Quindi con grande sollecitudine si diedero in Pisa a fabbricare

fortezze in più luoghi, bene avveggendosi fin d’allora quella essere

la sola via d’assicurarsene. Oltreciò ritennero gli ambasciatori in

Firenze, dove obbligarono trasferirsi quanti erano in Pisa cittadini di

più conto sia per le ricchezze, sia per il grado e pel valore. Andavano

a Pisa dalla Signoria le liste di quelli ch’erano da levare, o soli o

con le famiglie loro; condotti a Firenze, era ordinato si rassegnassero

ogni mattina al Potestà. Viveano, secondo scrive Giovanni Morelli,

decorosamente mesti, e praticando coi Fiorentini mostraronsi bella ed

onorata cittadinanza: ma il Capponi, perchè fu lento alla esecuzione

del duro comando e alle preghiere cedeva, ebbe rimproveri molto

acerbi. Sinchè le fortezze fossero compiute, cercavano Pisa rimanesse

vuota quanto più fosse d’abitatori; temeano scendessero nella città i

contadini in troppo gran numero, e vi abbondasse la vettovaglia più

che non facesse alla necessità giornaliera.[122] Non poche famiglie

delle maggiori avevano spatriato, le più a Napoli ed in Sicilia, dove

illustri casate ritengono sempre nomi che furono di Pisana origine. Col

venir meno i capitali, co’ ceppi a’ commerci, con la oppressione delle

leggi, con l’impaludamento di quelle pianure, la nobile Pisa cadde in

miserabile fortuna: si trovano privilegi dati a tedeschi mercatanti,

i quali vi andassero siccome in vuota città a esercitare le industrie

loro.[123] Ma ciò non bastava; e la paura facea crudele contro ai

Pisani la Repubblica di Firenze più anni ancora dopo la conquista.[124]

Le istorie di Pisa cessano al cadere della indipendenza. Un Cronista

pisano di quegli anni i quali corsero fino alla disperata ribellione

del 1494, nulla registra fuorchè i nomi dei castellani e poche altre

cose: due volte sole sente allegrezza quando la peste, vendetta di Dio,

colse da prima i Genovesi e i Fiorentini dipoi;[125] città infelice,

più non viveva che agli odii memori de’ suoi danni.

Quello ed il precedente anno aveano in Italia veduto private della

indipendenza loro tre illustri città, Pisa, Verona, Padova; i novelli

Stati già cominciavansi a comporre, e già la struttura interna d’Italia

andava a quella abortiva forma d’onde uscì guasta la vita nostra.

Ma la Repubblica di Venezia, siccome più forte, trattava i sudditi

anche delle città grandi con più sapiente dignità, e questi a lei

tennero fede costante; Pisa e Firenze non seppero altro che farsi

male, spettacolo empio tra due popoli vicini. Ma era guerra disuguale;

dappoichè Pisa tutta vivendo sulle marine, avea perduto con la signoria

di queste l’antica possanza; nè un popolo ghibellino trovava favore

tra gli altri popoli dell’Italia, dov’egli si stava come disagiato:

avvenne poi che Firenze avesse da oltre cento anni maggiore ventura

di forti uomini e d’ingegni. L’acquisto di Pisa non bastò a comporre

la Toscana, ma diede a Firenze la sicurezza di sè medesima e de’ suoi

traffici: la Repubblica avrebbe però d’allora in poi abbisognato, col

farsi più grande, di migliori ordini a frenare le private cupidigie e

le ambizioni fatte più audaci. Scrive Gino Capponi ne’ suoi Ricordi,

come i savi uomini di Firenze avessero preveduto innanzi l’acquisto,

che la grandigia e riputazione de’ cittadini del Reggimento, cioè di

quei pochi nei quali stava, sarebbe mancata; ma chi ne fu operatore

(aggiunge egli, a sè accennando) ebbe riguardo al bene universale.

