Di quella rotta fu molto grande in Firenze lo sbigottimento, e più nei

maggiori cittadini che temevano per sè, come quelli che avevano addosso

tutto l’odio della guerra e il carico d’una impresa fallita, che

pagare bisognava facendo danaro per via di prestanze, cui non sapevano

come provvedere. Avevano imposto, per un così detto prestanzone

rinnovato più volte nel corso di pochi mesi, novecento migliaia di

fiorini d’oro;[180] ed inventato un Monte nuovo per le fanciulle e

per i fanciulli da maritare, dove i superstiti guadagnassero sopra le

somme decadute per le morti di coloro sul capo dei quali erano stati

posti in comunanza, che è modo vizioso e meritamente riprovato.[181]

Chiamarono quindi un Consiglio di richiesti più largo che prima non

fossero soliti, perchè non bastava empirlo di quelli che assentivano

ogni cosa, ma quando è bisogno che paghino tutti, bisogna che tutti

pure siano rappresentati. Degli uomini antichi prima non volevano

sapere, ma ora sforzati si volsero a quelli che avevano ributtato; ed

era tra gli altri Rinaldo Gianfigliazzi, che da quarant’anni figurava

nello Stato, vecchissimo allora ma sempre vigoroso così da essere

adoprato pure in quegli anni nelle ambascerie; ed uomo di mezzo, come

noi vedemmo, e voce da essere ascoltata. Nel Consiglio erano molti

giovani, dai quali nulla non si cavava: si alzò Rinaldo e rinfrancò gli

animi non meno a speranza di salute che a difesa di giustizia; disse il

segreto di quelle guerre: «Voi non avete perduto nulla del vostro, anzi

hanno perduto coloro che erano creditori de’ vostri soldi, co’ quali

medesimi soldi ne avrete altrettanti più freschi e più forti, perchè

_chi ha del pane, mai non gli manca cane_. Solo in una cosa consiste il

vostro rimedio, cioè di non volere che le borse degli uomini impotenti

abbiano a pagare quello che non vi si trova e non vi è rimaso. A chi

ha da pagare si pongano le gravezze e si risquotano. È più ragionevole

difenda il Comune chi ha gli onori e gli oneri del Comune, che chi è

escluso dagli onorevoli luoghi della Repubblica. Soldisi gente a piè

ed a cavallo, e stiesi alle difese.[182]» Chiamarono venti cittadini

a porre le nuove gravezze, per le quali veniva il carico degli uomini

potenti cresciuto di cinque soldi per lira: ai quali pareva essere

entrati in disperato laberinto, vedeano la guerra andare in lunghezza,

e gli spendii dovere uscire dalle loro borse: chiederono sgravio, il

quale più volte fu messo a partito e molta pugna se ne fece, ma non

si potè mai vincere per alcun modo, perchè gli artefici e il numero

dei cittadini di poco stato erano cagione che non si vincesse. Veduto

il che, cercarono rendere odiosa la gravezza; e diedero autorità ai

messi e berrovieri di portare arme; e degli oltraggi che facessero

ai debitori del Comune non si potesse conoscere. Dal che avvennero

disordini gravi; ed un Francesco Mannelli, tra gli altri, fu ferito

sconciamente.

Delle Arti che prima erano forza della città, cadute al basso (come

vedemmo) le Capitudini, rimanevano le Confraternite religiose, antica e

sempre molto vivace istituzione che in ogni tempo mantenne in Firenze

le forme e gli ordini popolari. Più tardi i Medici, fatti principi,

assai penarono a ridurle pazienti e docili alla servitù: ma ora

stavano contro gli ottimati, in quelle facendosi congreghe segrete, e

lì si sfogavano le ire popolari, e ordivansi trame contro allo Stato.

Cosicchè furono insino dall’anno 1419 levate via e chiuse le Compagnie

laicali in città e fuori per un miglio attorno, con pene rigorose.

