Tante rotte successive e tante perdite avean messo in grave angustia

i Fiorentini; dai gioghi alpestri della Romagna fino alla valle di

Chiana scoperto lo Stato delle più valide sue difese con tanto studio

acquistate, incerta la fede de’ Signori circostanti, e Siena e Lucca

male disposte perchè in sospetto esse medesime delle ambizioni della

Repubblica. Bisognosa di soccorso, cercava essa quindi con ogni

industria procurarselo. Sigismondo imperatore avea differenze col

duca Filippo; tantochè avendo speranza condurlo in Italia contro

lui, gli mandarono ambasciatori, fidando anche molto nel favore

dello Spano. Ma essendo Sigismondo tuttora in guerra ed in assai

mala inclinazione verso la Repubblica dei Veneziani, riusciva inutile

ogni pratica.[190] Al Papa era andato due volte Legato Rinaldo degli

Albizzi, e dimorato in Roma più mesi,[191] s’ingegnava intimorirlo

delle intenzioni che il Duca aveva nel Reame, per le quali praticava

segretamente col re Alfonso. Ma il Papa cercava invece condurre i

Fiorentini ad una sforzata pace, alla quale il Duca mettea condizioni

impossibili ad accettare, null’altro volendo che turbare in ogni modo

lo stato d’Italia. Ogni speranza era dunque posta nella Repubblica di

Venezia, dov’erano andati prima lo stesso Rinaldo, indi Palla Strozzi,

e troviamo che vi andasse Giovanni de’ Medici. Lorenzo Ridolfi, che

seguitò a questi e poi vi rimase, penò lungamente a fare capace quella

circospetta Signoria della convenienza di pigliare in tempo riparo

contro alle aggressioni che addosso a lei si volterebbero quando ella

fosse rimasta sola. Si narra che un giorno orando in Senato, Lorenzo

dicesse queste parole: «i Genovesi non aiutati da noi fecero Filippo

Maria signore; noi derelitti da Voi, e impotenti ad ogni difesa, lo

faremo re; Voi, quando non sia rimasto chi possa, benchè volesse,

darvi soccorso, Voi lo farete imperatore.» Da prima ottenne il Ridolfi

che la Lega venisse accettata in via di massima, continuando pure

a negoziare col Duca la pace. Allora in Venezia pervenne il conte

Francesco da Carmagnola, grande uomo di guerra, al quale doveva Filippo

Maria le sue maggiori vittorie; ma o che il debito pesasse a questo, o

che il Carmagnola fosse troppo alto per un principe di quella fatta,

si venne tra loro a tale rottura, che il Conte si partiva cercando

condurre quante più potesse armi italiane contro a Filippo. Ed era

in Venezia nel supremo magistrato Francesco Foscari, che ambizioso

d’ampliare il dominio, male s’adagiava in quelle cautele cui era

solita la Repubblica: ambedue questi diedero mano possente e valida

al Ridolfi, il quale ammesso un altro giorno in Senato, «Se (disse)

v’è cara quella libertà di cui s’onora la città vostra, unite le armi

vostre alle armi di noi, che pure siamo e vogliamo essere liberi; noi

per questa guerra abbiamo già speso più che due milioni di fiorini,

venduti per essa i gioielli delle spose e delle figlie nostre; ma pure

ancora possiamo con Voi portarne il peso, e noi vi chiediamo d’averlo

comune. Tenete a mente, che a duchi ed a re, senato e popolo sono nomi

odiosi egualmente, e che hanno animo a disfarli: oggi voi siete di noi

più possenti; ma non basterete, vinti noi, contro alle forze di questo

Duca, il quale se cerca la nostra ruina, vuole anche poi farsene scala

alla vostra, ed alla oppressione di quanti rimangono uomini liberi

in Italia.» Fu stretta la Lega, nella quale entrarono il Marchese di

Ferrara ed il Signore di Mantova, e il duca Amedeo VIII di Savoia, ed

il re Alfonso d’Aragona, e la Repubblica dei Senesi; il Carmagnola

supremo Capitano di tutta la guerra, che fu bandita a’ 27 gennaio

1426. Nella quale i Fiorentini avrebbono posto in campo sei mila

cavalli e sei mila fanti, i Veneziani da nove mila cavalli e otto mila

fanti.[192] Era tra le condizioni della Lega, che fosse in arbitrio

dei Signori Veneziani fare pace o tregua secondo che a loro paresse; ed

avevano pattuito che a loro dovessero andare tutti gli acquisti che si

facessero in Lombardia, quelli di Romagna e di Toscana venendo soli in

potestà della Repubblica di Firenze, quando non fossero della Chiesa.