Se vero bene fosse non so, ma era necessità; era di quelle necessità

che le passioni a sè stesse fanno, e sulle quali, perchè rivengono

quasi uniformi nei casi simili, fonda i suoi calcoli la politica, e la

storia i suoi canoni. Certo s’ampliarono i commerci ed il largo vivere,

le possessioni dei Fiorentini parvero essere più sicure: queste che

si trovano ammontare a venti milioni di fiorini d’oro, e i capitali

sul Monte presso che a cinque milioni, crebbero il quarto dopo avuta

Pisa.[126] Ma crebbero anche le imprese fuori e le spese dentro; e

insieme con esse quelle civili disuguaglianze che sono perdita della

libertà.

CAPITOLO V.

CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI NAPOLI. ACQUISTO DI

CORTONA E DI LIVORNO. [AN. 1407-1421.]

Cento anni prima sarebbe stata quella vittoria dei Fiorentini tenuta

vittoria del popolo guelfo per tutta Italia; ma ora l’Italia nemmeno

sapeva più essere guelfa: divisa la Chiesa per la continuazione dello

scisma, e il nome dei Papi e quello di Roma caduti sì al basso, che

un Re di Puglia credette aggiugnere ai suoi dominii quella città

come finitima e vacante, senza che Italia se ne risentisse. Era il

giovine Ladislao, che avendo respiro dagli Angiovini di Provenza e

vago d’imprese, poichè gli falliva quella d’Ungheria, perduto retaggio

della famiglia del re Roberto, si voltò a Roma ed all’Italia. Avendo

suoi complici i Colonna ed i Savelli, possenti baroni, attizzava le

discordie allora continue tra Innocenzio VII che aveva il Vaticano,

ed il popolo di Roma il quale teneva secondo i patti il Campidoglio.

Attorno stava con le sue genti il Re che aveva pure tentato

d’occupare la città, ma ributtato popolarmente per aspra battaglia,

vidde frustrati i suoi disegni fino alla morte del Papa, la quale

avvenne sulla fine di quell’anno 1406. A lui successe Angelo Corraro

veneziano, che si chiamò Gregorio XII; ma era elezione condizionata

a che dovess’egli immediatamente praticare si radunassero i due

collegi per la cessazione dello scisma; e dove non fosse per tale

modo egli confermato papa, lasciasse la tiara, della quale si tenesse

frattanto custode o solamente procuratore. Di ciò in Firenze abbiamo

autentico documento; ma la Repubblica si era un poco intinta con quel

di Avignone, e quindi per altre più strette cagioni s’allontanarono da

Gregorio. Aveva egli fin dai primi giorni scritto lettere a Benedetto,

e Benedetto a lui, perchè tra essi e tra’ Cardinali di ambe le parti

un convegno si fermasse, il quale dopo assai lunghe pratiche fu

appuntato in Savona: e Gregorio si partiva da Roma e chiese venire in

Firenze, ma dalla Repubblica schivato con belle parole, si fermò in

Siena. Quivi a lui furono ambasciatori di molti Principi, e chi l’una

cosa e chi l’altra gli diceva: Gregorio prestava orecchie facili a

coloro che a lui mostravano il gran rischio di porsi in Savona sotto

la mano del Re di Francia e dell’Antipapa suo; chiedea guarentigie

e difese che bastassero: intanto però si mosse e venne fino a Lucca,

mentre Benedetto era disceso in Porto Venere. Così da vicino era un

andare e venire, e uno scambiarsi di condizioni poste all’accordo,

che lo rendevano ogni dì più arduo; perchè nelle pratiche, se l’uno si

accostasse, l’altro si scostava; e le due parti, anzichè intendersi,

viemaggiormente si dividevano.

Allora s’udiva come Ladislao con forte esercito assalita Ostia e andato

poi contro a Roma stessa, era ivi entrato con intelligenza di Paolo

Orsini che in nome del Papa tenea la città, mostratosi connivente lo

stesso Legato che venne a Lucca senz’altro dire. E Bucicaldo in que’

giorni stessi avea nel porto di Genova armate tredici galere, a qual

fine s’ignorava; le quali uscite, mentre aspettavano in Porto Venere

il mare propizio, giunse la novella che Ladislao era entrato in Roma:

al che tosto le galere tornarono in Genova, scoprendosi allora o almeno

essendo tenuto per certo l’intendimento che Bucicaldo avrebbe avuto di

collocare colle armi sue Benedetto in sulla cattedra di San Pietro.

