Al termine della guerra contro Lucca, crescendo le accuse e le ire tra

le parti, entrambe cercavano propizia al muoversi occasione. Sappiamo

le pratiche di quella dell’Albizzi, che prima essendo all’aggredire,

donava a Cosimo anche l’innocenza e con la finale vittoria il silenzio

delle arti usate a prepararla. Si legge che mentre viveva tuttora

Niccolò da Uzzano, andato un giorno a lui Niccolò Barbadori gli

facesse istanza perchè assentisse a tôrre di mezzo per via del bando

Cosimo de’ Medici. Al che il vecchio avrebbe risposto motteggiando:

«sarebbe a te meglio essere chiamato Barba d’argento, perchè venendo

i tuoi consigli da uomo canuto, non porterebbero la ruina ch’io

veggo appressarsi a te ed a noi ed alla Repubblica. Ma tu perchè non

conosci te medesimo, è ragionevole che tu nemmeno conosca gli altri;

il conoscimento di sè stesso bene io so che viene da Dio.» Aggiunse

di Cosimo: «quest’uomo è troppo utile al popolo, e massimamente agli

spendii delle guerre; non veggo oggi colpa o cagione per la quale stia

il popolo quieto al suo disfacimento. Cacciato, andranne egli buono,

e tornerà diverso, passando ogni giusto modo di vivere politico; andrà

oggi libero, e tornerà obbligato a coloro che lo avranno richiamato, i

quali sarà costretto fomentarsi e contentare d’ogni loro voglia. Datti

ad intendere, Niccolò, che io ho più volte meco medesimo disputato e

per ultimo conchiuso, che meglio è tacere che cominciare sì mortale

pericolo nella Repubblica. La parte dei Medici è unita e concorde, e ha

il popolo seco; la nostra, divisa, e più per natura che per accidente.

Imperocchè sempre tra’ patrizi spicciolati e le famiglie grosse furono

aguati sotto apparenze di falsa amistà: Maso degli Albizzi, per indurci

nell’odio del popolo, fece nel 1414 la pace col re Ladislao;[240] e

noi spicciolati popolani cercavamo il simile contro a quelle schiatte

fin dalla congiura contro a Maso nel 1400.» Di questa l’Uzzano avrebbe

confessato di essere stato partecipe. Venendo a dire poi di Rinaldo,

continuava: «costui non ha più a grado l’amico che il nemico, e ogni

uomo ha per cencio; costui non vuole concorrere con verun cittadino,

anzi cerca e desidera che ogni cittadino concorra con lui; costui

vuole che le sue volontà sieno ricevute dal popolo per leggi, e le

altrui cerca si scrivano in cenere, e pongansi dove con maggiore

forza soffiano i venti. Il padre fu tutto costante e amichevole a

chi la sua amicizia desiderava, costui è voltante e senza fermezza;

vedestilo essere con noi de’ principali in Santo Stefano, poi farsi

capo con Averardo alle rovine di Lucca, e per essere dei Dieci al tutto

gittarsi nelle braccia dei Medici. — Cosimo, dove non fosse lo stimolo

e la perversità d’Averardo, piuttosto desidererebbe essere accetto

da noi, che amato da loro. Noi, stando a vedere, avremo le due parti

del gioco; e soprattutto non abbiamo meno avvertenza alle opere de’

nostri parziali che alle opere di coloro i quali ci tengono avversi:

avvisandoti, che dei due qualunque ottenga l’impresa, noi per la

scarsità degli uomini, da ciascuno saremo adoperati nel governo della

Repubblica; e chi fia principio di scandalo, sarà del suo e dell’altrui

disfacimento cagione.[241]» — Queste parole furono scritte dal

Cavalcanti, ma verosimilmente non dette nè forse pensate dall’Uzzano:

il Machiavelli, trascrivendole sbadatamente, le ha rese immortali.

