Scriveva Coluccio in italiano le lettere che giornalmente andavano

per la Signoria dentro lo Stato ai rettori o ai comuni del contado;

e queste ora sono da noi cercate più avidamente di quelle famose in

lingua latina. Ma gli eruditi di quella età poco degnavano il volgare,

fatti ambiziosi di porre in mostra le nuove eleganze ch’avevano attinte

dall’uso dei classici. Si giunse a tale, che traducevano in latino le

istorie o le vite d’uomini insigni perchè ottenessero (così scrivevano)

maggiore divulgazione: già era formata quella che poi si chiamò

repubblica delle lettere; da questa accattavano le lodi, per questa

scrivevano. Dal che avvenne che separando troppo la scienza dall’uso

e la scuola dalla vita, la lingua avesse meno autorevole disciplina,

perchè i più dotti non si curavano di farsi uomini popolari. Troviamo

quindi per cento anni lo scrivere nella Toscana istessa come bipartito;

da un lato nell’uso familiare progredire, dall’altro fermarsi quasi

inceppato o irrigidito. Il quattrocento non è vero che in italiano

scrivesse male, ma fu sua colpa lo scrivere poco: scorreva la lingua

nelle scritture familiari e nelle lettere private forse meno viva

perchè già più adulta, ma più ordinata; ed il periodo era più finito

e le frasi meglio tra sè collegate di quello che fossero nell’aureo

trecento.

Ma sugli ultimi di quel secolo le novelle di Franco Sacchetti sono

il libro dove più s’impari in fatto di lingua, e molto ancora se ne

ricava circa i costumi di questa e d’altre città italiane. Si tenne

il Sacchetti lontano affatto dal Boccaccio quanto alla forma, ed ebbe

diverso il fine stesso delle novelle. Non pensò a farsi egli inventore

di bella prosa, ma scrisse alla buona, usando le naturali grazie della

lingua e quelle che uscivano a lui dall’animo esercitato al bello ed al

buono: racconta spedito con le sole circostanze che meglio conducano

a intendere il fatto ed a mostrarne la significazione. Scrisse anche

poesie leggiadre talvolta, ma le più risguardano a cose politiche, la

città essendo molto agitata in quegli anni che seguitarono al fatto

dei Ciompi. Il Sacchetti popolano, sebbene portasse casato di grandi,

odiava le tirannie di chi stava in alto, e quelle cercate in nome del

popolo e col mezzo della plebe. Di lui sono a stampa alcune lettere,

e scrisse un breve suo Quaresimale da far contrasto alle intemperanze

dei predicatori: sicuro e forte nella religione, fu molto severo a chi

l’abusava. Un poco più tardi il _Pecorone_ di Ser Giovanni Fiorentino

contiene racconti più spesso che novelle, di buona lingua, ma senza che

altro sia da dirne.

Molto abbondarono i Cronisti in quella età della lingua e della

repubblica. Marchionne Stefani terminava l’anno 1385 la lunga sua

Cronaca, la quale pei tempi da lui veduti e quando ebbero cessato i

Villani, è pregevole sopra ogni altra per la materia, bene esprimendo

lo stato della città e delle parti in quegli anni fortunosi che

prepararono il tumulto del 1378, poi, finchè rimase in vita lo Stato

allora fondato: Marchionne stava con le Arti minori, e in quel governo

ebbe qualche ingerenza. Non fu, a dir vero, felice scrittore; ma sa

metter fuori di quelle parole che riescono tratti di luce all’istoria.

Piero Minerbetti comincia laddove finisce lo Stefani e va fino al

1410; è buono scrittore, nè manca di certa sua gravità nè di acutezza,

sebbene alle volte alquanto prolisso. Di Gino Capponi abbiamo una

molto pregevole narrazione del tumulto de’ Ciompi, da lui condotta

fino alla distruzione del governo delle Arti maggiori: abbiamo anche

scritti nella ultima vecchiezza alcuni Ricordi a Neri suo figlio.

Non bene sappiamo a quale dei due appartenga il Commentario sopra

l’acquisto di Pisa, ma forse Neri ampliò e distese gli appunti del

padre. Scriveva Neri anche un Commentario delle cose da lui operate in

molti commissariati ed ambascerie, ma questo risguarda per la maggior

parte un tempo diverso, che sarà materia del libro seguente. Iacopo

Salviati anch’egli narrava le ambascerie onoratamente da lui sostenute.

