Dieci di balía, tra’ quali erano dei più eminenti cittadini di Firenze.
Maso degli Albizzi e Gino Capponi andarono al campo, dov’erano a
soldo mille cinquecento lance (cavalli quattromila cinquecento) e
mille trecento fanti e balestrieri genovesi, e marrajoli e palajoli
in grande numero, e mulattieri e buoi per trascinare legname, e
maestri d’ogni ragione. Fu prima cura dei Commissari assicurare le
vettovaglie a sè, togliendole ai Pisani: male s’era provveduto infino
allora, e si credettero quasi costretti a levare di là l’esercito
per il mancamento della panatica, non ostante che molto danaro fosse
andato per le incette; ma nulla poi vi si trovò. Laonde senz’altro
e con migliore partito mandarono voce per la riviera e per le terre
circostanti, essere il campo del Comune di Firenze sotto alle mura
di Pisa, al quale ciascuno che mandasse roba fosse sicuro e libero,
e potesse quella vendere come a lui pareva e piaceva senza decima o
gabella. A questo modo abbondò il pane, del quale fu in pochi giorni
grandissima la dovizia. Si aggiungevano le prede che ogni giorno
facevano le galere dai Fiorentini soldate a Genova ed in Provenza:
tenevan essi ben guardate le foci dell’Arno con grosse bombarde su per
il filo dell’acqua; cosicchè di ventidue navi le quali andavano cariche
a Pisa, non poche furono prese e le altre si dispersero qua e là, i
padroni essendosi partiti con le loro fuste, cosicchè a Pisa nulla ne
venne. I Fiorentini aveano posto il campo sotto a San Piero in Grado,
e prima cercarono se qualche modo vi fosse di abbarrare l’Arno così
da impedire l’acqua che non iscorresse, il che era allagare la città
di Pisa; ma per consiglio degli ingegneri, a’ quali parve la riuscita
essere incerta e la spesa troppa, abbandonarono quel pensiero. Aveano
sull’Arno due forti bastìe legate da un ponte, il quale prima d’essere
ultimato, da una grossa piena venuta nel maggio fu portato via. Al che
i Pisani essendo accorsi popolarmente con grande furia, diedero assalto
alla bastìa ch’era della parte loro e nemmeno essa bene armata. Nè a
soccorrerla era modo, il fiume correndo grosso e precipitoso per la
piena, se lo Sforza, egli della persona sua con memorabile ardimento
(ed uno simile gli dovea più tardi costare la vita) non si gettava nel
fiume con due soli famigliari su piccola barca, e riscaldando la pugna
e poi da altri seguito, non avesse dato grande terrore ai Pisani. Nè
però cessava la battaglia fino alle mura di Pisa, in cima alle quali
saliva parte degli aggressori: ed uno sbandito di Firenze, il quale
serviva pure nel campo, scalava tra’ primi le mura; e lì azzuffandosi
con uno di quelli di dentro e insieme abbracciatisi, poichè dibattuti
si furono assai, amendue caddero a terra dalla parte di dentro: ma più
infelice egli del Maringhi, cadeva morto col suo nemico. Allora essendo
Maso e Gino tornati in Firenze, nel campo erano Matteo dei Castellani,
Vieri Guadagni, Niccolò Davanzati, e Iacopo Gianfigliazzi: Iacopo
Salviati guidava le genti le quali attendevano ad impedire che in Pisa
non entrasse roba, massimamente di verso Lucca, dove il signore, Paolo
Guinigi, poco aggradiva che i Fiorentini tanto ingrossassero a’ suoi
fianchi.[114] Avvenne dipoi che tra lo Sforza ed il Tartaglia, primi e
più insigni tra’ condottieri, nascesse dissidio, tale che a Firenze non
credeano i cittadini potersi comporre, temendo che uno dei due, secondo
la fede usata dei soldati di ventura, mutasse a un tratto bandiera
e soldo. Fu mandato Gino, amicissimo ad ambedue; il quale partito di
Firenze la mattina dei 21 giugno di buon’ora, si condusse in campo la
sera stessa; e nel giorno dopo composte le cose, venne all’offerta di
San Giovanni ai 23, che è la vigilia del dì solenne. Udito l’accordo e
in quale modo s’era fatto, ciascuno andò con gran piacere all’offerta,
credendosi aver Pisa nelle mani. Il modo fu questo; che lo Sforza,
disgiunto dall’altro, ponesse il campo di qua da Pisa in sulla riva
destra dell’Arno, dando mano a quelle genti le quali erano sotto
a Vico, e meglio stringendo così la città, contro alla quale stava
un’altra brigata di genti in sulla riva sinistra; e i due campi erano
congiunti da un ponte di legname in sulle barche, venendo così la città
ad essere chiusa d’ogni parte, e impedito che v’entrasse nè roba nè
gente.