Certo è però che Gregorio in Lucca approvò il fatto di Ladislao più

che col silenzio, e ne mostrò allegrezza, rompendo in quel punto i

negoziati, ed a viso aperto dichiarando sè essere solo e vero Papa. I

Fiorentini di tal mutazione accusavano un concittadino loro, Giovanni

Dominici, che era l’anima de’ suoi consigli: a tutti riusciva quella

caparbietà troppo nuova in uomo già vecchio e tenuto fino allora di

mite natura, senza orgoglio nè ambizione, pel quale concetto lo avevano

scelto. Ma il grado assunto e la controversia lo aveano mutato, e la

persuasione del diritto in lui radicata pigliava calore e tenacità

di fede; nella quale si venivano a travestire la compiacenza dello

imperare gustato, e l’insofferenza d’umiliarsi in faccia ai men degni

dopo le scambiate contumelie, facendosi come traditore della parte che

intorno a lui s’era andata formando e che a resistere lo incitava.

Dichiarò a un tratto volere fare altri quattro Cardinali; il che da

coloro che stavano seco si gridava essere contro la solenne promessa

data: non vi badò, e fece i Cardinali nuovi, tra’ quali era il Frate

Giovanni Dominici, ed un altro pure fiorentino Fra Luca Manzuoli della

regola degli Umiliati, vescovo di Fiesole.[127] Vietò agli antichi

uscire da Lucca, e a Paolo Guinigi signore della città faceva istanza

non gli lasciasse; ma i Cardinali, tutti fuorchè uno, deliberati di

abbandonare Gregorio, trovarono modo di condursi a Pisa;[128] e quei

rimase con cinque soli, mentre al maggiore numero che da lui s’erano

separati, altri si vennero ad aggiugnere di quelli che stavano in

comunione con Benedetto. Il quale poichè in grande sinodo nazionale

la Chiesa di Francia gli aveva tolta l’ubbidienza, non si tenendo più

sicuro nella riviera; montò con pochi suoi aderenti in sulle navi,

prima fuggitosi in Perpignano, poi a stabile residenza in un monastero

dell’Aragona patria sua. E i Cardinali delle due parti, dopo lunghe

conferenze avute in Livorno, deliberarono insieme aprire un Concilio,

al quale chiamarono in Pisa pel giorno 25 di marzo del prossimo anno

1409 i vescovi e il clero da ogni parte della cristianità, scrivendo

ai Principi con invitazione di farsi in quello rappresentare, affinchè

avesse autorità d’universale consentimento. La Repubblica non senza

contrarietà di consigli, e dopo aver procurata consultazione solenne di

quanti erano in Firenze dotti e maestri ne’ sacri canoni, diede licenza

si radunasse in Pisa il Concilio, pel quale si vidde stare la coscenza

del mondo cristiano; e a’ Fiorentini parve che fosse «restituire la

Chiesa in quello che prima l’avevano offesa, avendone grazia appresso

a Dio e onore del mondo e fortezza dello Stato.[129]» Questo pensare,

ch’era nel popolo, reggeva l’animo dei potenti, offrendo un mezzo a

contenere le ambizioni di Ladislao che minacciavano la Toscana.

