I Veneziani avendo a petto in Ghiaradadda il Piccinino, ed essi rimasti

senza Capitano, perchè il Gonzaga mutando parte era passato ai soldi

del Duca, facevano istanza per avere Capitano di tutta la guerra in

Lombardia Francesco Sforza. Il che ai Fiorentini dispiaceva molto,

vedendo fallire a questo modo l’impresa di Lucca, della quale aveano

tanta passione: ma erano soli in tal desiderio, perchè nè il Conte

nè i Veneziani per nulla bramavano che la Repubblica acquistasse la

signoria di una città la quale aveva per sua difesa più volte aperto

gli appennini agli eserciti di Lombardia. Era il Conte rattenuto da

altri pensieri, non volendo egli con l’impegnarsi oltrepò lasciare

esposti alle aggressioni gli Stati suoi nella Marca;[306] e avendo

poi sempre gli occhi a Milano, della quale il Duca facevagli innanzi

balenare con fine arti la successione: strumento a quei giuochi di

vile astuzia essendo la misera e tuttora giovinetta Bianca Maria,

figlia sola ed erede, benchè illegittima, al Duca Filippo. Laonde

lo Sforza tergiversava: ed una volta, per certi ammenicoli che i

Fiorentini inventarono ed ai Veneziani poco soddisfecero, consentì

andare fino a Reggio; dove un ambasciatore veneziano, Andrea Morosini,

avendogli protestato pigliasse la guerra di là dal Po francamente,

o la Repubblica gli torrebbe la paga e il comando; venuti insieme a

grave alterco si separarono, e lo Sforza ripigliava la via di Toscana,

allora prestando più facili orecchie alle insinuazioni di Filippo.

Alla Repubblica di Firenze parea male stare; e lo stesso Cosimo de’

Medici andava ambasciatore a Venezia, sperando col caldo dell’amicizia

a lui mostrata dai Veneziani potere a questi persuadere, provvedessero

che il Conte non si accordasse col Duca, dal che verrebbe pericolo

grave egualmente alle due Repubbliche; intanto lasciassero (qui era

la somma di tutto il negozio) fornire al Conte l’impresa di Lucca. Ma

il Doge Francesco Foscari gli replicava, bene conoscere il Senato le

forze sue proprie e quelle degli altri Stati d’Italia, non essere usi

i Veneziani pagare coloro che ad essi non servivano, nè avere voglia

di fare crescere il Conte Francesco a loro spese: in quanto a Lucca,

i Fiorentini provvedessero; per sè, non capire qual motivo avessero

d’entrare con loro in cosiffatti ragionamenti.[307] Così fu Cosimo

ributtato, senza che potesse ai Veneziani mai cavare altro di bocca:

donde egli principiò ad alienarsi da loro;[308] e avendo in quel

mentre le arti del Duca tirato a sè Taliano da Forlì, che per lo Sforza

teneva la Marca, questi pauroso di perderla, o doverla guardare da sè,

concluse l’accordo col Duca, e costrinse i Fiorentini ad accettare

la pace con Lucca, ritenendo questi per sè Monte Carlo e Uzzano che

aveano successivamente guadagnato. Fu buona pace, perchè muniva ad

essi il confine inverso Lucca; ma i Fiorentini, che ebbero a male

vedersi levata la terza volta in cento anni come di bocca questa città,

riempirono Italia con lettere piene di rammarico; e, come nota bene

il Machiavelli, «rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere

d’aver perdute le cose sue, quanto ebbero allora i Fiorentini per non

aver acquistate quelle d’altri.[309]»

