qualcosa d’insolito; troppo aveano osato, da starsene fermi negli
ordini consueti: nè Cosimo era tanto uno scandalo da rimuovere, quanto
era oggimai col nome e col seguito e con la pietà ch’avea destata,
e con la prova contra lui fatta inutilmente, più forte egli solo
nel felice esiglio di quello che fosse lo Stato in Firenze. Rinaldo
degli Albizzi bene si accorgeva di avere fatto troppo o troppo poco;
e ch’avess’egli avuto disegno d’uccidere Cosimo, nè voglio affermare
nè al tutto negare, perchè in lui poteano essere impeti di passione
ma non le furie dei Signori avvezzi al delitto; nè tra essi due era
nimistà indurita, nè dopo la breve e dubbia vittoria, Rinaldo ed i
suoi mai diedero segno di volere uscire dai modi civili: questo deve
l’istoria mantenere a grande onore di lui e di tutta quella parte.[270]
Col rifare gli squittinii, col porre a sedere coloro che erano nelle
antiche borse, e con l’arbitrio sulle tratte concesso agli Otto e agli
Accoppiatori, cercavano essi non lasciarsi uscire lo Stato di mano:
ma questo non si poteva stringere tanto, che al difuori non rimanesse
la libertà dei Consigli e dei Collegi; nè questa città dava materia
sufficiente a una repubblica d’ottimati. Si avrebbe ciò forse potuto
in addietro quando tutte insieme le grosse famiglie di grandi o di
popolo si fossero strette ad un concorde volere; il che noi vedemmo
Rinaldo degli Albizzi avere cercato, ed era già tardi per le lunghe
offese e gli odii scambievoli: ma oggi non poteva questo in lui essere
che un desiderio, perchè i grossi popolani divisi in sè stessi e
affranti dalla loro vittoria stessa, non erano tali da potersi unire
co’ grandi senza esserne oppressi, nè tali da smuovere i fondamenti
della Repubblica e fare opera sì difficile. Già erano tutti gli antichi
ordini come triturati dal vario percuotersi e confondersi tra loro; e
i più tra’ magnati vedeano con gioia prepararsi un’altra forma novella
di Stato, la quale avendo sua forza nella plebe, offrisse anche a loro
speranza d’alzare su quel fondamento più largo e sicuro una qualche
sorta di grandezza.[271] Così vedea l’Albizzi (e non lo taceva) da
quella sua stessa potenza uscire il proprio suo disfacimento; al quale
già molti chetamente lavoravano di quelli medesimi che prima non soliti
stare co’ Medici, s’accostavano ora alla parte che li desiderava. Era
un giovane Agnolo Acciaioli in Palagio nelle pratiche per ordinare lo
Stato, del quale una lettera a Cosimo venne nelle mani di Rinaldo;
scrivevagli crescere ogni giorno il numero di quei che bramavano
fosse egli in patria restituito, al quale effetto lo consigliava sopra
ogni cosa di farsi amico Neri di Gino, ed aggiugneva che una qualche
guerra nascerebbe presto e forse per voglia degli stessi reggitori,
nella quale mancando colui ch’era solito di sovvenire con le proprie
ricchezze il Comune, sarebbe necessità di farlo subito richiamare.
Per questa lettera l’Acciaioli fu preso, e dopo essere stato messo
alla corda, andò a confine in Cefalonia, terra dove la famiglia degli
Acciaioli avea principato.