Era palese oramai l’accordo tra questo Re e Gregorio papa. Aveva

quegli invidiosamente chiesto ai Fiorentini il passo per due migliaia

delle sue genti, che in Lucca andassero a tutela del Pontefice. Al

che si negava la Repubblica, ma diede scorta a Gregorio di soldati,

quando da Lucca si recò in Siena, ritrattosi quindi più tardi a

Gaeta: ma in Siena, dov’egli creò altri nove Cardinali, fu detto

avere al Re concessa l’occupazione delle terre della Chiesa, questi

avendogli somministrato ventimila ducati d’oro, dei quali il Papa aveva

necessità per proprio suo sostentamento. Vedeano pertanto i Fiorentini

sè in odio al Re per il Concilio chiamato in Pisa, e distendendosi

le armi sue da tutta la Marca sino ai confini della Toscana, ben

prevedevano si volterebbero contra loro. A lui mandarono prima in Roma

ambasciatori; ed egli essendo tornato in Napoli, altri ne inviava alla

Repubblica.[130] Cercava il Re trarre seco in lega i Fiorentini, che

rifiutarono pertinacemente: bene usando parole amiche, giustificaronsi

del favore prestato al Concilio, da lui richiedendo lasciasse andarvi

i prelati del suo regno; e tra’ motivi del permesso dato, mettevano

quello d’evitare che se il papa in altro luogo si eleggesse, ne uscisse

un papa oltramontano. Mostrarongli anche certa segreta scritta che i

Cardinali avevano fatta obbligandosi di conservarlo, qualunque di loro

divenisse papa, nella possessione del regno di Napoli. A questo rispose

Ladislao, che i suoi prelati non manderebbe al Concilio, e della

scritta dei Cardinali si curava poco, dicendo com’egli fuori del Reame

teneva Roma ed altre terre che non voleva lasciare. In quanto a Roma,

gli ambasciatori consentivano la ritenesse; ma si dolevano di Perugia,

siccome avvìo alle cose di Toscana, circa le quali parlarono alto.

Era tra essi Bartolommeo Valori, uomo d’assai grande estimazione nella

città; il quale al Re, che gli domandava con che genti si potrebbono

difendere avendo egli la maggior parte dei capitani d’Italia a soldo,

rispose: con le vostre medesime; bastava pagare più grossa moneta, che

alla Repubblica non mancava.

A questo modo si separarono; ed il Re moveva da Perugia, recandosi

prima nelle terre dei Senesi, facendo gran pressa con belle parole

per avergli seco. Ma i Senesi quella volta tennero il fermo, e furono

anzi più franchi assai e più efficaci nel resistere dei Fiorentini.

Al Re andarono altri ambasciatori, e ne mandava egli in Firenze; ma

poichè vidde nulla ottenere, voltando il passo, fece impeto nelle

terre della Repubblica. Prima ebbe tentato Arezzo; ma ritrovatolo ben

difeso, andava per tutta la Valdichiana dando il guasto alle ricolte

senz’altro fare, talchè per dileggio dai contadini era appellato

il Re Guastagrano. Aveva Cortona mutato signore, l’antico essendo

stato ucciso da un altro dei Casali, che i Fiorentini pure cercavano

di mantenere incontro al Re;[131] ma il popolo di Cortona, facendo

giustizia del nuovo Signore, lasciò entrare nella città i soldati

di Ladislao: il Commissario fiorentino, andato al soccorso, rimase

prigione con le sue genti; ed il Casali finiva in Puglia sotto dura

guardia. Vennero allora ambasciatori dei Veneziani a interporsi per la

pace, cui le due parti si rifiutarono: la guerra però non ebbe seguito

per allora, il Re essendo tornato in Napoli ed i Fiorentini stando

contenti alle difese. Aveano fatta sul mare perdita d’una grossa nave,

la quale portava le lane d’Inghilterra ed altre merci per grandissimo

valsente, predata all’entrare del Porto Pisano. Il che essendo riuscito

danno gravissimo ai commerci, la Repubblica più attendeva con ogni

industria a provvedersi di navi sue, delle quali era dato il comando

a un Andrea Gargiolli nato in Firenze da un ser Nardo notaio da

Settignano. Cercavano anche di voltare al mare le braccia del basso

popolo dei Pisani, ai quali era imposto tenere ciascuno in casa un

remo, da essere chiamati a ogni bisogno sulle galere.[132]

Al giorno dato si radunava in Pisa il Concilio, nel quale sederono

ventidue Cardinali, quattro Patriarchi, novantadue Arcivescovi o

Vescovi presenti, e più che altrettanti avean mandato Procuratori;