Dessero i libri e le scritture al cancelliere del Comune, i mobili

venduti e distribuito il danaro ai poveri; i luoghi che fossero atti si

riducessero ad abitazione, gli altri si serrassero; e se alcun prete

o religioso fomentasse simili adunanze, vollero che fosse procurato

col Papa di privarlo de’ benefizi e mandato fuori del dominio.[183] Ma

perchè tutti questi rigori, secondo il solito, non bastavano, troviamo

in quest’anno 1426 trattarsi del modo come impedire che risorgessero

congreghe siffatte contro ai termini delle provvisioni poste.[184]

Ma quanto facessero per tali industrie era nulla, se non pervenissero

a ridurre in pochi lo Stato, che era il fine d’ogni cosa, levando di

mezzo quei cittadini d’ogni colore i quali s’erano dovuti ammettere

per necessità a fare numero nei Consigli; perchè gli ordini della

Repubblica a ogni modo erano popolari, nè industria bastava, se

le antiche forme non si alterassero e lo Stato venisse al tutto

e scopertamente in potestà degli ottimati, grandi o di popolo che

si fossero. Quindi, con permesso del Gonfaloniere Lorenzo Ridolfi,

ordinarono d’essere insieme una mattina in Santo Stefano settanta

dei più eminenti cittadini; tra i quali (secondo si legge) Rinaldo di

Maso degli Albizzi, che tutti vinceva per eloquenza, parlò così: «Le

vostre discordie vi hanno dato a compagnia chi già ad altro tempo non

sarebbono stati tolti per sufficienti famigli de’ vostri maggiori:

dimenticate le ingiurie che fossero intra voi, ed accordatevi al

popolare reggimento ed al comune utile. Voi siete il Consiglio di

questa città; adunque quello che per voi si farà, farà il Comune,

perchè il Comune siete voi. In antico per dispetto de’ nobili e degli

antichi popolani, ciascuno ha fatto nuovo rimbotto, e aggiunti tanti

novissimi e meccanici nelle borse, che ora le loro fave è tal numero

che le vostre non ottengono. Io vi ricordo che sempre in tutti i popoli

è grandissimi odii tra’ nobili e meccanici cittadini. Nonostante che

qui tra noi non sia quella gentilezza che per li savi si conchiude, ma

noi siamo gentili appresso a chi noi ci abbiamo fatti compagni; chi

è venuto da Empoli, chi di Mugello, e chi c’è venuto per famiglia,

ed ora ce li troviamo per compagni al governo della Repubblica. Ed

almeno stessono contenti a quello che eletti gli abbiamo, ma e’ ci

tengono per servi, e loro essere i signori. Se si ragiona di guerra,

eglino la confortano e tra loro dicono: noi non possiamo perdere; però

che se la guerra vinciamo, noi siamo al governo appresso di loro, ed

empianci le borse; se si perde, che è a noi? conciossiachè niente o

poco ci costa, perocchè le nostre botteghe hanno altrettanto d’uscita

quanto d’entrata; possessione ne’ danari di Monte nostri non si

trovano e non abbiamo. Aggiungono ancora un’altra ragione, e dicono il

vero: quando c’è le guerre, la città è sempre abitata da moltitudine

di soldati a piede e a cavallo; chi viene per acconciarsi e chi s’è

acconcio; chi per le sue paghe e chi per fare la mostra; e così tutta

la terra sta sempre piena di gente bellicosa, la quale conviene che

ogni sua necessità compri; là ove gli artefici ne stanno grassi e bene

indanaiati. Savi cittadini, la guerra dei lupi sempre fu ed è pace

degli agnelli; e’ dicono essere gli agnelli, e voi i lupi; e però

niun partito, il quale voi ordinate e desiderate che si faccia, non

vogliono vincere con le loro fave, anzi desìano e cercano il vostro

disfacimento. Che amore credete voi che gli abbiano alla Repubblica

coloro a cui mai costò nulla? Eglino non sanno quasi chi essi si

sieno; come possono avere amore ad altrui coloro che non l’hanno a

loro medesimi? Io ho veduto venire il villano di contado, e dirgli il

figliuolo: quando venisti e quando ne andate? per le quali parole pare

che più tosto ami che se ne vada, che non ami che ci venisse. Ancora

di quelli ho veduti che hanno vietato al padre che non lo manifesti

per figliuolo, però che non vogliono che si sappia che il padre sia

bifolco o agricolo. Adunque, che amore credete abbiano a voi e alla

vostra Repubblica quelli i quali non l’hanno alle loro medesime case?

Niuna differenza è al nascere e al morire dal gentile al villano; ma

ne’ costumi sono differenze, e massimamente nell’amare; il gentile ama,

il villano teme: dico che dal villano all’artefice è poca differenza.

C’è poi tra tante ragioni una massima, conciossiachè l’origine della

vostra signoria distendeva il contado dal Galluzzo a Trespiano, e ciò

che avete d’avanzo possono dire non essere di vostra ragione; anzi

di coloro, di cui questi veniticci furono già fedelissimi vassalli.

