Donato, più spesso appellato Donatello, trovò la scultura rimasta

indietro alle Arti sorelle, e la condusse tanto innanzi da potere

essa prestare ogni cosa che a lei chiedessero il genio e l’anima

dell’artista. Quasi coetaneo al Brunellesco, era egli andato seco in

Roma a fare pratica sulle antiche statue; non però divenne imitatore

degli antichi, seguendo piuttosto la propria sua indole, che nulla

aveva del romano e non abbastanza del greco sentire. Non ebbe chi lo

agguagliasse quanto alla intelligenza del vero, ed alla scienza dei

movimenti, ed al possesso di tutti i mezzi dell’arte e alla maestria

dell’esecuzione; ottimamente riuscì ad esprimere gli affetti comuni,

ma giunse di rado alle profondità del sentimento, e nelle forme non

parve intendere a ideale bellezza: fu tale insomma, che portò l’arte

della scultura fino alla eccellenza, ma egli medesimo non ne toccò il

colmo. Vero è però che il grande artista superò sè stesso nella statua

di San Giorgio, una di quelle che adornano l’imbasamento dell’edifizio

d’Or San Michele; qui pare la bella persona muoversi dentro al marmo,

ed un’espressione dignitosa è nelle fattezze di quel nobile soldato.

In quella faccia del Campanile che sta di contro a San Giovanni, è in

alto una nicchia con entro la statua di un uomo calvo; questa Donatello

solea chiamare il suo Zuccone, mostrando amarla più d’ogni altra cosa

sua, e nel guardarla diceva ad essa motteggiando: parla, che ti venga

la malora. Fu eccellente nei bassorilievi, e osò primo nei moderni

tempi fare una statua equestre in bronzo, che i Veneziani decretarono

al Gattamelata, e sta in Padova sulla Piazza di Santo Antonio. Vissuto

a lungo, è grande il numero dei suoi lavori; ma egli semplice e

modesto, e trascurato del molto danaro che avea guadagnato, non soffrì

mai di abbandonare la sua bottega nè il grembiule di artigiano.

Di rado avviene che ad un artista sia dato raccogliere in una sua

opera quanto egli abbia in sè d’eccellenza ed egli medesimo passarne

il segno. Ma ciò si vidde in Lorenzo Ghiberti, che figlio di un orafo

valente, avendo bentosto superato il padre, si diede a gettare figure

in bronzo e a lavori di tal sorta con molta sua lode: si esercitò

ancora nella pittura che gli fu di grande aiuto (come vedremo), alle

altre sue opere. Era Lorenzo di età giovanissima quando i Consoli dei

Mercanti deliberarono fare al tempio di San Giovanni una Porta in

bronzo a somiglianza di quella che Andrea Pisano aveva fatta cento

anni prima; e, come era buona usanza in Firenze, chiamarono artisti

che facessero a concorrenza ciascuno una storia sul disegno di quelle

d’Andrea. Fra molti anche il Brunelleschi e Donatello presentarono per

saggio la storia loro; ma, essi medesimi consenzienti, fu data l’opera

al Ghiberti, che riescì bellissima; e fu grande progresso nell’arte:

se non che essendosi nello spartimento delle storie voluto seguire il

disegno del vecchio artista, parve nell’insieme essere qualcosa che non

aggiungesse l’eleganza cui gli occhi già s’erano esercitati in Firenze.

Ma nelle figure tutti ravvisarono quanto Lorenzo valesse: talchè non

appena finita la prima, gli diedero a fare la Porta maggiore che sta in

faccia al Duomo. Di questa null’altro è a dire, se non che ogni cosa

è bello di quanta bellezza è capace l’arte; nè mai gli antichi avean

fatta opera somigliante. In essa le dieci grandi storie sono quanto

alle figure ed alle composizioni quadri veri da stare accanto ai più

eccellenti; pare a guardarli, vedervi dentro il colore. La grazia,

la verità e la varietà delle mosse, le invenzioni e la maravigliosa

esecuzione delle cornici di foglie e frutta che girano attorno alla

porta, la perfetta proporzione e l’armonia di tutta l’opera, tali si

mostrano, che il Buonarroti la chiamò Porta degna del Paradiso. Io

non ricordo avervi mai posati su gli occhi, che io non dicessi in me

medesimo: qui è perfezione. Mentre il Ghiberti attendeva quasi per

tutta la vita a queste due opere, altre ne fece pure lodatissime;