La guerra nasceva bentosto da quella necessità che era sempre
nei soldati di stare sulle armi, e dalle infrenabili cupidità dei
condottieri i quali ambivano farsi principi: le terre della Chiesa
offrivano campo fra tutti agevole alle aggressioni. Il conte Francesco
Sforza, data voce di andare nel Reame, s’insignoriva di quasi tutta
la Marca d’Ancona, e di là scendeva a Todi e a Viterbo, intantochè
le armi Braccesche avevano occupato sotto la condotta di Niccolò
Fortebracci gran parte dell’Umbria e del Patrimonio di San Pietro
insino a Tivoli. Tantochè il Papa stretto a quel modo, si accordava
col conte Francesco, al quale concesse il marchesato della Marca, e
consentì farlo Gonfaloniere di Santa Chiesa. Furono quindi tra i due
Capitani fazioni di guerra, e Niccolò Piccinino anch’egli scendeva con
le armi del Duca nel Patrimonio: ma in questo mezzo avendo i Romani
levato rumore, cacciarono il Papa, il quale nascosto in vesti mentite
e lungo il Tevere inseguíto con le balestre, pervenne ad Ostia, dove
con un solo Cardinale montato sopra una galea sottile che v’era della
regina Giovanna di Napoli, e di già essendo dai Fiorentini apprestata
a suo salvamento un’altra galera in Civitavecchia, pervenne a Livorno.
Quivi accolto con grandissime onoranze dalla Repubblica, fece indi
solenne ingresso in Firenze, dove fu raggiunto da molti prelati, ed
egli rimase a lunga dimora. Intanto Bologna s’era anch’essa ribellata
al Papa con l’opera di Battista da Canneto, che uccisi i capi della
contraria parte, cacciò il Legato; e perchè il duca Filippo Maria,
cui era buona ogni occasione, aveva pigliato i Bolognesi in tutela,
parve a’ Fiorentini e alla Repubblica di Venezia non essere caso da
starsene fermi: questa inviava nella Romagna Erasmo da Narni più noto
col nome di Gattamelata, pe’ Fiorentini andò il loro vecchio Capitano
Niccolò da Tolentino, le genti ecclesiastiche ubbidivano al Legato
Vitelleschi vescovo allora di Recanati; intantochè a fronte stava il
Piccinino con forte esercito di ducheschi. Non era consiglio delle
Repubbliche collegate venire a giornata: ma il Piccinino, maestro di
guerra, appiccò la zuffa sotto Imola il dì 28 agosto 1434, dove per
lunghi aggiramenti condotto a dividersi l’esercito della Lega già male
unito sotto al comando di tre capitani, ottenne vittoria per quello
che davano i tempi grandissima; avendo con la morte di pochi de’ suoi
fatto tremilacinquecento prigionieri, e tra essi il prode Niccolò da
Tolentino, il quale condotto a Milano e di là mandato più mesi dopo
in Val di Taro, moriva d’una caduta, o come fu detto per ordine del
Visconti.[272] Il corpo di lui, recato in Firenze, ebbe più tardi
esequie magnificentissime, e l’effigie di lui a cavallo si vede nel
tempio di Santa Maria del Fiore.[273]
Per questa rotta, la quale avvenne contro l’opinione di ciascuno, molte
ebbero accuse i reggitori della Repubblica; dai quali è da credere
che più s’alienassero i Signori Veneziani, propensi al Medici più
che a loro, siccome apparve per tutto il tempo della dimora che fece
Cosimo in Venezia. Questi, che in Firenze viveva alla pari con gli
altri cittadini, era onorato come principe durante l’esilio. A Modena
il Governatore del Marchese di Ferrara lo visitò e presentò, e gli
fece dare compagnia e guida: innanzi che uscisse dallo Stato, un altro
grande gentiluomo del Marchese gli fu inviato con molte offerte. Andò
in Venezia, appena giunto, a ringraziare la Signoria di quanto aveva
operato per la sua salute, da essa mostrando riconoscere la vita: fu
ricevuto con tanto onore e tanta carità che non si potrebbe dire, la
Signoria dolendosi degli affanni patiti da lui, e offerendo per ogni
suo contentamento la città e le entrate loro. Così egli stesso.[274]
A Padova fu alloggiato nella casa di messere Iacopo Donati, bella e
fornita lautamente; andavano a fargli offerte uomini della Signoria,
ai quali però con le usate cautele fu comandato che fuori nulla ne
spargessero. Dipoi, a richiesta di Cosimo, fu a lui permesso dimorare
liberamente in qualunque luogo dentro al territorio della Repubblica
di Venezia, la quale in Firenze per il suo ambasciatore avvalorò
la domanda.[275] Ed egli si stette poi sempre in Venezia, quivi
dimostrandosi non che amorevole alla patria sua, benigno inverso
coloro stessi che lo avevano sbandito; delle quali cose gli rendeva
testimonianza una lettera che a lui scrisse la Signoria di Firenze.
