Neri Capponi ebbe accusa d’avere spinto a quella mossa il Fortebraccio;

il che si credeva per molti in Firenze.[218] Neri stesso viene innanzi

a quella accusa nei Commentari che di sè lasciava, là dove allega le

parole dette contro alla guerra in Consiglio sul fondamento che era poi

sempre bene mostrare clemenza ed allargare le braccia.[219] Ma quelle

non erano parole da fare poi troppo gran breccia, e furono dette, per

testimonianza dello stesso Neri, innanzi che avesse Niccolò violato

i confini de’ Lucchesi. Troviamo anche scritto: quattro cittadini

avere preso per sè medesimi quella guerra: il primo di tutti Neri di

Gino, quindi Rinaldo degli Albizzi, poi quell’Averardo dei Medici

il quale, più ardente di Cosimo, sembra avere tolte a sè le parti

di più apparenza; e con loro Ser Martino di Luca Martini, quello che

noi vedemmo per fatto dei Medici tenuto in ufizio di Cancelliere, e

cassato quindi con grande angoscia di Giovanni. Apparisce egli siccome

strumento delle _ritorte_ più segrete di parte medicea; ma noi lo

troviamo nel tempo medesimo essere in grande intrinsechezza con Rinaldo

degli Albizzi, il quale tutto in lui fidava. Tutto ciò è indizio di

molti arcani avvolgimenti: e fatto è che tra i Dieci della guerra,

i quali ogni sei mesi mutavano, si trovano uomini dei principali di

tutte quelle parti dalle quali usciva poi trasformata sostanzialmente

la Repubblica di Firenze.[220] La guerra infine era promossa da tutti

variamente gli ambiziosi, poi l’uno sull’altro versando la colpa della

mala riuscita: ma in campo andavano di coloro che aveano lo Stato, come

più pratichi nelle guerre; e gli altri, temendo la loro grandezza, in

ogni cosa gli attraversavano.

Dapprincipio andarono Commissari a governare l’impresa Rinaldo

degli Albizzi e Astorre Gianni; dei quali Rinaldo si fermava sotto

Lucca, mentre che Astorre poneva un altro campo nelle marine sotto

Pietrasanta, cercando chiudere quelle vie d’onde venissero ai Lucchesi

le vettovaglie nella città ed i soccorsi di Lombardia. Attese Rinaldo

a pigliare le castella per indi accostarsi a stringere Lucca, e aveva

già fatto l’espugnazione di Collodi, quando ecco subito cominciare

dissensi tra’ capi, e quello scambiarsi d’accuse e sospetti donde ebbe

sì mala riuscita quella guerra. Accusavano Rinaldo ch’egli cercasse

i suoi privati più che i pubblici vantaggi, e che si facesse mercante

di prede per la comodità d’inviarle alla sua villa di Monte Falcone,

come aveano detto del padre suo Maso nella guerra contro Pisa. A quello

sparlare che si faceva di lui s’accese l’animo di Rinaldo, altiero

com’era non che dignitoso. Abbiamo una lettera di lui ai Dieci (18

gennaio): «Io debbo ubbidire ai vostri comandamenti, ma la V. S. dee

comandare cose oneste e che si possano sopportare. — Io sono nato nella

città e allevato come cittadino, e non come un saccomanno di bosco.

Il perchè vi prego, Signori, mi diate licenza ch’io possa tornare a

casa a posarmi.» Rispondono i Dieci parole a lui molto onorifiche; e

Rinaldo, mandato a Firenze il figlio Ormanno, rivocava la licenza; ma

era in città mormorio e bollore, e molto i Dieci erano morsi. Inviarono

in campo due di loro, Neri Capponi ed Alamanno Salviati, i quali

si trassero addosso ai monti sotto Lucca. Rinaldo, fermatosi nella

pianura, conduceva arcani maneggi co’ quali sperava entrare in Lucca.