Adunque l’amore è piuttosto nelle origini dei vostri nemici che non

è nella vostra Repubblica, e così naturalmente sono desideratori del

vostro rovinamento. Sicchè provvedete; che vi è tanto più necessario,

che bisogno vorrebbe già essere provveduto. Signori cavalieri, e voi

valorosi cittadini, non vedete voi ch’egli hanno poste le gravezze

trasordinatamente a tutti voi, i quali avete in mano le redini della

Repubblica? E vedete le ingiuste poste, le quali per voi si comprende

non le potere soddisfare. Avete addimandati non nuovi modi, ma antichi

ed usati da lunghe consuetudini. In simili condizioni di trasordini si

è sempre usato lo sgravio, acciocchè quelle poste che sono fuori del

ragionevole, si correggano e rechinsi al ragionevole per lo sgravio.

E niente hanno voluto acconsentire; innanzi vogliono contaminare

l’antico consueto dello sgravio, che ottenerlo colle fave alla civile

usanza. Non sapete voi che la lunga consuetudine si ritrova in tra

le leggi? E chi dalla legge si parte, rinunzia al ben vivere ed alla

civile libertà? Per certo voi potete vedere come in tutto cercano il

vostro disfacimento e quello della vostra Repubblica. Credete voi che

non tengano a mente la crudeltà de’ loro padri, e che non sappiano

quanto la loro perfidia si distese sopra il sangue de’ vostri maggiori?

Cercate i conventi de’ frati, e trovereteli pieni di corpi e di carogne

de’ vostri antichi; guatate il muro del Capitano, che ancora ritiene le

note del sangue di tanti valenti cittadini, i quali erano sufficienti

per le loro mani tutta lingua latina essere giustamente governata.

Qual cosa ci fu che non fosse piena di pianto e di lamento di vedove

e di pupilli? Tutta la città era piena di oscuri vestimenti con volti

tutti lagrimanti e pieni di dolorosi aspetti. Non sentiste voi le voci

delle misere madri, degli orfani e de’ pupilli gridare e dire: non

vi fate compagni coloro che ci hanno tolti i nostri sposi e i nostri

padri, i quali furono l’onore e la gloria di questa Repubblica. Qual

via o qual contrada sapete voi, che ancora non vi rinnovelli delle

reliquie delle loro arsioni? Perchè col fuoco le loro furie l’arsero

e disfecero. Quaranta maledetti mesi tennero in servitù questo popolo!

tanti sbanditi, tanti confinati, ed ancora con veleni nobili cittadini

falsamente feciono morire, e tali con le coltella perirono, e non

era cittade che non fusse piena de’ vostri antichi: chi v’era in

esilio, chi per isbandito e tale per rubello: e così le stranie patrie

abitavano. Piacciavi perdio di non volere stare pertinaci nelle vostre

discordie, acciocchè quelle non sieno più l’esca che accenda il fuoco,

il quale fu spento da quel vostro cittadino di Bardo Mancini. Voi ci

avete misto i campi di Figline e di Certaldo e di cotali luoghicciuoli,

con assai disutili schiatte; e venutici colla bottega al collo, hanno

tenuto in mano il vostro gonfalone. Ancora avete aggiunto a questi così

fatti mostacci, ammoniti ed originali ghibellini i quali sapete che

sempre furono nemici del guelfo reggimento; e addietro avete lasciato i

nobili della vostra città. Questo dite che fate per le incomportabili

superbie che usavano i loro antichi: la superbia non si niega che non

sia abbominevole a comportare, ma e’ non è minore il fastidio presente

della stolta plebe, che si sia la preterita superbia degli antichi e

de’ nobili. Diremo noi che sia superbia incomportabile quella di colui

che è nato de’ Bardi, se desidera di essere maggiore che il nipote

di Piero Ramini, e il figliuolo di Silvestro fornaio? Non è egli più

giusta cosa, che quegli che è nato de’ Rossi sia sopra quello dello

Stucco, che quello dello Stucco sopra lui? o che quel seggio sia

negato a’ Frescobaldi, che è conceduto allo Stuppino? Senza che non

contendono questo, ma desiderano egualità con tutti, e non maggiorità

di persona. Dico, che queste non sono superbie, ma più tosto ragioni

naturali e comandate dalla grandigia e dalla nobiltà della Repubblica;