Altre poi ne sono a lui di grande commendazione, massimamente di
letterati, dei quali troviamo avere egli sempre cercato il favore:[276]
e tanta era poi la magnificenza di quell’esule, tante le ricchezze, che
egli in Venezia faceva a sue spese edificare da Michelozzo architetto
la Biblioteca dei Monaci Benedettini in San Giorgio, secondo appare
da una iscrizione che ivi fu posta ad onore suo.[277] Per tanti modi
era manifesto ch’egli tornerebbe in patria già come signore e principe
dello Stato.
I magistrati aveano ricominciato a farsi per tratte, e poichè le
vecchie borse non furon arse, ma rimanevano tramischiate con le nuove,
ogni volta si aspettava che uscirebbe una Signoria d’amici a Cosimo:
quella che doveva entrare in ufizio il primo di settembre 1434, tale
era che gli animi se ne sollevarono diversamente così del popolo come
della parte Rinaldesca; ma tutti vivevano sospesi, e temevano questi
di perdere; gli altri di non vincere. Gonfaloniere fu Niccolò di
Donato Cocchi, uomo nuovo, non ricco e fra tutti volonteroso di farsi
innanzi, secondato com’egli era dal maggior numero dei Priori, tra’
quali troviamo quel Luca di messer Bonaccorso Pitti ancora giovane,
ma del quale avremo a dire poi le grandezze. Disegno dell’Albizzi
era impedire con la violenza l’entrata in ufizio d’una tale Signoria
facendo col mezzo del Gonfaloniere che usciva, Donato Velluti, suonare
a Parlamento e annullare a voce di popolo la nuova tratta: ma nè
gli amici di Rinaldo osarono tanto, e il Cocchi appena entrato in
ufizio fece condannare per baratteria e chiudere in carcere l’antico
Gonfaloniere. I nuovi Signori scrivevano a Cosimo, apparecchiavano
ogni cosa in città e fuori a stringere insieme e ordinare le forze dei
molti bramosi di mutare il reggimento, mettevano armi segretamente
in Palagio; mentre più apertamente Rinaldo degli Albizzi e i suoi
armavano intorno a sè molti dei soldati licenziati ch’erano in Firenze,
e dal contado faceano scendere villani: era imminente l’aperta guerra.
Quando ad un tratto, a’ 26 settembre la Signoria fornì la Piazza e la
ringhiera di fanti, facendo richiedere a comparire in Palagio Rinaldo
degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadori: al che subito
questi uscirono armati, e seco aveano i Guasconi, i Rondinelli, i
Castellani, i Gianfigliazzi e alcuni de’ Bardi con altre famiglie,
e i Capitani di Parte e gli Otto di guardia. Rinaldo degli Albizzi
aveva più volte con grande istanza chiamato l’aiuto di Palla Strozzi:
questi era uomo di alto grado per la possanza della Casa[278] e per gli
ufizi esercitati, ma l’ingegno di lui teneva del mansueto e del dolce,
più atto ai gentili studi delle lettere che alle sollecitudini dei
moti civili. Si narra che un altro buono e caro cittadino, il vecchio
Agnolo Pandolfini, avesse da quella mossa inclinante a civil guerra
disconfortato lo Strozzi,[279] il quale co’ fanti che aveva raccolti
fu contento di guardare le proprie sue case. Troviamo però che tardi
venisse sopra un ronzino e coll’accompagnamento d’un solo famiglio[280]
alla piazza di Santo Apollinare, dove Rinaldo e i suoi avevano fatto
testa, deliberati quant’era in loro di assaltare il Palagio, qualora
le forze a ciò avessero sufficienti. Ma non che lo Strozzi, più
altri cittadini o mancarono al convegno, o si ritrassero o voltarono.