Ma egli co’ Dieci male s’accordava, e contro a Neri aveva sospetti;

cosicchè Rinaldo separatosi da loro, per lungo giro si accostava

sotto Pisa all’altro campo, d’onde volgendo, e tornato a porsi dal

lato opposto presso alle mura di Lucca, espugnava Pontetetto. Ma qui

per fastidi e per disagi, la notte col fango a mezza gamba e sempre

combattendo, lasciato in penuria di viveri, e per vedersi assottigliato

di soldati che a lui venivano tolti, operando virilmente ma sempre

dolendosi, e avendo più volte chiesta licenza, la ottenne in fine a’ 18

marzo, nè d’allora in poi ebbe ingerenza in quella guerra.[221]

Diversa alquanto è la narrazione la quale discese negli scrittori

di questa guerra contro Lucca; ma noi seguitammo gli irrefragabili

documenti che sono le lettere scritte dal campo. Per quegli autori

assai più trista celebrità rimase all’altro Commissario Astorre Gianni;

e i fatti atroci a lui apposti sarebbero questi. Costui, essendo

malvagio uomo ed a vantaggiare la sua Repubblica parendogli essere ogni

via buona, predava le terre, i castelli disfaceva, recava ogni danno

ai miseri contadini. Al che atterriti gli abitatori di Seravezza, ed

ancora forse come antichi guelfi odiando il tiranno Lucchese e avendo

amicizie con la Repubblica di Firenze, avrebbono al Gianni mandato

ad offrire liberamente l’ingresso nella popolosa valle, dalla quale

promettevano aprirgli le vie a fare acquisto di Pietrasanta. Accettò

quegli; e occupato subito l’adito angusto a Seravezza, e messo sue

genti nei luoghi muniti ch’erano attorno, mandava grida per tutto

il paese, che a una data ora si radunassero nella Pieve a udire le

leggi che il Comune di Firenze ad essi darebbe, e a giurare fedeltà.

Nè prima furono ivi accolti ch’entrando i soldati, fecero prigioni

quanti erano dentro, e di lì andarono ogni cosa mettendo a ruba e ad

esterminio, le donne a vergogna; faceano crudeli e orribili vituperii.

Per la notizia di questi fatti sarebbe Astorre stato richiamato con

grande sua infamia; quei di Seravezza, quanto potevasi ristorati.[222]

Nessuna conferma di tanta malvagità ci viene da molto credibili

documenti: qualcosa era stato contro lui nella opinione dei Dieci; ma

pure è scritto, che se avessero lasciato Astorre intorno a Pietrasanta

l’avrebbe avuta e chiuso la strada ai soccorsi di Lombardia; che egli

fu richiamato con villane lettere per la improntitudine d’Averardo de’

Medici, e con la scusa del rimanere scoperta Pisa. Crediamo noi essere

qualcosa di vero in queste asserzioni, e assai più del vero in quelle

che contro lui rimasero nell’istoria.[223]

Era fatale che in quell’impresa riuscisse a male ogni divisamento.

Recavasi al campo quel mirabile uomo di Filippo Brunelleschi che allora

inalzava la grande Cupola in Firenze: ardito com’era in ogni concetto,

ma delle opere d’ingegnere non bene pratico, offeriva d’allagare

Lucca, voltandovi addosso l’acqua del Serchio per un nuovo argine,

e sperandola condurre per via di chiaviche a sua posta. Piacque il

disegno ai Magistrati, che furono vinti dal parlare di Filippo, e

avevano fretta perchè Lucca si pigliasse dentro al tempo loro; intanto

che il popolo si confidava di terminare la guerra in breve ora, e fare

acquisto della città, della quale erano tanto cupidi. Invano il Capponi

si contrappose al disegno, col dire che il campo sarebbe allagato

e non la città, la quale avrebbe in quella guisa, oltre alle mura,

difesa d’acque. Non fu ascoltato, e infine anch’egli dovè consentire:

ma quando l’argine fu presso a cingere la città, i Lucchesi guastarono

la pescaia e ruppero l’argine in più luoghi, cosicchè la predizione

di Neri avverandosi, divennero le condizioni degli assedianti di

molto peggiori, e il campo, che s’era condotto fin sotto le mura di

Lucca, dovette ritrarsi dov’era innanzi, a Camaiore.[224] Ciò fu nel

maggio del 1430. Nel giugno seguente mutati i Dieci, andò Commissario

tra’ nuovi eletti Giovanni Guicciardini, al quale più tardi fu tolto

l’ufficio perchè intorno a Lucca facea mala guardia, e si diceva che

i cittadini liberamente uscissero a comprare nel campo stesso degli

assediatori.[225]

A chi si piace nei viluppi della politica e considera le cose umane

come un gioco di tanto più bello quanto è condotto più sottilmente,

parranno quei tempi avere di molto progredito su’ passati, perchè

se nascesse d’allora in poi alcun fatto tra due vicine città, tutta

l’Italia se ne commuoveva, e di quello variamente pigliavano briga

quanti erano principi e repubbliche e condottieri da un capo all’altro

della penisola: certo era un principio di sorti migliori, ma era

lontano. Aveva Firenze mandato in più luoghi a notificare quella

guerra che essa imprendeva contro a Lucca, e le più amiche risposte

sarebbono ad essa venute da quello che più avea in animo di tradirla,

Filippo Maria Visconti, mentitore fra tutti solenne, e ora di fresco

pacificato.[226] Ma era grandissima l’ansietà in cui vivevano i Senesi,

nella pace abbandonati, come vedemmo, alle cupidigie male celate dei

Fiorentini, e non che offesi dalle macchinazioni di quei che reggevano,

messi in canzona popolarmente, come facile conquista a cui bastava

il porre mano.[227] Aveano mandato a Firenze ambasciatore un loro

insigne cittadino, Antonio Petrucci; il quale ivi essendo non senza

dispregio menato in parole, tornato in Siena e persuadendosi che alla

città per allora non giovava dichiararsi, ma egli volendo pur venire

a’ fatti, prima ne andava in Roma a papa Martino sempre a Firenze

poco amico, e col favore di lui raccolta in Maremma e per la riviera

di Genova quanta più gente potesse, venne in proprio suo nome e come

stipendiato da Paolo Guinigi su quello di Lucca, riuscito a munire di

maggior guardia la città. Nel passare aveva ripigliato molte terre dai

Fiorentini occupate, lasciando al marchese di Ferrara Castelnuovo ed

altri luoghi di Garfagnana, che da principio della guerra questi aveva

pigliato per sè. L’assedio però intorno a Lucca stringeva forte, e

più valido soccorso dentro era da tutti invocato variamente, secondo

portavano le condizioni della città. Recavasi quindi Antonio in Milano,

