per la Signoria dentro lo Stato ai rettori o ai comuni del contado;
e queste ora sono da noi cercate più avidamente di quelle famose in
lingua latina. Ma gli eruditi di quella età poco degnavano il volgare,
fatti ambiziosi di porre in mostra le nuove eleganze ch’avevano attinte
dall’uso dei classici. Si giunse a tale, che traducevano in latino le
istorie o le vite d’uomini insigni perchè ottenessero (così scrivevano)
maggiore divulgazione: già era formata quella che poi si chiamò
repubblica delle lettere; da questa accattavano le lodi, per questa
scrivevano. Dal che avvenne che separando troppo la scienza dall’uso
e la scuola dalla vita, la lingua avesse meno autorevole disciplina,
perchè i più dotti non si curavano di farsi uomini popolari. Troviamo
quindi per cento anni lo scrivere nella Toscana istessa come bipartito;
da un lato nell’uso familiare progredire, dall’altro fermarsi quasi
inceppato o irrigidito. Il quattrocento non è vero che in italiano
scrivesse male, ma fu sua colpa lo scrivere poco: scorreva la lingua
nelle scritture familiari e nelle lettere private forse meno viva
perchè già più adulta, ma più ordinata; ed il periodo era più finito
e le frasi meglio tra sè collegate di quello che fossero nell’aureo
trecento.
Ma sugli ultimi di quel secolo le novelle di Franco Sacchetti sono
il libro dove più s’impari in fatto di lingua, e molto ancora se ne
ricava circa i costumi di questa e d’altre città italiane. Si tenne
il Sacchetti lontano affatto dal Boccaccio quanto alla forma, ed ebbe
diverso il fine stesso delle novelle. Non pensò a farsi egli inventore
di bella prosa, ma scrisse alla buona, usando le naturali grazie della
lingua e quelle che uscivano a lui dall’animo esercitato al bello ed al
buono: racconta spedito con le sole circostanze che meglio conducano
a intendere il fatto ed a mostrarne la significazione. Scrisse anche
poesie leggiadre talvolta, ma le più risguardano a cose politiche, la
città essendo molto agitata in quegli anni che seguitarono al fatto
dei Ciompi. Il Sacchetti popolano, sebbene portasse casato di grandi,
odiava le tirannie di chi stava in alto, e quelle cercate in nome del
popolo e col mezzo della plebe. Di lui sono a stampa alcune lettere,
e scrisse un breve suo Quaresimale da far contrasto alle intemperanze
dei predicatori: sicuro e forte nella religione, fu molto severo a chi
l’abusava. Un poco più tardi il _Pecorone_ di Ser Giovanni Fiorentino
contiene racconti più spesso che novelle, di buona lingua, ma senza che
altro sia da dirne.
Molto abbondarono i Cronisti in quella età della lingua e della
repubblica. Marchionne Stefani terminava l’anno 1385 la lunga sua
Cronaca, la quale pei tempi da lui veduti e quando ebbero cessato i
Villani, è pregevole sopra ogni altra per la materia, bene esprimendo
lo stato della città e delle parti in quegli anni fortunosi che
prepararono il tumulto del 1378, poi, finchè rimase in vita lo Stato
allora fondato: Marchionne stava con le Arti minori, e in quel governo
ebbe qualche ingerenza. Non fu, a dir vero, felice scrittore; ma sa
metter fuori di quelle parole che riescono tratti di luce all’istoria.
Piero Minerbetti comincia laddove finisce lo Stefani e va fino al
1410; è buono scrittore, nè manca di certa sua gravità nè di acutezza,
sebbene alle volte alquanto prolisso. Di Gino Capponi abbiamo una
molto pregevole narrazione del tumulto de’ Ciompi, da lui condotta
fino alla distruzione del governo delle Arti maggiori: abbiamo anche
scritti nella ultima vecchiezza alcuni Ricordi a Neri suo figlio.
Non bene sappiamo a quale dei due appartenga il Commentario sopra
l’acquisto di Pisa, ma forse Neri ampliò e distese gli appunti del
padre. Scriveva Neri anche un Commentario delle cose da lui operate in
molti commissariati ed ambascerie, ma questo risguarda per la maggior
parte un tempo diverso, che sarà materia del libro seguente. Iacopo
Salviati anch’egli narrava le ambascerie onoratamente da lui sostenute.
