quelli anni toccato il colmo di sua grandezza. Fondato nel 1382 con
l’abbassamento delle Arti minori; ordinato nell’87, dopo la prima
cacciata degli Alberti, con le leggi poste da Bardo Mancini; munito
d’armi e d’ordini più stretti da Maso degli Albizzi nel 93; avea
nel corso di quarant’anni tenuto a freno la potenza del Visconti,
felicemente condotto a fine due guerre pericolose, acquistato Pisa,
Livorno, Arezzo, Montepulciano, Cortona; che poco più era l’antico
dominio. Rimosso ogn’impaccio d’avversarii dentro, non mai tanta
quiete fu compagna di tale prosperità. Regnava l’ordine, il che
all’universale permette almeno il beneficio della libertà civile, della
quale facilmente i più si contentano, qualora non siano troppo stranati
dalle imposte. Pochi erano quelli che dominavano, e non molti furono
gli oppressi; non si abbondò nelle uccisioni, le quali producono odii
più acerbi ed inestinguibili: Maso degli Albizzi, che fu principale
autore d’ogni cosa, pare comprendesse come nei casi politici i morti
risuscitano. Un altro solo e tra’ più oscuri della casata degli
Alberti fu decapitato: ma negli anni 11 e 12 avendo trovato (così
dice il bando) che la famiglia degli Alberti aveva di nuovo tentato
congiure, una sentenza mandò esuli tutti di quella famiglia sino ai
fanciulli nelle fascie, che le altre condanne avevano risparmiato: con
essi andarono un Ricci e uno Strozzi. Che tutto ciò debba attribuirsi
all’odio personale di Maso degli Albizzi, può indursi anche dalla
circostanza, che dopo alla morte di lui cominciarono le condanne degli
Alberti a essere gradatamente revocate, o in qualche parte attenuate
con quello studio e con quell’arte di cui sono capaci i Governi che
stanno ristretti in mano di pochi.[162]
Pure quello Stato altro non era che un fatto mantenuto a grande studio
da più anni, e, come nota sapientemente Donato Giannotti, lo reggeva la
virtù dei capi, non la bontà delle leggi; violava insino alle apparenze
d’egualità cittadina, nè aveva potuto trovarsi radici giù dentro alla
stessa costituzione della città. Manteneva degli antichi ordinamenti
della Repubblica quello che avevano di peggiore, il trarre a sorte i
magistrati, ed in ciascuno fino ai sommi porre insieme gli elementi
tra sè più contrari, ma sì che sempre il maggior numero stesse con
gli uomini che reggevano, cosicchè ogni deliberazione usciva divisa
e in ogni voto era un dileggio. Le Arti minori contavano sempre in
ogni collegio un piccol numero di rappresentanti, chiamati a dare voti
inutili se ai possenti uomini non si accostassero. Ma queste e tutta
generalmente la costituzione delle Arti aveva dismesso l’antica sua
forza, e, se oso pur dirlo, la verità di sè stessa, quando sotto ai
Ciompi si aggregarono le Arti nuove, ed una ne fecero degli uomini
senza lavoro. Dipoi vedemmo giovani ricchi farsi scrivere alle
Arti minori, strumenti egregi alle corruttele, che già d’ogni parte
s’insinuavano negli artefici. Col tanto ampliarsi delle industrie già
il capitale era ogni cosa, e la ricchezza imprimeva il moto a una gran
macchina di lavoro, della quale erano gli opranti come pezzi che non
avevano vita politica di per sè. In questo secolo XV le Arti maggiori
e le minori e i loro Consoli o le Capitudini già nei congegni della
Repubblica erano fatte un nome vano; più non v’era altro che ricchi
e poveri; le borse erano fatte a mano, per ogni ufizio una borsa
propria;[163] ed in quelle della Signoria e dei Collegi e maggiori
ufizi, che ad ogni tratto si riformavano, la sola regola consisteva
anco di nome nel mantenere gli stessi uomini e famiglie ch’erano
state prima in ufizio: pigliare gli uomini prima dell’82 era allargare
il reggimento; pigliare quelli dell’87, o più ancora del 93, era un
ristringerlo più che mai. Nè il magistrato di Parte guelfa serbava
più nulla di quella sua vecchia e trasmodante potenza, dacchè fu
arnese contro ai guelfi, cioè agli uomini popolani, usato dai grandi
o dalle famiglie che in fatto ai grandi s’accostavano. Battuto nel
1378 e rottagli in mano quell’arme logora delle ammonizioni, venne in
discredito; e noi troviamo nei primi anni del quattrocento il palazzo
e i Capitani della Parte guelfa tanto essere vilipesi, che non si
trovava chi volesse nella grande solennità cittadina andare con loro
all’offerta in San Giovanni:[164] mancava una forza ed un ingombro
nella Repubblica.