dov’erano andati due nobili Lucchesi, un Trenta e un Buonvisi, a

chiedere aiuto, non tenendo fede a Paolo Guinigi che, odiato da molti,

vedeano prossimo a cadere; ma offrivano al Duca darsi in protezione a

lui, quando egli traesse Lucca dalla cittadina servitù e lei scampasse

dall’esterna. Il Duca esitava, e trovo scritto che avesse egli dapprima

tentato il Piccinino perchè andasse sotto la coperta di servire Paolo

Guinigi in Lucca a torgli la città di mano; al che essendosi Niccolò

negato, chiamasse il Duca al brutto ufizio Francesco Sforza, che lo

accettava.[228] I Fiorentini aveano mandato a Milano ambasciatore

Lorenzo dei Medici fratello minore di Cosimo, ed allo Sforza un

Boccaccino Alamanni che gli era amicissimo: nulla ottenevano, perocchè

l’impresa già era sul muovere e il conte Francesco, prima fermatosi in

Parma a raccorre genti col dare voce ch’egli andasse per suo proprio

conto inverso Napoli, quando si trovò in punto, calava ad un tratto

giù per la via di Pontremoli, e sforzato i passi e le difese dei

Fiorentini, entrò in Lucca nel luglio del 1430: gli assediatori, levato

il campo, si ritrassero in Ripafratta. Condusse lo Sforza la guerra

infino sotto le mura di Pescia, la quale avendogli fatta resistenza

(sebbene l’avessero abbandonata gli ufficiali che la Repubblica vi

teneva), egli abbruciate nella Valdinievole alcune castella, tornato

indietro, si faceva forte presso alle mura di Lucca, o già guadagnato

dall’oro dei Fiorentini o avuto sentore delle pratiche tenute da Paolo

Guinigi con questi per dare ad essi Lucca in possessione al prezzo di

dugento mila fiorini d’oro. Non io però mi tengo certo che il Guinigi

espressamente a quelle pratiche aderisse; ma fatto è, che da quelle

avendo ragione ovvero pretesto lo Sforza, e il Petrucci ch’era dentro

la città, e quanti in essa nimicavano la signoria del Guinigi, dei

quali era capo un Piero Cenami, si misero insieme; e Antonio Petrucci

andato una notte a visitare il Guinigi, che di lui non si guardava,

lo fece prigione; Piero Cenami levò in arme la città, ed a quel cenno

Francesco Sforza pigliava il giovane Ladislao Guinigi che seco era in

campo: il padre ed il figlio, così dispogliati della signoria di Lucca

e d’ogni ricchezza,[229] furono condotti nella fortezza di Pavia, dove

l’infelice Paolo Guinigi tiranno di nome, in fatto però come uomo da

poco, men reo che non fossero il maggior numero de’ suoi pari, veniva

a morte in breve tempo. Lo Sforza, accordatosi con la Repubblica di

Firenze per cinquanta mila fiorini e ritrattosi d’intorno a Lucca,

se ne andava pe’ suoi fatti in Lombardia, nè più ebbe mano in quelle

cose.[230]

