comanda e il governato è fatto

ubbidire? Chi fia quegli che ci ubbidisca, se il Catasto vegghia? noi

avremo a ubbidire la legge; e se il Catasto annulliamo, la legge e gli

uomini ubbidiranno noi, e così noi saremo signori.» Ma questo appunto

non volevano gli offesi, e dicevano: «voi vendete i luoghi tolti ai

miseri cittadini; voi rompete i testamenti; voi, con offesa della

libertà del Monte e della pubblica lealtà, fate che mentre l’università

de’ cittadini non hanno le loro paghe, i maggiorenti siano interamente

pagati; dal che il credito si viene a perdere, che pure è nerbo della

Repubblica.» Era in Firenze il Monte delle Doti, nel quale faceansi

depositi in testa delle fanciulle, donde avessero con certe regole al

tempo del loro collocamento una dote; e se la fanciulla moriva innanzi

d’andare a marito, il padre lucrava la metà della dote che avrebbe la

figlia avuto in ragione del fatto deposito. Ma qui pure aveano, secondo

si legge, posto le mani, sebbene fosse cosa sacrosanta; e quelle doti

non si pagavano, col dire «che il Comune era in troppa necessità: non

avendo riguardo che niuna mercanzia è tanto pericolosa a sostenere,

quanto è nelle fanciulle il fiore della giovinezza.[350]» Così giuste

erano le lagnanze.

Per gli ordini posti nel 34 si dovevano ogni cinque anni rifare le

borse e rinnovare gli squittinii; il quale termine essendo venuto per

la seconda volta l’anno 1444, e la città molto trovandosi infetta di

mali umori, e la pazienza dei molti oppressi e degli invidiosi venuta

al termine ancor essa, avvenne che molte fave fossero date ai parenti

degli usciti e ad altri sospetti: lo chiamarono lo squittinio del fior

d’aliso, questo fiore essendo bello a vedere, ma poi riesce putrido

e fetido a odorare. Così avvenne di quello squittinio, imperocchè

Cosimo e gli amici suoi, veduto che molti di contrario animo erano

entrati nelle borse, cassarono quello ch’era stato fatto, avendo i

Collegi con l’aggiunto di circa dugento cinquanta cittadini ripreso

balìa di riformare la città di squittinii e di gravezze e d’ogni cosa.

Prolungarono agli sbanditi il termine del loro confino per altri dieci

anni; molti confinarono di nuovo, cavandoli dalle Stinche, dove erano

prigioni, e a queste ricondannarono un Giovanni Vespucci, che già

prima eravi stato chiuso: posero a sedere i Mancini, i Baroncelli, i

Serragli, i Gianni, eccetto di quelle case alcuno che tralignasse, ed

un Ridolfi ed il figlio di ser Viviano delle Riformagioni, e Francesco

della Luna, il quale era detto avere fatto il Catasto, e Bartolommeo

Fortini, uomo di grande bontà, e più anni dopo restituito:[351] in

tutto dugentoquarantacinque cittadini. Cassarono ser Filippo Pieruzzi

Cancelliere: fecero i dieci Accoppiatori, i quali durassero quanto era

il tempo delle borse dello squittinio. Questi, innanzi che si facesse

la pubblica tratta, dovevano scegliere chi avesse a sedere nei seggi

delle magistrature: così ogni cosa che il popolo e la Balìa avessero

fatto, veniva sottoposto al parere di quei dieci. Tra’ quali erano

Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni e un Soderini ed un Martelli,

e con essi uomini recenti e _veniticci_, anima e corpo di coloro su’

quali vivevano, e pronti e rotti ad ogni cosa.[352] Per questi modi

pareva a Cosimo ed a’ suoi d’aversi assicurato lo Stato; il quale

volendo meglio ordinare di tutto punto, cosicchè nulla facesse difetto

o pericolo nell’avvenire, crearono l’anno dipoi 1445, quando Cosimo

de’ Medici la terza volta era Gonfaloniere, otto cittadini a rivedere

i libri delle antiche Riformagioni e racconciare quanto a loro potesse

dar noia, notando altresì quello che fosse nell’avvenire da provvedere

con le Balìe. Tra questi otto era Neri Capponi, già bene allora

riconciliato.[353]

Non era per anche (siccome dicevano) rasciutto l’inchiostro della

pace sottoscritta nel fine dell’anno 1441, e questa si venne a turbare

perchè Fiorentini e Veneziani erano soli a volerla, cadendo sovr’essi

tutto il peso delle guerre. Ma il Papa cercava, come già notammo,

guastare i disegni segreti che avessero tra loro accordati il Piccinino

e lo Sforza; e quando per opera dei Fiorentini pareva che fosse Eugenio

rassicurato, un’altra cagione di muovere guerra veniva dai fatti i

quali compievansi in quel mezzo nel Reame. Quivi era disceso Renato

d’Angiò, che si teneva di quello stato legittimo re, ma dopo svariate

fortune veniva dalla virtù militare del re Alfonso d’Aragona condotto

in termine che la sola città di Napoli rimaneva in sua possessione.

Quindi, al sentire la pace fatta in Lombardia, Renato chiedeva aiuto

al Conte suo amicissimo, a lui promettendo restituire le terre e le

baronie di Puglia, delle quali Alfonso lo aveva privato; premi gloriosi

che il primo Sforza si aveva acquistati col valore del suo braccio. E

il Conte Francesco a quella impresa correva, quando Alfonso eccitando

la gelosia del duca Filippo, la quale non era per nulla cessata

nonostante il parentado, lo indusse a voltargli contro il Piccinino;

del che gli faceva istanze anche il Papa sperando nel cozzo tra’ due

condottieri levarseli a un tratto entrambi d’addosso. Calato pertanto

Niccolò dalla Romagna, metteva il Conte a dure strette; i Fiorentini,

ch’aveano proposito di non entrare in quel ballo ma privatamente

sovvenivano lo Sforza di molto danaro, due volte condussero questi e

il Piccinino a fare tra loro accordi solenni, ma tosto violati perchè

da Eugenio mai non voluti ratificare; talchè la guerra nella Marca ed

in Romagna più mesi durava con vari accidenti. Renato in quel mezzo

perduta avendo anche la città di Napoli, dove era entrato il re Alfonso

per quello stesso acquedotto (pel quale vi era entrato novecento

anni prima Belisario); uscì dal Reame e venne in Firenze, dov’era il

Pontefice, recando con sè un vano titolo e nessuna speranza d’aiuto;

sicchè dimorato quivi poco tempo, tornava dipoi nei suoi Stati di

Provenza.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 21 / 51 段