Occorse a noi di rilevare altra volta come i patrizi spicciolati che

s’innalzavano per gli uffici, avessero contro sè quelle famiglie che

forti di seguito, di parentele e di aderenze, facevano parte da sè

medesime, e cercavano tutta in sè chiudere la Repubblica. Di queste

era prima la Casa degli Albizzi; nella quale Piero s’innalzò e cadde,

fattosi capo della parte sua; ma seppe Maso rimanere infino alla morte

moderatore della Repubblica, della quale intese il Governo meglio che

niun altro insino allora avesse fatto, e conservando a sè l’amicizia

degli ottimati e dei patrizi, si acquistò quella del popolazzo.[242]

Rinaldo, più splendido e ornato d’ingegno, e d’animo forse più franco

e diritto, non ebbe prudenza che fosse guardiana delle ricche doti le

quali facevano lui primeggiare nella città; netto di presenti, frugale

nel vivere, ebbe taccia d’avarissimo; superbo di quella coscenza

medesima che egli aveva della virtù sua e disdegnoso di abbassarsi

alle arti comuni; ma iroso e mutabile e nei suoi fatti subitaneo, mal

seppe tenere il governo della sua parte e di sè stesso:[243] rimasto

principe nello Stato dopo la cacciata di Cosimo, nulla fece a mantenere

nè a sè la potenza nè alla Repubblica quegli ordini dei quali era egli

fra tutti sincero e forte e rigido amatore. Narrano si fosse mostrato

severo al padre suo stesso;[244] e un’altra volta noi troviamo che

avendo voluto Lorenzo Ridolfi in assai grave congiuntura ristringere

in pochi il numero dei richiesti, Rinaldo invece consigliò che

s’allargasse, facendo in ringhiera con parole generose il suo consiglio

prevalere.[245]

Vedemmo noi come a fare la mala impresa di Lucca Rinaldo e Cosimo

s’accostassero: nei primi mesi della quale troviamo Rinaldo ai

Cosimeschi familiarissimo,[246] avverso fra tutti a Neri Capponi, che

gli era dai Dieci messo come a sopraccapo. Temeva di lui per l’amicizia

col Fortebraccio e per il seguito che avea Neri tra gli uomini

armigeri della Montagna di Pistoia.[247] I Medici anch’essi temevano

il Capponi più che altr’uomo in Firenze;[248] e questi col porsi come

fuori delle parti e stare da sè, pigliò sin d’allora certo suo proprio

atteggiamento, che ebbe in quei principii qual cosa d’oscuro, ma che

a lui diede poi di tenere per la sua propria autorità e pel favore

dei cittadini grado e potenza e onorato nome sinch’egli visse, nel

nuovo Stato. Già fino d’allora valevano i pochi più della Repubblica;

incontro alle quali soperchianze divenivano le stesse leggi strumenti

alle parti che abusando le torcevano a loro utile o guastavano. Aveano

creato l’anno 1429 il nuovo ufficio dei Conservatori delle leggi,

preposti a frenare le baratterìe de’ magistrati, e ai quali dovessero

i cittadini ricorrere che si tenessero aggravati.[249] Nell’anno

seguente usciva altra legge, la quale ebbe nome degli _Scandalosi_;

gastigava quelli i quali tirassero ai loro disegni gli uffici pubblici,

o s’intromettessero in cose di Stato senza commissione e senza averne

autorità. Per questa legge fu l’anno 1432 tenuto a confine due mesi

in Roma Neri Capponi che, ivi essendo, aveva trattato (a quello che

sembra) di proprio suo capo una lega con Eugenio contro a’ Senesi e

all’Imperatore.[250] Rinaldo degli Albizzi anch’egli apparisce avere

temuto quando si fece quella legge che fosse contro a lui, ma scrive

in fine al figlio suo: «lasciala correre.[251]» Molto è poi da notare

come nell’anno 1432 Rinaldo fosse in Roma Senatore, ufficio che allora

equivaleva a Potestà; onde egli potè avere a Firenze denunziato quei

maneggi pei quali a Neri fu dato il confine.[252]