Era patto disuguale, la Romagna essendo di ecclesiastica preminenza;

ed ai Fiorentini che portavano i due quinti della spesa, quello che

avanzasse da guadagnare non si vedeva; ma era minaccia contro al

Signore di Lucca, ed io non credo per nulla piacesse cotesta clausola

ai Senesi.[193]

L’entrare in campo della Repubblica di Venezia aveva sommosso i Guelfi

di Lombardia, che è dire la parte degli artigiani delle città e tutto

il popolo campagnuolo, oppresso da quelle castellane Signorie le quali

stavano per il Duca. La forza che aveva Firenze trovata quando era capo

di Parte guelfa contro a’ piccoli Signori intorno a sè nel contado,

stava ora in Lombardia per la Repubblica de’ Veneziani, che bene sapeva

usare il vantaggio; cosicchè il passare sotto al dominio di questa,

era alleviare la condizione di popoli avvezzi ad imperi soldateschi,

i quali per essere in mano di nobili, anche sapevano di straniero.

Brescia avea scosso popolarmente il giogo del Duca, e con l’aiuto dei

villani che discendevano giù dai monti, faceva aspra guerra contro

ai soldati delle fortezze, che unite tra loro da mura grossissime con

torri e bastioni, la stringevano;[194] città serbata in ogni tempo alle

grandi prove ed al patire gloriosamente. Quivi era dunque allora il

nodo di quella guerra, ed i Veneziani vi mandarono il Carmagnola con

tutte sue genti, e scrissero ai Dieci perchè avviassero prestamente

in Lombardia quelle che la Repubblica di Firenze teneva in Romagna

sotto la condotta del Marchese di Ferrara venuto a parte della gran

Lega. Filippo Maria dal canto suo richiamava dai confini di Toscana

l’esercito; al quale essendo precorsa l’oste fiorentina, contendeva il

passo del Panaro, bene alloggiata e fortemente in sulla riva di là: ma

i ducheschi, scendendo il fiume, lo passarono a poca distanza, e avuto

il soccorso di Agnolo della Pergola, si poterono condurre sicuramente

oltre Po, non senza infamia del Marchese di Ferrara, che nulla avea

fatto a impedire quella mossa. Ma quella unione delle due Repubbliche

latine, che erano i due cardini dell’italica libertà, siccome avea

dato ardire e speranza di nuova salute ai popoli di Lombardia, così

era dovere che ai Signori dispiacesse; e a quello d’Este pareva

essere, tra’ due pericoli, meno grave e innanzi tutto meno odiosa la

potenza del Visconti, di quello che fossero o la vicina grandezza della

Repubblica di Venezia, o le popolari libertà che i Fiorentini venivano

oggi a promuovere in Lombardia.[195]

A noi non ispetta narrare l’assedio memorabile di Brescia, nè la

ferocia popolare contro a’ Ghibellini che teneano le castella, nè le

crudeltà di questi, nè l’arte di guerra che dispiegò il Carmagnola,

finch’ebbe la terra in capo a otto mesi, facendone acquisto che

indi rimase alla Repubblica di Venezia. Intorno a Genova era grande

sforzo dei fuorusciti che una volta giungevano fino sotto le mura

della città, e si credevano rientrarvi: principali erano il Fregoso

e un Fieschi, ch’ebbero aiuto dai Fiorentini di buon numero di fanti

sotto la condotta del prode ed infelice Tommaso Frescobaldi, il quale

caduto in mano ai ducheschi, e messo alla corda perchè rivelasse la

intelligenza che aveva dentro, con forte animo ricusando tradire al

nemico i segreti del Comune, morì nei tormenti: la Repubblica dotava

due figlie lasciate dal fedele cittadino.[196] Il Papa frattanto

s’interponeva per la pace, ed era Legato per esso il buon Cardinale

Niccolò Albergati bolognese, il quale credette averla composta;[197]