La quale avrebbe pe’ nuovi tempi abbisognato di forme nuove, e quel
che non era se non accozzo quasi fortuito di pochi uomini e di famiglie
che aveano incontro famiglie ed uomini poco disuguali, quel ch’era un
fatto, avria voluto munirsi d’ordini e di leggi che forma dessero allo
Stato. Agli ottimati che lo tenevano, stava in quel secolo più che mai
dinanzi agli occhi grande esemplare la Repubblica dei Veneziani, cui
molto ambivano d’agguagliarsi, ma nulla avevano a tal fine: nulla in
Firenze si accomodava a quella forma di reggimento, la quale in Venezia
può dirsi che uscisse giù dalle viscere di quel popolo, e avesse forti
dalla natura i mezzi acconci a mantenerlo. Venezia teneva fin dalla
sua cuna tradizioni principesche nel Doge che n’era stato per più
secoli signore, e sempre re in piazza, sebbene con poca autorità nei
Consigli,[165] teneva con certe regali apparenze tuttora il popolo
in ossequio, e stava a petto degli altri principi. Venezia aveva
un patriziato di stampa latina, le cui origini si annestavano alla
istessa formazione ed a tutto il crescere d’una città per ogni conto
maravigliosa e dalle altre singolare. Avea commerci più che industrie,
e commerci d’oltremare che stanno in pochi; le possessioni dei suoi
patrizi erano le navi, quasi castelli dove un solo capo i vassalli
costringeva a dura opera e forzata. Nei marinari la stessa necessità
di salvarsi contro a pericoli incessanti impone ubbidienza continua,
docile, assoluta; tornati a casa, i marinari null’altro cercano che
riposo, nè mai riuscirono strumento facile ai tumulti. I quali in
Venezia erano vietati per fin dalla stessa struttura della città,
che dalle acque tramezzata rendea malagevoli i popolari adunamenti,
talchè a tenerla era bisogno di pochi armati; nè questi facevano alcun
pericolo allo Stato, che dentro Venezia non mai ricettava quelle
milizie forestiere di cui si valeva per le guerre e per la guardia
delle provincie di terraferma.