Nei tre anni che durava la guerra di Lucca, i nomi dei Dieci sei

volte rifatti non ci lasciano congetturare nè prevalenza dell’una

sopra l’altra parte, nè ondeggiamenti tra le due, ma si rinvengono

mescolati.[253] Lorenzo dei Medici andava solo ambasciatore a Milano

su’ primi dell’anno 1430; due anni dopo, lo stesso Cosimo ambasciatore

a Venezia. Questi certamente aveva co’ suoi grande ingerenza nella

condotta della guerra e nelle pratiche al di fuori: ma se alla parte

contraria a loro in tutto credere si volesse, avrebbono i Medici

fatto ogni cosa perchè andasse a male l’impresa, via via facendo

richiamare i Commissari che bene operavano, e inoltre tenendo a sè

obbligati co’ prestiti e con le comuni ruberie i capitani Micheletto

da Cotignola e massimamente Niccolò da Tolentino; il quale era tutto

di Cosimo, tanto che gli avrebbe questi fatto da prima lasciare i

servigi della Repubblica per andare a quelli del Duca, e poi di nuovo

fattolo a sua posta tornare in Firenze.[254] Intanto Lorenzo, venuto

in grande intrinsechezza col Duca, lo avrebbe persuaso a mandare

genti in Toscana perchè la guerra andasse più in lungo. Tuttociò i

Medici avriano fatto perchè i cittadini più trovandosi aggravati, se

gli potessero maggiormente legare co’ prestiti e farli mettere allo

_specchio_ del libro dei debitori, dal quale essi poi gli ritraevano:

oltrechè piaceva a quei tanto danarosi cambiatori prestare al Comune,

che era buono impiego; così obbligandosi anche la Repubblica. Ma noi

non crediamo la parte dei Medici potesse poi tanto nè volesse tanto

male; nè dare possiamo gran fede alla deposizione di quel Tinucci che,

dimestichissimo all’Uzzano (com’egli dichiara) innanzi al 1426, brigava

dipoi oscuramente co’ Medici per intromessa di Ser Martino, e avvolge

in parole confuse ed incerte le accuse più gravi. Dinanzi a lui stava

il terrore della fune, o era tirato da larghe promesse, quando egli

porgesse materia a procedere contro a colui che nell’istorie troviamo

chiamato il non colpevole uomo, perchè fino allora non reo che bastasse

a giusta condanna.

Abbiamo tre lettere di Cosimo istesso:[255] la prima annunzia grande

fiducia nella guerra, ma insieme accenna alle male arti per cui taluni

s’ingegnavano guastarla.[256] Nelle altre due scritte di Lombardia,

dove era andato per fuggire la peste tornata quell’anno 1430 in

Firenze, già vede le cose voltare al peggio; e non vorrebbe essere dei

Dieci nè andare ambasciatore a Vinegia, come uomo cui giovi tenersi

in disparte, e il carico dell’avere fatta muovere quell’impresa

nascondere sotto le colpe o gli errori di chi poi l’ebbe condotta

a male.[257] Così egli andavasi destreggiando mentrechè durava la

guerra e dopo: i suoi lasciava con mettersi innanzi, attendendo

quanto a sè ad acquistarsi vie più la grazia delle moltitudini e lode

fra tutti di animo temperato: studiavasi molto anche d’accrescersi

le ricchezze,[258] dal che a lui veniva favore grandissimo pei

larghi imprestiti all’erario pubblico, ed ai privati che a sè legava

chiamandoli a parte dei vasti traffici o rendendoli, col fargli liberi

dallo _Specchio_, capaci d’entrare negli uffici dello Stato: già i

poveri tutti insieme invocavano a sè il patrocinio di lui, possente a

dare ad essi valida mano.

Egli che s’era mostrato sempre vôlto alle cose grandi e _di non essere

contento al poco_, giovane ancora, per fuggire l’invidia era andato al

Concilio di Costanza, «dov’era tutto il mondo,» e poi due anni viaggiò

gran parte della Magna e della Francia; donde ritornato, si diede a

usare con uomini di bassa condizione, ritraendosi dal Palagio: il che

diceano facesse per addormentarli, e n’ebbero maggiore sospetto.[259]

Avea però anche certe grosse famiglie di grandi a sè congiunte di

parentela, tenendo egli in moglie la Contessina dei Bardi signori di

Vernio, e Lorenzo suo fratello una dei Cavalcanti, la cui madre era di

casa dei marchesi Malespini, e per le sirocchie di lei tirava a Cosimo

due possenti casate di popolo, i Giugni e una parte degli Strozzi:

seco erano pure il maggior numero dei Buondelmonti, a lui guardando

generalmente il ceto dei grandi come a nuova cosa capace di abbattere

gli antichi ordini della Parte guelfa, e contentandosi, per avere un

grado nella città, di riconoscere un padrone. Ma come parte nella

Repubblica, quella dei Medici nemmeno aveva in quei principii nome

da lui, e si chiamò dei Puccini[260] da Puccio del quale più sopra

dicemmo, e che era fra tutti gli amici di Cosimo il più scaltrito ed

intramettente; lui dicono autore de’ più sagaci consigli, e sopra di sè

pigliava il carico de’ più odiosi. Cercavasi Cosimo i frutti piuttosto

che le apparenze della signoria; il ch’ebbe gli effetti di un’arte

finissima, ma era in lui cosa connaturale, innanzi tutto essendo egli

sempre fiorentino e popolano, che il bel vivere di Firenze non avrebbe

voluto scambiare con gli aspri costumi dei Signori di Lombardia; nè

questo era popolo che ciò sofferisse. Affermano tutti, egli essere

stato umano e benigno nel continuo della vita; ma quante volte gli

paresse tornare a lui conto essere malvagio, non ebbe nè affetti che lo

ritraessero, nè forti passioni che lui spingessero oltre al segno: nè

raro è tra gli uomini le stesse migliori qualità loro porre al servigio

delle meno buone. In lui ogni cosa mirava a fondare la grandezza della

Casa sua, ma seco avea complice gran parte del popolo; nè invero può

dirsi che Firenze discendesse in bassa fortuna, o che poi cadesse da

ogni splendore, sotto a quell’ombra di Casa Medici.[261]

La pace con Lucca e col Visconti non rinnalzava il pubblico credito,

caduto a terra negli ultimi anni.[262] Frattanto l’urtarsi delle

due parti contrarie tenea guasta la città. Già erano tanto gli

antichi ordini trasandati, che dall’un anno si prevedevano le tratte

dell’altro; ed un Benedetto cieco predicava quali sarebbero per più

anni i Gonfalonieri di giustizia. Chiunque sapeva essere nelle borse

impolizzato, sapeva altresì di quali calendi avrebbe potenza di

vendicare le sue ire e dare effetto ai suoi disegni. Ad ogni tratta

degli ufizi principali, per la città si teneva conto quanti ve n’era

dell’una parte e quanti dell’altra; e non era mai tratta di Signori

che tutta la città non istesse sollevata, chi con sospetto e chi con

isperanza che le cose andassero a suo modo: le forze pareano essere

uguali tra le due parti.

Il primo settembre di quell’anno 1433 pigliò il gonfalone Bernardo

Guadagni, al quale si disse Rinaldo degli Albizzi avere innanzi pulito

lo specchio, perchè la tratta non gli fallisse, e patteggiato con lui

quello che fu la ruina della città e di loro stessi. Nè al fatto posero

tempo in mezzo. Era Cosimo in Mugello (secondo egli narra in certi

Ricordi lasciati da lui),[263] dove era stato più mesi per levarsi

dalle contese che dividevano la città; e già mormorandosi di cose

nuove, fu scritto a lui tornasse, ed egli tornò a’ dì quattro. Andò

il giorno stesso a visitare i Signori, tra’ quali ve n’era amici a lui

ed obbligati; e detto loro quello che si diceva, tutti prestamente lo

negarono, e che _voleano lasciare la terra_ come _l’avevano trovata_.

A’ cinque ordinarono una pratica di otto cittadini, due per quartiere,

tra’ quali erano Cosimo istesso, Rinaldo degli Albizzi e altri de’

maggiori; dicendo voleano col consiglio di questi fare ogni loro

deliberazione. A’ dì 7 la mattina, e sotto colore della detta pratica,

mandarono per Cosimo; ed egli, sebbene da taluno fosse sconfortato,

andò in Palagio:[264] quivi trovò la maggior parte dei compagni, e

mentre stavano a ragionare, dopo buono spazio gli fu comandato per

parte dei Signori andasse su di sopra, e dal Capitano dei fanti fu

chiuso dentro la torre in una cameretta, la quale scrive egli che era

chiamata la Barberìa, e tutti gli altri l’Alberghettino. Lorenzo dei

Medici era anch’egli di Mugello venuto in Firenze, sentendo il caso;

e chiamato dai Signori, andò in Palagio; poi subito si partì e tornò

al Trebbio: quivi dall’Alpe di Romagna e d’altri luoghi si radunarono

intorno a lui grande quantità di fanti. Niccolò da Tolentino capitano

di guerra il dì stesso era venuto da Pisa in arme fino alla Lastra,

volendo fare che fosse Cosimo rilasciato; ma perchè temevano gli

amici di questo dare occasione a torlo di mezzo, Niccolò fu persuaso

tornarsene a Pisa; e Lorenzo, licenziati i fanti, se ne andò a Venezia

co’ figli di Cosimo.