Mentre era in Venezia Cosimo de’ Medici, trovò anche nata ivi gelosia

per le cose del Concilio, delle quali egli aveva prima tenuto discorso

in Ferrara con Eugenio che da più tempo vi dimorava. Imperocchè sedendo

in Basilea la Sinodo che doveva essere continuazione di quella in

Costanza, pel molto numero che vi era di Prelati tedeschi e per quelle

semenze che già nella Germania pullulavano, si andò tant’oltre, che

fatto scisma da Eugenio, elessero antipapa sotto nome di Felice V quel

Duca Amedeo VIII di Savoia, il quale avendo deposto il governo nelle

mani deboli del figlio, viveva irrequieto con le apparenze d’eremita

in un suo castello presso al Lago di Ginevra.[310] Laonde Eugenio,

riprovando quel di Basilea, aveva intimato un altro Concilio da tenersi

in qualche città d’Italia; e perchè non si poteva in Lombardia, per

qualche aderenza che era tra ’l Duca Filippo e quel di Savoia e perchè

non voleano andare a mettersi sotto all’ombra della Repubblica di

Venezia, fu scelta Ferrara. Già s’eran ivi cominciati a radunare; ma

per la peste che v’era entrata, ottenne Cosimo si trasferissero in

Firenze, con qualche invidia di quella Signoria e amare parole verso i

Fiorentini. Voi Papa (dicevano), voi Concilio, voi Lucca, voi tra poco

volete ogni cosa.[311] Nel Concilio si doveva trattare d’unione della

Chiesa greca alla latina, e l’Imperatore Giovanni Paleologo stretto dai

Turchi, e per ogni modo ma invano cercando avere soccorso dagli Stati

d’occidente, era con molti de’ suoi Prelati venuto in Ferrara, donde

egli ed il Papa ed il Patriarca di Costantinopoli facevano entrata

con grande seguito in Firenze negli ultimi di gennaio 1439. Alloggiò

il Papa, com’era consueto, nel convento di Santa Maria Novella, dove

si tenne il Concilio; e l’Imperatore nelle case dei Peruzzi, allora

sbanditi. Cosimo de’ Medici avea in quei due mesi il grado supremo

di Gonfaloniere; ed i Fiorentini, quanto soleano essere parchi nelle

private cose, tanto più godevano mostrarsi splendidi nelle pubbliche.

Fu aperta la Sinodo, alla quale intervennero da centosessanta tra

vescovi e abati latini e greci;[312] e gli animi essendo alla concordia

inclinati, l’unione tra le due Chiese e sovra esse la supremazia del

Papa fu pubblicata con grande solennità e letizia a’ 6 di luglio nel

maggior tempio di Santa Maria del Fiore. Moriva in Firenze poco avanti

la promulgazione il vecchio Gioseffo Patriarca di Costantinopoli, ed

ha sepoltura in Santa Maria Novella. L’Imperatore innanzi di partire

fece privilegio e carta solenne al Gonfaloniere Filippo Carducci, e

(stando al Cambi) l’avrebbe fatta anche ai Priori, che fossero Conti di

Palazzo, portando nelle armi loro il segno dell’Impero, ch’era l’aquila

a due teste, con autorità di fare Notari, con dare ad essi anche

l’esercizio, e di legittimare i figli naturali. Concesse altresì alla

Repubblica esenzioni di gabelle e grazie in tutto l’Impero suo, che

estendevasi allora non molto fuori delle mura dove Costantino più di

mille e cento anni prima lo aveva condotto. Rimase in Firenze il Papa,

ed in seguito appianò le differenze ch’aveano diviso la Chiesa pure

degli Armeni da quella di Roma.