Firenze ebbe in tutto condizioni differenti: avea con Venezia comuni
soltanto le antiche scaturigini del sangue etrusco, e più che altrove
inalterate da innesto germanico le latine tradizioni; talchè nei due
popoli una cert’aria di fratellanza traspare tuttora. Ma il popolo di
Firenze, più mobile e arguto e più inclinato allo speculare, voleva
reggersi a democrazia; e se ora pendeva da pochi ottimati, non era per
altro che per l’impotenza naturale all’altra forma di reggimento; e il
popolo aveva più che le apparenze tuttavia sempre della sovranità. Era
pei governanti un lavoro senza fine formare le borse, poi regolare le
tratte ai magistrati ed ai collegi, ed ai consigli, ed agli ufizi di
dentro e di fuori, secondo giovasse alla parte che reggeva; le molte
pratiche e le regole che si adopravano minutissime serbavano certe
loro peculiari e vive e affatto popolari locuzioni a noi trasmesse dai
cronisti.[166]
Erano capi di quel governo Maso degli Albizzi, Gino Capponi, Niccolò da
Uzzano, co’ quali stavano Bartolommeo Valori, Matteo Castellani, Palla
Strozzi, Lorenzo Ridolfi, Nerone di Dionigi Neroni, Lapo Niccolini;
altri minori giù giù scendendo formavano come la piramide di quello
Stato. Maso degli Albizzi venne a morte l’anno 1417, forse della peste
frequente in quel secolo e che era di nuovo entrata in Firenze:[167]
nato l’anno innanzi la mortalità del 1348, avea nel vigore della
giovinezza veduto molte cose avverse, le case sue abbruciate, lo
zio decapitato, sè stesso bandito, parte de’ suoi consorti sciamati
aver preso altre armi ed altro cognome. Richiamato a casa dappoichè
l’impero fu tolto di mano ai Ciompi, tutte le cose se gli voltarono in
favore: ed egli rimase come principe nella città, tenendo quel grado
non solamente dalla ricchezza e autorità della casa, ma dalla prudenza
sua e da quella civile modestia, per la quale fu contento essere
grande più che parere; talchè il suo nome, che indi rimase lungamente
celebrato, si trova confuso infinchè egli visse a quello degli altri
più qualificati cittadini. Avea scelto per impresa un Bracco col muso
serrato, la quale vedevasi incisa sopra al suo sepolcro in San Pier
Maggiore: con essa voleva significare, che non si debba fare rumore
innanzi al tempo.[168] Il quale precetto osservava egli costantemente,
e lo Stato andava senza divisioni che apparissero: le offese che altrui
recasse velava, poi con le piacevolezze temperava; contento impedire
agli altri d’offenderlo, faceva le viste d’ignorare i mali umori i
quali egli avesse destati in altrui; gli amici dubbi provvedeva non
gli divenissero aperti nemici. Gino Capponi gli fu denunziato come se
volesse mutare lo Stato; Maso rinviava l’accusatore alla Signoria, la
quale gli fece mozzare il capo: tra quei che reggevano non parve mai
rotta l’unione, vivevano sempre tra loro familiarmente.[169]
Moriva nel 1421 anche Gino Capponi: a questi sopravvisse Niccolò da
Uzzano, sebbene già vecchio. Questi non si era levato sì alto per la
potenza della casa, la quale rimasta fino allora nei castelli, non
avea sèguito in città, ma pei servigi da lui prestati alla Repubblica
lungamente; nè credo Firenze avesse mai cittadino che lo agguagliasse
per la grande autorità dal senno di lui esercitata nei Consigli,
frenando i più audaci e a sè conciliando col mite animo gli avversi.
Girava il partito sì tosto che avesse Niccolò parlato, egli essendosi
prima inteso con gli altri potenti, dai quali poi fosse fatto vincere
il parere che insieme avessero accordato. Imperocchè «molti erano
eletti agli ufizi e pochi al governo,» questo risedendo in quanto alla
forma dei Collegi e ne’ Consigli; dove si veniva però a cose fatte
nelle botteghe, negli scrittoi e nelle cene dei maggiori cittadini;
degli altri essendo pressochè inutile la parola, concessa a mostra di
libertà.
Il quale stato della Repubblica ci viene descritto da Giovanni
Cavalcanti, autore di storie[170] che assai volte adopreremo.
Abbiamo da esso la viva pittura di un Consiglio di richiesti al quale
intervenne. «Il Gonfaloniere, uomo di dolce condizione e di grossa
pasta, avendo in principio fatta la proposta e quindi messosi a sedere,
lette le carte, chi disse una cosa e chi un’altra; erano i pareri
assai differenti: mentre la turba consigliava, Niccolò da Uzzano dormia
fortemente e nulla udiva di quelle cose, non che le intendesse. Infine,
o che il sonno avesse in lui finito il suo corso o che lo avessero
tentato perchè si svegliasse, tutto sonnolento salì alla ringhiera, ed
esposto quello che fosse da fare, gli altri confermarono il suo detto.»