Alla presura di tale uomo romoreggiando la città e massime i borghi

dove i più poveri abitavano, Rinaldo degli Albizzi era con molta

fanteria corso alla Piazza; seco i Peruzzi ed i Gianfigliazzi e tutti

quelli della parte loro. Suonò la campana, e a’ 9 settembre si fece

Parlamento; i Signori scesero in ringhiera, e Ser Filippo Pieruzzi

delle Riformagioni parlò ad alta voce e disse: «o popolo di Firenze,

tenete voi che in questa Piazza sieno le due (terze) parti del vostro

popolo? Fu risposto: sì di certo, noi siamo le due parti e più.

Continuò: siete voi contenti che si faccia uomini di Balìa a riformare

la vostra città? Gridarono sì; e al modo stesso, d’ogni altra cosa che

il Notaio dimandasse. Questi allora sopra un libello che aveva in mano

lesse i nomi di duecento cittadini dei quali doveva la Balìa comporsi,

ed i Signori comandato si radunasse per il dì vegnente, risalirono in

Palagio.» La Balìa aveva autorità quanta l’intero popolo di Firenze;

ma questo limite le fu posto, che le Borse rimanessero, aggiugnendovi

de’ nuovi nomi senza cavarne gli antichi, e che il Catasto non si

annullasse: ordinava farsi a mano dai Signori gli Otto di guardia, a

questi ed al Capitano del popolo concedendo autorità d’inquisire in

cose di Stato quanta nei passati tempi avessero mai goduta maggiore:

le quali perchè parvero essere esorbitanti cose, molto riuscirono dure

a vincere. Dipoi rifecero le borse dei Magistrati e dei Consigli e dei

Consoli delle Arti; crearono dieci Accoppiatori i quali traessero a

mano il Gonfaloniere di giustizia, e mettessero a loro arbitrio nel

borsellino i Priori. Rafforzarono le provvisioni circa la vendita

dei beni dei debitori del Comune. Levarono via i Consoli del mare,

e fecero che duecento fanti si assoldassero da stare a guardia della

Piazza. In quanto a Cosimo, già innanzi che fosse radunata la Balìa

aveano i Priori pronunziato contro lui ed Averardo la prima condanna.

Abbiamo noi questo singolare documento, dove esposte da prima le colpe

di quelli della Casa Medici a cominciare dal 1378, e quindi accusati

di gravi macchinazioni Cosimo ed Averardo negli anni passati, e

ultimamente apposta loro la guerra di Lucca, la quale fu quasi ruina

non solo della Repubblica ma di tutta Italia; appella quei due _nemici

truculenti e crudelissimi, promotori di stragi d’incendii e d’ogni

devastazione, e quale che fosse la diabolica natura loro, tollerati per

singolare benignità del popolo fiorentino_: questi, perchè la clemenza

di questo popolo medesimo rifugge dal sangue, hanno confine di un anno

solo, Cosimo a Padova ed Averardo a Genova; ch’è sentenza invero assai

mite dopo tanto sfoggio d’accuse contro essi e di feroci parole.[265]

Con altra sentenza degli undici, la Balìa prolungava fino a cinque anni

il confine di Cosimo e di Averardo, confinava a vari tempi in diversi

luoghi Lorenzo ed altri della Casa Medici.

Cosimo intanto dall’alto della torre dov’era rinchiuso udendo più

volte suonare a Balìa e la Piazza piena d’armi, viveva in sospetto

grandissimo della vita, e non aveva più giorni voluto mangiare

altro che un poco di pane temendo veleno. In Palagio non mancava chi

cercasse levarsi d’impaccio, facendo morire Cosimo per qualche segreto

modo: a questo effetto due de’ Priori e due degli Otto si trova che

avessero sollecitato Federigo dei Malavolti da Siena Capitano dei

fanti in Palagio, al quale era stato il prigioniero dato in guardia.