La pace che tolse ai Fiorentini l’impossessarsi di Lucca, non avea

dato all’Italia requie; la qual non era nell’animo di Filippo,

insofferente di vedersi privato di Genova, e dai Veneziani stretto

per la possessione ch’aveano acquistata di Bergamo e Brescia: temeva

la lega tra essi ed il Papa e i Fiorentini ed il Conte. A questo

faceva brillare sugli occhi il vicino parentado, andando sì oltre

ch’egli fermava alla cerimonia il luogo ed il giorno, apparecchiava

pubblicamente alla figliola il corredo, e al Conte sborsava i trenta

mila ducati promessi pagarli nei patti nuziali. Nè di ciò contento,

praticava a fine, che messo il Conte in sospetto pei suoi Stati della

Marca, mentre attendeva a guardare questi, si tenesse fuori del giuoco

e non cercasse recare aiuto ai Veneziani. Bramava puranche staccare il

Papa dalla Lega; ai quali effetti il Piccinino ad un tratto sparse come

egli si fosse alienato da Filippo dappoich’era questi tutto del Conte,

ed al Papa scrisse offrendosi andare contro al Conte nemico suo vecchio

alla recuperazione della Marca, facendo guerra per Santa Chiesa. Rimase

Eugenio pigliato all’esca, e mandò danari al Piccinino, e gli offerse

terre in feudo, a lui ed a’ suoi figli: così occupava questi in breve

ora Bologna e Forlì e Ravenna, il Duca gridando che tuttociò era senza

sua saputa, e dando ad intendere che, se una volta potesse, farebbe

al Piccinino tagliare la testa. Ma questi allora dal canto suo mutato

registro, si fece a dire ed a giurare che traditore non era, e che

era il Papa che lo accusava a fine di torlo dall’amicizia del Duca,

onde era ben giusto ch’egli ed il Duca se ne ritenessero le terre.

Così empiva de’ suoi soldati la riva destra del Po, donde impediva ai

Fiorentini e al Papa ed al Conte di soccorrere i Veneziani, mentre egli

ad un tratto contro essi muoveva l’armi sue insieme a quelle del Duca.

Quanto era iniquo e svergognato l’inganno, tanto fu sapiente quella

evoluzione di guerra, per la quale il grande condottiero subitamente

e senza impaccio varcato il Po, andava a porre l’assedio a Brescia.

Spingeva la guerra dipoi fin sotto alle mura di Verona; e se una di

queste due città espugnasse, mostravasi certa la ruina dei Veneziani

che di per sè non aveano forze sufficienti alla difesa di terraferma.

Allora prestarono opera egregia i Fiorentini; i quali sebbene offesi da

loro, ma fattisi innanzi a provvedere al comun pericolo, rinnovarono la

lega co’ Veneziani affinchè la guerra a spese comuni fosse condotta in

Lombardia.[313]

Ma tutta la somma consisteva in questo, che il Conte Francesco

passasse il Po; egli peraltro avea l’animo sempre al parentado, e

non voleva lasciare esposti i suoi Stati della Marca sino a che le

armi del Duca fossero in Romagna. Ai Fiorentini era pericolosa quella

passata del Conte, il quale essendo di là dal Po, il Piccinino avrebbe

libera l’entrata in Toscana: ma pure scegliendo tra’ due pericoli il

minore, inviarono Neri; il quale incontrato lo Sforza nel campo sotto

Forlimpopoli, gli dimostrò che, «se i Veneziani perdeano Verona, si

abbandonerebbono dello Stato di terraferma, e a lui leverebbero il

pagamento; nè i Fiorentini potrebbono soli reggere la spesa; essi

medesimi divenuti al tutto inabili a difendersi.» Consentì lo Sforza

che Neri andasse ad offerire in Vinegia la sua passata e trattare della

via da eleggere. Andava Neri, ed appena giunto, orando innanzi alla

Signoria disse: «che avendo esaminate le condizioni loro, s’era nei

Consigli della Repubblica di Firenze venuti d’accordo, non essere altro

rimedio che nella passata del Conte col suo esercito alla difensione

dello Stato di Venezia; che un tale partito bene conoscevano quanto ad

essi, che lo proponevano, riuscisse pericoloso, e che i Lucchesi ed i

Senesi se gli scoprirebbero nemici, quando vedessero il Conte tanto

dilungato: pure, perchè il pericolo non si vince senza il pericolo,

consentivano essi a cedere il Conte ai Veneziani; il quale appena fosse

avvisato della via da fare, sarebbe mosso.» Nel Senato fu con lacrime

di allegrezza quella proposta ascoltata, e dove prima erano abbandonati

d’ogni difesa e vestiti a bruno, ripigliarono vigore, e i loro

imprestiti migliorarono parecchi per cento. Renderono a Neri ed alla

Repubblica di Firenze solenni grazie del beneficio con tali parole, che

Neri dichiara come a lui non istesse bene scriverle. Fermata appena la

via da pigliare, subito il Conte si mise in via con tutto l’esercito:

a’ 20 di giugno era già in Padovana, spiegando i vessilli di Venezia,

Genova e Firenze, a lui mandati in segno d’accordo.[314]

Queste cose erano avvenute innanzi che si chiudesse il Concilio: e non

è intendimento nostro descrivere i casi vari e memorabili di quella

guerra che si combatteva tra due Capitani, i quali non ch’essere i

più esperti di quella età, furono maestri di un’arte nuova, secondo

che davano le condizioni dei tempi e la qualità delle milizie usate

in allora. Trattavano eglino veramente la guerra come arte e quasi a

modo di giostra, non correndo essi nè grandi rischi nelle battaglie, nè

dalle perdite avendo altro danno da quello in fuori della riputazione.