ottantasette Abati, i Generali e Priori di molti Ordini religiosi,

i Deputati di tredici Università, e grande numero di Maestri in

teologia. Gli ambasciatori del Re di Francia, d’Inghilterra, di

Sicilia, di Polonia, d’Ungheria, di molti Principi e Repubbliche e

del Popolo Romano: vi andarono quelli di Roberto imperatore, e gli

inviati di Ladislao che prima stavano per Gregorio, da lui essendosi

anche i Veneziani separati, tranne i diocesani d’Aquileia dov’egli

fu Patriarca. Solo in Italia che fino all’ultimo gli aderisse fu

il Signore di Rimini Carlo Malatesta, per la prodezza nelle armi e

per l’ingegno chiaro fra tutti allora i Principi dell’Italia: gli

ambasciatori del Re d’Aragona, venuti a protestare per Benedetto, se ne

andarono dileggiati dal popolo dei Pisani, allora un poco risollevati

per l’affluenza di tante genti e di tanta signoria. Dopo avere nei

mesi d’aprile e maggio dichiarato quello essere universale Concilio e

ordinatone il procedimento, citati avendo a comparire innanzi ad esso

i due contendenti; a’ 5 di giugno nel Duomo di Pisa, ed in presenza di

molto popolo, pronunziarono ambedue essere decaduti d’ogni potestà, e

per l’ostinata resistenza chiariti scismatici e fuori della Chiesa:

dissero il Concilio stare in permanenza fino a che non fosse eletto

un nuovo Papa, il quale dovesse continuarlo per la forma della Chiesa.

Indi a’ 15 dello stesso mese si formarono i Cardinali in conclave, ed

ai 26 elessero papa Pietro Filargo da Candia arcivescovo di Milano, che

pigliò nome di Alessandro V: si tennero altre poche sessioni sotto la

presidenza del nuovo Papa; ma poichè molti dei Padri s’erano dipartiti,

pronunziava quegli la dissoluzione del Concilio, il quale dovesse in

tre anni radunarsi per altra nuova intimazione.[133]

Di quella ardita e affatto insolita risoluzione che il Collegio dei

Cardinali avea pigliata, motore primo fu il cardinale Baldassarre

Cossa napoletano, che molti anni era stato uomo di guerra e di mare,

fiero nemico a Ladislao. Il nuovo Papa era pur egli avverso a quel

Re: sappiamo, quand’era arcivescovo di Milano, avere negato, solo

egli tra’ Cardinali, sottoscrivere la carta per la quale promettevano

di mantenere Ladislao nel Regno.[134] Con esso avevano fatto lega i

Fiorentini, ed a lui molto aderiva quella parte per cui reggevasi la

città: chiamarono insieme di Provenza Luigi d’Angiò; il quale disceso

con piccole forze in Pisa mentre ivi sedeva il Concilio, ebbe dal

papa Alessandro l’investitura del Regno di Napoli e il Gonfalone di

Santa Chiesa; ma sebbene avesse poche navi, la Repubblica non permise

entrasse nel Porto che con una sola.[135] Muovevano insieme l’Angiovino

ed il Cossa, Legato in Bologna, e il Capitano dei fiorentini, per Val

di Chiana in verso Roma; e il Papa intanto, per timore della peste

che in Pisa era entrata, venne a Prato, indi a Pistoia, soggiornato

ivi alcuni mesi. Era in Toscana per Ladislao il Conte di Troia; il

quale veduto appressarsi tante genti, si ritrasse infino a Roma, qui

afforzandosi col favore di molti dei Principi romani i quali stavano

per il Re. Castel Sant’Angelo riteneva sempre la bandiera della

Chiesa e da quel lato Paolo Orsini, ch’era pagato dai Fiorentini,

apriva l’entrata alle genti della Lega. Tentarono vincere il Ponte

Sant’Angelo e farsi padroni del grosso della città ch’era chiamato la

grande Roma; d’onde ributtati con molta perdita e non si credendo avere

forze bastanti, il re Luigi ed il Legato si partirono; questi recatosi

presso al Papa, e quegli in Francia a levare genti, per indi tornare a

primavera con maggiore oste e con migliore fortuna.