Ma quegli, com’era di nobile animo, respingeva l’indegna richiesta;

e andato a Cosimo e lagnandosi del poco onore che temendo gli faceva,

quasi egli che avealo in guardia volesse tenere le mani a una simile

scelleratezza, con calde parole tutto lo riconfortò, ed aggiunse:

«perchè tu del cibo ti tenga sicuro, mangeremo insieme le cose

medesime.» Cosimo con le lacrime agli occhi abbracciò e baciò Federigo,

e lieto offerse d’avernegli gratitudine se dalla fortuna gliene fosse

data occasione. Un altro giorno Federigo, per dargli piacere, condusse

a cena seco un familiare del Gonfaloniere, uomo faceto e sollazzevole

che per soprannome era chiamato il Farganaccio; e quando furono alle

frutta, Cosimo col piede toccò Federigo e col viso accennò che si

partisse: levatosi il quale, come se andasse per alcune cose della

mensa e rimasti soli, Cosimo diede un contrassegno al Farganaccio,

col quale andasse allo Spedalingo di Santa Maria Nuova per millecento

ducati, e pigliandone cento per sè, mille ne recasse al Gonfaloniere,

il quale dipoi fu tutto per Cosimo.[266] Questi medesimo ne’ Ricordi

suoi racconta con poco divario dei fiorini dati al Gonfaloniere e

d’altri ottocento a uno de’ Priori; aggiugne dipoi da vero mercante:

«ebbero poco animo, chè se avessero voluto denari, n’avrebbero avuti

diecimila o più, per uscire di pericolo.[267]»

Il prolungarsi che faceva senza buon consiglio l’inutile prigionia

dimostra già essere disegno fallito quello dell’Albizzi e dei suoi:

gli amici molti che aveva Cosimo in Palagio e fuori si agitavano

sordamente, nei vincitori e nella parte loro non era fiducia. Cosimo

giudica lo tenessero un mese in carcere per due cagioni. La prima, per

vincere i voti della Balìa colla minaccia di farlo morire; e l’altra,

perchè si credevano che non potendo egli valersi del suo, venisse a

fallire; il che non riusciva ad essi, che anzi la Casa dei Medici non

perdè credito e da molti mercanti e signori fu loro offerta grande

somma di danaro. E nei Ricordi pure si trova: la Signoria di Venezia

avere mandato tre ambasciatori a Firenze (e pone anco i nomi), i quali

ottennero non fosse offeso nella persona, e concordarono la liberazione

sua offrendo tenerlo a Venezia con la promessa che nulla farebbe contro

alla Signoria di Firenze. Il Marchese di Ferrara per simile modo facea

comandare al Capitano di guardia, ch’era messer Lodovico del Ronco

da Modena e suddito suo, salvasse Cosimo se poteva, fuggendo con seco

qualora occorresse, senza nulla dubitare.

Infine usciva al 29 settembre la terza sentenza alquanto aggravata

dalle prime due, ma lieta a Cosimo perchè ne seguiva la pronta sua

liberazione. Fecero dei grandi tutta la schiatta dei Medici, tranne

i discendenti di Vieri, privandoli anche degli uffici pertinenti

all’ordine dei magnati, ma senza costringerli a mutare casa, quartiere

o pieve, nè a dare malleveria. Rilegarono per dieci anni Cosimo a

Padova, ed Averardo dei Medici a Napoli, Lorenzo a Vinegia per cinque

anni, ed altri di quella Casa in vari luoghi a tempi più brevi.

Lasciarono a tutti la proprietà dei loro crediti e capitali: quelli

sul Monte vollero che fossero sempre intestati nei nomi loro, ma senza

però che gli potessero alienare.[268] A’ 3 d’ottobre lo cavarono di

carcere, e fattolo venire innanzi alla Signoria, gli denunziarono il

confine; ed egli accettava con allegro animo, offerendo in qualunque

luogo fosse alla città, al popolo e alle loro Signorie sè stesso

e tutte le sostanze sue. La notte, perchè si sentiva Ormanno degli

Albizzi con molti armati essere in Piazza per manometterlo, volle lo

stesso Gonfaloniere sotto buona guardia condurselo a casa; dove fattolo

cenare, dipoi con la scorta di due degli Otto per la montagna di

Pistoia accompagnato da quelli alpigiani e presentato di biada e cera

(come solevano agli Ambasciatori), Cosimo usciva dal territorio del

Comune. Poco dipoi furono confinati Puccio e Giovanni Pucci, ch’erano

suoi principali amici, Bernardo Guadagni, che usciva di Gonfaloniere,

andò Capitano a Pisa; e gli altri della Signoria che seco avevano

prestato mano a quei fatti ebbero premio d’uffici lucrosi.[269]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 16 / 51 段