prometteva ai suoi soldati l’acquisto; e fece sacco nella città di
Roma di tutte le robe e delle merci dei Fiorentini, sebbene avesse per
bando pubblico i mercanti sicurati. Cercò tirare ai danni loro anche
il marchese Niccolò d’Este; ed il giovine Francesco Sforza, che in
Ferrara dimorava (il padre avendo poco innanzi mutato bandiera), fu
a quella pratica mediatore, la quale poi non ebbe effetto. Frattanto
però abbisognandogli guadagnare tempo, teneva a bada i Fiorentini ed
il Papa co’ negoziati dei quali era solenne maestro: chiedeva cose
impossibili; una lega nella quale i Veneziani fossero compresi, e la
concessione in vicariato di Roma e delle altre città della Chiesa di
già occupate dalle armi sue. In quello stesso anno 1413 era disceso in
Italia Sigismondo imperatore, come tra poco vedremo; e la Repubblica di
Firenze, bisognosa pure di provvedersi contro a Ladislao, mandava in
Trento a Sigismondo ambasciatori; ma questi, che aveva altre faccende
in Italia, metteva innanzi certe proposte cui la Repubblica era
impossibile consentisse. Dicea Sigismondo: se io la rompo con Ladislao,
cui sono amico, e’ mi bisogna affatto distruggerlo, e Voi datemi
a ciò mano. Quest’era un fare di nuovo l’Italia mancipio ai Cesari
d’Alemagna.[138]
Il Re aspettava la primavera dell’anno seguente 1414, quando per molte
confiscazioni fatte nel Reame, per estorsioni, per vendite dei beni
della Corona, e per altri violenti modi avendo raccolta grande somma di
danaro, da Napoli, dove si era tornato con un esercito fiorentissimo
di quindici mila cavalli, moveva a Roma primamente, e quindi innanzi
per le terre della Chiesa; dirittamente accennando contro a Firenze, ma
pure sempre con le arti solite contentandosi addormentare i Fiorentini
per via d’un accordo. Conchiuse difatti con essi una lega, firmata in
Assisi a’ 22 giugno da Agnolo Pandolfini, che v’andò un’altra volta
ambasciatore: ma fu di questa vario il giudizio nella città, bene
sapendosi da ciascuno non essere quello altro che un breve respiro;
e quanto valesse una lega conoscevano.[139] Era in Firenze grande
il terrore; ma il Re infermato in Perugia e di là fattosi portare in
Roma e giù pel Tevere e per il mare fino a Napoli, qui moriva nell’età
di trentasette anni a’ 6 d’agosto, in mezzo a dolori atrocissimi di
morbo, che alle genti parve nuovo, e conseguenza dei vizi suoi. Per
essere senza figli, andò la Corona alla sorella di lui, che fu la
seconda Giovanna. Firenze, condotta a gravissimo pericolo, scampò ad
un tratto per quella morte, come le avvenne quando morirono Arrigo
VII e Castruccio e Giovanni Galeazzo; ma più di quest’ultimo era da
temere Ladislao, che prode della persona conduceva da sè la guerra,
solo tra’ Principi i quali avessero da gran tempo turbato Italia con le
armi.[140]
Dopo la morte di Ladislao pareva l’Italia tacersi dinanzi alla prossima
riunione del Concilio che preoccupava tutte le menti; facevano forza le
nazioni oltramontane, e la Germania massimamente in tutto quel fatto
dispiegava passioni più vive e più duro animo ed ostile. Sigismondo
imperatore, infaticabile nel promuovere quell’assemblea, cercava
farsene in mezzo a tutti moderatore; che fu la gloria del suo regno.
Continuando le tradizioni della famiglia di Lucemburgo e ponendosi ad
esempio Arrigo VII suo bisavolo, tentava rialzare l’Impero in Italia,
conciliando alla sua l’opera dei Pontefici. Già fino da quando era
semplice re d’Ungheria, avea fatto egli i primi passi per accostarsi
al nuovo papa Giovanni XXIII, con intromessa dei reggitori della
Repubblica di Firenze, ai quali inviava l’anno 1416 Filippo Scolari
detto Pippo Spano, suo tesoriero e capitano in Ungheria, e fino a che
visse principale uomo in quello Stato. La stessa famiglia erano gli
Scolari e i Buondelmonti,[141] dei quali il ramo donde uscì Filippo
avendo seguíto col nome mutato parte ghibellina, era caduto in povertà.