Due Boninsegni continuarono una Istoria di Firenze fino al 1460. A

tutti sovrasta per la finezza della lingua e del dettato Giovanni

Morelli; non gli cadevano dalla penna inavvertite le eleganze, ma pochi

le ebbero più sincere e di miglior conio: una descrizione del Mugello,

d’onde era uscita la sua famiglia, pare abbia in sè tutta la freschezza

di quella grandiosa e amena provincia. Si estende la Cronaca dal 1393

al 1421. In quelli anni stessi Goro Dati diede a un suo libretto

titolo di Storia; dovea chiamarlo Discorsi politici intorno allo

Stato di Firenze ed al vivere della città. Noi l’adoprammo più volte

come di uomo pensatore che guarda e giudica le cose addentro, acuto e

pratico e che sa bene ritrarre le qualità e gli umori di questo popolo

fiorentino. Bonaccorso Pitti scrisse con vivacità le sue fortune alle

Corti di Francia e di Borgogna e di altri Principi, dei quali rendevasi

familiare, mi dispiace dirlo, per via del giuoco. Ma questo dovette

riuscirgli bene perchè tornò in patria ricco, ed ebbe la mano nelle

cose dello Stato: fu padre a quel Luca, le cui ricchezze fruttarono

male a lui e peggio alla Repubblica. Di altri minori sarebbe tedioso il

dare qui la enumerazione.

Tra’ libri di cose morali ed ascetiche è da contare un Trattato circa

il Governo della famiglia composto dal Beato frate Giovanni Dominici

dell’ordine dei Predicatori. Lo abbiamo a stampa da pochi anni, e vi

si scorge che l’autore aveva la buona lingua popolana dalla culla,

ma poi formava lo stile in gran parte sulle latinità dei Padri e

degli Scrittori ecclesiastici, il libro essendo tutto ascetico. Il

Dominici, creato cardinale da papa Gregorio XII in Lucca l’anno 1408,

seguì le fortune del suo promotore fino al Concilio di Costanza;

dopo di che inviato dal nuovo Pontefice in Ungheria Legato, moriva

in Buda l’anno 1420. Assai dei libri di devozione ed altri che senza

nome d’autore furono pubblicati la maggior parte ai tempi nostri,

o sono citati manoscritti come testi di lingua pel molto studiato

trecento, appartengono sicuramente agli ultimi anni di quello ed ai

primi del seguente secolo. Ma in questo crediamo venissero meno le

traduzioni popolari dai Padri o dai Classici latini poichè se ne furono

impadroniti i letterati. La poesia non ebbe nei primi anni di questo

secolo insigni cultori.

Ma fu come principe di quell’età Leonardo Bruni d’Arezzo, che morì

vecchio l’anno 1444: in Roma fu Segretario apostolico sotto quattro

Pontefici, indi molti anni Cancelliere della Repubblica fiorentina.

Tradusse in latino i libri politici di Aristotele e più altri di greci

scrittori; illustrò alcuni punti speciali delle antiche istorie. Pure

in latino scrisse una Istoria di Firenze dalle origini della città fino

alla morte di Gian Galeazzo Visconti, ed i Commentari delle cose da lui

vedute o fatte ne’ vari ufizi nei quali fu esercitato. Questi ultimi

offrono con le particolarità più vive, a noi più gradito insegnamento;

ma le Istorie sono libro da leggere utilmente anche ai giorni nostri

per l’alto senno che l’autore vi dispiega e per l’intelligenza della

Repubblica, della quale vidde l’interno roteggio. Ma vero è che piace a

lui non uscire dalle cose generali, e come erudito dare ai fatti nostri

romano colore. Le Vite pregevoli di Dante e del Petrarca furono da lui

composte nella nativa sua lingua.