Al Gambacorti parendo avere perduta ogni speranza di soccorso per
terra o per mare, e solamente essere ridotto in sulla fede del suo
popolo e in sulla fortezza delle mura, cominciò a volere scemare nella
città le bocche inutili della gente non atta alla guardia, perchè la
vivanda alle braccia utili più bastasse, e più si venisse a prolungare
la guerra sì che a Firenze ne increscesse. Ma i Commissari ordinarono
per pubblici bandi, che qualunque uscendo di Pisa venisse nelle forze
degli assediatori fosse impiccato: si contentavano da principio di fare
scorciare i panni alle donne, e suggellate con la bolla del giglio in
sulle gote, per forza farle tornare in Pisa. Dipoi non giovando questo,
s’aggiunse fare tagliare loro il naso, ed appiccare qualche uomo in
luogo che quelli della città lo potessono vedere.[115] «Molti (uomini
e femmine e fanciulli), perocchè quelli di dentro non gli volevano
lasciare dentro tornare, si stavano allato alle mura, ed erano morti;
e le femmine che uscivano erano ancora dentro ripinte, suggellate
nella testa con ferri affocati; e gridando e chiamando misericordia
non erano intesi, nè voluti nè dentro nè di fuori; e così standosi tra
le mura della città e il campo, mangiavano delle erbe come le bestie,
e moriano di fame:[116]» crudeli opere e nefande; ma così tra loro
si odiavano i popoli. Mentre attendevano i Pisani a consumare quello
ch’era dentro, il Gambacorti scese a pensare a’ suoi vantaggi. Prima
erano venuti due de’ Gambacorti a trattare con Matteo dei Castellani,
ch’era nel campo; dipoi veniva ai Commissari un Gasparre da Lavaiano,
col quale accozzatisi più volte, erano quasi che rimasti d’accordo
dei patti, quando una sera dal campo viddero in Pisa fare gran festa
e falò, tantochè dubitarono che vi fosse entrata gente: poi fatto
giorno vidersi le insegne del Duca di Borgogna poste in sulle torri di
Pisa, e l’arme sua dipinta alle porte; ed un araldo venne nel campo a
notificare come Pisa era del Duca, ed a comandare che ciascuno dovesse
partirsi. Il quale araldo fu con le mani legate gettato in Arno; ma
o non lo avessero legato bene o ch’egli co’ piedi sapesse notare,
il poveretto scampò, e andato a compiere l’ufficio suo in Firenze e
a dolersi dell’ingiuria, fu mandato via. A Bucicaldo aveano scritto
di Francia rompesse co’ Fiorentini, ed operasse con la forza perchè
l’assedio fosse tolto. Ma quegli rispose che ciò non potrebbe senza
disonore di spergiuro, e che inoltre la potenza dei Fiorentini era
tale che ci vorrebbe assai grande numero di genti d’arme, e pecunia
molta; delle quali cose difettava. Così all’infuori di lettere e di
messi, dei quali in Firenze non tennero conto, altro non fu: e Gino
Capponi scrive, che dubitando il Maresciallo non gli venisse ordine di
levare dal soldo dei Fiorentini quanti erano uomini a lui sottoposti,
avvisò fossero questi ricondotti con giuramento di non partirsi
per comandamento che ne avessero; il che si fece tosto per pubblico
consentimento del Maresciallo: ma questi afferma che dei Francesi molti
si partirono per non cadere nella disgrazia del Duca e dei signori di
quella Corte. Dichiara inoltre, che il Re avendo rotto l’accordo fatto
prima coi Fiorentini, erano questi verso lui disciolti da qualunque
obbligo o promessa. Gli ambasciatori mandati in Francia furono ivi
ritenuti, ma più mesi dopo senz’altro aggravio liberati.[117]
A questo modo era passata la cosa infino a mezzo settembre: allora
Giovanni Gambacorti essendo tornato al pensiero dell’accordo, mandava
nel campo un altro suo uomo, Bindo delle Brache, il quale di notte
segretamente era ammesso nella casa dove alloggiavano i Commissari
Gino Capponi e Bartolommeo Corbinelli, che l’uno e l’altro erano dei
Dieci. Sapevano essi che Pisa bentosto caderebbe per la fame; dal che
era segno, tra molti altri, che Bindo veniva sempre digiuno, e dopo
cenato avrebbono voluto egli ed il compagno portar seco qualche pane;
ma Gino diceva: «portatene in corpo quanto volete, chè altrimenti non