ma era inganno, perchè Filippo che aveva promesso cedere il forte

castello di Chiari, faceva assalire i soldati di Venezia ch’erano

andati per occuparlo; cosicchè la guerra più fieramente si ripigliava

dalle due parti, che ebbero insieme prima ad Ottolengo, poi a Casa al

Secco presso Cremona, scontri inutili ma sanguinosi. Filippo istesso,

contra suo costume, era venuto della persona sua con grande seguito in

Cremona per dare fermezza a’ suoi partigiani e sopravvedere le difese.

Nel Po fu battaglia tra’ galeoni del Duca e quelli che i Veneziani

avean fatto risalire sotto la condotta di Francesco Bembo, il quale ivi

ottenne splendida vittoria. Ed altra più insigne e molto famosa ebbero

le genti della Lega presso Maclodio, dove i ducheschi spintisi innanzi

per terreni paludosi, in fondo ai quali il Carmagnola s’era cacciato a

disegno, si viddero a un tratto chiusa la via dietro per nuovo assalto

delle genti soldate dai Fiorentini sotto la condotta di Bernardino

della Carda, riuscito di fresco a fuggirsi di prigione, e di Niccolò

da Tolentino. Si gridava dinanzi San Marco, di dietro Marzocco, e nel

mezzo Duca: del quale l’esercito pareva condotto a ultima ruina, se

non avesse il Carmagnola lasciato a una parte dei vinti agio di porsi

in salvo; o fosse prudenza, temendo il valore di uomini disperati, o

dubbia fede, siccome parve più tardi al Senato di Venezia.[198] Questi,

per allora non fattane accusa al suo Capitano, si rese più agevole

alla conclusione della pace, per la quale erano andati ambasciatori

dei Fiorentini a Ferrara Palla Strozzi e Averardo dei Medici: mediatore

sempre il Cardinale di Santa Croce. Il nodo era Genova, che i collegati

volevano il Duca lasciasse o la rimettesse in mano del Papa: negò

pertinacemente;[199] ma infine l’accordo si fece, avendo il Duca

ceduto, oltre a Brescia, del suo territorio, Bergamo e tutta la parte

di Lombardia insino al fiume dell’Adda, rimasto confine ai Veneziani

finchè durava lo stato loro: e fu all’Italia beneficio quell’acquisto,

caduta Milano in mano a stranieri, e Venezia mantenendosi infino

all’estremo della sua decrepitezza pur sempre libera e latina. Maggiore

cosa fu avere innanzi Amedeo duca di Savoia aggiunto ai suoi Stati

Vercelli, stringendo d’allora in poi tra l’Adda e la Sesia il Ducato

di Milano. Aveva quel Duca sperato l’acquisto alla sua casa di tutto il

Ducato per via di nozze del figlio suo con la figlia unica di Filippo:

ma quei negoziati, che poteano pe’ tempi avvenire salvare l’Italia,

presso al conchiudersi poi svanirono.[200]

CAPITOLO VII.

CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA DI LUCCA. [AN. 1427-1433.]

Costò quella guerra contro a Filippo Maria tre milioni e mezzo di

fiorini, e aveano di spesa continua settanta mila fiorini al mese.[201]

Non poteva la Repubblica oggimai vivere disarmata e non sapeva; entrata

anch’essa nel ballo delle ambizioni, minacciata e minacciante, e avendo

levato di sè gran sospetto appresso ai popoli di Toscana. Poniamo qui

una impresa fatta contro Marradi (sebbene avvenuta alcuni mesi più

tardi), per la quale i Fiorentini acquistarono quella terra pel sito

fortissima e chiave delle Alpi, cacciandone uno dei Manfredi di Faenza.