Due Boninsegni continuarono una Istoria di Firenze fino al 1460. A
tutti sovrasta per la finezza della lingua e del dettato Giovanni
Morelli; non gli cadevano dalla penna inavvertite le eleganze, ma pochi
le ebbero più sincere e di miglior conio: una descrizione del Mugello,
d’onde era uscita la sua famiglia, pare abbia in sè tutta la freschezza
di quella grandiosa e amena provincia. Si estende la Cronaca dal 1393
al 1421. In quelli anni stessi Goro Dati diede a un suo libretto
titolo di Storia; dovea chiamarlo Discorsi politici intorno allo
Stato di Firenze ed al vivere della città. Noi l’adoprammo più volte
come di uomo pensatore che guarda e giudica le cose addentro, acuto e
pratico e che sa bene ritrarre le qualità e gli umori di questo popolo
fiorentino. Bonaccorso Pitti scrisse con vivacità le sue fortune alle
Corti di Francia e di Borgogna e di altri Principi, dei quali rendevasi
familiare, mi dispiace dirlo, per via del giuoco. Ma questo dovette
riuscirgli bene perchè tornò in patria ricco, ed ebbe la mano nelle
cose dello Stato: fu padre a quel Luca, le cui ricchezze fruttarono
male a lui e peggio alla Repubblica. Di altri minori sarebbe tedioso il
dare qui la enumerazione.
Tra’ libri di cose morali ed ascetiche è da contare un Trattato circa
il Governo della famiglia composto dal Beato frate Giovanni Dominici
dell’ordine dei Predicatori. Lo abbiamo a stampa da pochi anni, e vi
si scorge che l’autore aveva la buona lingua popolana dalla culla,
ma poi formava lo stile in gran parte sulle latinità dei Padri e
degli Scrittori ecclesiastici, il libro essendo tutto ascetico. Il
Dominici, creato cardinale da papa Gregorio XII in Lucca l’anno 1408,
seguì le fortune del suo promotore fino al Concilio di Costanza;
dopo di che inviato dal nuovo Pontefice in Ungheria Legato, moriva
in Buda l’anno 1420. Assai dei libri di devozione ed altri che senza
nome d’autore furono pubblicati la maggior parte ai tempi nostri,
o sono citati manoscritti come testi di lingua pel molto studiato
trecento, appartengono sicuramente agli ultimi anni di quello ed ai
primi del seguente secolo. Ma in questo crediamo venissero meno le
traduzioni popolari dai Padri o dai Classici latini poichè se ne furono
impadroniti i letterati. La poesia non ebbe nei primi anni di questo
secolo insigni cultori.
Ma fu come principe di quell’età Leonardo Bruni d’Arezzo, che morì
vecchio l’anno 1444: in Roma fu Segretario apostolico sotto quattro
Pontefici, indi molti anni Cancelliere della Repubblica fiorentina.
Tradusse in latino i libri politici di Aristotele e più altri di greci
scrittori; illustrò alcuni punti speciali delle antiche istorie. Pure
in latino scrisse una Istoria di Firenze dalle origini della città fino
alla morte di Gian Galeazzo Visconti, ed i Commentari delle cose da lui
vedute o fatte ne’ vari ufizi nei quali fu esercitato. Questi ultimi
offrono con le particolarità più vive, a noi più gradito insegnamento;
ma le Istorie sono libro da leggere utilmente anche ai giorni nostri
per l’alto senno che l’autore vi dispiega e per l’intelligenza della
Repubblica, della quale vidde l’interno roteggio. Ma vero è che piace a
lui non uscire dalle cose generali, e come erudito dare ai fatti nostri
romano colore. Le Vite pregevoli di Dante e del Petrarca furono da lui
composte nella nativa sua lingua.