Intanto lo Studio s’illustrava per Emanuele Crisolora, che nel 1396

vi fu chiamato da Costantinopoli sua patria per cura di alcuni dotti

fiorentini, e massimamente di Palla Strozzi, ad insegnare la greca

lingua. Cessava però lo Studio nel 1404; riaperto nel 12, fioriva

nel 1421. Sovente uomini fiorentini di grande affare nella Repubblica

attendevano quivi a spiegare le leggi, tra’ quali ebbero molta fama

Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi; Paolo Minucci da Prato Vecchio,

rendutosi chiaro nelle maggiori Università d’Italia, fu ordinatore

del Diritto feudale. Paolo di Castro insigne giureconsulto, oltre

all’insegnare leggi, compilava quello Statuto fiorentino che nello

scorso secolo fu dato a stampa. Francesco Zabarella padovano insegnò

qui lungamente la teologia, poi fu Vescovo di Firenze e Cardinale

molto famoso nel Concilio di Costanza. Fra Leonardo Dati Generale

dei Predicatori ebbe in Firenze molta fama di sapiente in cose

ecclesiastiche ed autorità di cittadino. Filippo Villani professò

lettere, nelle quali si acquistò lode; egli e Giovanni da Ravenna

tennero la cattedra per la illustrazione della Divina Commedia.

Altri uomini chiari in lettere vennero ad insegnare in Firenze, tra’

quali Pier Paolo Vergerio da Capo d’Istria, e per breve tempo Guarino

Veronese e Giovanni Aurispa e il Filelfo; lo Studio essendo spesso

trascurato a cagione della spesa. Nè pensarono i Fiorentini a condurre

qui l’Università che aveano fatta tacere a Pisa: più tardi Niccolò da

Uzzano avendo lasciato gran parte dell’eredità sua per la fabbrica di

un Collegio che annesso allo Studio potesse contenere cinquanta alunni,

metà fiorentini e metà esteri, nella via che allora pigliò nome della

Sapienza, non fu eseguito quel testamento per la gelosia di chi non

voleva che tanto Firenze dovesse all’Uzzano.

Più della Repubblica, per l’incremento del nuovo sapere faceano i

privati. Molti cercavano manoscritti, viaggiavano in Grecia a tal fine

uomini oggi poco noti, Firenze abbondava già di buoni copiatori. Palla

Strozzi, grande cittadino, giovò agli studi egli sopra ogni altro;

ebbe a grande spesa i libri di Platone e di Plutarco, e la Politica

d’Aristotele e la Cosmografia di Tolomeo ed altri moltissimi; teneva

in casa chi gli facesse copie belle e sincere in greco ed in latino.

Radunò in breve ricca biblioteca, la quale voleva rimanesse a pubblico

uso, ad essa innalzando un edifizio molto degno in Santa Trinita, luogo

comodo a ciascuno per essere posto nel mezzo della città. Ma il bel

disegno andò fallito pel bando in cui finiva la vita, come tra poco

narreremo, quest’uomo illustre e benemerito. Un Piero de’ Pazzi, gran

ricco e grande spenditore, tardi si diede alla magnificenza del fare

copiare con ornamento di miniature gli antichi libri, lasciandone in

morte numero assai grande. Viveva in Firenze monaco Camaldolese negli

anni stessi Ambrogio della famiglia dei Traversari, che era stata

grande in Ravenna. Dotto nel greco, tradusse in lingua latina le Vite

dei Filosofi di Diogene Laerzio e molte scritture di antichi Padri.