Intorno a Roma stavano sempre Paolo Orsino e il Capitano dei Fiorentini

Malatesta dei Malatesti signore di Pesaro. Questi, passato il Tevere,

si cercava un adito nella città dall’opposto lato, ma senza utile,

perchè i paesani gli stavano contro e la città era ben guardata;

infinchè l’Orsino con l’intelligenza d’un popolano di nome Lello,

che levò il popolo a rumore, vi potè entrare nei giorni ultimi di

quell’anno 1409: e tosto dopo da un’altra porta vi fece ingresso il

Malatesta con le insegne spiegate del Giglio; di che a Firenze molto

si tennero onorati, perchè i Romani da principio volevano entrasse

con le insegne della Chiesa. Avuta Roma, credeva ciascuno che il Papa

v’andasse; del che i Fiorentini a lui facevano grande istanza: ma tale

non era il volere del Legato, che in tutto guidava l’animo del Papa,

e lo condusse in Bologna; dove rimasero a malgrado le supplicazioni di

tutto il popolo dei Romani, finchè nel maggio del 1410 venuto a morte

Alessandro V, a lui si fece eleggere successore lo stesso Legato col

nome di Giovanni XXIII; uomo capace del sommo grado, se quello di Papa

fosse da tenere con le arti profane ch’erano pessime a quel tempo.

Aveva già di prima il Cossa in Bologna come un principato suo, ampliato

in Romagna con la oppressione di quei piccoli Signori che dominavano

le città. Di là dirigeva le mosse nella Marca e negli Abruzzi: e già

navigando verso Italia il re Luigi con grandi forze, parea la guerra

molto più valida riaccendersi. Ma le galere di questo, divise con poco

accorgimento ed incontratesi presso allo scoglio della Meloria con

tutta l’armata di Ladislao, furono disperse e molte prese, mentre Luigi

s’era già venuto a porre in sicuro dentro al porto di Piombino: l’Isola

d’Elba era caduta in mano anch’essa di Ladislao. Ciononostante potè

Luigi con molti indugi condursi a Roma nell’ottobre di quell’anno.

Aveva un esercito fiorentissimo di capitani i più famosi di quella età:

nel principio della guerra lo seguitava il grande maestro ed istitutore

delle italiane milizie Alberico da Barbiano, il quale essendo venuto a

morte presso Perugia, rimanevano i due più famosi tra’ suoi discepoli,

Sforza Attendolo da Cotignola e Braccio da Montone perugino, che

lungamente poi divisero le armi italiane. Allora stavano ambedue

nell’esercito del Provenzale: Braccio era ai soldi dei Fiorentini,

prestata avendo l’anno innanzi opera egregia in Valdichiana. Sforza

viveasi male soddisfatto e malfermo nella fede verso il re Luigi, le

paghe facendo spesso mancamento a lui come agli altri capitani della

Lega, cosicchè il pondo di tutta la spesa per lo più cadeva sulla

Repubblica di Firenze.[136] La quale trovandosi pel malcontento dei

cittadini in molto grave difficoltà, l’astuto Re coglieva il punto e

la tirò all’esca d’avere Cortona: vedeva il suo maggiore nemico, come

straniero, nulla potere senza i danari dei Fiorentini e senza avere

un suo proprio stato, donde a lui fossero aperte le vie nel cuore

d’Italia. Avea pertanto più mesi innanzi mandato a Firenze privatamente

Gabriele de’ Brunelleschi che stava in Napoli a’ suoi servigi, uno

di que’ tanti nobili fiorentini che andavano fuori cercando fortuna.

Avute da esso le prime aperture, la Signoria inviava al Re ambasciatore

Giovanni Serristori; e il Brunelleschi frattanto andava e veniva

portando parole: de’ quali discorsi il più strano era, che i Fiorentini

mentre facevano pace col re Ladislao, ponevano condizione di mantenere

ai servigi dell’Angiovino le seicento lance promesse a lui per la Lega.

Ma già i termini di questa erano prossimi a scadere: ed oltre Cortona,

che pure sarebbe difesa valida dello Stato, i maggiorenti della città

vi guadagnavano di fare cessare le accuse e i lamenti del popolo di

Firenze pei danni e le spese di quella guerra. Ai primi dell’anno

1411 fu quindi conchiusa in Napoli per mezzo di Agnolo Pandolfini

la pace, comune anche ai Senesi; ed i patti furono, che il Re non

s’impaccerebbe nè di Roma nè di alcun’altra terra inverso Toscana,

tranne Perugia, ch’egli terrebbe ma senza offesa dei Fiorentini; ai

quali doveva restituire le lane e robe predate in sulla nave, ed oltre

ciò vendere per il prezzo di sessanta mila fiorini Cortona; in che

era la somma di tutto il negozio. A Firenze parve bella cosa avere

Cortona, quattro anni soli o poco più dopo l’avere acquistato Pisa,

per danaro entrambe; poichè era costume allora in Italia di vendere le

città: si fecero feste, e i potenti dello Stato crebbero in fama per

quell’acquisto.[137]