I Lucchesi fatti liberi tentarono, io credo con poca fiducia, l’animo

de’ Fiorentini perchè cessassero dalla impresa che aveano tolta

contro al tiranno. Era il caso dei Pisani quando si furono liberati

da Gabriele Maria Visconti; ma pur questa volta i Fiorentini erano

andati troppo innanzi, e si credevano facilmente avere la terra, non

bene guardata e molto scarsa di vettovaglie. Fecero risposta benigna

a parole, nel fatto dura, ponendo condizione che subito dessero Monte

Carlo e Camaiore in via di pegno, il ch’era un volere Lucca nelle

mani.[231] Teneano l’animo anche volto a Siena, e al conte Francesco,

il quale credevano andasse nel Regno, proposero fare per proprio suo

conto l’impresa di Siena, e con lui quindi si aggiusterebbero. Ma

questi, alieno dall’impacciarsi nelle cose di Toscana, denunziava il

tutto ai Senesi; ai quali non parve più essere tempo da usare rispetti,

viepiù irritati da un’insidiosa e falsa ambasciata che ad essi aveano

i Fiorentini mandata in quel mezzo.[232] Antonio Petrucci ogni cosa

conduceva; il quale essendo in Lombardia, potè agevolmente persuadere

al Duca di Milano, che se non voleva manifestamente rompere una pace

conchiusa di fresco, mandasse in Toscana sotto altro nome di quei

soldati ch’erano a’ suoi cenni; usato modo in quella età. Filippo

Maria, siccome vedemmo, aveva allora in protezione la città di Genova,

di nome libera; ed i Genovesi mandarono a dire in Firenze, desistessero

da ogni offesa contro ai Lucchesi amici loro: della quale intimazione,

fatta da uomini servi, non si tenne conto; e Niccolò Piccinino, come

licenziato dal Duca e come soldato di Genova, muoveva con quattro mila

cavalli e due mila fanti alla volta di Toscana. Il Conte d’Urbino,

molle Capitano che di recente i Fiorentini aveano condotto, stavasi

accampato presso alle mura di Lucca; dov’egli soffriva, sendo il verno

crudo, penuria di viveri per la difficoltà di condurli. Ne avea il

Piccinino grande provvigione condotta per mare dalle navi genovesi,

e appena giunto volendo farne entrare in Lucca, tentava il guado del

fiume del Serchio con tutto in arme l’esercito suo: a fronte gli stava

il campo nemico, dal quale una schiera uscita per foraggiare, avendo

passato il fiume in un luogo dove le acque erano molto basse, mostrava

al nemico la via; per la quale fatto impeto il Piccinino con tutte

le schiere, mentre che da Lucca usciti quanti erano capaci alle armi

di fianco assalivano il campo sprovvisto e male guardato, lo mise

in rotta, cosicchè pochi scampati a fatica non rimasero prigioni. Le

donne ed i vecchi dall’alto dei tetti e delle torri di Lucca batteano

le palme per allegrezza della vittoria: i Lucchesi celebrarono sempre

dipoi con festa solenne, fino al cadere della Repubblica, quel giorno

che fu il secondo di dicembre.[233]

Era tra’ minori condottieri i quali ubbidivano agli ordini del

Piccinino un Antonio da Pontadera fuoruscito che si diceva Conte, cui

parendo essere aperta una via a liberare la patria sua, insieme con

molti usciti da Pisa che in Lucca viveano, e co’ villani del territorio

e gli abitatori delle piccole castella che gli erano aperte per avere

mala guardia,[234] faceva gran pressa al prudente Capitano perchè egli

pigliasse l’impresa di Pisa. Ma i luoghi più forti aveano presidio così

da volere assedio lungo; e Pisa fortificata con gelosa cura dal non

mai cessante sospetto dei Fiorentini, sebbene bramosa di scuotere il

giogo, nulla poteva: ed una congiura, della quale s’era fatto capo un

dei Gualandi, non ebbe effetto; ed i Fiorentini chiudendo le porte agli

uomini del contado, e poi cacciando fuor della città per l’inopia di

vettovaglie le donne misere dei Pisani ed i fanciulli, stavano dentro

sicuri contro ad ogni assalto che avesse tentato il Piccinino. Laonde

questi con sano consiglio voltatosi prima all’acquisto delle Fortezze

di Lunigiana che a lui tenevano la strada aperta di Lombardia, scendeva

dipoi giù per la pianura nel contado di Volterra; imperocchè i passi

della Valle d’Arno gli erano chiusi, quivi essendosi affortificati con

molta industria i Fiorentini, che avendo raccolto del vinto esercito

molti avanzi, facevano guerra sempre intorno a Lucca, di là spingendosi

al racquisto dei castelli di Garfagnana, di Calci e d’altri in quel

di Pisa.[235] Ma si era in quel mezzo Siena dichiarata contro a’

Fiorentini, che invano mandavano a ritenerla ambasciatori, e in lega

con essa era entrato il Signore di Piombino; e di Lombardia veniva

soccorso di nuove genti capitanate dal conte Alberigo di Zagonara.

Pe’ Fiorentini stava in Poggibonsi Bernardino della Carda, e aveano

condotto Micheletto Attendolo da Cotignola parente di Sforza; al che

il Fortebracci, seguendo la solita rivalità delle armi, aveva lasciato

i loro stipendi accostandosi al Piccinino. E questi volgendo le sue

schiere da Volterra nel territorio di Siena, e di là scorrendo per

quel di Firenze, aveva espugnato parecchie castella; e muovendo verso

Arezzo, credevasi entrarvi per una congiura, la quale falliva: ma il

Piccinino, dopo aver fatto per Toscana gravi danni, veniva dal Duca

richiamato in Lombardia per le necessità della guerra che i Veneziani

un’altra volta collegatisi co’ Fiorentini gli aveano mossa.[236]