Imperocchè andando coperti i soldati di gravissime armature, pochi

erano i morti nelle più grosse battaglie; e gli eserciti dispersi

dalla sconfitta e svaligiati, cercando tornare agli usati soldi, stava

ogni cosa nel rinvenire chi questi pagasse.[315] Gli Stati, perdendo

terreno, perdevano le fonti all’entrate; ma i condottieri faceano

vivere i soldati loro a spese dei miseri abitatori dei luoghi dove

la guerra si combatteva; e il Capitano ch’avea perduto, se più non

trovasse da smugnere quelli che lo avevano condotto, andava a cercarsi

più ricco signore, o luoghi non tocchi insino allora, da farvi sacco.

Di questa fina arte e iniquo mestiere, solenni maestri erano Francesco

Sforza e Niccolò Piccinino: le mosse pertanto di quella guerra, le

astuzie, le grandi opere condotte a fin di creare impacci al nemico

o a sè agevolezza di marce, sovente inopinate e rapidissime, in tutti

quei mesi che andarono fino al verno avanzato, produssero fatti per sè

grandissimi, ma per gli effetti che ne seguirono quasi nulli. Intorno a

Brescia più volte battaglia; Verona perduta dallo Sforza, e racquistata

in quattro giorni; il Piccinino sconfitto, fuggire traverso i nemici,

portato, com’era di corpo esile, dentro un sacco da uno de’ suoi, e in

pochi giorni tornare in campo più forte di prima.

Infine, parendo a lui che fossero del pari inabili i due eserciti

in quelle contrade durante il verno, tornò al pensiero d’assaltare

la Toscana, mostrando a Filippo come i Fiorentini sariano costretti

a richiamare di Lombardia il Conte o perdersi; e che in ciascheduno

di que’ due casi, i Veneziani da sè non poteano nutrire la guerra:

al quale consiglio muovevalo in proprio il desiderio di acquistare a

sè uno Stato, cacciando Francesco Sforza dalla Marca. Poterono molto

appresso al Duca anche le istanze grandissime che faceano Rinaldo degli

Albizzi ed i fuorusciti fiorentini, venuti a Milano già prima che il

Duca si risolvesse alla guerra, e stati non ultima cagione a fargliela

cominciare. Rinaldo, com’era di natura confidente, sperava certissimo

in patria il ritorno; ed a Cosimo faceva dire, che la gallina covava.

Rispondea questi; male potrà fuori del nido. Un’altra volta gli mandò

avviso, che i fuorusciti non dormivano; e Cosimo disse che lo credeva,

ad essi avendo cavato il sonno. Ora prometteva l’Albizzi sicuro il

passaggio nel Casentino, dove il Conte di Poppi teneva seco amicizia:

diceva poi, che dove le armi di Niccolò s’accostassero a Firenze, era

impossibile che il popolo, stracco dalle gravezze ed oppresso, non si

levasse ad accogliere gli antichi uomini e gli antichi ordini.

In Firenze fu grande sgomento; e quello che dava maggiore sospetto

era il pensare che senza un qualche vicino aiuto avrebbe dovuto al

Duca parere imprudentissima quella mossa, nè egli era uomo da troppo

arrischiarsi. Temeano pertanto che segretamente fosse il Duca sicuro

del Patriarca Vitelleschi da Eugenio preposto al governo dello

Stato, sì fattamente che mentre il Papa dimorava tuttora in Firenze,

costui in Roma era come principe. Temeano cercasse novità in Firenze,

intendendosi coi fuorusciti; e quindi con molta diligenza s’adopravano

prima a scalzare nell’animo del Papa la fede grandissima che egli

aveva nel Patriarca, dipoi mostrandogli come lo avesse egli troppo

alto locato da poterne vivere sicuro. A questo fine, cogliendo il

tempo, gli misero innanzi una lettera intercetta a Montepulciano, che

il Vitelleschi senza consenso del Papa scriveva a Niccolò Piccinino.