Ma quella impresa pure ebbe biasimo dai molti che amavano lo stare

in pace e con poche spese. Al fare moneta non bastavano gli antichi

modi; cagione di scandali il nuovo reparto, nè a rimutarlo si sarebbero

chetate le accuse. Aveano cercato già da molti anni descrivere i beni

e le entrate di ciascuno, cosicchè non venissero le persone tassate

ad arbitrio, ma fatta imposizione sopra gli averi da una legge fissa e

con regolate proporzioni: questo domandava, siccome vedemmo, il popolo

di Firenze quando si levò nel settantotto; ed anco di prima un estimo

o tavola o censimento dei beni, decretato inutilmente, fu messo da

parte perchè ai potenti non piaceva cotesta forma d’egualità.[202] Ma

oggi essendo di tanto cresciuto il bisogno del danaro, gridavano tutti

che si mutassero le gravezze, cosicchè i pochi volta per volta non

le ponessero, ma una legge misurata dal parere di tali che usciti di

mezzo alla buona popolare comunanza oprassero (quanto era possibile)

senza parte. Scrive il Cavalcanti, avere Giovanni dei Medici molto

confortato questo modo, egli solo tra’ patrizi e tra i potenti della

Repubblica; dal che il Machiavelli passò a dire che Giovanni ne fosse

autore e trovatore, essendo ciò stato a lui principio di grandezza. Ma

una recente pubblicazione metteva in luce come Giovanni non fosse stato

nei Consigli promotore nè grande fautore di quella legge, che fu invece

messa innanzi e propugnata da Rinaldo degli Albizzi e da Niccolò da

Uzzano.[203] Nei Consigli si veniva, come vedemmo, a cose fatte negli

scrittoi e nelle botteghe, talchè i voti erano spesso d’apparenza:

l’istoria officiale non è mai l’istoria intera, e non è sempre

l’istoria vera. Qui bene sappiamo essere la legge voluta dal popolo,

col quale stavasi Casa Medici, e gli ottimati la proposero quando

viddero sè fatti inabili a impedirla. Giovanni forse non si teneva

certo che la formazione del Catasto in mano ai potenti, che ogni cosa

regolavano, portasse quel frutto che il popolo ne sperava; nè della

natura sua era il troppo commettersi e sbracciarsi molto; nè poteva

essere che tacesse in lui, come in uomo tutto mercante, l’avarizia,

sapendo che avrebbe, siccome avvenne, egli pagato assai più di quello

che prima soleva. I primi passi di Casa Medici, oscuri e ambigui per sè

stessi, ci sono mal noti, nè abbiamo certezza d’avere sincera e intera

l’immagine di questo Giovanni. È poi da notare che fu da Cosimo figlio

suo il Catasto messo da parte per alcun tempo.