Non era però quel trattato senza un qualche mancamento di fede

promessa; ma il Papa ed il re Luigi d’Angiò accettarono le scuse che la

Repubblica fece loro, o comprendessero la necessità in che era posta,

o giovasse loro ad ogni evento non alienarsela: oltreciò la violazione

di una Lega per acquistare una città non era cosa di cui potessero

allora i Principi adontarsi. Avea Luigi lasciata Roma, e nel traversare

la Toscana, accolti in Prato gli ambasciatori che la Repubblica gli

inviava, si fece da questi accompagnare in Bologna dov’era il Papa.

Il quale ai preghi di lui cedendo, e bramoso di sopravvedere da sè

medesimo quella guerra, consentì recarsi in Roma seco; dove entrambi

giunsero nel mese d’aprile. Quel che importava, era condurre a un

tratto insieme i Capitani ad una grande giornata, sperando la vittoria

desse modo a guadagnare sul nemico le paghe mancate insino allora ai

Capitani. Fu la vittoria conseguíta presso Ceprano a Roccasecca, e

fu al di sopra d’ogni speranza; ma perchè la preda era il fine d’ogni

cosa, mentre attendevano a rapirla, ciascuno volendo essere primo, e

la confusione quindi facendosi molto grande; il re Ladislao ebbe agio

di ritirarsi in luogo sicuro, dove rifatto di gente e sopra ogni cosa

di danari, per via di questi ricomperava le robe e gli stessi soldati

che erano prigionieri: tal che ebbe a dire, che il primo giorno dopo

la rotta correa pericolo della corona e della vita, il secondo giorno

solamente della corona, e nel terzo era ridivenuto sicuro d’entrambe.

Ben potea dirlo, chè il re Luigi senz’altro fare si tornò a Roma,

quindi in Provenza; nè più altra mossa fece egli contro a Ladislao:

questi ed il Papa si accordarono per intromessa della Repubblica; la

quale fece allora pace co’ Genovesi, che avendo scosso il giogo di

Francia, e collegatisi a Ladislao, vedeano di malavoglia i Fiorentini

armare navigli e farsi padroni di tanta parte del mar Tirreno.

L’insufficienza della vittoria di Roccasecca era imputata dai

collegati a Paolo Orsino loro capitano, spesso traditore, e che avendo

possessione di città e di feudi nel reame di Puglia, godeva se i due

contendenti si consumassero l’uno l’altro, bisognosi entrambi di lui,

entrambi invalidi ad opprimerlo. Quindi nei mesi che seguitarono alla

pace, essendosi Ladislao dato a raccogliere nuove genti, le spingeva

d’intesa col Papa verso la Marca di Ancona, dove l’Orsino tenea

castelli e in quelli erasi afforzato. Continuava l’espugnazione e

l’esercito del Re ingrossava, quando all’improvvista mutando cammino

lo condusse sotto alle mura di Roma, intanto che le sue galere

appresentatesi innanzi le bocche del Tevere, salivano il fiume. In

quella sorpresa Giovanni XXIII non ebbe che fare; ed i Romani che

avean promesso gagliarda difesa, rompendo le mura pochi giorni dopo

presso alla porta San Sebastiano, lasciarono entrare il Re vincitore.

Fuggivasi il Papa a mala pena, ed aveva chiesto posarsi in Firenze; ma

la Repubblica, pur volendo usare inverso di Ladislao tale un mezzano

temperamento, fece che il Papa alloggiasse fuori della porta a San

Gallo al monastero di Sant’Antonio detto del Vescovo; donde più tardi

faceva ritorno in Bologna; la quale città, che nell’assenza di lui avea

fatta ribellione, tornava adesso all’ubbidienza sua.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 10 / 51 段