Quindi lo Scolari da giovane andava pei commerci in Ungheria, dov’erano
molti cambiatori e mercanti fiorentini;[142] e fattosi largo appresso
quel Re per la perizia nel fare d’abbaco, ebbe dipoi con la contea di
Temesvar titolo di Spano e comando d’armi e governo di provincie. Fatto
ricchissimo, innalzava a dignità in quel regno Matteo suo fratello
e Andrea Scolari che fu vescovo di Varadino; e per lui non pochi
Fiorentini, tra’ quali uno della famiglia antichissima dei Lamberti
o Lamberteschi, tennero grado in Ungheria, perduto da essi dopo la
morte dello Spano. Mandato Filippo, la Repubblica faceva difficoltà a
riceverlo come divenuto straniero e potente, e come di sangue e d’animo
ghibellino. Ma egli tenendo corte bandita, col largo spendere e con la
magnificenza de’ costumi acquistò grazia tra’ cittadini della patria
sua. Era già stato nell’Ungheria edificatore munificente di chiese e
luoghi donati al culto; commise in Firenze a Filippo Brunelleschi la
costruzione d’un Oratorio presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli,
del quale si veggono tuttora le mura di forma ottagona elegantissima
per le proporzioni: ma o fosse colpa del fratello, siccome fu detto,
o che la Repubblica rivolgesse i danari al mantenimento delle guerre,
non fu quell’opera mai compiuta. Matteo Scolari, eletto despòto di
Rascia,[143] teneva in Firenze un palagio sontuoso.
Nell’anno 1411 era stato lo Scolari capitano d’una forza di dodici
mila cavalli ungheresi, che Sigismondo fatto imperatore mandava a
combattere contro alla Repubblica di Venezia. Bramava aprirsi per
tale modo la via in Italia, e ripigliare su i Veneziani l’Istria e
la Dalmazia, ad essi venduta dal re Ladislao per poca moneta; solo
frutto ch’egli ritraesse di quella corona della quale si era fatto in
Zara nei suoi primi anni incoronare. Occupava lo Scolari agevolmente
le terre del Patriarcato d’Aquileia, ch’erano allora tutto il Friuli;
ma sui confini dei Veneziani trovata dura la resistenza, continuava
presso a due anni la guerra inutile, che fu cessata per via d’una
tregua, rimanendo la Dalmazia in possessione dei Veneziani: e questi
infine acquistarono anche il Friuli. Ebbe accusa lo Scolari d’avere
servito meglio l’Italia patria sua che l’Imperatore suo padrone, il
quale però avendogli serbata infino all’ultimo amicizia, dimostrò vana
tale accusa. La Repubblica di Firenze avea mandato agli 8 novembre 1413
Gino Capponi a Venezia, perchè inducesse con ogni sforzo i Veneziani a
trattare di pace con Sigismondo, il quale era in Lodi e seco il Papa
desideroso di quella pace.[144] Scese in Italia Sigismondo, e tutto
rivolto alle cose del Concilio, fu in Lodi raggiunto dai tre Legati di
Giovanni XXIII, mandati a fine di ordinare la convocazione. Premeva al
Papa sopra ogni cosa la scelta del luogo che non fosse in Alemagna,
e quando ai Legati diede l’ultima licenza teneva in mano sopra una
carta descritti i nomi delle città in cui potessero consentire; poi
(come al pigliare le grandi risoluzioni pare che la volontà sparisca,
e l’uomo sia vinto da una forza superiore) stracciò la carta, e diede
loro mandato libero. Fu scelta Costanza, città dell’Imperatore, e
Giovanni da quel punto si vidde innanzi la sua condanna. Troviamo
dicesse a Bartolommeo Valori: «che debbo fare, se haggio uno fato che
mi ci tira?[145]» Egli e Sigismondo s’abboccarono in Lodi stesso, e
tra quella ed altre città di Lombardia rimasti insieme per oltre un
mese, mandarono fuori gli editti e le bolle per la intimazione del
Concilio al primo di novembre 1414. A me non ispetta narrare l’istoria
di quella fra tutte memorabile assemblea, dalla quale essendo annullate
nuovamente le ragioni di Gregorio e Benedetto, venne Giovanni costretto
a rinunziare il pontificato; ma poi fuggitosi, e volendo insorgere