Intanto lo Studio s’illustrava per Emanuele Crisolora, che nel 1396
vi fu chiamato da Costantinopoli sua patria per cura di alcuni dotti
fiorentini, e massimamente di Palla Strozzi, ad insegnare la greca
lingua. Cessava però lo Studio nel 1404; riaperto nel 12, fioriva
nel 1421. Sovente uomini fiorentini di grande affare nella Repubblica
attendevano quivi a spiegare le leggi, tra’ quali ebbero molta fama
Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi; Paolo Minucci da Prato Vecchio,
rendutosi chiaro nelle maggiori Università d’Italia, fu ordinatore
del Diritto feudale. Paolo di Castro insigne giureconsulto, oltre
all’insegnare leggi, compilava quello Statuto fiorentino che nello
scorso secolo fu dato a stampa. Francesco Zabarella padovano insegnò
qui lungamente la teologia, poi fu Vescovo di Firenze e Cardinale
molto famoso nel Concilio di Costanza. Fra Leonardo Dati Generale
dei Predicatori ebbe in Firenze molta fama di sapiente in cose
ecclesiastiche ed autorità di cittadino. Filippo Villani professò
lettere, nelle quali si acquistò lode; egli e Giovanni da Ravenna
tennero la cattedra per la illustrazione della Divina Commedia.
Altri uomini chiari in lettere vennero ad insegnare in Firenze, tra’
quali Pier Paolo Vergerio da Capo d’Istria, e per breve tempo Guarino
Veronese e Giovanni Aurispa e il Filelfo; lo Studio essendo spesso
trascurato a cagione della spesa. Nè pensarono i Fiorentini a condurre
qui l’Università che aveano fatta tacere a Pisa: più tardi Niccolò da
Uzzano avendo lasciato gran parte dell’eredità sua per la fabbrica di
un Collegio che annesso allo Studio potesse contenere cinquanta alunni,
metà fiorentini e metà esteri, nella via che allora pigliò nome della
Sapienza, non fu eseguito quel testamento per la gelosia di chi non
voleva che tanto Firenze dovesse all’Uzzano.
Più della Repubblica, per l’incremento del nuovo sapere faceano i
privati. Molti cercavano manoscritti, viaggiavano in Grecia a tal fine
uomini oggi poco noti, Firenze abbondava già di buoni copiatori. Palla
Strozzi, grande cittadino, giovò agli studi egli sopra ogni altro;
ebbe a grande spesa i libri di Platone e di Plutarco, e la Politica
d’Aristotele e la Cosmografia di Tolomeo ed altri moltissimi; teneva
in casa chi gli facesse copie belle e sincere in greco ed in latino.
Radunò in breve ricca biblioteca, la quale voleva rimanesse a pubblico
uso, ad essa innalzando un edifizio molto degno in Santa Trinita, luogo
comodo a ciascuno per essere posto nel mezzo della città. Ma il bel
disegno andò fallito pel bando in cui finiva la vita, come tra poco
narreremo, quest’uomo illustre e benemerito. Un Piero de’ Pazzi, gran
ricco e grande spenditore, tardi si diede alla magnificenza del fare
copiare con ornamento di miniature gli antichi libri, lasciandone in
morte numero assai grande. Viveva in Firenze monaco Camaldolese negli
anni stessi Ambrogio della famiglia dei Traversari, che era stata
grande in Ravenna. Dotto nel greco, tradusse in lingua latina le Vite
dei Filosofi di Diogene Laerzio e molte scritture di antichi Padri.
Fatto Generale dell’Ordine suo, descrisse col titolo di _Odeporicon_
i viaggi per le visite dei monasteri, narrando ogni cosa che meglio
servisse al promovimento degli studi: di lui abbiamo anche non poche
lettere scritte ad uomini che attendevano allo stesso fine. Inviato
da Eugenio IV al Concilio di Basilea, ebbe poi gran parte in quel
di Firenze, che appena era chiuso quando Ambrogio fu rapito da morte
immatura con grande rammarico della città, dove la sua cella era il
ritrovo dei maggiori uomini e più virtuosi. Lo studio di quella prima
metà del secolo XV pareva che fosse tutto nel ritrovamento d’antichi
codici e nell’esibirli ad uso comune per dare agli ingegni nutrimento
dell’erudizione tuttora mancante. Nella quale opera niun altri meritò
quanto Niccolò Niccoli di famiglia mercante in Firenze, ma non dei
più ricchi. Nulla pare che scrivesse del suo, ma dottissimo nel latino
impiegò la vita in fare copie di sua mano dei buoni scrittori, o nel
corregger le altrui. Molte se ne riconoscono tuttora dovute al Niccoli,
che spese poi anche gli averi suoi nel procacciarsi manoscritti latini
e greci, dei quali lasciava il numero allora molto considerabile di
ottocento. Di questi ordinava si formasse una pubblica Biblioteca,
la quale dopo la morte sua fu aperta in San Marco: ebbe grandi
amicizie e grandi brighe co’ letterati dell’età sua, soliti astiarsi
oltre al costume tra gli eruditi non infrequente. Nessuno però nelle
arrabbiate contese e nelle diffamazioni svergognate, ma insieme nei
servigi lungamente resi ai classici studi, vinse Poggio Bracciolini
da Terranuova in Valdarno. Questi fu autore di molti libri o trattati
in lingua latina, spettanti a cose o filologiche o antiquarie, cui
si aggiungono esercitazioni su vari argomenti. Primeggia fra tutti
una assai nota Istoria Fiorentina, tradotta poi da Iacopo suo figlio.