Laonde il Papa deliberò infine assicurarsi del Patriarca: al quale

effetto Luca Pitti andato in Roma, s’intese col Capitano che aveva la

guardia di Castel Sant’Angelo. Costui aspettava il destro; ed un giorno

che il Patriarca, essendo in sul muovere verso Toscana, gli aveva fatto

dire scendesse giù fuori del Castello perchè aveva cose da conferir

seco, uscì ad incontrarlo; e in mezzo a discorsi trattolo sul ponte,

che mobile era, fece segno ai suoi d’alzarlo: rimasto così prigione ad

un tratto quell’uomo infine allora potentissimo, non si seppe più altro

di lui. Il Papa mandava poi di buon animo le sue genti alla difesa di

Toscana.[316]

Tra ’l Conte frattanto e i Veneziani erano dispareri circa la condotta

di quella guerra. Voleva quegli ripassare il Po e scendere verso

Toscana dietro al Piccinino, massime dopo avere udito che i figli di

Pandolfo Malatesta, i quali erano nella Lega, aveano dovuto venire

a patti col Visconti; dal che si temeva che Pier Giampaolo Orsini,

mandato con cinquecento cavalli dai Fiorentini in quelle parti, essendo

preso e disarmato, le terre del Conte rimanessero senza difesa: questi

protestava, che da signore di Stati non volea tornare condottiero.

Laonde mandava la Repubblica Neri Capponi ad aggiustare le cose: il

quale avendo prima trattato in Venezia con la Signoria, e quindi in

Verona col Conte, pareva l’imminenza del doppio pericolo non dare alcun

modo che a tutti soddisfacesse; quando venute novelle che i Malatesta

non mancherebbero alla fede, e che l’Orsino avea potuto liberamente

scendere in Toscana, consentì lo Sforza di rimanere oltrepò, avendo

anche dati millecinquecento de’ suoi cavalli a Neri, che seco in

Firenze gli condusse, dov’egli giugneva nel mese d’aprile 1440.

E già il Piccinino scendeva in Toscana; della quale non credendo

vincere il passo attraverso le alpi di San Benedetto, dove Niccolò

da Pisa prode Capitano facea buona guardia, disegnò forzare quello

di Val di Lamone, dov’erano genti raccogliticcie, ed alla difesa

del castello di Marradi Bartolommeo Orlandini vilissimo uomo, che al

primo appressarsi dei nemici fuggì, non prima fermatosi che a Borgo

San Lorenzo, e quando già era il Capitano del Visconti con tutto

l’esercito entrato in Mugello. Di là scorreva liberamente infino ai

poggi di Fiesole; e questi varcati, si era accostato fino a tre miglia

vicino a Firenze, avendo fermato il campo a Remole e passato l’Arno,

facendo prede e devastazioni fino a Villamagna. I contadini s’erano

messi in salvo dentro alle mura della città con le robe loro; i bovi e

le mandrie ingombravano le vie; e la penuria, la quale incominciava a

farsi sentire, cresceva il tumulto.[317] Nel quale Rinaldo prometteva

nascerebbe qualche movimento in favore degli usciti; ma non fu nulla,

perchè già tutta la moltitudine dei più infimi stava pe’ Medici, e

questi tenevano il governo stretto in mano di pochi, pronti a frenare

con la severità chiunque tentasse alzare il capo.[318] Crudele ambascia

dovette premere allora l’animo di Rinaldo, che giunto in vista della

città sua non ebbe persona che si muovesse per lui; e già era il

Capponi entrato in Firenze con le genti di Lombardia, e quindi Piero

Giampaolo ed altre genti. Null’altro potendo, Rinaldo faceva istanza

perchè andasse almeno il Piccinino all’impresa di Pistoia, la quale

fidava condurre col mezzo dei Panciatichi suoi aderenti. Ma quegli

che non avea le speranze ostinate di Rinaldo, e non voleva cedere a

consigli disperati, pigliava altra via.