Fu il Catasto decretato a’ 22 maggio 1427. Dichiara il Proemio,

seguire la voce e il comune desiderio del popolo di Firenze, non si

potendo per lingua nè per iscrittura numerare quali e quanti cittadini

avesse l’antica inegualità dei carichi spogliato dei beni, condotti a

disperazione o fatti incerti dell’essere loro, privati della patria,

o tenuti fuori quei che bramavano di tornarvi; e insomma, di quanti

e quanto gravi mali fosse cagione quella inegualità. Ordina che debba

ogni cittadino sottoposto alle gravezze del Comune, prima denunziare

ciascuno sotto al Gonfalone suo il nome di tutte le persone componenti

la sua famiglia, l’età, le industrie o l’arte o mestiere che ognuna

d’esse esercitava; e similmente i beni stabili ed i mobili da loro

posseduti dentro o fuori il dominio fiorentino e in qualsivoglia

parte del mondo, le somme di danaro, i crediti, i traffichi e le

mercanzie, gli schiavi e le schiave,[204] i bovi i cavalli gli

armenti e le greggie che a loro spettavano: chiunque occultasse alcuna

cosa, era soggetto alla confiscazione di quegli averi che non avesse

manifestati. Le quali portate fossero poi divise in quattro libri,

uno per Quartiere, per cura di dieci cittadini eletti sul numero di

sessanta estratti a sorte, e i quali fossero gli ufiziali destinati

alla compilazione del Catasto, e a regolare e distribuire le nuove

gravezze. Dovevano questi, di tutti gli averi descritti in quei libri,

cavare le rendite minutamente capo per capo, e quindi al saggio del

sette per cento ridurre le rendite in capitale, di modo che per ogni

sette fiorini di rendita se ne ponesse cento di stima, e questa fosse

notata in piè di ciascuna posta. Dalla quale stima si doveano detrarre

gli aggravi che vi posassero sopra, cioè canoni o livelli ed obblighi

e debiti, la pigione delle case da loro abitate e delle botteghe, la

valuta delle cavalcature necessarie all’uso loro; e inoltre dugento

fiorini di capitale per ogni bocca la quale fossero essi tenuti

d’alimentare: col variare il numero di queste persone cresceva o

scemava lo stato attivo dei cittadini sopportanti. Il quale essendo

così fermato e al netto delle detrazioni, pagasse ciascuno per ogni

cento fiorini di capitale dieci soldi, che viene ad essere il mezzo

per cento, ossia la decima parte del frutto a ragione del cinque per

cento.[205] E se avvenisse che per le detrazioni fatte nulla avanzasse,

dovevano gli ufiziali sommariamente imporre al cittadino quella rata,

della quale egli andasse d’accordo. In tutto e per tutto al giudizio

degli ufiziali doveva starsi, e le quote imposte era vietato correggere

o alterare fino alla nuova formazione del Catasto, il quale doveva ogni

tre anni essere rinnovato; nè con altra regola distribuirsi gravezze

od imposte. Con l’istesso ordine si formarono altri Catasti, cioè dei

contadini, delle università delle Arti, dei forestieri abitanti dentro

al dominio, e d’ogni persona ordinariamente non tenuta al pagamento

delle gravezze.[206]

È da notare come la scelta d’ufiziali cui tanto arbitrio era dato,

venisse commessa primariamente alla sorte: ma fuori di questa, a

Firenze non pareva giustizia essere nè egualità, e il contentarsene

dimostrava pur sempre un legame di scambievole fiducia nella gran

massa della cittadinanza. Contiene la legge ogni sorta di facilità,

e di cautele e di riserve a pro dei gravati; e come riusciva dura a

coloro ch’erano soliti da sè medesimi esentarsi, così fu allegrezza

agli impotenti ed ai poveri o a tutto il popolo universalmente. Vedeano

coloro che prima si erano dalle gravezze difesi con la scusa della

_pompa_, ossia del grado il quale erano per gli uffici costretti

tenere, essere oggi ricresciuti dall’uno a sei. Niccolò da Uzzano,

che mai di prestanza non avrebbe passato i sedici fiorini, fu per il

Catasto tassato in fiorini dugentocinquanta; tra’ ricchi, il solo

Giovanni dei Medici avrebbe avuto poco divario nella posta. Ma i

patrizi dicevano il Catasto non essere giusto: durare essi soli tutte

le fatiche a pro del Comune e a mantenere la città grassa; occultare

gli altri sovente gran parte di loro ricchezza, e non esserne tassati.

Al che dai plebei si rispondeva: «perchè cercate voi dunque gli onori,

che poi volete anco esserne rimeritati? e se delle ricchezze sono in

persone ignote e meccaniche, e che ne’ traffici non le manifestano

e per questo non sono accatastati; rispondesi, che quello avere che

frutto non mena, catasto non merita; perocchè voi avete nella legge del

Catasto, che in su la rendita si misuri il valsente: così adunque dove

non è rendita non è valsente; e però se egli hanno occultato l’avere, e

rendita non si vede, catasto non merita.» Aggiungevano: volesse Iddio

che il Catasto fosse stato trovato innanzi che la guerra così a gabbo

fosse stata presa contro a Ladislao ed alla Casa di Francia, tutrice

antica del nome guelfo; la quale guerra fu al Comune causa di spendii e

di pericoli.