avvegna dio che, da quanti più nobili è governata la Repubblica, tanto

è più nobile la Repubblica. E nientedimeno i nobili addietro avete

lasciati, e i vostri nemici per le vostre sfrenate volontà vi avete

fatti compagni. Dico che a voler tutti i vostri benefizi conservare,

è da dar modo che le borse si vuotino delle maladette pravità de’ mali

uomini. Sapete che la terra è compartita in tre generazioni d’uomini,

cioè scioperati, mercatanti ed artefici. Avete le leggi de’ vostri

antichi, che nel numero de’ Signori sia due delle Arti minori, e gli

altri sieno delle sette maggiori Arti e scioperati mescolatamente; e

per simile modo e ne’ Collegi. Ma il Consiglio del popolo, dov’è il

tutto delle volontadi, e dove si conchiude tutte le cose del Comune,

vi è delle ventuna Arte, sette delle maggiori, e quattordici delle

minori. Adunque vedete, che le due parti vi è delle minori e il terzo

delle maggiori; così la legge non è obbedita, e però non vi riescono le

vostre volontadi, perchè naturalmente vi sono nemici e hanno le fave

nelle mani. E’ si vuole le quattordici minori Arti recare a sette, e

che il numero degli artefici seguiti lo scemo delle Arti: dico là dove

sono due artefici, torni ad uno, ed a quel mancamento vi si aggiunga

le maggiori Arti e i Scioperati. Questo vi sia assai abile a fare:

come uomini nuovi, non intendono quello che si fanno, se non quando

comprendono fare il vostro disfacimento. Noi il senso della legge e

la volontà nostra faremo trarre a un medesimo fine: sempre la chiosa

di colui che ha fatto il testo va innanzi a tutte le altre; ed è

ragionevole, avvegnadio che tutte le leggi, per efficaci e giuste che

sieno, stanno soggette alla forza: chè sempre la spada nell’ultimo è il

competente giudice. Ed è tra voi la forza e il dominio sopra la gente

dell’arme, per l’asprezza della presente guerra: che avremo se non a

soldare due tre migliaia di fanti, e mostrare di voler fare una segreta

cavalcata in accrescimento della Repubblica, e quelli in un deputato

giorno, sotto colore di fare la mostra, condurli in sulla maestra

piazza a far pigliare le bocche per le quali gente plebea vi potesse

noiare? E chi ha il governo, adoperi le fave col favore della spada,

e per questa via si verrà alle desiderate conclusioni. Qui non resta

se non a dare il modo a seguire l’ordine ed eleggere il tempo abile a

tanto fatto. Se mestiero fosse la mislèa, vi è debito non fuggirla,

ma seguitarla. A che ricorreranno queste vili Capitudini? I fornai

si armeranno di pale, e con le vostre schiave ne faranno cordoglio;

e così altri coi loro trafficatori si compiagneranno della vostra

gloria. Però in tutto vi si prega, e me con voi insieme, a dare il modo

che gli uomini degni abbiano gli onorevoli luoghi del Comune; e che

questi veniticci stiano alle loro articelle a esercitare gli alimenti

necessari a nutricare le loro famiglie, ed in tutto dal governo della

Repubblica escluderli siccome seminatori di scandali e di discordie.

E se nessun altro più ottimo rimedio ci vedete, prego si manifesti; e

quanto più presto, meglio: e quello che è più utile, perdio, con tutta

sollecitudine si faccia.»

A questo parlare tutti alzarono le mani al cielo, lodando Dio e messer

Rinaldo; e tutti si volsero a Niccolò da Uzzano, mostrando talento

d’udire il parere di Niccolò quanto aveano mostrato piacere del

consiglio di Rinaldo. Ma il grande Anziano lodando il fatto, una cosa

aggiunse: «Voi sapete come la famiglia de’ Medici è stata sempre capo

e guida della plebe. Ora voi vedete Giovanni di Bicci essere capo di

tutta la famiglia, ed è sostegno e guida degli artefici ed ancora di

più mercatanti, i quali reputano lui padre non che di tutte le Arti

minori, ma delle maggiori sostegno e campione. Io consiglio che chi si

sente a lui intimo, lo richiegga di recarsi alla nostra intenzione, ed

ogni volta che questo sia senza nulla di dubbio, faremo tutto quello

che il valente cavaliere ha consigliato.» A queste parole ciascuno

s’accordò; e messer Rinaldo fu chiamato a richiedere Giovanni de’