Descrive le guerre con la Casa dei Visconti, non senza taccia di
adulatore alla città sua; d’interni fatti è scarso, e va circospetto sì
che, a dir vero, non molto se ne cava di sostanzioso. Fu cinquant’anni
Scrittore delle lettere pontificie e poi da ultimo Cancelliere della
Repubblica fiorentina, avendo protratta la vita molto più in là che non
giunga la materia di questo Capitolo. Di lui si cercano ai dì nostri
con maggior cura le Lettere che egli scriveva in gran copia nei viaggi
frequenti e di mezzo alle varie faccende nelle quali fu implicato. Andò
al Concilio di Costanza, da dove recatosi alla vicina e celebre abbazia
di San Gallo, ne riportò ricca merce di scritture d’autori latini,
tra’ quali non pochi giacevano ignoti anche di nome. Ampliava del pari
d’antichi libri le greche lettere, avendo lasciato può dirsi aperta
l’antichità quand’egli moriva nel tempo in cui venivano in luce le
prime grandi opere a stampa.
Così erano entrati il mondo greco ed il latino dentro al pensiero degli
Italiani, al quale era dato un libero spazio fuori della disciplina
dei maestri e delle tradizioni delle scuole. Alla grandezza dei fatti
ed alla copia delle dottrine si univano la magnificenza delle forme,
la varietà d’esse, e un’eleganza da ottenersi con l’uso dell’arte. Ma
con la forma va la sostanza; e l’antichità prestava intorno alle cose
nuovi concetti e giudizi nuovi, e certa finezza d’osservazioni e di
sentenze, benchè autorevoli, sempre disputabili: un fare insomma tutto
diverso da quello che aveva sino allora formato gli animi e dominato
gl’intelletti. Età più incolte viveano di fede e di passioni; ora gli
animi s’erano alquanto ingentiliti ma non per anche universalmente
guasti, nè la corruttela del seguente secolo si vidde spuntare in
Italia prima che declinasse il quattrocento. Guaste le Corti e i
letterati; ma per tutti quegli anni dei quali si è finquì discorso,
il popolo meno agitato da passioni le quali fossero a lui proprie,
teneasi più quieto e più castigato: quando il governo è in mano di
pochi, si adoprano questi generalmente a mantenere gli ordini posti
in tempi migliori. A Firenze le arti belle, cresciute in quelli anni,
furono educatrici buone; del popolo vero pareva che fossero a capo gli
artisti, e n’erano spesso tra’ più virtuosi.
Fu troppo creduto (secondo pare ai moderni critici) che la pittura dopo
Giotto avesse aspettato quasi cento anni prima di avanzare un altro
gran passo per opera di Tommaso da San Giovanni in Val d’Arno, che noi
conosciamo sotto il nome di Masaccio. Di lui si fece come una leggenda,
nè abbastanza si riconobbe come la maniera del dipingere d’alcuni dei
predecessori suoi già mostri un progresso. Certo è che Masaccio ampliò
i confini dell’arte; diede al concetto maggiore sostanza, ed alle
figure più rilievo; per la espressione da dare ad esse ed al conversare
dell’una coll’altra, non si appagò della verità semplice degli
atteggiamenti nè di accennare la bellezza delle forme, studiandosi
renderle più evidenti con la esecuzione: di queste cose fu maestro
a quelli che dopo lui vennero, e che da lui furono eccitati a studi
maggiori e fatti abili a più ardimenti.