l’arca storiata di San Zanobi in Santa Maria del Fiore, e tre delle

grandi statue in bronzo che stanno attorno ad Or San Michele. Era egli

anche stato dato compagno al Brunelleschi nell’opera della Cupola,

ma parve non essere altro che d’impaccio, e dovè ritrarsene. Lasciò

alcuni Commentarii intorno ai suoi studi: mai non aveva abbandonato

l’arte sua prima, e di oreficeria lavorò sempre; il che gli dava grossi

guadagni. Fece a Martino V un bottone da piviale con gioie e figure

d’oro in rilievo; ad Eugenio IV una mitra di trasmodante ricchezza e di

bellissimo artificio. Dovemmo tacere di lui e del grande e vario numero

degli artefici, tante opere insigni di cui si abbellivano i forzieri

dei privati, le case, le ville e le cappelle ornate a quel tempo nel

quale in Firenze parve risedere il fiore del bello. Queste cose erano

state prima che le arti e le lettere sentissero la protezione di Casa

Medici.

LIBRO QUINTO.

CAPITOLO I.

LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. — ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA.

— CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI

BORGO SAN SEPOLCRO E DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.]

La Balìa dalla quale fu richiamato Cosimo de’ Medici continuava

sino alla fine del mese d’ottobre, che fu anche il termine della

Signoria; alla quale succedette per gli ultimi due mesi dell’anno,

e co’ Priori tutti fatti a mano, Giovanni Minerbetti Gonfaloniere. I

confinati dalla Balìa troviamo che giunsero al numero di trentuno: e

quanto importasse a fortificare quello Stato, fu in quei primi giorni

ordinato con le asprezze consuete, ma insieme con manco rispetti a

quelle forme di libertà che prima soleano tenersi solenni: la plebe e

Cosimo s’intendevano, e a questo ed ai suoi premeva che niuno s’alzasse

all’intorno, che la Repubblica non avesse nè capi autorevoli nè forti

e sinceri e veramente liberi magistrati. Agli Otto di guardia avevano

dato balìa di sangue, la quale valeva contro a chi tentasse novità o

che solamente sparlasse; e taluni per discorsi fatti, o vennero uccisi

o andarono in bando.[286] Il quale fu esteso infino a dieci anni per

quei confinati che prima erano a più breve tempo; vietato lo scrivere

ad essi lettere o riceverne; fatte leggi molto strette, con grandissime

difficoltà a che potesse mai vincersi nei Consigli e nei Collegi la

restituzione dei fuorusciti o ribelli, tantochè di trentasei fave ce

ne volevano trentaquattro. Pigliando motivo o pretesto dall’avere gli

sbanditi rotto il confine, molti di loro fatti ribelli erano condannati

nelle persone e nella roba, le terre e le case vendute a vil prezzo

agli amici dello Stato nuovo; e intanto gli avversi che rimanevano in

città, o quelli dei quali non fossero chiari, venivano aggravati co’

balzelli più che non potessero portare; così erano astretti a finire

nella miseria o farsi clienti a quella famiglia che tanti sapeva co’

doni acquistarne, e che piacevasi di cercare ne’ luoghi più bassi

i fondamenti della grandezza sua: Cosimo de’ Medici tirava su molti

delle arti minori a farsi abili a’ maggiori ufizi; e soleva dire, che

due canne di panno rosato bastano a fare un uomo dabbene, gli antichi

avendo egli messi fuori. Le famiglie quasi intere dei Peruzzi, dei

Rondinelli, dei Guasconi, dei Castellani, dei Corsi, e molti dei da

Ricasoli, dei Frescobaldi, dei Bardi, furono rimossi da ogni ufficio,

e messi nel numero dei Grandi o a quello restituiti. Da un’altra

parte, togliere via gli antichi ordini contro ai nobili o si temette

potesse spiacere al popolo degli artefici, o parve migliore consiglio

procedere in questo pure alla spicciolata, e così rompere gli antichi

consorzi e tutti gli ordini di persone. Di quel consiglio si disse

autore Puccio, cui sempre si attribuivano i pensieri più sottili: e a

questo modo i grandi non tutti, ma gradatamente il maggior numero fatti

popolani, divennero abili ad esercitare i magistrati, però con divieto

per dieci anni dalla Signoria. Perdeano il diritto che prima avevano

di sedere un certo numero, comunque piccolo, del loro ordine in molti

uffici e magistrati; ai quali veniano eletti di rado, confusi com’erano

ora nel numero e sgraditi ai popolani: così era aperta ad essi pure

una sola via, servire alla parte che tutto poteva. Dalle arti minori

e dalle congreghe degli artefici minuti infino alle stirpi tenute

maggiori d’autorità o di sangue, i Medici ebbero ogni cosa tramutato,

rimescolato, diviso: poterono bene serbare le forme della Repubblica,

della quale erano i nervi disciolti e le resistenze triturate e fatto

polvere ogni cosa.[287]