Fatto Generale dell’Ordine suo, descrisse col titolo di _Odeporicon_

i viaggi per le visite dei monasteri, narrando ogni cosa che meglio

servisse al promovimento degli studi: di lui abbiamo anche non poche

lettere scritte ad uomini che attendevano allo stesso fine. Inviato

da Eugenio IV al Concilio di Basilea, ebbe poi gran parte in quel

di Firenze, che appena era chiuso quando Ambrogio fu rapito da morte

immatura con grande rammarico della città, dove la sua cella era il

ritrovo dei maggiori uomini e più virtuosi. Lo studio di quella prima

metà del secolo XV pareva che fosse tutto nel ritrovamento d’antichi

codici e nell’esibirli ad uso comune per dare agli ingegni nutrimento

dell’erudizione tuttora mancante. Nella quale opera niun altri meritò

quanto Niccolò Niccoli di famiglia mercante in Firenze, ma non dei

più ricchi. Nulla pare che scrivesse del suo, ma dottissimo nel latino

impiegò la vita in fare copie di sua mano dei buoni scrittori, o nel

corregger le altrui. Molte se ne riconoscono tuttora dovute al Niccoli,

che spese poi anche gli averi suoi nel procacciarsi manoscritti latini

e greci, dei quali lasciava il numero allora molto considerabile di

ottocento. Di questi ordinava si formasse una pubblica Biblioteca,

la quale dopo la morte sua fu aperta in San Marco: ebbe grandi

amicizie e grandi brighe co’ letterati dell’età sua, soliti astiarsi

oltre al costume tra gli eruditi non infrequente. Nessuno però nelle

arrabbiate contese e nelle diffamazioni svergognate, ma insieme nei

servigi lungamente resi ai classici studi, vinse Poggio Bracciolini

da Terranuova in Valdarno. Questi fu autore di molti libri o trattati

in lingua latina, spettanti a cose o filologiche o antiquarie, cui

si aggiungono esercitazioni su vari argomenti. Primeggia fra tutti

una assai nota Istoria Fiorentina, tradotta poi da Iacopo suo figlio.

Descrive le guerre con la Casa dei Visconti, non senza taccia di

adulatore alla città sua; d’interni fatti è scarso, e va circospetto sì

che, a dir vero, non molto se ne cava di sostanzioso. Fu cinquant’anni

Scrittore delle lettere pontificie e poi da ultimo Cancelliere della

Repubblica fiorentina, avendo protratta la vita molto più in là che non

giunga la materia di questo Capitolo. Di lui si cercano ai dì nostri

con maggior cura le Lettere che egli scriveva in gran copia nei viaggi

frequenti e di mezzo alle varie faccende nelle quali fu implicato. Andò

al Concilio di Costanza, da dove recatosi alla vicina e celebre abbazia

di San Gallo, ne riportò ricca merce di scritture d’autori latini,

tra’ quali non pochi giacevano ignoti anche di nome. Ampliava del pari

d’antichi libri le greche lettere, avendo lasciato può dirsi aperta

l’antichità quand’egli moriva nel tempo in cui venivano in luce le

prime grandi opere a stampa.

Così erano entrati il mondo greco ed il latino dentro al pensiero degli

Italiani, al quale era dato un libero spazio fuori della disciplina

dei maestri e delle tradizioni delle scuole. Alla grandezza dei fatti

ed alla copia delle dottrine si univano la magnificenza delle forme,

la varietà d’esse, e un’eleganza da ottenersi con l’uso dell’arte. Ma

con la forma va la sostanza; e l’antichità prestava intorno alle cose

nuovi concetti e giudizi nuovi, e certa finezza d’osservazioni e di

sentenze, benchè autorevoli, sempre disputabili: un fare insomma tutto

diverso da quello che aveva sino allora formato gli animi e dominato

gl’intelletti. Età più incolte viveano di fede e di passioni; ora gli

animi s’erano alquanto ingentiliti ma non per anche universalmente

guasti, nè la corruttela del seguente secolo si vidde spuntare in

Italia prima che declinasse il quattrocento. Guaste le Corti e i

letterati; ma per tutti quegli anni dei quali si è finquì discorso,

il popolo meno agitato da passioni le quali fossero a lui proprie,

teneasi più quieto e più castigato: quando il governo è in mano di

pochi, si adoprano questi generalmente a mantenere gli ordini posti

in tempi migliori. A Firenze le arti belle, cresciute in quelli anni,

furono educatrici buone; del popolo vero pareva che fossero a capo gli

artisti, e n’erano spesso tra’ più virtuosi.

Fu troppo creduto (secondo pare ai moderni critici) che la pittura dopo

Giotto avesse aspettato quasi cento anni prima di avanzare un altro

gran passo per opera di Tommaso da San Giovanni in Val d’Arno, che noi

conosciamo sotto il nome di Masaccio. Di lui si fece come una leggenda,

nè abbastanza si riconobbe come la maniera del dipingere d’alcuni dei

predecessori suoi già mostri un progresso. Certo è che Masaccio ampliò

i confini dell’arte; diede al concetto maggiore sostanza, ed alle

figure più rilievo; per la espressione da dare ad esse ed al conversare

dell’una coll’altra, non si appagò della verità semplice degli

atteggiamenti nè di accennare la bellezza delle forme, studiandosi

renderle più evidenti con la esecuzione: di queste cose fu maestro

a quelli che dopo lui vennero, e che da lui furono eccitati a studi

maggiori e fatti abili a più ardimenti.