Pel Duca erano i due maggiori condottieri delle armi rivali, il

Piccinino e Francesco Sforza; a questo, perchè stesse con lui, Filippo

aveva insino d’allora promesso in isposa la figliuola naturale, erede

unico ch’egli avesse. Contro ai quali Francesco da Carmagnola menava

la guerra con dubbia fortuna e (siccome parve al Senato di Venezia)

con dubbia fede: la distruzione che in grossa battaglia fecero i

ducheschi d’un grande armamento di navi sul Po, la rotta in Soncino,

e invano tentato avere Cremona dai Veneziani molto ambita; queste

cose furono imputate a tradimento del Carmagnola, il quale condotto

a Venezia con inganno, vi perdè la testa con esecuzione solennemente

palese, ma con giudizio segretissimo: delitto inutile (se degli utili

ve ne fossero) e sfoggio di cruda ragione di Stato, nella quale non

ved’io nulla altro di buono, eccetto il volere con un grande esempio

tenere in paura la razza iniqua dei condottieri. Dopo ciò la guerra fu

trascinata più mesi: ma innanzi un fatto di mare vuol essere da noi

ricordato. I Genovesi tenevano in armi un forte naviglio, contro del

quale Venezia aveva mandato sedici galere sotto la condotta di Pietro

Loredano, le quali usavano la comodità dei Porti venuti in possesso

della Repubblica di Firenze, e avevano seco sei legni sottili armati

da questa, che stavano agli ordini di Paolo Rucellai. Si affrontarono

le due armate a Portofino con grande impeto, e le due navi capitane

erano alle prese, quando Raimondo Mannelli, il quale guidava una

galeazza fiorentina, cogliendo il vantaggio del vento, con essa venne

ad urtare siffattamente nella genovese ch’ella restò presa, tirando

con sè la vittoria de’ collegati: questi guadagnarono otto galere; ma i

prigioni, tra’ quali era il capitano Francesco Spinola, condotti prima

in Firenze a testimonio della virtù del Mannelli, furono dipoi mandati

a Venezia, non senza rammarico e malumore dei Fiorentini.[237] Uniti

a Venezia, avevano sempre le seconde parti; dal che oltre all’essere

umiliati, vedevano anche i vantaggi della guerra andare a crescere

la potenza di quello Stato di cui temevano più che d’ogni altro la

soperchianza, perchè la grandezza dei Visconti sapeano mutabile, e in

Venezia era perpetuità. Quindi usare i Fiorentini al collegarsi mille

cautele, che dai Veneziani maestri in politica erano tratte a loro pro:

nè l’alleanza tra le due migliori città d’Italia e tra’ due Stati che

primeggiassero per virtù, fu altro mai che una svogliata e ognora breve

necessità.

Qui un grande mutarsi fu di Capitani tra le due parti combattenti.