Intanto gli esigli continuavano; ogni giorno quasi che rimanea di

quell’anno aveva il suo numero di nuovi sbanditi: i nomi ci restano

di ottanta o circa, la maggior parte dei più chiari e con essi non

pochi oscuri; v’è infino certa Madonna Apollonia pazza: sbanditi

di molte famiglie sinanche i bambini nelle fasce e i nascituri. Ben

altre volte andarono in bando per grandi frazioni, o tutti insieme

come nel settantotto, i primi uomini dello Stato; ma erano balzi

prodotti dall’urto di forze contrarie: qui un freddo proposito

deliberato, costante; e Cosimo a quelli che lo accusavano di guastare

così la città, soleva rispondere: Meglio città guasta che perduta;

malvagia parola, e indice d’animo tirannesco. Non poche famiglie

rimasero trapiantate nelle città del Reame e di Lombardia; molte ne

andarono a fondare case di commercio in sulle rive del Rodano ed a

Lione massimamente, dove ci avverrà di ritrovare per tutto il corso

dell’Istoria nostra una colonia di fuorusciti, nemici costanti della

Casa Medici: non poche di queste famiglie durarono ivi ed in Provenza

fino ai giorni nostri, o vi rimangono tuttavia. Di tante male opere

nessuna però fu iniqua al pari del bando dato a Palla Strozzi, la

cui modestia e civile temperanza parve essere stata cagione che fosse

Cosimo restituito: contro a quel buono e preclaro cittadino uscì la

sentenza ai 10 novembre; e da quel giorno gli onesti scôrsero alla

parte regnatrice mancato il freno anche della vergogna. Il savio Agnolo

Pandolfini che, poco avendo amato gli Albizzi, vagheggiava sempre e

aveva forse anche sperato da Cosimo un qualche ritorno alla civile

egualità, si chiuse in villa dopo all’esiglio dell’amico suo, veduto

non essere altro da fare che il buon massaio. Andò Palla Strozzi a

Padova in bando per dieci anni, quando ne aveva egli sessantadue: gli

fu rinnovato due volte il bando per altri dieci anni; udiva la morte

dei figli suoi, esuli anch’essi in altri luoghi, ed egli sanissimo di

mente e di corpo, cristianamente tranquillo e consolato dall’amicizia

dei dotti uomini e dalla cultura delle greche lettere, moriva compiti

gli anni novantadue, e quando moriva Cosimo dei Medici; del quale

non credo sia questa contata tra le opere fatte a incremento degli

studi e a maggior gloria della città sua.[288] Quel grande artefice di

questi fatti, Averardo dei Medici, era morto in Firenze a’ 5 dicembre,

avendosi poco goduto il ritorno e le sperate grandezze e le vendette

spesso da lui (come tenevasi) consigliate.

In fine a’ _Ricordi_ lasciati da lui si vanta Cosimo dell’avere quanto

a sè posto freno alle vendette, e che nei due mesi del gonfalonierato

ch’egli assunse il primo gennaio 1435 non fosse alcuno tolto di vita.