Medici alla loro congiura. Andò Rinaldo ed espose il fatto; al quale

Giovanni si negava risolutamente, com’era da prevedere; e biasimandolo

forte: «Donde cavate voi (disse) che i sollevamenti de’ popoli sieno

pace e tranquillità de’ cittadini? Se il vostro padre vivesse, ei non

avrebbe voluto che il popolo fosse del suo luogo rimosso se non per

abilità de’ poveri uomini; e se voi tenete a mente i suoi portamenti,

direte questo medesimo essere così.» Qui annoverò alcuni benefizi che

Maso avea fatti a pro degli infimi, ed i freni posti alle soperchierie

dei potenti. Aggiunse: «Volete ora voi ritrovarvi a disfare con

insopportabile ingiuria, tanti benefizi del vostro eccellente padre

verso questo popolo? Io v’annunzio per vostro avviso che quando eglino

avessino acconci loro, che egli sconceranno voi e me e gli altri

buoni uomini di questa città. Io, come ho trovo il popolo, così il

voglio lasciare; ed ancora ne conforto voi che il simile facciate.»

Giovanni accennava ai grandi, che avrebbono sconciato ben tosto

tutta la parte dei popolani e tutti gli ordini dello Stato. Nè credo

l’Uzzano altra replica si aspettasse, nè altra volesse, avversi ambedue

ai modi violenti a cui Rinaldo parve inclinare. L’Uzzano esortava

si ripigliasse lo Stato come aveva fatto Maso degli Albizzi nel 93,

serrando le borse senza più fare rimbotti, cioè senza chiamarvi per via

di partiti altri nuovi cittadini; voleva che fosse rinnovata la balía

ogni dieci anni regolarmente, innanzi cioè che avesse potuto alterarsi

quello Stato, perchè le balíe non uscissero di mano ai capi di esso,

nè aprissero mai le vie degli uffici ad altri che ai loro. Bramava

accostarsi quanto più potesse ai modi e alle forme della Repubblica

veneziana: andava però con passi malfermi, secondo imponevano le troppo

diverse condizioni; e in certo suo scritto pare consigli ringiovanire

le decadute istituzioni della Parte guelfa, tornare cioè ai modi

antichi, soli possibili in questo popolo com’egli era.[185] Giovanni

voleva anch’egli serbare le forme antiche della Repubblica, null’altro

cercando a sè ed ai suoi che il favore popolare.

Ma una parte si formava intorno a lui non consenziente, e i figli suoi

Cosimo e Lorenzo gli facevano rimprovero del non mostrarsi più vivo,

stimolati anche da un Averardo di Alamanno de’ Medici, uomo cupido e

ambizioso. Dai quali Giovanni qualche rara volta si lasciava condurre

in Palagio; ma rifiutandosi, quanto a lui, ad ogni cosa per cui potesse

nascere divisione nella città. Diceva: «Per me io voglio attendere

alle mercanzie dalle quali ebbi ogni grandezza, e da quelle in fuori la

Repubblica non mi glorifica; perchè quand’io ero indigente, non che la

Repubblica mi alzasse, ma cittadino non ci era che mi conoscesse o che

non mostrasse di non avermi mai veduto.» Giovanni di Bicci e Niccolò

da Uzzano, ambedue vecchi, s’adopravano a contenere ciascuno i suoi;

ma troppi già erano ai quali giovava la guerra aperta, e che cercavano

ad essa cogliere le occasioni. Erano in Palagio due Cancellieri; che

l’uno, ser Paolo di Lando Fortini, era tutto degli Uzzani, e l’altro,

ser Martino di Luca Martini, stava co’ Medici. Per il che cercando

quegli rimuoverlo dall’ufficio, ottennero questi che invece ser Paolo

fosse levato: l’anno dipoi fu casso il Martini; del che si legge il

vecchio Giovanni avere avuta grande afflizione.[186]