Ma come accade (bene avverte il Machiavelli) che mai gli uomini non

si soddisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne

desiderano un’altra; chiedeva il popolo che si riandassero i tempi

passati, e veduto quello che i potenti secondo il Catasto aveano

dovuto pagare di più, si facessero pagare tanto che eglino andassero

a ragguaglio di coloro i quali aveano pagato quello che non dovevano,

nè potevano senza che fosse disfacimento loro e dei figliuoli e della

casa. Alla quale tanto odiosa dimanda Giovanni de’ Medici troviamo

si contrappose. «Se le gravezze (diceva) per l’addietro erano state

ingiuste, ringraziare Dio poichè si era ritrovato il modo a farle

giuste; sia questo modo pace del popolo e non motivo di divisione

alla città; non fu nè esser può che nei popoli e nei governi non siano

errori ed ingiustizie: che fate voi figliuoli miei? abbiate pazienza

a quello che avete sin qui conseguito, e non vogliate ogni cosa con

tanta sottilità vedere; perocchè di filo troppo sottile più spesso la

gugliata si rompe: vogliate piuttosto essere creditori che debitori,

io dico delle ricchezze di Dio, perchè ci è sopra capo chi ha il

giudizio delle cose e la bilancia dei pregi.[207]» Ottenne così che del

ragguaglio non fosse altro.

La somma da levare per via del Catasto montava in città a

venticinquemila e cinquecento fiorini d’oro; ma erano pôste che ogni

tratto si ripetevano: quelle levate al modo antico rendeano ciascuna

venti sole migliaia di fiorini, ma ne pigliavano due o più per volta,

e nel corso di pochi mesi aveano fatto pagare quarantacinque di tali

prestanze:[208] per una guerra di poca spesa qual si fu quella contro

Marradi, troviamo levassero un quarto di Catasto. Ma questa era

come una tassa permanente e senza la subita odiosità dell’arbitrio,

laonde cercavano ampliarla col fare che i distrettuali ed i popoli

soggetti fossero anche eglino accatastati; al che i Sangimignanesi

ed i Volterrani faceano grandissima resistenza. Diceano: «non siamo

a voi sottoposti se non in quanto per nostra volontà volemmo; per

nostro arbitrio chiamiamo il Capitano di nostra terra, ed eleggiamo

liberamente il Potestà; pochi anni addietro il Capitano per noi si

eleggeva e per voi si confermava: la Signoria ai nostri ambasciatori si

levava ritta; poi tutti seduti, questi esponevano l’ambasciata.» Fu a

loro da prima risposto, per nulla volersi occupare le loro ragioni; ma

era perchè non fosse da’ cittadini di Firenze frodato il Catasto, molti

avendo beni in quel di Volterra fintamente sotto il nome di uomini

volterrani. Infine allegando che la legge del Catasto valeva dovunque

avesse il Comune giurisdizione e guardia, e avendo chetati quelli di

San Gimignano, tuffarono dentro alle carceri delle Stinche i diciotto

ambasciatori Volterrani, e ve li tennero sei mesi; dopo i quali

uscirono con promessa di dare le scritte, cioè le portate, perchè il

Catasto si facesse. Cosimo de’ Medici, nel quale molto si confidavano

i Volterrani e gli altri oppressi o malcontenti, animò prima quelli

a resistere, poi gli consigliava dessero le scritte, che non sarebbe

altro che _pro forma_, e non avrebbe esecuzioni.[209] Ma tornati appena

gli ambasciatori in Volterra, uno di nome Giusto, col favore di molti

plebei, corsa la terra e preso il Capitano, gli tolse le chiavi; poi

senz’altro lo lasciava tornare in Firenze. A Volterra tutti stavano

con l’armi indosso, i lieti del fatto non si conoscevano dai dolenti

per la paura dei Fiorentini. Mandarono per aiuto a Paolo Guinigi

signore di Lucca ed a’ Senesi ed in più luoghi; ma perocchè folle

pareva l’impresa, da tutti furono ributtati. Ed intanto i Fiorentini

a quelle novelle si diedero tosto a raccorre gente d’arme quante ne

avessero pronte, inviandole contro a Volterra sotto la condotta di

Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi commissari: questi liberarono

dalla soggezione dei Volterrani gli uomini di Ripomarance e d’altri

castelli che se ne tenevano gravati. Già si appressavano alle mura,

quando Giusto essendo ucciso a tradimento dai suoi, la parte contraria

lasciò entrare i Commissari, chiedendo però di non avere Catasto e

di riavere le loro castella. Le quali cose a Firenze da principio non

furono assentite, e la città di Volterra fu privata del contado, e fu

descritto il Catasto; ma non ebbe effetto, e le castella vennero ad

essi restituite due anni dopo nelle strettezze della Repubblica.[210]