Bene crediamo noi le passioni dei suoi partigiani più delle sue fossero

astiose e cupide; ma è poi vero che tirarsi addosso le parti più

odiose è sorta d’ossequio dai clienti solita usare al padrone, ad essi

giovando mantenergli quella forza la quale proviene dalla opinione

della bontà. Contuttociò noi troviamo in quel tempo altri essere

sbanditi o fatti ribelli, e v’ebbero pure condanne a morte, sebbene

alcuni per intercessione di Cosimo avessero la vita salva.[289] Ma

sei ribelli, i quali avendo rotto il confine si ritrovarono insieme

a Venezia, richiesti secondo i patti della Lega per mezzo di un

Lodovico da Verrazzano mandato a tal fine a quella Signoria, furono

resi, e in Firenze ebbero tagliata la testa.[290] Dipoi un Guadagni,

figlio a quel Bernardo che fu Gonfaloniere nel 33, da Luigi di Piero

Guicciardini consegnato a Orlando dei Medici tesoriere della Marca,

fu privato anch’egli di vita: Bernardo medesimo, dalla Capitaneria

di Pisa chiamato in Firenze per esservi giudicato, era morto sulla

via per caso oscuro e subitaneo.[291] Ai cittadini era imposto sotto

gravi pene consegnare le armi che avevano in casa; il quale ordine da

un Niccolò Bordoni essendo pigliato in beffa,[292] e di lui sapendosi

avere con altri tenuto discorsi contro allo Stato, vennero tutti presi;

ed avrebbero perduto la vita, se non che ad istanza di Papa Eugenio il

Potestà contro ad essi pronunziava minore condanna; ma questa poi venne

per un secondo giudizio iniquamente aggravata, e lo stesso Potestà fu

per Consiglio di popolo casso d’ufficio: dal che si vidde in Firenze

cominciare la tirannide, poichè desideravano fare sangue e forzare i

rettori.[293] Vennero scoperte pure altre congiure, delle quali una era

condotta da certo Frate, cui era stato promesso e tolto il vescovado

d’Arezzo: tenevano in questa la mano il duca Filippo Maria Visconti e

Niccolò Piccinino, che per motivo di salute dimorava allora ai Bagni

di Petriolo nel Senese. Dal quale fu detto pure altra congiura essere

ordita contro al Papa, che essi voleano pigliare e quindi trafugare in

quel di Lucca, di dove andasse nelle mani del Visconti. Un Vescovo di

Novara, che stava in Firenze per conto del Duca, dopo avere intinto

in quella congiura, pentito, ne fece la confessione ad Eugenio; e

un Riccio, principale autore, fu appeso alle forche, ed un Bastiano

Capponi, che n’era partecipe, decapitato sulla porta del Bargello.

Aveva la Repubblica brighe frequenti dai Ricasoli che, stando in mezzo

co’ loro castelli tra essa e i Senesi, si difendevano volteggiando in

qua e in là con le accomandigie. Due anni prima un Egidio da Ricasoli

avea voluto dare ai Senesi il castello della Leccia o Monteluco nel

Chianti.[294] Ora Galeotto, signore di Brolio, lasciava occupare

quella sede principale di loro famiglia da messer Antonio Petrucci

senese, nemico perpetuo dei Fiorentini; i quali, mandatovi gente

con artiglierie, ebbero a patti Brolio e lo tennero in nome della

Repubblica.[295]

Continuava col Papa e i Veneziani la lega, sebbene le forze di questa

fossero abbattute, siccome vedemmo, dall’armi del Duca presso Imola,

avanti la ritornata in Firenze di Cosimo de’ Medici. Dopo la quale fu

confermata per altri dieci anni la lega in Venezia, essendo ivi andato

a questo effetto ambasciatore Neri di Gino e il Papa tuttora in Firenze

dimorando, Francesco Sforza, che fu eletto Capitano di tutta la Lega,

si mosse a purgare le vicinanze di Roma dalle armi del Fortebraccio,

le quali dicemmo averle occupate. Fu questi pertanto necessitato

ritrarsi; al che i Romani cercarono accordo col Papa, e consentirono

di ricevere un suo Commissario; mentre il Fortebraccio, rinchiuso in

Assisi con tutte le forze sue, era ivi oppugnato da Francesco Sforza,

facendosi guerra dalle due parti molto grossa e lunga e dubbiosa:

tantochè il Duca di Milano, temendo per sè la vittoria dei collegati,

mandava ordine a Niccolò Piccinino entrasse in Toscana a divertirne

le forze. Contro del quale mosse pertanto il Conte Francesco, avendo

lasciato alla cura d’un fratello suo l’assedio: incontro al quale

usciva impetuoso il Fortebraccio; e vintolo e preso, andava sicuro

all’acquisto delle terre della Marca. Ma il Conte Francesco minacciato

in quel possesso, e non sofferendo rimanere senza signoria che fosse

sua propria, tornò contro al Fortebraccio; il quale fu vinto e preso

e ferito, e della ferita si morì. Dopo di che il Papa riavute le

terre del Patrimonio e di Romagna, e il Conte Francesco la signoria

della Marca, si fece la pace tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i

Fiorentini, e lega con patto dovesse ciascuno andare eziandio contro

a chi dei quattro avesse rotta la confederazione.[296] Col ritrarsi di

Romagna le armi del Duca, essendo fuggito Batista da Canneto, tornava

in Bologna la parte dei Bentivogli.