ne avrete tanto che vi tenga in vita pure un centesimo d’ora.» Ma
benchè avessero quella sicurezza, pensavano pure che ad acquistare
Pisa per assedio si penava qualche dì di più; il quale indugio avea
pericoli, e che la città sarebbe andata a sacco senza rimedio: quindi
parve loro tornasse al Comune più conto averla salva e buona, che
guasta e deserta. Fermarono i patti, dei quali Gino era andato a
conferire co’ Dieci a Firenze: i patti furono, che messer Giovanni
desse in mano de’ Commissari la cittadella ed i contrassegni delle
rôcche; avesse fiorini tremila d’oro e la signoria di Bagno, per la
quale fosse egli raccomandato al Comune di Firenze; gli rimanessero le
isole di Capraia, della Gorgona e del Giglio, e per Andrea Gambacorti
la rôcca di Sillano; tutti fossero cittadini di Firenze, nella quale
avessero tre case, e fossero esenti da gravezze e gabelle nè potessero
per debiti essere costretti: in benefizio dei Pisani non si scrisse
nulla. Per l’esecuzione dei quali patti se gli doveano dare venti
statichi, i quali stessero dentro alla rôcca di Ripafratta nelle mani
di messer Luca del Fiesco capitano delle genti fiorentine, e di Sforza
e del Tartaglia condottieri. I venti erano giovani delle principali
case di Firenze, tra’ quali Cosimo dei Medici e Neri Capponi figlio del
Commissario, che l’uno e l’altro toccavano appena l’anno diciottesimo.
I Commissari, i Capitani e i Condottieri si radunavano quindi alla Casa
Bianca sulla riva d’Arno a fine di consigliare il come ed il modo (nel
caso che Pisa si avesse per patti) d’entrarvi senza che ella andasse
a ruba ed a sacco. Nel che differivano, tra loro sempre mali amici,
Sforza e il Tartaglia; chè l’uno voleva s’entrasse in Pisa per la
porta dei Prati, come in luogo più largo e meno facile alle offese, e
l’altro per quella di San Marco giù per il Borgo. Grande era la contesa
tra’ Capitani, quando Gino levatosi disse: «voi ci avete alcuna volta
dato ad intendere di vincere Pisa per forza, e ora che noi vi facciamo
aprire qual porta voi volete, e voi dubitate: avete paura voi di gente
assediata ed affamata? non più novelle, noi vogliamo che s’entri per
San Marco, e date modo ciascuno di voi che s’entri come se si dovesse
entrare in Firenze, o il difetto de’ vostri uomini porteranno le
persone vostre.» Alle quali parole, uno dei condottieri Franceschino
della Mirandola avendo risposto: «voi ci fate un aspro comandamento e
stretto; ma se il popolo contra noi si levi, non volete voi che s’entri
a ogni modo?» Gino a fatica gli lasciò finire le parole, e con impeto
e furia se gli volse e disse: «Franceschino, Franceschino, se il popolo
si rivolgerà, noi vi saremo come tu, e comanderemo e a te e agli altri
quello che sia da fare; e non ci andare più tentando o rompendo il
capo, chè noi vogliamo che si faccia quanto per noi v’è comandato.»
Andò a Firenze allora Gino, e parlò prima co’ Dieci e co’ Signori
soli; poi ai Signori ed ai Collegi disse: «Magnifici Signori, Iddio
ha permesso che Pisa venga alla vostra signoria; ed essa è in tanta
necessità delle cose da vivere, che pare a noi essere certi che voi
l’avrete in venti dì, come siamo certi d’avere a morire: ma così
accadendo non veggiamo come la terra non vada a saccomanno, con le
arsioni e ruberie e adulteri che a quello seguitano. Ma voi potete
averla per patti: sta ora alle Vostre Signorie a pigliarla per uno
de’ due modi, qual più v’aggrada; che se a patti eleggerete volerla,
l’avrete senza lesione alcuna nè ruberie o altro atto disonesto: e nel
cospetto di Dio ne acquisterete merito, ed appresso le strane genti
perpetua fama.» Sulle quali cose tenuto Consiglio, unitamente dissero
a voce viva volerla per patti. E dipoi messa a partito tra’ Signori,
Collegi e Dieci, di quarantasette ch’erano a sedere vi fu quarantasei
fave nere ed una bianca. Al che tutti gridarono ad una voce: rimettasi
un’altra volta, acciocchè si possa dire essere stati tutti d’una
volontà e che nessuna ce ne sia bianca; e così fatto, trovarono essere
tutte le fave nere.