Da Giotto a Masaccio e da questo a Fra Bartolommeo e ad Andrea Del

Sarto, può dirsi che l’arte in Firenze lentamente percorresse tutto il

suo cammino, segnato dai nomi d’uomini eccellenti: di questi ve n’ebbe

tanto gran numero, che deve bastare a noi solamente fermare il discorso

su quelli che furono come principi dell’età loro, e dalle seguenti

furono tenuti in conto di maestri. Ma non potremmo senza peccato tacere

del più caro e più veramente spirituale dei pittori, Frate Giovanni

soprannominato Angelico per la singolare bontà de’ costumi e per la

fervente devozione che a lui fu sola ispiratrice dell’arte; per il che

non volle trattare altro che argomenti sacri, e il suo dipingere era

una preghiera. Benchè nato nel Mugello, fu detto da Fiesole dov’egli

vestiva l’abito dei Predicatori: delle opere sue grandissimo è il

numero, più spesso in piccole figure, ma cercate molto ai giorni

nostri perchè, a tutti superiore pel sentimento, ebbe dall’arte già

progrediente e dall’ingegno in lui grandissimo, acconci mezzi a bene

esprimere e a colorire ogni suo concetto. Nato nel 1387, moriva nel

1455.

In quegli anni stessi fu ritrovata in Firenze un’arte plastica, dove

la pittura chiamata a soccorso della statuaria, venne con l’opera

dei colori a fare più vivi ed a variare gli effetti che si ottengono

dal bassorilievo. Luca della Robbia [n. 1400], dopo avere provato

sè stesso nel marmo e nel bronzo, inventò questa molto più spedita

maniera di lavorare, con la quale fece anche talvolta grandissimi

quadri con molte figure e bellissime composizioni, avendo trovato il

segreto di una vernice rilucente e tanto solida, che più secoli non

hanno bastato ad alterare quelle opere, le quali tuttora ci appariscono

come fatte ieri: fu anche eccellente negli ornati con frutta e fiori,

dei quali faceva cornici ai bassirilievi. Per questo modo condusse a

fine grandissimo numero di opere, continuate nella sua famiglia per

oltre un secolo: Andrea ed un altro Luca furono tali artisti che si

confondono facilmente col primo inventore; ma il secondo Luca essendo

morto in Parigi dopo il 1551, lasciò perir seco il bel segreto della

vernice che fu impossibile imitare. Di queste opere, cui rimane il nome

della Famiglia che le faceva, molte ve ne ha sparse per l’Italia, e

ne è piena la Toscana, dove più volte m’è occorso trovarne in luoghi

affatto deserti: fra tutti bellissimi e grandiosi, quelli della chiesa

dell’Alvernia.

Questo fu il tempo nella città di Firenze dei più splendidi edifizi.

Prima d’allora i palagi pubblici e più assai le chiese avevano aggiunto

al fiero stile dei rozzi secoli qual cosa di più italiano, dove le

classiche reminiscenze s’intravedevano, poi fatte palesi nel Campanile

di Giotto: aveva l’Orcagna disegnata ad arco tondo la grande sua

Loggia. Ma nell’aprirsi del quattrocento erano entrati nella giovinezza

tre grandi ingegni, dei quali ci siamo riservati a dire per ultimo:

le forme del bello già educavano anche per mezzo della scrittura

la mente agli artisti, ai quali nel tempo stesso divenivano grande

studio i monumenti dell’antichità, dimenticati per lunghi secoli nella

stessa Roma. Ed era Firenze allora in grande fortuna e splendore,

cresciuta di stato e meglio ordinata che in altri tempi mai, fiorente

di molto diffusa ricchezza per le manifatture di seta e pei lavori

d’oro e d’argento; i maggiori artisti uscivano spesso dalle botteghe

d’orificeria.

Era della fabbrica di Santa Maria del Fiore condotta a termine la

navata, e alzati i quattro grandi pilastri su’ quali doveva posare la

Cupola: questa intendevano fare a somiglianza del Pantheon d’Agrippa;

ma farla girare su base ottagona aveva grandissime difficoltà, e molto

se ne disputava, quando si fece innanzi tale uomo che pensò altro

modo, e compiè un’opera di cui non aveva lasciato esempio l’antichità.