contro ai decreti dell’assemblea, fu da quella condannato e messo in
carcere. Indi procedendo alla nominazione d’un altro Papa, lo stesso
Concilio costituitosi in conclave elesse agli 11 di novembre 1417 il
cardinale Oddo Colonna, che pigliò nome di Martino V: dopo di che il
Concilio alcuni mesi continuato, senz’altro effetto si scioglieva; ed
il Papa mosse in verso l’Italia, con intenzione di venire a porre sua
stanza in Firenze. A lui mandava la Repubblica in Milano una molto
solenne ambasciata di primari cittadini, a capo dei quali Fra Leonardo
Dati Generale dei Predicatori, uomo assai chiaro in quella età.[146]
La grande assemblea del mondo cristiano si era divisa per cinque
nazioni, principio solenne alla formazione degli Stati, condanna
all’Italia non mai più guasta e più disfatta. In Lombardia tale una
misera condizione, tale uno strazio che il peggiore mai non si vidde;
ai Signori antichi aggiunta la peste di quei fortunati Condottieri
che ivi e in Romagna e nel Reame e dappertutto vagando per fare a sè
acquisto di città e così a’ Principi agguagliarsi, veniano a confondere
e a turbare più che mai lo stato d’Italia, già in sè medesimo sì
intricato. Il reame di Puglia ubbidiva ad una donna molle ed inetta,
e che andava in cerca essa medesima a chi ubbidire, drudi o mariti o
altri che fosse. Si era sposata ad un francese, dal quale tenuta come
prigioniera, tentò rinalzarsi per la virtù militare di Sforza da lei
fatto contestabile del Regno: questi conduceva in Roma di nuovo le armi
napoletane, cacciandone l’altro grande condottiero di milizie che fosse
in Italia a quella età, Braccio dei Fortebracci da Montone perugino.
Aveva costui prima espugnata con dura guerra la città sua, divenuta
quindi sede a uno Stato che egli andava distendendo con armi felici per
le terre della Chiesa. Era Martino giunto in Firenze a’ 25 di febbraio
1419,[147] non avendo terra che fosse sua, ma in quel tumulto di cose
cercando rifarsi lo Stato con la sola forza del nome pontificale, e
usando a pro suo le divisioni tra’ contendenti: al che gli giovava lo
stare in Firenze, città posta in mezzo alle terre della Chiesa e a
Braccio allora molto amica. Questi sarebbesi contentato ritenere in
feudo le città dell’Umbria, al quale effetto venne in Firenze, dove
prestò al Papa omaggio superbo; conduceva seco tutta la possa delle
armi sue che avevano vinto lo Sforza a Viterbo, gloriose e splendenti
di ogni ricchezza, egli facendo l’entrata in mezzo ai due Signori di
Camerino e di Fuligno, seguìto da molti deputati di città che a lui
erano fatte suddite. Il popolo di Firenze ammirò Braccio, e in quella
grandezza i modi affabili di lui valevano a conciliargli favore;
laddove Martino, che già da oltre un anno in Firenze dimorava senza
gran seguito nè possanza e senza splendore di cose fatte, perdè al
confronto, venuto essendo come in uggia alle mobili fantasie di questo
popolo. I ragazzi scriveano su’ muri e per le strade canterellavano:
«_Papa Martino non vale un quattrino — o un lupino; Braccio valente
vince ogni gente_.[148]» Il Papa sdegnato contro la città, ne partì
a’ 9 settembre 1420; prima avendo consacrato l’altare maggiore
ed altre parti allora compiute del tempio di Santa Maria Novella,
dov’era alloggiato, ed innalzato la Sede fiorentina a grado e a titolo
Arcivescovile.
Innanzi era a lui venuto a fare atto di sommissione il deposto Papa
Giovanni XXIII: sedeva Martino in mezzo ai Cardinali in Concistoro
allorchè l’altro inginocchiato davanti a lui confessò essere lui solo
vero ed unico pontefice; pel quale atto veramente cessava del tutto
lo scisma durato ben quarant’anni, poichè Gregorio aveva accettato i
decreti di Costanza, e Benedetto vivea con pochi ostinatamente chiuso
nel suo refugio d’Aragona, sottratta anch’essa alla ubbidienza sua.