Allora Gino tornò in campo, e sottoscrisse l’accordo; gli Statichi
giunsero da Firenze agli 8 d’ottobre, i quali doveano essere posti
sotto la guardia dei Capitani in Ripafratta perchè si potesse ire a
pigliare la tenuta della città; se non che i giovani malvolentieri
vi andavano, che avevano gran voglia d’essere all’entrata in Pisa:
del che ebbero grazia, avendo Gino e Bartolommeo promesso per loro si
costituirebbero il dì seguente, e i Capitani se ne fecero debitori al
Gambacorti. All’alba del giorno 9 di ottobre 1406, digià essendo per
alcune centinaia di fanti occupata la porta San Marco, ciascuno del
campo fu a cavallo, e ordinate le schiere con le bandiere spiegate
del Giglio e di Parte guelfa, e con gli stendardi del Capitano e
dei condottieri, giunsero al levare del sole in sulla porta di Pisa,
dov’era messer Giovanni Gambacorti con un verrettone in mano, il quale
pose in mano a Gino e disse: «questo vi dò in segno della signoria
di questa città, la quale è il più bel gioiello ch’abbia l’Italia;
e me di quello che abbia a fare avvisate.» Seguirono oltre tanto che
giunsero in piazza, dove il capitano Luca del Fiesco armò cavaliere
Iacopo dei Gianfigliazzi che teneva l’insegna del Giglio: fu fatta gran
forza dello stesso anche a Gino ed a Bartolommeo, ma non vollero. Era
la piazza gremita di fanti e di cavalli, che non vi si capiva; donde
sfilarono tutte le brigate armate, e andarono per la città pigliando
lungo cammino. I cittadini maravigliati si facevano alle finestre, che
pochi aveano prima saputo di quell’entrata: vedevansi gli uomini e le
donne smunti e quasi paurosi guatare. Alcuni dei soldati avevano recato
pani di campo, e ne buttavano dove avessero veduti assai fanciulli
alle finestre, i quali si gittavano a quel pane come uccelli rapaci;
ed i fratelli insieme si azzuffavano, e mangiavano con tanta rabbia
che a vederli era una pietà. Poi venne in Pisa, com’era dato l’ordine,
pane e farina in buona quantità; e ogni cittadino che poteva, corse
non guardando a prezzo; fu detto che molti per mangiare con troppa
rabbia, nè credendo mai torsi la fame, morissero. Non si trovò in Pisa
grano nè farina; solo vi era un poco di zucchero e un po’ di cassia e
tre vacche magre; ogni altra cosa v’era mangiata per necessità insino
a corre l’erba delle piazze e seccarla e farne polvere e poi focacce;
il pane che mangiavano i Priori era di lin seme. Bartolommeo da Scorno
aveva comprato un quarto di staio di grano che pesava libbre diciotto
e pagato fiorini diciotto d’oro larghi. E la mattina dell’entrata
sentendo ciascuno potere avere del pane mandò per un sacco del detto
pane, il quale nella sala di casa gittato innanzi alla famiglia sua
ch’era di trenta bocche, i fanciulli gridarono: Babbo, ne avremo noi
anche a merenda? tanto erano usi a patir la fame.
Tornati in piazza, i Commissari entrarono in palagio dov’erano i Priori
a piè delle scale, i quali a Gino ed a Bartolommeo diedero le chiavi
delle porte della città, e Neri di Gino per giovanile allegrezza
le prese in mano. Furono i Priori fatti ritrarre, e di palagio si
partì ognuno, salvo i Commissari con le brigate loro; e le bandiere
del Comune di Firenze furono appiccate alle finestre del palagio. Al
che Gino, ricordandosi d’una bandiera che i Pisani aveano tolta sul
principio della guerra e che trascinata a vitupero per la città era
indi stata posta a ritroso nel Duomo di Pisa; mandò ivi a rialzarla
e poi con grande compagnia e festa di trombetti recarla in palagio,
dove fu con le altre posta alle finestre. Mandarono quindi trecento
cavalli a pigliare le castella del contado di Pisa, delle quali niuna
fece resistenza, e tutte le terre mandarono in Pisa a fare le debite
sommissioni.