La famiglia dei Conti Guidi possedeva da oltre quattro secoli il

Casentino, del quale Francesco del ramo da Battifolle teneva allora

la signoria col titolo di Conte di Poppi: quivi era e tuttora si vede

il palagio di quei Signori, bello ed ornato ed in bel sito, essendo

la terra di Poppi nel centro del piccolo principato, ma lieto per la

freschezza dei luoghi e la vigoria degli uomini; oltrechè abbondante

di forti castelli nelle pendici dei colli o nei gioghi degli appennini

che soprastanno a quella provincia. Quel ramo dei Conti Guidi aveva

seguitato dai primi tempi la parte guelfa, talchè dipoi vissero in

grande amicizia con la Repubblica di Firenze. La quale poichè ebbe

esteso il dominio così da cingere poco meno che da ogni lato il

Casentino, rendevasi quella amicizia necessaria più e più sempre

ai Signori del piccolo Stato, rimasti soli in mezzo a tante baronie

distrutte; cercavano che alla Repubblica paresse d’avere nei Conti un

vicario. S’aiutavano anche di matrimoni pei quali a sè procacciassero

appoggio di qualche potente signore, e il Conte Francesco avea maritata

una sua figlia al Fortebraccio, che fu principio ad alienarlo dalla

Repubblica per le cose che tosto vedremo. S’aggiunse dipoi altra

cagione di mali umori verso Cosimo dei Medici, il quale avendo prima

trattato di maritare il figlio suo Piero ad una figliola del Conte

di Poppi, ruppe le pratiche perchè a Neri e ad altri amici di Cosimo

non piaceva questo imparentarsi con signori che avessero Stati.[319]

Cosimo, perch’era signore di fatto, dovea fuggire ogni apparenza che

fosse contraria alla civile egualità. Per queste cagioni il Conte

di Poppi era tutta cosa di Rinaldo degli Albizzi e della sua parte,

ai quali si diede in braccio da quando il Piccinino entrò in Toscana

così da fidare alla vittoria di quello le sorti sue, che fu cagione a

lui di ruina. Ma quanto a me tengo che in fondo a ogni cosa stesse la

certezza che la Repubblica ad ogni modo avrebbe voluto ingoiarsi il

Casentino: il ch’egli cercava prima evitare legando a sè col parentado

la Casa Medici; e poi fallito questo disegno, non ebbe più altro che

da sperare nella vittoria dei fuorusciti, a sè obbligandoli per un

beneficio di tanto più grande quanto era a lui più arrischiato. La

Repubblica pur nonostante lo aveva eletto suo Commissario, e datogli

bombarde per la difesa; ma egli chiamava le armi ducali nel Casentino:

dove entrato il Piccinino, prese alcuni minori castelli, e quindi

Bibbiena che si teneva pei Fiorentini. Ma trovò intoppo grandissimo e

fuori d’ogni sua credenza nella piccola fortezza di Castel San Niccolò,

alla quale poneva assedio e con ogni ingegno di guerra e con ogni

crudeltà sforzandosi d’espugnarla, rimasero le sue genti sotto a quelle

anguste ma forti mura ben trentadue giorni; che fu salvamento alla

Repubblica.[320] Perchè avendo quella dimora infruttuosa del Piccinino

lasciato tempo che giungessero soldati in copia, e che ogni maniera di

provvigioni nella città si facesse; al Piccinino venne a mostrare che

la impresa di Firenze, non sovvenuta da commozioni civili, riusciva

impossibile. Ben avrebbe il Conte di Poppi voluto che egli dimorasse

tra que’ monti, ma non erano luoghi da farvi stanziare un esercito:

il Piccinino gli rispose, che i suoi cavalli _non mangiavano sassi_; e

avendo già fatta risoluzione di tornare in Lombardia, prima s’accostava

ai monti per la Valle Tiberina, e quindi pigliandogli vaghezza di

rivedere la patria sua, fece con pochi soldati entrata in Perugia,

magnifica sì ed acclamata da’ cittadini, ma tosto seguìta da cosiffatte

dimostrazioni che a lui parve bene uscirne, perchè dava ombra a molti

l’avere in casa un tanto grande concittadino; il quale sapevano quanto

si struggesse di acquistare anch’egli una qualche città in possessione.