Ma il Cossa da molti era creduto che non avesse ceduto in Costanza
se non per forza; veniva quindi tolto ogni dubbio dalla spontanea
sommissione che egli faceva in un luogo libero, e con espressioni
le quali apparvero tanto più sincere quanto più erano decorose. Il
Rinuccini, che v’era presente, le riferisce a questo modo. «Radunava
io solo il Concilio; ma faticai sempre a pro della Santa Romana
Chiesa; quel che sia il vero tu ben conosci: io vengo alla Santità
tua, e quanto posso mi rallegro della tua assunzione e d’essere io in
libertà.[149]» Qui senti parole che uscivano rotte da grande passione:
altero e violento e nei primi anni fortunato, gli era mancata ogni
vigoria dal punto in cui si trovò in faccia, nella più augusta delle
assemblee, alla coscenza della cristianità. I suoi nemici gli aveano
dato bestiali accuse ed inverosimili; rimase in Firenze oggetto a
molti di compassione, e in capo a sei mesi quella vita tanto logora
si consumava: ebbe in San Giovanni la sepoltura ed un monumento, opera
elegante di Donatello, dove anche si legge essere egli stato Papa. Avea
qui grandi e possenti amici, ai quali dovette la libertà sua, perchè
Martino avea cercato farlo in Mantova imprigionare. Giovanni de’ Medici
più volte avea a lui Pontefice prestato danari; e da ultimo per la
liberazione sua pagò trentacinquemila fiorini; del che ci rimangono i
documenti e le scritture. È falso la Casa dei Medici essersi impinguata
con le ricchezze lasciate dal Cossa che facea modesto nè molto ampio
testamento, e pure ai lasciti l’eredità non bastava; e tra’ creditori
era anche la Casa degli Spini, banchieri antichi dei Pontefici.
Esecutori del testamento furono, oltre a Giovanni de’ Medici,
Bartolommeo Valori, Niccolò da Uzzano e Vieri Guadagni, nel cui banco
erano depositati i denari i quali al Cossa appartenevano.[150]
Correvano sempre alla città di Firenze prosperi anni, che i migliori
forse non ebbe ella mai, ed il bel vivere italiano qui solo e a
Venezia pareva raccogliersi. Non mai la Repubblica fu retta dentro
così ordinatamente, nè più in Italia rispettata, essendo venuta a
capo di molte imprese felici; possente d’industrie opulentissime e
di traffici, fiorente per le arti le quali salivano allora al sommo
d’ogni bellezza: fu cominciata la fondazione della Cupola del Duomo,
e messa al posto la porta maggiore del Battistero di San Giovanni. Le
manifatture s’innalzavano a dignità di Arti belle, massime per i lavori
d’oro filato e battuto, e per gli smalti dai quali ebbe celebrità
l’Orificeria, fattasi scuola ai sommi artisti. Ma in quanto risguarda
solamente la ricchezza, è da notare che il commercio della Seta aveva
avuto col principiare del secolo XV tale incremento ch’era in Firenze
fra tutti gli altri il più lucroso. I velluti, i broccati, i drappi a
oro toccaron l’apice della perfezione; veniano richiesti dai Principi
e nelle Corti, intanto che drappi di minore pregio andavano in grande
quantità per molte parti d’Europa e dell’Asia, sorgente amplissima
di profitti. Nè però cessava l’arte della Lana da quella ampiezza in
cui la vedemmo durante il secolo precedente. «I Fiorentini mandavano
ogni anno a Venezia panni sedicimila, i quali erano consumati nella
Barberia, nell’Egitto, nella Sorìa, in Cipro, in Rodi, nella Romania,
in Candia, nella Morèa e nell’Istria; ed ogni mese conducevano
a Venezia settantamila ducati di tutte sorte mercanzie, che sono
all’anno ducati ottocentoquaranta mila e più; cavandone lane francesi
e catalanesi, cremisi, stame, sete, ori, argenti filati e gioie.[151]»
Parole del Doge Tommaso Mocenigo, che poco innanzi di rendere l’anima,
l’anno 1423, si compiaceva di presentare ai concittadini suoi lo stato
fiorente in cui lasciava la sua Repubblica; maggiore di troppo della
Fiorentina quanto alla ricchezza ed alla possanza, ma bene altrettanto
ad essa inferiore per quello che spetta alle opere dell’ingegno, e
addietro per anche nella coltura delle Arti belle.[152]
Studiavansi molto ampliare i commerci; al quale effetto dappoichè
furono divenuti signori di Pisa, attendevano alle cose del mare, ed
ambivano di possedere un naviglio che fosse proprio della Repubblica,
la quale era solita infino allora di assoldare galere forestiere.