Gino allora volendo rassicurare gli animi dei cittadini, ai quali
pareva un miracolo che la terra non fosse ita a sacco, e non potevano
credere che ella ancora non andasse, tal che la mattina le robe
si davano per la metà della valuta; mandò per tutti i più notabili
cittadini, e raunati nella sala del Palagio, si levò e disse queste
parole che ognuno intese: «Onorevoli cittadini, noi non sappiamo se
pe’ vostri peccati o pe’ nostri meriti Iddio vi abbia condotti sotto
la signoria del nostro Comune, la quale con grandissimi spendii e
con grandissima sollecitudine abbiamo acquistata; e per le vostre
discordie questa vostra città è ridotta in tali termini, che infino
che la città di Firenze non diminuisse, ogni volta saremo atti a
conquistarvi di nuovo; e nonostante questo, siamo in animo disposti con
ogni sollecitudine conservare l’acquistato, con morte e con perpetuo
sterminio di chi tentasse il contrario. E quando voi penserete delle
cose passate, e quante volte voi siete stati cagione di mettere la
nostra città in pericolo della sua libertà, conoscerete voi essere
stati ricettacolo di qualunque è voluto venire in Toscana, e colla
compagnia degli Inghilesi fatto ardere e dibruciare i nostri contadi,
intesovi coi Visconti di Milano, ed a loro dato ogni aiuto e favore
per offendere e sottomettere la nostra città, infino a patire voi
d’essere venduti a messer Giovan Galeazzo, e sopportare la sua signoria
per offendere noi: e così molt’altre offese e ingiurie potremmo
raccontare. Ma perchè a voi sono benissimo note, le trapasserò. E per
rispetto delle quali vedrete che il nostro Comune non poteva fare
di meno che s’abbia fatto, a volere vivere sicuro di suo stato; nè
a voi debbe dispiacere tale signoria, perocchè i nostri magnifici ed
eccelsi Signori ci hanno comandato, che con ragione e giustizia noi
vi governiamo fino a tanto ch’altri manderanno al vostro governo:
e già per effetto potete avere veduto, che avendovi noi vinti per
assedio, ch’eravate ridotti in tanta estremità che vi conveniva o
morire di fame o aprirci le porte in questi tre giorni, e questo a
noi era benissimo noto. Ma noi piuttosto abbiamo voluto fare cortesia
a messer Giovanni Gambacorti di fiorini cinquantamila per avere la
città con patti, acciocchè con ragione si sia potuto rimediare che non
siate iti a sacco; chè se avessimo aspettato e non voluto concordia,
noi avevamo la città, e i soldati il sacco, il quale dicono che di
ragione non debbe essere loro vietato: e voi avete veduto che non
altrimenti sono entrati dentro, che se religiosi stati fussono; chè
solo una minima ruberia o estorsione non s’è inteso che sia stata
fatta ad alcuno. Del che certo noi medesimi ce ne rendiamo grandissima
maraviglia, che qualche scandalo non sia nato alla moltitudine grande
della gente che ci è; e non altrimenti che se nella propria città di
Firenze avessimo avuto a fare la mostra, e con molta più onestà si
sono portati, che quivi non arebbono fatto: chè, se altrettanti frati
osservanti ci fussono entrati, più scandalo certo ci sarebbe stato. La
cagione perchè al presente noi vi abbiamo qui raunati, principalmente
si è per confortarvi della Signoria del nostro Comune, dalla quale non
secondo l’opere fatte per voi pel passato contro a quello, ma siccome
buoni figlioli sarete benignamente trattati. Appresso, per rendervi
sicurtà, che voi e ogni altro vostro cittadino stia sicuramente, e
che di niente dubiti, nonostante alcun delitto o eccesso o bando per
qualunque cagione, o commesso da oggi indietro, ed etiam nonostante
alcun patto fatto con messer Giovanni, de’ rubelli ch’egli ha voluto
per patto (il quale patto di ragione non procede, come a luogo e tempo
sarete avvisati). E se a nessuno fosse fatta cosa alcuna non dovuta,
venga sicuramente a dolersene, e così vi comandiamo, e vedrete che per
effetto se ne farà tale punizione che sia esempio ad ognuno, e non fia
sì piccola ingiuria, che le forche quali abbiamo fatte rizzare in più
luoghi per la città, e i ceppi e mannaie che già in sulla piazza sono
in punto, si adopreranno contro a chi facesse quello che non dovesse.