Era morta la reina Giovanna di Napoli, avendo lasciato erede nel regno

Renato d’Angiò della famiglia di Provenza, e privato della successione

il re Alfonso Aragonese; il quale essendo allora in Sicilia, e chiamato

da taluni baroni del Regno, nonostante che il maggior numero tenesse

le parti angiovine, venne accompagnato da molti principi; e fermata

la sede in Capua, mandò l’armata ad assaltare Gaeta che si teneva per

i Napoletani. Chiederono questi aiuto a Filippo; ed egli persuase

facilmente ai Genovesi, ch’avea in ubbidienza, armare il possente

naviglio loro incontro a quello del re Alfonso; il quale raccolto molto

numero di navi, ed egli medesimo salito sopra una di queste, cercava

animosamente la battaglia. La quale avvenne nelle acque di Ponza con

isconfitta del re Alfonso, che vi rimase prigione col Re di Navarra e

grande numero di principi e signori,[297] egli avendo ceduto la spada

a Giacomo Giustiniani capitano genovese. Per questa vittoria pareva

Filippo fatto signore di tutta Italia; ma tosto gli effetti nacquero

diversi dalla opinione; imperocchè il Duca avendo fatto venire,

con dispiacere dei Genovesi, Alfonso a Milano, questi troppo grande

prigioniero per un tale uomo qual era Filippo, fattosi ad un tratto

suo consigliero, gli mostrò avere egli male combattuta Casa d’Aragona

per condurre Napoli in potestà d’uno di quei principi francesi i quali

ambivano già fino d’allora il ducato di Milano. Poterono tanto siffatti

argomenti sull’animo di Filippo, ch’egli rinviava a Genova Alfonso con

grande onore e tutto suo amico, comandando ai Genovesi restituirgli

le navi perchè sopra quelle tornasse nel Regno. Voleva Filippo così

anche abbassare la città suddita, che parevagli essersi fatta troppo

grande per quella vittoria. Coteste sono arti lodate di regno; ed a lui

fruttarono che i Genovesi per subita ribellione, ucciso il Governatore

che stava pel Duca e cacciate in pochi giorni le armi di questo e

presi i castelli, scuotessero il giogo che odiavano, essendosi dipoi

stabilmente rivendicati in libertà.[298]

Per questi fatti mutate essendo le condizioni d’Italia, rimase di

subito scompaginata la lega, la quale di nome era conchiusa tra il

Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini. Questi mandarono soccorso

a Genova di vettovaglie e di fanti armati sotto Baldaccio d’Anghiari

alla difesa d’Albenga, sebbene ciò fosse copertamente,[299] perchè

la lega non volea dirsi per anche rotta, ciascuno essendo tenuto in

rispetto dalla incertezza degli eventi, e il Papa adoprandosi con

grande studio perchè alle armi non si venisse. Aveva egli nel mese

d’aprile 1436 lasciato Firenze, dopo esservi dimorato quasi due anni,

ed alla Repubblica usato ogni sorta di benevole dimostrazioni. Poco

innanzi della partenza sua Eugenio, il giorno venticinquesimo di marzo,

ch’è la festa dell’Annunziazione ed era in Firenze principio dell’anno,

consacrò il tempio di Santa Maria del Fiore, essendo già l’occhio

della grande Cupola stato chiuso da Filippo di ser Brunellesco due anni

prima, quando era al termine lo Stato degli Albizzi.[300] Fu celebrata

quella consacrazione con molto grandissima solennità, essendosi dalle

scalee di Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava, infino a quelle

del Duomo alzato un palco ricco di tappeti e d’ogni magnificenza,

sul quale andassero fuori della calca egli e tutto l’accompagnamento

suo, ch’erano molti Cardinali e Vescovi e Principi ed Ambasciatori e

tutta la Signoria, tenendo la coda del papale ammanto il Gonfaloniere

Davanzati, che fu da Eugenio per mano di Gismondo Malatesta fatto

insignire della cavalleria. Il Papa dipoi recossi a Bologna,

venuta di fresco in potestà sua, dopo esservi stato ucciso Antonio

Bentivoglio.[301]

Filippo Maria, tentata invano la recuperazione di Genova, fece che

tutte le forze sue con Niccolò Piccinino venissero innanzi per la

riviera di Levante verso allo Stato dei Fiorentini. Aveva mandato prima

sotto Pietrasanta due suoi minori capitani, Cristoforo da Lavello e

Luigi dal Verme, che si ritrassero per comandamento dello stesso Duca.