Giovanni Guicciardini non potè muoversi, ritenuto dal fratello Piero
il quale seguiva le parti di Cosimo, come faceva Luca degli Albizzi
fratello a Rinaldo; Neri Capponi e Nerone di Dionigi Neroni balenavano,
tenendosi guardinghi a vedere dove inchinassero le faccende.
Con tutto ciò aveva Rinaldo degli Albizzi intorno a sè ottocento fanti,
i quali tenevano dal Palagio del Potestà le strade che menano verso
la Piazza: da parte dei Signori molti venivano a Rinaldo offrendo
concordia, e che non avevano intenzione rimettere Cosimo. Ridolfo
Peruzzi andò in Palagio egli medesimo a trattare queste cose. Intanto
alcuni cittadini principali, tra’ quali sarebbono stati Neri Capponi
e Giannozzo Pitti,[281] si erano raccolti a Bellosguardo, quivi
aspettando, prima di dichiararsi, dove il fatto riuscisse. Era in
Firenze, come dicemmo, papa Eugenio IV, in nome del quale giugneva a
cavallo sulla piazza di Santo Apollinare il Legato Vitelleschi: trattò
con Rinaldo lì sulla piazza, poi nel Palagio co’ Signori, e quindi
tornato ottenne che Rinaldo a un’ora di notte si persuadesse andare
al Papa ed in lui rimettersi. Andò Rinaldo, ma seguitato dagli armati
suoi, i quali passando voleano bruciare le case ai Martelli, e a stento
furono impediti. Infine a cinque ore di notte Rinaldo cedendo al Papa
e al Legato, rinviava i suoi fanti alle case loro disarmati, rimanendo
egli lì presso Eugenio in Santa Maria Novella. Quali speranze questi
gli desse non so, ma più ignoro quello che potesse allora promettere:
dipoi si tenne egli ingannato, ma era d’animo poco fermo. Rinaldo,
o fosse in lui bontà d’animo a non volere la guerra civile, o troppa
fede in Eugenio, o troppa fiducia nelle parole dei più mortali nemici
suoi, o che veramente conoscesse non potere fidarsi nelle armi contro
alla forza dei magistrati, rimase due giorni senza che di lui più altro
sappiamo, nè a quali partiti cercasse appigliarsi, nè quali pratiche si
tenessero.[282]
A’ 29 di settembre suonò a Parlamento: stava del Palagio serrata la
porta, e dentro armati forestieri e cittadini; la Signoria aveva fatto
venire in Firenze la sua gente d’arme, e questi e molto popolo minuto
presero tutta la Piazza ed il Mercato Nuovo e Vecchio in modo che non
passava persona. Il Papa mandava ai magnifici Signori il Vitelleschi
con altri due Vescovi ed il Reggente della Camera suo proprio nipote,
i quali essendo saliti in ringhiera, poco stante scesero i Signori
con suoni di trombe e rumore grande. Insieme postisi a sedere, fecero
fermare le voci, e Ser Filippo Pieruzzi che aveva chiamato la Balìa
del 33, chiamò quest’altra; a cui risposero forse trecentocinquanta
cittadini, siccome troviamo notato in più luoghi, sebbene Cosimo ne’
suoi _Ricordi_ scriva che fu grandissima moltitudine. Questa Balìa
annullava ogni altra Balìa dal 1393 in poi; quindi si tornarono i
Signori in Palagio ed i Prelati al Papa: fu comandato alle genti
d’arme e ai cittadini tornarsi ciascuno a casa, e non seguì alcuno
scandalo nella terra. Il primo d’ottobre la Signoria inviava al Papa
il Gonfaloniere di giustizia e uno dei Priori a fine di rendergli
grazie; avevano seco quattrocento fanti bene armati, e capi di questi
Neri di Gino, e con tradimento del nome suo Luca degli Albizzi ch’era
ammogliato ad una Medici. Alle quattro ore di notte giunti a Santa
Maria Novella ebbero subito udienza, e i due Signori stati un’ora