Filippo di Ser Brunellesco [n. 1379], d’illustre casato ma di piccola

fortuna, prima nella bottega d’un orafo imparò il disegno, e lavorando

di quell’arte, presto divenne eccellente in legare pietre fini, e nei

lavori di niello, e figurette d’argento e bassirilievi. Ma il grande

suo ingegno molto inclinato alla speculazione si diede bentosto alle

combinazioni della meccanica, tantochè fece di mano sua buoni orologi,

avanzò la scienza della prospettiva, e la insegnò ad altri, piacendosi

molto dell’immaginare cose ingegnose e difficili; esercitò l’arte

della scultura, facendo in quella opere che sono anche ai dì nostri

molto ammirate. Ma più che ad altro sentiasi nato all’architettura,

e credo pensasse fin dai primi anni alla Cupola del Duomo, perchè nel

1401, venduto un poderetto che aveva, si condusse a Roma, e dimoratovi

lungamente, altro non faceva che esercitarsi dietro agli antichi

edifizi, e cercarne sotterra le rovine, studiando i modi a girare le

vôlte, ed i congegni delle pietre ed ogni parte delle costruzioni.

Alternò fino al 1417 la dimora tra Roma e Firenze, dove interrogato

circa la Cupola, fece prevalere il suo consiglio di cavarla fuori del

tetto, sottoponendole un fregio o tamburo di quindici braccia che

avesse per ognuna delle otto faccie un occhio grande. Già fino dal

1407 si erano cominciate a costruire le tre grandi tribune intorno

al coro, ciascuna con le cinque sue cappelle, e si chiuse l’anno

1420 la terza tribuna. Filippo intanto, che tutti quelli anni avea

studiato segretamente e preparato il suo modello, cominciò a dirne

ed a mostrarne qualcosa agli uficiali preposti all’Opera; i quali per

mezzo de’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, in Lamagna,

in Inghilterra ed in Ispagna, aveano chiamato a concorrervi i più

sperimentati e valenti ingegni che fossero in quelle regioni: questo

almeno si legge. Nel marzo del 1420 si tenne un Consiglio generale,

dove ciascuno dei maestri, presentato il suo modello, e fattesi le più

strane proposte sul modo di volger la Cupola, il Brunelleschi mostrò

e difese il suo concetto che parve cosa impossibile ad eseguire;

ond’egli irritato e per le bestiali cose che furono dette, s’infervorò

tanto da essere creduto pazzo e dai donzelli sarebbe stato fatto

portare di peso fuori della sala. Documenti certi mostrano poi come

un mese dopo venendosi più seriamente a trattar seco, il Brunelleschi

mettesse in iscritto l’istruzione per eseguire il suo modello, su di

che l’opera gli fu allogata. Voltare la Cupola con nuovo ardimento,

senza armature che la reggessero durante la costruzione; farla salire

a sesto acuto, il che era darle una maggiore e più terribile elevatezza

di sentimento; sovrapporre alla Cupola interna un’altra fuori, in modo

che fra l’una e l’altra si cammini; collegare insieme le due cupole

con morse di pietra, e assicurare tutta la fabbrica facendo girare

le faccie di quella sopra il tamburo con una forte incatenatura di

ventiquattro travi di quercia fasciate di ferro: questo fu il disegno

che il grande architetto potè condurre ad esecuzione, facile a lui

che nella mente aveva da prima ogni cosa preveduto. A’ dì 7 agosto

del 1420 si cominciò a murare, e nell’anno 1434, che fu di sì grande

mutazione nelle cose di Firenze, fu chiusa la Cupola: mirabile opera

sopra ogni altra non solamente dei tempi antichi ma dei moderni, perchè

quella che il Buonarroti fece in Roma, piantata più in alto, non ha

in sè stessa maggiore ampiezza, e meno intende verso il cielo. Anche

il disegno della Lanterna è del Brunelleschi; se non che l’opera andò

in lungo, ed egli intanto dirigeva altri edifizi, tra’ quali le chiese

di Santo Spirito e di San Lorenzo; ed a Luca Pitti fece il disegno del

Palazzo che poi finito ed ampliato assai, divenne reggia ai principi di

Toscana. Moriva Filippo l’anno 1446.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 18 / 51 段