Elessero quindi Consoli del mare, ufficio che noi vedemmo essere
altra volta istituito nella guerra che fu co’ Pisani per conto di
Talamone: sei furono i Consoli eletti l’anno 1421,[153] e primo tra
essi Niccolò da Uzzano: avevano obbligo di curare la fabbricazione di
due grosse galere di mercanzia e sei delle sottili per guardia. La
prima galera fu l’anno dipoi varata con grande solennità; e perchè
al mare la gioventù s’avviasse, posero in quella dodici giovani di
buone famiglie. Andò in Alessandria la prima galea, dove era disegno
aprire un traffico di spezierie e di altre merci, veduto i guadagni
che ne ritraeva la Repubblica de’ Veneziani. A tal fine inviarono
ambasciatori al Soldano un Federighi e un Brancacci, i quali ottennero
che la nazione fiorentina potesse avere in Alessandria Consolo, Chiesa,
Fondaco, Bagno e ogni altra cosa che avesse domandato per la sicurezza
dei mercati e mercanzie e per decoro della nazione.[154] Avevano anche
per la facilità dei commerci ridotto il Fiorino al peso di quel di
Vinegia, e fu chiamato Fiorino largo di galea. Ma una siffatta, come
ora si direbbe, concorrenza avendo destato gelosia nei Veneziani;
questi, pochi anni dopo, richiesti di lega dai Fiorentini, vollero
patto che nessuna galea o altro legno de’ nostri potessino navigare
ne’ mari che portano ad Alessandria. Tardi giugneva a queste cose
la Repubblica di Firenze, invano tentando succedere alla grandezza
ch’ebbero i Pisani e al favore del quale avevano questi goduto;[155]
nè potè farsi mai potente sul mare, dove però grandi erano le industrie
private dei Fiorentini ed i guadagni che si facevano alla spicciolata e
che la Repubblica molto adoperavasi a proteggere: talchè le istruzioni
che si davano agli ambasciatori contengono molte raccomandazioni di
privati cittadini e dei traffici e interessi loro. Troviamo mandassero
in quelli anni stessi ambasciatori nella Morèa, dove tuttora gli
Acciaiuoli avevano ducato, ed in altre parti del Levante: altri ne
andarono a Maiorca. Facevano partire per sicurezza dei mercanti due
galere grosse da mercato nel mese di febbraio e due altre nel settembre
per Fiandra e Inghilterra, a cura dei Consoli del mare che un’altra
galera tenevano pei viaggi di Romanìa. Un’altra recava panni in Ragusa
e ne riportava oro, pellami ed altre merci.[156] La Repubblica molto
ebbe da fare in Liguria co’ Grimaldi signori di Monaco, i quali tolse
in accomandigia insieme co’ Fieschi. Avevano questi terre in Lunigiana,
che fronteggiavano le possessioni della Repubblica di Firenze. Era
mestiere dei Grimaldi signori di Monaco rubare in sul mare, e uno
d’essi dichiarava che Monaco essendo terra di nessun provento, il
signore non vi camperebbe senza aiutarsi della pirateria; chiedeva
pertanto se gli pagasse una pensione a titolo di riscatto, ed i
Fiorentini pattuirono dargli ogni anno millecinquecento fiorini d’oro.
Dei commerci e d’ogni impresa dei Fiorentini sul mare natural sede era
la città di Pisa, dove anche avevano decretato che risiedessero due
tra’ Consoli del mare, essendo ivi edifizi e pratica sufficiente alla
costruzione delle navi. Pur non ostante noi troviamo la Repubblica
nulla fermare intorno al luogo per l’arsenale, fosse gelosia di Pisa o
che veramente il Porto Pisano, già mezzo interrato, non fosse capace a
farne emporio di commerci. Al che s’accorgevano essere atto Livorno,
castello fondato prima dai Pisani a guardia delle marine loro; ma
intorno al castello per la comodità della rada crescevano gli edifizi,
e già da più anni pigliava importanza. Venduto ai Francesi, come noi
vedemmo, lo tennero essi finch’ebbero Genova; ma questa essendosi
rivendicata in libertà l’anno 1412, Livorno divenne come una briglia
che i Genovesi voleano tenere sul collo a Firenze, che non acquistasse
potenza sul mare. Ma Genova istessa pericolando bentosto per le
risorgenti ambizioni dei Visconti, chiedeva soccorso ai Fiorentini,
che da principio ponevano condizione avere Livorno per vendita; se non
che i Genovesi chiedevano prezzo che parve troppo alto, e per due anni
si fu sul tirare; infinchè Genova, più che mai stretta per terra e
per mare, vendeva Livorno per centomila fiorini d’oro alla Repubblica
di Firenze a’ 30 di giugno 1421. Portavano i patti, che in Pisa e in
Livorno godessero i Genovesi le usate franchigie, e che dovessero i
Fiorentini caricare sopra navi genovesi le merci di transito. Si fece
in Firenze grande allegrezza di quell’acquisto, pel quale compievasi
l’impresa di Pisa, e parvero aperte le vie del mare ai Fiorentini.