Niccolò da Tolentino, che prima era dai Fiorentini andato al Duca,

tornava ora, lasciato il Duca, ai servigi della Repubblica; la quale

a lui dava il bastone del comando generale, trovata essendosi male

soddisfatta di Micheletto. E Bernardino che, ricordando più l’origine

toscana degli Ubaldini che le offese a questi recate dalla Repubblica

di Firenze, soleva tenere quivi lieta vita, mutò ad un tratto anch’egli

bandiera e divenne capitano dei Senesi, i quali aveano messo in catene

il conte Alberigo di Zagonara che gli conduceva, e così prigione

mandatolo al Duca. Menava la guerra con buona fortuna Niccolò da

Tolentino, che prima avendo in Val d’Elsa racquistato con molta

battaglia il castello di Linari, e sentendo come le genti del Duca

erano a campo intorno a Montopoli e con gran forza l’aveano stretto,

portavasi tosto alla liberazione di quel castello; e venuti a zuffa

tra la Torre di San Romano e Castel del Bosco, fu ivi per lo spazio

di sei in sette ore molto aspro e grande combattimento, sinchè i

ducheschi furono rotti, lasciando in preda agli inimici mille cavalli

e centosessanta prigioni da taglia e molto numero di fanti a piè. Di

là il Tolentino spingeva al racquisto di Pontedera; e avrebbe avuto

anche Ponsacco, se non che venne al popolazzo di Firenze gran voglia di

fare danno ai Senesi, e costretto egli a recarsi da quel lato, non vi

fece altro che guasti inutili. Micheletto avea pure avuto dal canto suo

buoni successi contro a Lodovico Colonna, mandato in Toscana dal Duca

con rinforzo di nuove genti.[238]

Ma intanto avveniva in Italia maggior cosa. L’imperatore Sigismondo,

amico al Visconti, aveva pigliato la corona di ferro in Monza, e la

imperiale era convenuto di ricevere in Roma dal nuovo papa Eugenio

IV. Giugneva in Lucca, nè i Fiorentini però cessavano dal fare offese

alla città guidati da un giovane e molto audace capitano Baldaccio

d’Anghiari, fra tutti valente a bene usare le fanterie. Da Lucca

recavasi in Siena l’Imperatore con soli ottocento Ungheri, ed una

guardia d’altre poche centinaia di soldati avevagli aggiunta Filippo

Maria. Voleva dapprima Sigismondo, che a lui andassero due de’ Dieci

di guerra; ma fugli risposto, non essere usanza muovere gli uomini di

quel magistrato. Aveva ben egli contro alla Repubblica querele assai,

e fra tutte massima l’occupazione di Pisa, città ghibellina e solita

essere nella bassa Italia principale forza di parte imperiale; alle

quali rispondevano i Fiorentini, avere Pisa per giusto titolo, e che

la tenevano ad onore di Sua Maestà. Così acquetavasi la Cancelleria; e

cosa più grave fu il deliberare, se all’Imperatore dovesse impedirsi

la via di Roma, il che potea farsi collegandosi col Papa; ma questi

voleva maggiore sussidio di soldati e di moneta che a lui non potessero

i Fiorentini somministrare. Sarebbe anche stato uopo condurre a pace i

Senesi e avergli seco; pure un accordo stretto col Papa ebbe qualche

effetto, ed alcuni scontri così avvennero, dei quali uno di più

importanza alla Castellina, dove perirono molti Ungheri. Si erano in

quel mentre scoperti trattati contro alla Repubblica in Volterra e in

San Miniato. Passava infine Sigismondo, che avrebbe pur anche voluto

accordarsi toccando venticinque migliaia di fiorini, e contentandosi

venire in Firenze, per quindi senz’altro tornare in Ungheria: ed anche

troviamo che avesse passaporto dalla Repubblica di Firenze; tanto

era scaduta l’Imperiale Maestà: ma vero è che altri dice, aver egli

domandato trecento mila fiorini.[239] Cessato il contrasto, pigliava

in Roma Sigismondo la corona: e intanto la pace a’ 10 di maggio 1433 si

pubblicava in Ferrara tra ’l Duca di Milano e le Repubbliche di Venezia

e di Firenze ed i collegati di ambe le parti, ciascuna tenendo quel che

prima possedeva: era conchiusa per la intromessa del marchese Niccolò

da Este, che pare tenesse fra tutti in Italia il bell’ufficio di

paciere. Da Roma pigliava l’Imperatore la via del mare, ed abboccatosi

in Talamone col re Alfonso, quindi recavasi in Basilea, dove un

Concilio era adunato a continuare (sebbene avesse poi mala fine)

l’opera impresa già in Costanza per la riforma di Santa Chiesa.

CAPITOLO VIII.

ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1433-1434.]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 15 / 51 段