Da Giotto a Masaccio e da questo a Fra Bartolommeo e ad Andrea Del
Sarto, può dirsi che l’arte in Firenze lentamente percorresse tutto il
suo cammino, segnato dai nomi d’uomini eccellenti: di questi ve n’ebbe
tanto gran numero, che deve bastare a noi solamente fermare il discorso
su quelli che furono come principi dell’età loro, e dalle seguenti
furono tenuti in conto di maestri. Ma non potremmo senza peccato tacere
del più caro e più veramente spirituale dei pittori, Frate Giovanni
soprannominato Angelico per la singolare bontà de’ costumi e per la
fervente devozione che a lui fu sola ispiratrice dell’arte; per il che
non volle trattare altro che argomenti sacri, e il suo dipingere era
una preghiera. Benchè nato nel Mugello, fu detto da Fiesole dov’egli
vestiva l’abito dei Predicatori: delle opere sue grandissimo è il
numero, più spesso in piccole figure, ma cercate molto ai giorni
nostri perchè, a tutti superiore pel sentimento, ebbe dall’arte già
progrediente e dall’ingegno in lui grandissimo, acconci mezzi a bene
esprimere e a colorire ogni suo concetto. Nato nel 1387, moriva nel
1455.
In quegli anni stessi fu ritrovata in Firenze un’arte plastica, dove
la pittura chiamata a soccorso della statuaria, venne con l’opera
dei colori a fare più vivi ed a variare gli effetti che si ottengono
dal bassorilievo. Luca della Robbia [n. 1400], dopo avere provato
sè stesso nel marmo e nel bronzo, inventò questa molto più spedita
maniera di lavorare, con la quale fece anche talvolta grandissimi
quadri con molte figure e bellissime composizioni, avendo trovato il
segreto di una vernice rilucente e tanto solida, che più secoli non
hanno bastato ad alterare quelle opere, le quali tuttora ci appariscono
come fatte ieri: fu anche eccellente negli ornati con frutta e fiori,
dei quali faceva cornici ai bassirilievi. Per questo modo condusse a
fine grandissimo numero di opere, continuate nella sua famiglia per
oltre un secolo: Andrea ed un altro Luca furono tali artisti che si
confondono facilmente col primo inventore; ma il secondo Luca essendo
morto in Parigi dopo il 1551, lasciò perir seco il bel segreto della
vernice che fu impossibile imitare. Di queste opere, cui rimane il nome
della Famiglia che le faceva, molte ve ne ha sparse per l’Italia, e
ne è piena la Toscana, dove più volte m’è occorso trovarne in luoghi
affatto deserti: fra tutti bellissimi e grandiosi, quelli della chiesa
dell’Alvernia.
Questo fu il tempo nella città di Firenze dei più splendidi edifizi.
Prima d’allora i palagi pubblici e più assai le chiese avevano aggiunto
al fiero stile dei rozzi secoli qual cosa di più italiano, dove le
classiche reminiscenze s’intravedevano, poi fatte palesi nel Campanile
di Giotto: aveva l’Orcagna disegnata ad arco tondo la grande sua
Loggia. Ma nell’aprirsi del quattrocento erano entrati nella giovinezza
tre grandi ingegni, dei quali ci siamo riservati a dire per ultimo:
le forme del bello già educavano anche per mezzo della scrittura
la mente agli artisti, ai quali nel tempo stesso divenivano grande
studio i monumenti dell’antichità, dimenticati per lunghi secoli nella
stessa Roma. Ed era Firenze allora in grande fortuna e splendore,
cresciuta di stato e meglio ordinata che in altri tempi mai, fiorente
di molto diffusa ricchezza per le manifatture di seta e pei lavori
d’oro e d’argento; i maggiori artisti uscivano spesso dalle botteghe
d’orificeria.
Era della fabbrica di Santa Maria del Fiore condotta a termine la
navata, e alzati i quattro grandi pilastri su’ quali doveva posare la
Cupola: questa intendevano fare a somiglianza del Pantheon d’Agrippa;
ma farla girare su base ottagona aveva grandissime difficoltà, e molto
se ne disputava, quando si fece innanzi tale uomo che pensò altro
modo, e compiè un’opera di cui non aveva lasciato esempio l’antichità.