Avevano speso nelle guerre precedenti, secondo si trova, undici
milioni e mezzo di fiorini d’oro. «Nella guerra col Papa dal 1375 al
78, due milioni e mezzo di fiorini; nelle tre guerre col Visconti,
sette milioni e mezzo; e in quella di Pisa un milione e mezzo, senza
contare le altre minori guerre in quel frattempo.[157]» Ma non era il
credito dei libri del Monte venuto meno; cosicchè in questo correano
a impiegare i danari loro anche i signori forestieri: tra gli altri
vi ebbe depositato in quegli anni ventimila fiorini Giovanni re di
Portogallo, del quale il figlio secondogenito per nome Don Pietro, più
tardi veniva in Firenze, dopo aver corso altre provincie d’Europa:
apparve leggiadro e costumatissimo cavaliere, e fu alloggiato nel
palagio di Matteo Scolari fratello allo Spano.[158] Essendo la pace
dopo la morte di Ladislao quasi dieci anni continuata, i libri del
Monte a poco a poco si alleggerivano con venire parte delle prestanze
a restituirsi, perchè nella pace le rendite del Comune sovrabbondavano
alle spese. Le quali prestanze, sebbene riuscissero quand’erano imposte
molto gravose a’ cittadini, siccome vedremo, pure all’universale non
erano causa di povertà, perchè delle spese fatte e dei danari che
uscivano, la maggior parte ritornava spandendosi dentro al minuto
popolo, che anzi che perdervi se ne avvantaggiava.[159] Così era in
quegli anni prosperata la città, la quale s’ornava di elegantissimi
edifici e di opere d’arte a spese dei cittadini; i quali non furono
mai tanto larghi nel sovvenire co’ lasciti e con le pie fondazioni ai
bisognosi: nel che io non so se altre città pure in Italia a questa
nostra si agguagliasse. Fu allora fondato lo Spedale per i fanciulli
esposti, col nome di Santa Maria degli Innocenti, a cura dell’Arte di
Por Santa Maria, che era l’Arte della Seta, e col soccorso di donazioni
fatte da privati cittadini. Rinaldo degli Albizzi cedeva per tenue
prezzo il locale da fabbricarvi il vasto edifizio, di cui fu architetto
Filippo Brunelleschi: ebbe dal Comune i privilegi medesimi che aveva il
grande Spedale per gli infermi in Santa Maria Nuova, e prosperò assai
ne’ tempi che seguitarono.[160] Nè vuolsi omettere la grande riforma
e correzione degli Statuti del Comune di Firenze, commessa per opera
degli uffiziali del Monte, l’anno 1415, a Paolo da Castro insigne
giureconsulto ed a Bartolommeo De Volpi da Soncino, con l’assistenza
di nove notari e procuratori; grandiosa raccolta, che divisa in cinque
Libri, pigliava in quell’anno vigore di sola ed unica legge di questo
Comune, essendo aboliti gli antichi Statuti, salvo le Balíe degli anni
dopo al 1381, che furono mantenute, e salvo gli Ordini della Parte
guelfa. Venne pubblicata per le stampe non prima dell’anno 1783, quando
ella cessava di aver valore altro che storico, in tre grossi volumi
in-4; i quali sebbene contengano spesso insieme confusi gli Ordinamenti
e le Provvigioni di tempi diversi, hanno ampia materia da utilmente
consultare quanto alla struttura della Repubblica ed agli uffici ed ai
giudizi ed alle pene, e in quanto ancora ai costumi di questo popolo,
e alla ragione di molte cose che dai racconti degli scrittori non bene
vengono dichiarate.[161]
CAPITOLO VI.
GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ DA UZZANO, GIOVANNI DE’
MEDICI, RINALDO DEGLI ALBIZZI.[AN. 1422-1428.]