Domata così agevolmente la ribellione, le genti condotte dai Fiorentini

tornarono ai consueti alloggiamenti; le quali ubbidivano a Niccolò

Fortebracci da Perugia, nato da una sorella di Braccio, e primo in

quelle armi dopo al Piccinino. Costui, rapace ed irrequieto, veduta

fallire a sè un’impresa, nè sofferendo rimanersi ozioso in Fucecchio,

dov’egli soleva stare per i Fiorentini a guardia di Pisa e dei confini

inverso Lucca; pensò un bel giorno tornargli conto valicare quei

confini, predare le terre e fare bottino; al che in Firenze non mancava

chi lo incitasse, e sapeva egli ad ogni modo dovere l’impresa riuscire

gradita. Ai richiami del Guinigi la Repubblica si tirava fuori col dire

non ci essere per nulla, e che era tutta farina del Fortebracci: fu

detto ancora che lo stesso ambasciatore Lucchese con insigne tradimento

oprasse ai danni del suo Signore; del che ebbe premio dai Fiorentini.

Ma intanto in Firenze si tenevano Consigli, e a molti piaceva pigliare

l’impresa. Piovevano lettere dei Vicari e Potestà presso ai confini

di Lucca circa la mala disposizione delle castella lucchesi che

voleano darsi alla Repubblica; scriveva uno d’essi che mandassero

delle bandiere, perch’egli aveva già logore due paia di lenzuola a

farvi dipingere Gigli colla sinopia.[211] Diceano il Guinigi, oltrechè

tiranno, sempre essere stato nemico ed avere quant’era in lui cercato

ogni male ai Fiorentini, contro ad essi provocando le armi lombarde;

per ultimo avere mandato il figlio giovinetto Ladislao sotto le insegne

del duca Filippo Maria quando era in guerra questi con la Repubblica;

ora il tempo essere opportuno, l’acquisto facile dappoichè Venezia

già si era legata a non soccorrere il Guinigi,[212] nè il Duca poteva

per le condizioni della pace: debole essere il tiranno e male accorto

e sprovveduto. Indarno i più vecchi, tra’ quali l’Uzzano ed Agnolo

Pandolfini, allegavano la ingiustizia e la temerità d’un’impresa

della quale ognuno vedeva agevole il principio, e niuno vedeva

dov’ella andasse a terminare; nè avere il Guinigi voluto più male

alla Repubblica ch’essa a lui, nè mandato il figlio col Duca se non

quando lo ebbero i Fiorentini rifiutato con dileggio;[213] a guerra non

breve infine gli amici non gli mancherebbero. Ma era in Firenze una

manía di conquiste entrata persino giù dentro al popolo:[214] taluni

già s’erano divise tra loro le terre dei Lucchesi e i vicariati e le

potesterie, talchè nei Consigli chi mettesse innanzi parole di pace non

lo lasciavano dire — con tossire, picchiare e spurgare;[215] — di loro

spargendo, che avessero dal Guinigi pigliato danari. Privati disegni

e occulte pratiche eccitavano la popolare temerità; ma tutto ciò era

(scrive un ingenuo popolano) a fine d’indurre viepiù il popolo sotto

il giogo. Fu a questo modo contro al Guinigi deliberata la guerra in

grande Consiglio di quattrocentonovantotto cittadini, dov’ebbe contrari

soli novantanove;[216] e creati i Dieci, ch’era segnale a principiarla.

Era morto in quello stesso anno 1429 Giovanni de’ Medici, lasciando

due figli Cosimo e Lorenzo; e di lui vengono riferite nelle ultime

ore parole benigne e d’uomo da casa, che ai figli raccomanda sempre

di essere popolari, ma non farsi segno al popolo o capi di setta,

nè autori di turbazioni alla Repubblica.[217] Troviamo quell’altro

prudente vegliardo ch’era Niccolò da Uzzano avere compianto alla

morte di Giovanni; ma era l’Uzzano anch’egli sull’orlo della ultima

vecchiezza: moriva poi l’anno 1432, egli e Giovanni traendo seco il

fiato estremo di tempi migliori e le ultime voci che dessero fede a una

repubblica temperata.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 14 / 51 段