in camera del Papa col Vitelleschi grande amico di Cosimo (secondo
scrive egli medesimo), rimasero d’accordo insieme della ritornata
di questo, e poi rientrarono nel Palagio. Il giorno seguente era la
Piazza occupata di nuovo da genti armate, e con esse uno dei Medici e
Bartolommeo degli Orlandini svisceratissimo di quella parte e adoprato
poi, siccome dovremo più tardi conoscere, a fatti peggiori. Furono
in Palagio chiamati gli uomini della Balìa ed i Collegi, i quali
insieme con la Signoria a un grido levarono il bando a Cosimo de’
Medici e agli altri con lui mandati in esilio, e all’Acciaioli e a’
due Pucci. Riabilitarono agli uffici della Repubblica le famiglie dei
Medici e degli Alberti, che prima n’erano stati privi. Fecero i dieci
Accoppiatori che regolassero le tratte a modo di chi reggeva.[283]
Un Bartolommeo de’ Cresci, giovane ardito ch’era dei Collegi, e aveva
cercato levando rumore che la Pratica non si vincesse, fu preso e la
notte morì ne’ tormenti, o (come fu sparso) con le sue mani s’uccise
in carcere. L’altro dì poi furono confinati Rinaldo degli Albizzi
ed Ormanno suo figliuolo per otto anni, Ridolfo Peruzzi e Niccolò
Barbadori da principio per soli tre anni; i figli e i discendenti
loro posti a sedere. Narrasi che Rinaldo chiamato dal Papa avesse
conforti da lui e proteste, non avere egli creduto il dì che fece gli
accordi dovessero questi infine condurre al suo esiglio; e che Rinaldo
amaramente dicesse non d’altri dolersi che di sè medesimo, il quale
credette potesse in patria conservarlo chi il proprio suo seggio aveva
perduto.[284] Con queste parole Rinaldo degli Albizzi lasciò per sempre
la patria sua.
Cosimo de’ Medici era a Venezia quando per lettere e messi da Firenze
gli giunse notizia della nuova Signoria ch’entrava in ufficio,
sollecitandolo molti parenti ed amici s’accostasse intanto ai confini,
avendo speranza di tosto poterlo rimettere dentro. Ma Cosimo volle
prima bene assicurarsi dell’animo dei Signori, col dire che nulla egli
e Lorenzo farebbero contro al volere della Signoria. Dalla quale avuto
espresso avviso che si muovessero, a’ 30 settembre lasciata Venezia
giunsero al ponte di Lagoscuro. Poi narra Cosimo come per corriere il
primo d’ottobre avesse lettere che lo avvisavano dell’essere stati
rimessi in Firenze, e lo esortavano a venir presto. Onde recatisi
a visitare il Marchese di Ferrara che del fatto mostrò allegrezza,
continuando la via giunsero a Modena, alloggiati quivi nelle case
del Marchese con grande onore; dappertutto trovarono fanti ch’erano
ordinati perchè andassero con loro, e a questo fine Uguccione dei
Contrari da Ferrara aveva a soldo duecento cavalli. I quali però
da essi furono licenziati, perchè non era di bisogno: e a’ cinque
rientrarono sul terreno del Comune di Firenze, un anno appunto
dacch’essi n’erano prima usciti.[285] Passarono fuori delle mura di
Pistoia, e tutto il popolo si fece alla porta per vederli così armati e
con tale accompagnamento, essendo incontrati anche sulla via da molti
cittadini; cosicchè erano grande numero. A questo modo Cosimo stesso
racconta il fatto di questo suo viaggio per l’Italia, che venne dipoi
magnificato oltre al vero, e descritto come trionfale di plausi di
popoli e di solenni festeggiamenti. Nei giorni più splendidi di Casa