Filippo di Ser Brunellesco [n. 1379], d’illustre casato ma di piccola
fortuna, prima nella bottega d’un orafo imparò il disegno, e lavorando
di quell’arte, presto divenne eccellente in legare pietre fini, e nei
lavori di niello, e figurette d’argento e bassirilievi. Ma il grande
suo ingegno molto inclinato alla speculazione si diede bentosto alle
combinazioni della meccanica, tantochè fece di mano sua buoni orologi,
avanzò la scienza della prospettiva, e la insegnò ad altri, piacendosi
molto dell’immaginare cose ingegnose e difficili; esercitò l’arte
della scultura, facendo in quella opere che sono anche ai dì nostri
molto ammirate. Ma più che ad altro sentiasi nato all’architettura,
e credo pensasse fin dai primi anni alla Cupola del Duomo, perchè nel
1401, venduto un poderetto che aveva, si condusse a Roma, e dimoratovi
lungamente, altro non faceva che esercitarsi dietro agli antichi
edifizi, e cercarne sotterra le rovine, studiando i modi a girare le
vôlte, ed i congegni delle pietre ed ogni parte delle costruzioni.
Alternò fino al 1417 la dimora tra Roma e Firenze, dove interrogato
circa la Cupola, fece prevalere il suo consiglio di cavarla fuori del
tetto, sottoponendole un fregio o tamburo di quindici braccia che
avesse per ognuna delle otto faccie un occhio grande. Già fino dal
1407 si erano cominciate a costruire le tre grandi tribune intorno
al coro, ciascuna con le cinque sue cappelle, e si chiuse l’anno
1420 la terza tribuna. Filippo intanto, che tutti quelli anni avea
studiato segretamente e preparato il suo modello, cominciò a dirne
ed a mostrarne qualcosa agli uficiali preposti all’Opera; i quali per
mezzo de’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, in Lamagna,
in Inghilterra ed in Ispagna, aveano chiamato a concorrervi i più
sperimentati e valenti ingegni che fossero in quelle regioni: questo
almeno si legge. Nel marzo del 1420 si tenne un Consiglio generale,
dove ciascuno dei maestri, presentato il suo modello, e fattesi le più
strane proposte sul modo di volger la Cupola, il Brunelleschi mostrò
e difese il suo concetto che parve cosa impossibile ad eseguire;
ond’egli irritato e per le bestiali cose che furono dette, s’infervorò
tanto da essere creduto pazzo e dai donzelli sarebbe stato fatto
portare di peso fuori della sala. Documenti certi mostrano poi come
un mese dopo venendosi più seriamente a trattar seco, il Brunelleschi
mettesse in iscritto l’istruzione per eseguire il suo modello, su di
che l’opera gli fu allogata. Voltare la Cupola con nuovo ardimento,
senza armature che la reggessero durante la costruzione; farla salire
a sesto acuto, il che era darle una maggiore e più terribile elevatezza
di sentimento; sovrapporre alla Cupola interna un’altra fuori, in modo
che fra l’una e l’altra si cammini; collegare insieme le due cupole
con morse di pietra, e assicurare tutta la fabbrica facendo girare
le faccie di quella sopra il tamburo con una forte incatenatura di
ventiquattro travi di quercia fasciate di ferro: questo fu il disegno
che il grande architetto potè condurre ad esecuzione, facile a lui
che nella mente aveva da prima ogni cosa preveduto. A’ dì 7 agosto
del 1420 si cominciò a murare, e nell’anno 1434, che fu di sì grande
mutazione nelle cose di Firenze, fu chiusa la Cupola: mirabile opera
sopra ogni altra non solamente dei tempi antichi ma dei moderni, perchè
quella che il Buonarroti fece in Roma, piantata più in alto, non ha
in sè stessa maggiore ampiezza, e meno intende verso il cielo. Anche
il disegno della Lanterna è del Brunelleschi; se non che l’opera andò
in lungo, ed egli intanto dirigeva altri edifizi, tra’ quali le chiese
di Santo Spirito e di San Lorenzo; ed a Luca Pitti fece il disegno del
Palazzo che poi finito ed ampliato assai, divenne reggia ai principi di
Toscana. Moriva Filippo l’anno 1446.