Il Cavalcanti, di casa grande, era in quel numero come Capitano della
Parte guelfa e non come cittadino stimato nè accetto al Palagio, dove
pare sedesse allora la prima volta. «L’ingrata e plebea moltitudine
(così egli scrive) niente o poco ci volevano alle preminenze del Comune
in compagnia, e ci tenevano addietro, dicendo che avevamo a purgare
la potenza ed i peccati de’ nostri antichi, se peccati erano; e se
pure alcuno di noi eleggevano, sceglievano uomini disutili e molli,
che stavano ristretti agli scamuzzoli di sotto le loro mense.» Questo
l’antico nobile chiama modo tirannesco e non vivere politico nella
città di Firenze.[171]
Era nella parte popolare venuto in grandezza Giovanni dei Medici
chiamato di Bicci, non del ramo stesso dal quale uscirono Salvestro
e Vieri, ma ebbe da questo ereditata la temperanza, e fu dell’altro
meglio avveduto e più fortunato. Trovossi da giovane in povertà,
essendo la casa dei Medici battuta con le altre della parte popolare:
aveva poi fatto a sè medesimo la fortuna sua col mercatare, esercitando
l’arte del Cambio felicemente, così da essere divenuto non che il
più ricco cittadino di Firenze, forse anche d’Italia. Vecchio, ora
godevasi la grazia popolare che aveva dal nome e dalle ricchezze e che
egli nutriva con quell’accortezza che ha sede nell’animo, disposto ai
savi e miti consigli e in tutto alieno dalle violenze. Fuggendo le
sêtte, in Palagio non andava se non chiamato; e fondò così alla sua
casa una grandezza per sè non cercata. Riammesso a godere gli uffici
della Repubblica e avendo la mano nelle maggiori faccende, usciva
Gonfaloniere l’anno 1421; al che fu scritto che Niccolò da Uzzano
avesse in animo di attraversarsi: ma fatto è che il gonfalonierato suo
passava innocuo e tranquillo.[172]
Motivo alle accuse contro alla parte dominatrice erano le guerre,
le quali dicevasi da questa accese e mantenute a fini privati;
intollerabili le prestanze, che sempre cadevano disugualmente sugli
avversi e sopra il grosso dei cittadini quieti e senza parte, laddove
a’ pochi ed agli aderenti loro venivano i guadagni e la gloria delle
imprese, e il sèguito che si faceva ogni dì maggiore per le accresciute
necessità. Quindi grandissime le lagnanze. «L’uno nominava chi era
stato la cagione della sua gravezza, dicendo: e’ sa bene che mi è
impossibile pagare sì sconcia cosa: s’egli appetiva il mio luogo,
perchè non me lo chiedeva egli in vendita? e per meno del giusto pregio
glielo avrei dato. L’altro diceva: e’ m’annoverano i bocconi, e, non
che mi voglino lasciare il bisogno, ma mi niegano il necessario, solo
per indurre la mia famiglia a disonore e peccato.» I luoghi, cioè le
possessioni appetite, dovevano essere massimamente quelle dei grandi;
o almeno a queste io credo accenni con più passione il Cavalcanti, che
abbiamo noi finquì trascritto.[173] Le quali accuse molto aggravarono
per la guerra contro a Ladislao; e Maso degli Albizzi ebbe taccia di
avere condotta alla oppressione de’ suoi contrari la falsa pace che
precedette alla morte di quel Re.[174] Laonde nel 1411 fu ordinato un
altro Consiglio, ch’ebbe nome del Dugento perchè si compose di dugento
cittadini, senza del quale non si potesse far guerra nè cavalcata fuori
del dominio, non fare leghe nè confederazioni, non tenere stipendiati
più di cinquecento lance e mille cinquecento tra balestrieri e
palvesari, non pigliare in nome del Comune terra o fortezza, e non
ricevere alcuno in accomandigia e protezione. Di queste cose vinto
che fosse il partito nella Signoria, doveva proporsi al Consiglio
del Dugento; e in questo approvato pe’ due terzi almeno, andare a un
Consiglio di cento trentuno, che si componeva de’ Collegi e di altri
ufficiali e di cittadini aggiunti, e poi al Consiglio del Popolo, e
in ultimo a quello del Comune.[175] Era, come ciascun vede, un rendere
più che mai difficile ed incomodo quel già sì intricato roteggio della
Repubblica; ma erano infine gli uomini stessi che sempre deliberavano,
perchè al Consiglio del Dugento doveano essere imborsati quelli che
fossero stati essi o i padri loro ne’ maggiori uffici dopo al 1381, o
come diceano veduti, cioè tratti a quelli uffici, o solamente chiamati
abili e imborsati.