Medici e delle arti, tra le allegorie dei fatti di quella famiglia
dipinte per mano di artisti eccellenti nel bellissimo salone del Poggio
a Caiano, si vede il ritorno di Cosimo figurato per quello di Cicerone
quando fu in patria ricondotto (secondo egli scrive) sugli omeri di
tutta Italia. A’ sei giugnevano a desinare a Careggi, dove fu gran
gente; ma i Signori mandarono a dire non entrassero prima di sera;
e perchè tutta la via Larga era piena fino a casa loro d’uomini e di
donne, egli e Lorenzo con un famiglio ed un mazziere volgendo lungo
le mura vennero dietro la chiesa de’ Servi, poi da San Piero girando
presso alle vuote case di Rinaldo degli Albizzi, entrarono nel Palazzo
dei Signori; i quali vollero, per non fare maggiore tumulto, che
rimanessero quivi ad albergo fino alla mattina. Da questo giorno per
trecento anni tutta l’istoria di Firenze si annesta a quella di Casa
Medici.
CAPITOLO IX.
GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN.
1378-1434.]
Gli studi classici erano grandemente venuti a scadere nei popoli
latini prima che fossero cancellati dall’urto dei barbari e avessero
incontro la scuola cristiana. Breve regno ebbe la lingua latina quanto
alla eccellenza dello stile; e al cominciare del terzo secolo i primi
autori cristiani già non avevano tra i pagani chi li pareggiasse.
L’amore del bello cadeva bentosto di cuore ai Romani, la poesia
dopo all’età d’Augusto fu arte oratoria più che poesia vera. Dipoi
vennero i grammatici, non d’altro studiosi che di salvare la lingua;
gli studi ogni giorno più assottigliavano, e gli antichi libri poco
erano letti; Virgilio rimase in cima sempre allora e poi, ma come
fonte della grammatica; indi nelle età più barbare fu anche profeta.
Quei popoli nuovi e incolti cercavano in ogni cosa il maraviglioso;
l’ingegno esercitavano volonterosi nelle dottrine più astruse,
amavano nell’istoria la leggenda: quindi molti seppero l’istoria delle
dottrine, pochi o nessuno quella dei fatti, imperocchè il sapere dei
più si formava di quel che avevano imparato a scuola. Duravano queste
cose fino anche dopo all’età dell’Alighieri, nel quale può dirsi che
fosse divinazione avere sentita e in sè compresa la squisitezza della
poesia di Virgilio, cui fu seguace senza mai farsi imitatore. Ma da
quello in fuori, parte piccolissima dei libri classici era conosciuta,
e spesse volte non dei sommi, dove le finezze stanno più riposte:
Orazio leggevano poco, rimase Ovidio come esemplare di versificazione,
Lucano in grazia dell’argomento; amavano in Seneca le brevi sentenze e
alcune cose da lui attinte (come noi crediamo) negli scritti o nella
conversazione dei cristiani, di Tullio conoscevano gli Uffici e le
Tusculane e piccol numero di Orazioni e quasi null’altro: l’Istoria
romana attingevano da Paolo Orosio, poco bastando i brevi tratti che ne
dà Sallustio, Tacito ignoravano, a Tito Livio poco si arrischiavano.
Tostochè Dante ebbe inaugurato la scienza laica e che una vita
letteraria cominciò ad essere fuori della scuola, cercare i codici
dove si nascondevano i grandi scrittori latini e farsene studio, fu
agli Italiani come andare alla recuperazione d’un antico patrimonio
vantato sempre, ma non goduto e gran parte ignoto. A questo si accinse,
e a lui ne spetta la prima lode, Francesco Petrarca; fu a lui passione
com’era ogni cosa, e di questa sola dice non avrebbe voluto guarire.