E a questi Capitani e Condottieri che ci sono, abbiamo comandato, che
se di loro brigata alcuno farà cosa non dovuta, la imputeremo fatta
da loro propri, e che alle proprie persone daremo quella medesima
punizione che meriterebbe chi commessa l’avesse; sicchè state di buona
voglia, e di niente dubitate. Vogliamo eziandio che le vostre botteghe
e d’ogni altro s’aprano, e che attendiate a fare le vostre faccende,
traffichi e mercatanzie sicuramente sopra di noi. Crediamo ancora che
sia utile, che voi provvediate di mandare a’ piè de’ nostri eccelsi
Signori una solenne ambasciata con pieno mandato a riconoscerli per
vostri signori; e bench’essi sieno disposti benignamente verso di voi,
pure tale andata fia cagione di confermarli nel loro proposito: e anche
potrete loro raccomandarvi della riforma, che al presente si ha a fare
di questa città; del che non può essere che utilità grandissima non ve
ne segua.»
Finito che Gino ebbe di dire, si pose a sedere; al quale, com’era
prima ordinato, un Bartolo da Piombino rispose parole (un Pisano non
avrebbe) di abietta sommissione, di pentimento delle offese fatte
alla Repubblica di Firenze, e di smaccata gratitudine perchè la città
non fosse andata a saccomanno. Questa lunghissima diceria irta di
testi latini, ripigliando le parole che Gino avea dette, esortava
nominare gli ambasciatori i quali andassero ai Signori di Firenze
con pieno mandato a fare umili raccomandazioni circa l’assetto che ai
sopradetti Signori piacesse dare a questa loro città di Pisa. E dopo
ciò, fatto suonare a parlamento, furono eletti venti ambasciatori tra
cavalieri, dottori e capitani i più onorevoli che avesse la città, i
quali andassero a rappresentarsi ai Signori. Gino fu eletto Capitano di
Pisa per otto mesi, e Bartolommeo Corbinelli Potestà per sei, i quali
avessero il governo;[118] quindi a ordinare tutte le cose e dare forma
al nuovo acquisto elessero dieci, i quali furono chiamati i Dieci di
Pisa.
Non è da dire se a Firenze, tosto che seppero la novella, fosse
gran festa. Tre sere fecero fuochi in città e nel contado, tre dì
processioni e rendimenti di grazie a Dio nel maggior Tempio. Mandarono
avvisi per tutta Italia; e dai Signori in accomandigia e dai vicini e
dagli amici vennero ambasciate a congratularsi col Comune. Celebrarono
in sulla piazza di Santa Croce una ricca giostra, un’altra ne diede
il Signore di Cortona venuto in Firenze, un’altra fu a spese dei
Capitani di Parte guelfa. Grande lo sfoggio della magnificenza negli
abbigliamenti delle donne, e gli statuti contro al lusso non mai furono
osservati meno:[119] era Firenze in sul colmo allora d’ogni opulenza
e felicità. Molto anche si tenne onorata di quel celebre volume delle
Pandette di Giustiniano, che aveano i Pisani portato da Amalfi tre
secoli prima per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi
recava in Firenze:[120] il quale volume sebbene non fosse (come fu
creduto lungamente) solo in Italia a risuscitare ne’ tempi d’Irnerio
lo studio delle Romane leggi, fu però tra’ pochissimi esemplari tenuti
siccome testi autorevoli del diritto. Quindi riporlo negli armarii loro
parve a’ Fiorentini premio tra’ più nobili della vittoria conseguita,
siccome ai Pisani venirne spogliati fu lungo dolore, nè d’altro si
tennero ingiuriati maggiormente, nè più abbassati nella opinione degli
uomini allora volti agli studi d’erudizione e alla ricerca d’antichi
Codici. Oltre alle _Pandette_, vennero in Firenze certe Reliquie tenute
in grande venerazione dai Pisani. Questa pratica del togliere alle
città vinte le reliquie dei loro Santi non era nuova ai Fiorentini;
avea recato d’Arezzo in Firenze Donato Acciaioli quella di San Donato:
intorno a che uno storico non si dimentica classicamente di ricordare
la simile usanza che aveano i Romani, che non lasciarono se non per
obbrobrio ai Tarentini gli Dei sdegnati.[121]