Dopo la morte di Giovanni Galeazzo era co’ Visconti cessata la guerra
per un tacito consentimento tra le due parti, e per l’impotenza nella
quale erano di rinnovellarla i due figli lasciati dal Duca in età
minore: vedemmo dipoi lo Stato disfatto, ed essi medesimi senza libertà
della persona oppressi da quegli stessi condottieri che gli tenevano
in tutela. Ma ucciso nell’anno 1412 il maggiore figlio Giovanni Maria,
portento di crudeltà in età ancora quasi imberbe, Filippo Maria pigliò
la corona ducale rialzandone assai la potenza, nè occorre a me dire
per quale serie d’iniquità: brutto del corpo e basso di animo, teneva
nel resto delle qualità del padre suo, ma senza quel tanto ch’esse
avevano di magnifico. Per vari modi e con artifizi lenti usando
l’ossequio che aveva Milano alla casa dei Visconti, e bene sapendo
valersi de’ condottieri che assai di buon grado s’acconciavano con
quella casa, aveva nell’anno 1419 racquistato al suo dominio presso
che tutte le città Lombarde, teneva assedio contro a Brescia venuta
in mano dei Veneziani, ed avea disegni sopra Genova, della quale era
Doge Tommaso di Campo Fregoso, cittadino egregio, valente ed abile
a difenderla. Per tale impresa importava al Duca non tenere ostilità
dalla Repubblica di Firenze, dove egli mandava grande ambasciata con
la richiesta di fermare con patti solenni la pace durata tra loro
più anni: e i patti erano, che nè egli s’ingerisse nelle cose di qua
della Magra e del Panaro, nè i Fiorentini al di là. A quella proposta
si divisero i pareri, e nei Consigli della Repubblica fu molto grave
disputazione;[176] prevalsero quelli che volevano la pace, avendoli
mossi l’ingordigia di Livorno, per cui giovava lasciare Genova nelle
strette. Pareva che fosse glorioso dividere i Fiorentini col Duca
la parte d’Italia la quale è posta di qua dal Po, siccome avendo
racquistata Brescia divideva egli co’ Veneziani la parte al di là:
godeansi avere libero il campo e consentito alle ambizioni cui si
erano molto i Fiorentini lasciati andare; ed ai caporioni dello Stato
pareva, qualora Filippo Maria mancasse ai patti, potere a lui più
giustificatamente muovere guerra, nè si direbbe che l’aveano fatto per
comandare e per arricchirsi. Qui pure l’esempio della Repubblica di
Venezia seduceva quelli ottimati; quasi che avessero eguale la forza
dei chiusi Consigli, e un popolo docile al pari di quello, e pingue
l’erario delle entrate d’oltremare con poco bisogno d’aggravare i
cittadini.