Questo è il solo fatto di cui si trovi nei minori Cronisti alcun

cenno, ma basterebbe anche solo a mostrare già essersi scoperta la

parte de’ Medici, Rinaldo a quella dichiaratamente avverso, avverso

ma cauto Niccolò da Uzzano. Di tutto ciò noi però teniamo conto

accurato, perchè della grande mutazione che indi avvenne cerchiamo

indagare con ogni studio le prime origini, oscure in gran parte. Ma

quanto alle cose fin qui dette ci corre obbligo di dichiarare tutto il

racconto essere fondato sopra la nuda testimonianza d’un solo autore

contemporaneo, ch’è Giovanni Cavalcanti: da lui traeva il Machiavelli

non che la materia del quarto suo Libro, bene spesso le parole, senza

che per altri libri o documenti crescesse lume a questi fatti.[187] La

radunanza in Santo Stefano e i discorsi che vi si tennero, non hanno

per noi altro mallevadore che il Cavalcanti, alla cui autorità non

vorremmo starcene alla cieca; e quell’arringa che egli poneva in bocca

a Rinaldo, sembra esprimere a dir vero anzi i concetti degli antichi

grandi che i propri dell’Albizzi. Ma perchè assai bene e con linguaggio

molto nervoso ci mette innanzi le divisioni che erano in seno della

Repubblica, credemmo potesse riuscire utile all’istoria; e quando

ai lettori fosse apparita troppo lunga, saremmo ingannati del nostro

giudizio. Inoltre il fatto dell’essersi allora qualcosa agitato, riceve

conferma per altri indizi, sebbene lievi, che a studio potemmo altrove

raccogliere.[188] Torniamo al seguito del racconto.

Ai reggitori di quello Stato, sebbene intorno si ammontassero le

difficoltà, non mancò l’animo; e rifatti di danaro pei balzelli pur

quella volta riscossi, pigliarono a soldo quanti poterono Capitani

che fossero al caso da restaurare quella guerra. Fidavano molto nelle

armi Braccesche, nelle quali era il conte Oddo, giovinetto che dopo la

morte del padre suo Braccio aveva seco governatore di tutte le imprese

Niccolò Piccinino, che fu il migliore tra i discepoli di Braccio, e

dopo lui tenne la condotta di quelle armi: bramò egli fare un’impresa

segnalata contro a Faenza, mosso da uno de’ Manfredi, ribelle che

si era posto ai servigi della Repubblica. Sperava favore costui nei

villani delle valli del Lamone, i quali vedemmo un’altra volta quanto

potessero; ma perchè i soldati non attendevano che a rubare, gli

furono contro, e chiudendo i passi, misero in rotta quei predatori,

uccidendo il misero e pro’ giovinetto, che bello della persona e

franco nelle armi s’era valorosamente diportato. Rimase prigione il

Piccinino, e fu menato nella città di Faenza: quivi egli riusciva con

le persuasioni a voltare quel Signore, sicchè lo condusse a entrare in

lega co’ Fiorentini. I quali però venivano successivamente a perdere

quante fortezze e terre aveano in Romagna, alcuna di esse abbandonate

con poca difesa per viltà dei Commissari che le tenevano: per il che

apparve tanto più eminente la virtù di Biagio del Melano; il quale,

mancatogli ogni mezzo alla difesa della rôcca di Monte Petroso e pure

negando renderla, e i nemici con animo di costringerlo avendo appiccato

il fuoco all’intorno; Biagio si fece ai merli, e gittate prima a terra

quante avea robe in casa leggere e morbide, vi gettava sopra i propri

suoi figli di piccola età, i quali furono dai nemici pietosamente

raccolti, ed egli lasciossi perire in mezzo a quelle fiamme anzichè

rendere la fortezza: il nome di lui fu molto in patria celebrato, e

la Repubblica provvedeva splendidamente ai rimasti figli del preclaro

cittadino. In Val di Tevere Capitano era Bernardino detto della Carda,

di quella casa degli Ubaldini la quale, avendo perduto lo Stato per

lunghi assalti dei Fiorentini, serviva ad essi ora per la necessità

di vivere colla spada, com’era l’usanza dei signori castellani: da

costui nacque (la madre s’ignora) quel Federigo che risuscitò la casa

dei Montefeltri e fu il migliore dei Principi di quel secolo. Avea

Bernardino incontro le forze dappertutto vittoriose di Guido Torello e

d’Agnolo della Pergola, dai quali essendo colto in Anghiari, fu messo

in rotta e andò prigione in Lombardia: e frattanto il Piccinino, per

indugi che i Dieci posero a soddisfarlo di certe pretese, lasciò allo

spirare della sua condotta per sempre i servigi della Repubblica;

alla quale, come capitano del Visconti, fece poi soffrire gravissimi

danni.[189]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 13 / 51 段