Scriveva oltremonti, scriveva oltremare per avere codici antichi, dei
quali si fece copiosa biblioteca, legata da lui alla città di Venezia e
principio a quella di San Marco; nei viaggi frequenti, ogni monistero
che incontrasse, vi accorrea cercando se un qualche tesoro di antichi
libri non vi fosse sotterrato. Rinvenne di Tullio le Lettere familiari
e tutte le Orazioni; ebbe in Firenze da Lapo da Castiglionchio le
Istituzioni di Quintiliano, ma guaste e scorrette. Le opere trovate
copiava spesso di mano sua, lagnandosi della scarsità dei copisti, del
caro prezzo e della temeraria infedeltà delle copie. Promosse lo studio
anche della lingua greca, della quale ebbe i rudimenti da un Barlaam
calabrese vissuto in Grecia monaco Basiliano. Aveva il Petrarca da
Costantinopoli avuto in dono un manoscritto dei poemi d’Omero in greco,
ma non seppe mai decifrarlo nè mai si diede molto allo studio di quella
lingua, egli uomo latino di genio e allora in età provetta. Chiedeva
pertanto al Boccaccio amico suo gli procurasse di quei poemi una
versione latina, la quale ottenne ma non compita: n’era stato autore, a
quello che sembra, un altro calabrese Leonzio Pilato, dottissimo nelle
greche lettere, e quanto gli concedevano i rozzi e strani costumi,
familiare al Petrarca ed al Boccaccio. Si deve a quest’ultimo che fosse
Leonzio chiamato l’anno 1360 ad insegnare nello Studio fiorentino
le lettere greche, cominciando dalla spiegazione dei poemi Omerici;
prima cattedra di greca lingua che si conosca nell’occidente d’Europa.
Nessun altri fece quanto il Petrarca ed il Boccaccio pel risorgimento
dei classici studi, i quali bentosto ebbero in Firenze un assai rapido
incremento.
Al quale prestava opera lunga e autorità grande Coluccio Salutati, che
fu trent’anni Cancelliere della Repubblica Fiorentina [m. 1406]. Questa
soleva a tale ufizio chiamare uomini letterati che già si avessero
acquistata fama; Coluccio, insigne per dottrina, fu anche onorato
per l’animo virtuoso. Per sè negli studi fu tutto latino, ma Leonardo
d’Arezzo scrive doversi a lui quel che si sapeva di greco in Firenze.
Il nostro Coluccio fu anche poeta, essendo questo come un necessario
finimento dei classici studi, poichè il latino cercavasi allora
massimamente nei poeti; e come poeta fu egli portato alla sepoltura
con la corona d’alloro in capo, avendone prima la Repubblica ottenuto
privilegio, in quella età necessario, dal Papa o dall’Imperatore o
forse da entrambi. Ma la sua gloria principale stette nelle molte
lettere latine scritte in nome della Repubblica, o in proprio suo nome
a principi o a letterati per l’Italia, questi accattando l’amicizia
del celebre uomo con molto incenso di lodi magnifiche: a noi quelle
lettere, che pure mostrano padronanza della lingua e copia di stile,
appariscono lontane assai da vera eloquenza. Ma tali non parvero al
grande nemico dei Fiorentini Gian Galeazzo Visconti, il quale soleva
dire (se scrivono il vero), temere egli una lettera del Salutati più
che molte spade: bisogna dire che certe nuove bellezze dello scrivere
destassero affetti, che in noi oggi non valgono a destare. Il che
avviene, credo, sempre nelle arti, dove un certo modo di sentire si
forma vario nei diversi tempi; e chi risponda più a quel modo, col
destare ammirazione produce negli animi un commovimento più simpatico:
nelle arti imitative ogni somiglianza al vero che prima non fosse
veduta dagli uomini, potè suscitare ad occhi inesperti anche una sorta
d’illusione, sebbene l’immagine ai nostri apparisca rozza ed informe.