Tornando, faceva sopra Cortona qualche disegno; ma fu la congiura dei

malcontenti nella città scoperta bentosto; e Niccolò venne con tutto

l’esercito a porsi nel Borgo di San Sepolcro, per indi pigliare la via

dei monti e ricondursi in Lombardia.

Innanzi però, ed egli bramava molto di onorare le armi sue con qualche

fatto, e i fuorusciti vivamente a ciò lo pressavano, e l’occasione

pareva buona perchè l’esercito dei nemici avendo più capi e più voleri,

l’autorità dei Commissari Neri Capponi e Bernardetto dei Medici era da

credere fosse attraversata: per la Chiesa era il Cardinale Scarampi,

nuovo patriarca d’Aquileia, con titolo di Legato; ed i soldati di

Lombardia scesi ubbidivano a Pier Giampaolo Orsino ed a Micheletto

Sforza Attendolo. Aveano fermato il campo sul colle che ha in alto

il forte castello d’Anghiari, di dove stendevasi per l’ampia pendice

la quale discende giù verso il Tevere, sito bene scelto:[321] ma il

Piccinino si fidò coglierli trascurati un giorno di festa, a’ 29 giugno

che è dì di San Pietro, e quando il caldo era grandissimo, quattro ore

innanzi al tramontare del sole.[322] Il che a lui sarebbe venuto fatto

se Micheletto, vecchio capitano, da un polverio ch’egli scorse di là

dal Tevere accostarsi per la strada che da Borgo San Sepolcro conduce

ad Anghiari fatto certo d’avere battaglia, non avesse chiamato alle

armi il campo, che in fretta potè ordinarsi. Il Tevere ha un ponte,

che il Piccinino passò a furia co’ suoi; ed avendogli affoltati giù

nella pianura, fece impeto sopra i primi nemici che erano discesi, i

quali cedendo e pel terreno che saliva congiugnendosi man mano alle

squadre che sopravvenivano, fu per tre ore varia fortuna, senza che

potessero nè il Piccinino rompere l’oste dei collegati che in largo

sito poteano muoversi ordinatamente, nè questi forzare il passo del

fiume sin verso sera. Ma non sì tosto furono i Ducheschi costretti a

ritrarsi sull’altra ripa, qui la difesa era tutta impedita da fosse

ed argini e vie strette, nè il Piccinino che non potè raccogliere in

grossa mano i soldati suoi, ebbe agio di fare degna resistenza. Fu

grande la rotta, preso lo stendardo del Capitano, i prigionieri molte

centinaia, tra’ quali erano uomini di qualità; ma sempre i numeri noi

dobbiamo tenere mal certi; tremila sarebbero i cavalli venuti in potere

dei vincitori. Il Piccinino s’andò a chiudere nel Borgo San Sepolcro

con forse millecinquecento cavalli, tra buoni e cattivi e quelli da

carriaggio. Di là non aveva l’uscita libera, e sarebbe stato anch’egli

preso; ma i Commissari, benchè facessero la mattina dopo infino a

terza il possibile, non trovarono un condottiero che gli seguisse,

perchè i soldati attendevano alla preda, e spogliati i prigioni gli

lasciavano andare in farsetto; tanto vili erano quelle guerre: Niccolò

Piccinino in sulla terza muoveva per tornare in Lombardia.[323]

Quella battaglia assicurava lo stato dei Medici, avendo levati d’ogni

speranza i fuorusciti, i quali dipoi non fecero mossa: di Rinaldo

degli Albizzi sappiamo, che essendo ito a visitare il Santo Sepolcro,

moriva in Ancona l’anno 1442: aveva sposata una figliola sua ad uno dei

Gambacorti cacciati di Pisa.[324]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 20 / 51 段