Siffatte ambizioni gonfiavano, dopo gli acquisti recenti, assai l’animo
dei Fiorentini, i quali tendevano a rotondarsi lo Stato: e mentre il
reame di Puglia, invaso dagli Angiovini di Provenza che Martino V vi
ebbe chiamati, invaso poi tosto dal re Alfonso d’Aragona cui s’era
Giovanna dissennatamente confidata, non potea reggersi in sè stesso;
e mentre che in quelle bruttissime guerre i due grandi condottieri
Braccio e Sforza erano implicati, finchè vi trovarono ambedue la
morte; i Fiorentini tenevansi libero il mezzo d’Italia, sul quale
avevano in quelli anni distese le braccia. Dei piccoli Principi che
allora cingevano gli Stati della Repubblica, non pochi si erano dati
ad essa in protezione. Da un lato i Marchesi del Monte Santa Maria
ed i Conti Guidi di Dovadola, non che gli ultimi resti dei Tarlati;
e in Romagna gli Alidosi, nell’Umbria i Trinci di Foligno, erano
anch’essi raccomandati della Repubblica; cui s’era dato con egual
titolo Guid’Antonio conte di Montefeltro e d’Urbino, con tutte le
terre in sua dipendenza. Aveva, siccome vedemmo, in tutela gli Appiani
di Piombino, dove ciascun anno andava per ivi amministrare il governo
uno dei più qualificati cittadini di Firenze; e molti dei rami in cui
dividevansi i Malespini di Lunigiana venivano anch’essi in dipendenza
della Repubblica; potendosi dire così veramente che ella distendesse in
fatto il dominio sino al fiume della Magra. Facevansi tali accomandigie
generalmente per cinque o sei o per dieci anni, dopo dei quali, se
nulla accadesse, venivano rinnovate.[177]
Frattanto le armi del Duca di Milano aveano costretto Genova a darsegli
in potestà; così che però i cittadini da sè governassero le cose di
dentro come facevano per l’innanzi. Per quell’accordo Tommaso di Campo
Fregoso ebbe la signoria di Sarzana; la quale città essendo posta
di qua della Magra, parve essere stato da Filippo rotto il confine
che per la pace egli medesimo avea posto (siccome dicevano) tra la
potenza lombarda e la libertà toscana. Aveva egli anche per accordo
col Legato di Bologna mandato sue genti a difendere quella città
contro all’assalto dei Bentivogli; che fu tenuta come un’altra e più
manifesta violazione della pace. Dal che cercava egli di scusarsi
per ambasciatori mandati a Firenze; ma intanto negava l’entrata in
Milano a quelli che aveangli i Fiorentini inviato, dicendo veniano
di luogo ammorbato, per essere in Toscana allora la peste.[178] In
questo mezzo accadde che Giorgio Ordelaffi signore di Forlì lasciasse
morendo il figlio Tibaldo sotto la tutela di Filippo, la quale parendo
sospetta alla madre, ch’era di casa degli Alidosi, trafugò in Imola
il fanciullo; ma fu costretta restituirlo, dappoichè il popolo di
Forlì preferì stare alla osservanza del testamento dell’Ordelaffi;
e il Duca volendo non al tutto discuoprirsi, mandava le genti del
Marchese di Ferrara ad occupare la terra. Su questo in Firenze per
lunghe consulte fu deliberato di muovere guerra, sebbene a molti
paresse il farla pericoloso, e nulla potervi la Repubblica acquistare
per la vicinità della Chiesa; talchè d’ogni impresa, comunque felice,
non altro avrebbesi che l’aggravio. Giovanni de’ Medici si legge
avere biasimato quella guerra e insieme con lui Agnolo Pandolfini;
ma pure Giovanni fu coll’Uzzano tra i primi Dieci creati a fine di
governarla. Elessero questi Pandolfo de’ Malatesti capitano, il quale
muovendo all’espugnazione di Forlì, trovò che le genti del Duca guidate
da Agnolo della Pergola, avendo occupata Imola e mandato l’Alidosi
prigione in Milano, facevano forza per avere Zagonara, castello pel
quale era loro necessario aprirsi la via a soccorrere Forlì. Muovevano
pertanto contro alle duchesche le genti dei Fiorentini per lungo
cammino e fatto malagevole dalle pioggie, tantochè giunsero a Zagonara
co’ cavalli stracchi: e la pioggia seguitava, che non più i campi
si conoscevano dalle vie; ed essi per dare l’assalto ai nemici erano
costretti andare nel fango sino alle ginocchia. Carlo Malatesta, ch’era
lì a’ fianchi di Pandolfo suo fratello, e contro al parere di Lodovico
degli Obizzi aveva persuaso quella mossa, valorosamente combattendo su
un grosso cavallo, invano incuorava i suoi che stavano in troppo grande
disavvantaggio contro a’ nemici freschi e ordinati in forte sito. La
rotta fu grande; Carlo Malatesta preso, Lodovico degli Obizzi ed uno
degli Orsini morti; fuggiva Pandolfo col suo siniscalco Niccolò da
Tolentino.[179]