Ma il Piccinino occupò Sarzana de’ Genovesi ed alcune terre che la

Repubblica di Firenze avea sulla Magra; donde poi venne a fermarsi in

Lucca, mostrando intenzione d’andare nel Regno. Nè per essergli negato

il passo, rompeva di subito il Piccinino la guerra; nè i Fiorentini,

che inviarono a Pisa Neri Capponi con quante forze aveano in pronto,

vollero altro che porsi in guardia contro ogni assalto da quella

parte. Era il conte Francesco Sforza allora ai servigi del Papa, ed a

Cosimo già molto amico: lo aveva questi con grande onore accolto in

Firenze, dove ebbero giostre nella piazza di Santa Croce, balli di

donne in quella dei Signori. Dipoi, non senza difficoltà e patti di

non andare in Lombardia nè muovere guerra contro al Duca di Milano,

concesse Eugenio venisse il Conte ai servigi dei Fiorentini. Poneva

il campo questi a Santa Gonda con cinque mila cavalli e due mila

cinquecento fanti: il Piccinino all’incontro aveva sei mila cavalli

con minore numero di fanti. Non fecero mossa i due famosi Capitani,

l’un l’altro osservando; e anche tenuti in aspettazione dai negoziati

che non cessavano tra il Papa e il Duca: infinchè a mezzo il verno,

ad un tratto, il Piccinino, avuta speranza di occupare Vico Pisano,

muoveva per là; di dove respinto, correa la campagna già come nemico.

Dipoi assaliti altri minori castelli, andò poderoso in Garfagnana,

ponendo il campo sotto alle mura di Barga. Per il che essendo ogni

rispetto cessato, la Repubblica ordinava al Conte ed a Neri soccorrere

Barga. Andarono, e diedero grave percossa al Piccinino, costretto

ritrarsi quasi che rotto in Lunigiana; d’onde egli dovette quindi

passare in Lombardia, perchè i Veneziani, veduto la guerra dal Duca

essere cominciata, mandato aveano in Ghiaradadda Giovanni Francesco

da Gonzaga loro capitano, che molto stringeva le terre del Duca. I

Fiorentini poichè viddero questo impegnato in Lombardia, e Lucca, che

s’era per lui dichiarata, sprovvista essere d’altro aiuto, tornarono

al solito prurito d’avere quella città: del che Cosimo de’ Medici

ardeva di voglia, perchè se il governo degli Ottimati acquistò Pisa,

voleva pur egli ornarsi di qualche splendido acquisto alla Repubblica;

oltrechè a lui faceva bel gioco avere gli ufizi in Lucca e le terre

dei Lucchesi da dividere ai suoi partigiani; e con quella esca, da

altri non tocca, un maggior numero guadagnarsene. Anche tra ’l popolo

quella guerra avea però sempre grande favore, ed alla spesa tutti

concorrevano in quei principii alacremente.[302] Nel mese d’aprile

1437 il Conte Francesco muoveva l’esercito; e prima andato a recuperare

Sarzana e Lavenza, e alcune terre di Lunigiana o genovesi o fiorentine,

prese facilmente Viareggio e Camaiore ed altri luoghi,[303] mentre

che i Lucchesi tenevansi chiusi nella città, confidando questa potere

guardare per le sufficienti forze che avevano dentro e perchè il popolo

tutto intero vegliava geloso alla cittadina libertà. Laonde l’esercito

dei Fiorentini avendo fatto nel piano di Lucca quei maggiori danni

che poteva col guastare i campi allora coperti di grano e di biade,

tagliare le viti, e dei bestiami fare preda,[304] volgevasi tosto alla

espugnazione di Monte Carlo, castello tenuto infino allora come difesa

e guardia di Lucca; ma fatta piccola resistenza, cedeva: e fu quello

il termine ultimo alle cupidigie fiorentine, per gli accidenti che indi

avvennero.[305]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 19 / 51 段