A mezzo il gennaio, che per noi si conta 1406, furono creati nuovi

Dieci di balía, tra’ quali erano dei più eminenti cittadini di Firenze.

Maso degli Albizzi e Gino Capponi andarono al campo, dov’erano a

soldo mille cinquecento lance (cavalli quattromila cinquecento) e

mille trecento fanti e balestrieri genovesi, e marrajoli e palajoli

in grande numero, e mulattieri e buoi per trascinare legname, e

maestri d’ogni ragione. Fu prima cura dei Commissari assicurare le

vettovaglie a sè, togliendole ai Pisani: male s’era provveduto infino

allora, e si credettero quasi costretti a levare di là l’esercito

per il mancamento della panatica, non ostante che molto danaro fosse

andato per le incette; ma nulla poi vi si trovò. Laonde senz’altro

e con migliore partito mandarono voce per la riviera e per le terre

circostanti, essere il campo del Comune di Firenze sotto alle mura

di Pisa, al quale ciascuno che mandasse roba fosse sicuro e libero,

e potesse quella vendere come a lui pareva e piaceva senza decima o

gabella. A questo modo abbondò il pane, del quale fu in pochi giorni

grandissima la dovizia. Si aggiungevano le prede che ogni giorno

facevano le galere dai Fiorentini soldate a Genova ed in Provenza:

tenevan essi ben guardate le foci dell’Arno con grosse bombarde su per

il filo dell’acqua; cosicchè di ventidue navi le quali andavano cariche

a Pisa, non poche furono prese e le altre si dispersero qua e là, i

padroni essendosi partiti con le loro fuste, cosicchè a Pisa nulla ne

venne. I Fiorentini aveano posto il campo sotto a San Piero in Grado,

e prima cercarono se qualche modo vi fosse di abbarrare l’Arno così

da impedire l’acqua che non iscorresse, il che era allagare la città

di Pisa; ma per consiglio degli ingegneri, a’ quali parve la riuscita

essere incerta e la spesa troppa, abbandonarono quel pensiero. Aveano

sull’Arno due forti bastìe legate da un ponte, il quale prima d’essere

ultimato, da una grossa piena venuta nel maggio fu portato via. Al che

i Pisani essendo accorsi popolarmente con grande furia, diedero assalto

alla bastìa ch’era della parte loro e nemmeno essa bene armata. Nè a

soccorrerla era modo, il fiume correndo grosso e precipitoso per la

piena, se lo Sforza, egli della persona sua con memorabile ardimento

(ed uno simile gli dovea più tardi costare la vita) non si gettava nel

fiume con due soli famigliari su piccola barca, e riscaldando la pugna

e poi da altri seguito, non avesse dato grande terrore ai Pisani. Nè

però cessava la battaglia fino alle mura di Pisa, in cima alle quali

saliva parte degli aggressori: ed uno sbandito di Firenze, il quale

serviva pure nel campo, scalava tra’ primi le mura; e lì azzuffandosi

con uno di quelli di dentro e insieme abbracciatisi, poichè dibattuti

si furono assai, amendue caddero a terra dalla parte di dentro: ma più

infelice egli del Maringhi, cadeva morto col suo nemico. Allora essendo

Maso e Gino tornati in Firenze, nel campo erano Matteo dei Castellani,

Vieri Guadagni, Niccolò Davanzati, e Iacopo Gianfigliazzi: Iacopo

Salviati guidava le genti le quali attendevano ad impedire che in Pisa

non entrasse roba, massimamente di verso Lucca, dove il signore, Paolo

Guinigi, poco aggradiva che i Fiorentini tanto ingrossassero a’ suoi

fianchi.[114] Avvenne dipoi che tra lo Sforza ed il Tartaglia, primi e

più insigni tra’ condottieri, nascesse dissidio, tale che a Firenze non

credeano i cittadini potersi comporre, temendo che uno dei due, secondo

la fede usata dei soldati di ventura, mutasse a un tratto bandiera

e soldo. Fu mandato Gino, amicissimo ad ambedue; il quale partito di

Firenze la mattina dei 21 giugno di buon’ora, si condusse in campo la

sera stessa; e nel giorno dopo composte le cose, venne all’offerta di

San Giovanni ai 23, che è la vigilia del dì solenne. Udito l’accordo e

in quale modo s’era fatto, ciascuno andò con gran piacere all’offerta,

credendosi aver Pisa nelle mani. Il modo fu questo; che lo Sforza,

disgiunto dall’altro, ponesse il campo di qua da Pisa in sulla riva

destra dell’Arno, dando mano a quelle genti le quali erano sotto

a Vico, e meglio stringendo così la città, contro alla quale stava

un’altra brigata di genti in sulla riva sinistra; e i due campi erano

congiunti da un ponte di legname in sulle barche, venendo così la città

ad essere chiusa d’ogni parte, e impedito che v’entrasse nè roba nè

gente.

Al Gambacorti parendo avere perduta ogni speranza di soccorso per

terra o per mare, e solamente essere ridotto in sulla fede del suo

popolo e in sulla fortezza delle mura, cominciò a volere scemare nella

città le bocche inutili della gente non atta alla guardia, perchè la

vivanda alle braccia utili più bastasse, e più si venisse a prolungare

la guerra sì che a Firenze ne increscesse. Ma i Commissari ordinarono

per pubblici bandi, che qualunque uscendo di Pisa venisse nelle forze

degli assediatori fosse impiccato: si contentavano da principio di fare

scorciare i panni alle donne, e suggellate con la bolla del giglio in

sulle gote, per forza farle tornare in Pisa. Dipoi non giovando questo,

s’aggiunse fare tagliare loro il naso, ed appiccare qualche uomo in

luogo che quelli della città lo potessono vedere.[115] «Molti (uomini

e femmine e fanciulli), perocchè quelli di dentro non gli volevano

lasciare dentro tornare, si stavano allato alle mura, ed erano morti;

e le femmine che uscivano erano ancora dentro ripinte, suggellate

nella testa con ferri affocati; e gridando e chiamando misericordia

non erano intesi, nè voluti nè dentro nè di fuori; e così standosi tra

le mura della città e il campo, mangiavano delle erbe come le bestie,

e moriano di fame:[116]» crudeli opere e nefande; ma così tra loro

si odiavano i popoli. Mentre attendevano i Pisani a consumare quello

ch’era dentro, il Gambacorti scese a pensare a’ suoi vantaggi. Prima

erano venuti due de’ Gambacorti a trattare con Matteo dei Castellani,

ch’era nel campo; dipoi veniva ai Commissari un Gasparre da Lavaiano,

col quale accozzatisi più volte, erano quasi che rimasti d’accordo

dei patti, quando una sera dal campo viddero in Pisa fare gran festa

e falò, tantochè dubitarono che vi fosse entrata gente: poi fatto

giorno vidersi le insegne del Duca di Borgogna poste in sulle torri di

Pisa, e l’arme sua dipinta alle porte; ed un araldo venne nel campo a

notificare come Pisa era del Duca, ed a comandare che ciascuno dovesse

partirsi. Il quale araldo fu con le mani legate gettato in Arno; ma

o non lo avessero legato bene o ch’egli co’ piedi sapesse notare,

il poveretto scampò, e andato a compiere l’ufficio suo in Firenze e

a dolersi dell’ingiuria, fu mandato via. A Bucicaldo aveano scritto

di Francia rompesse co’ Fiorentini, ed operasse con la forza perchè

l’assedio fosse tolto. Ma quegli rispose che ciò non potrebbe senza

disonore di spergiuro, e che inoltre la potenza dei Fiorentini era

tale che ci vorrebbe assai grande numero di genti d’arme, e pecunia

molta; delle quali cose difettava. Così all’infuori di lettere e di

messi, dei quali in Firenze non tennero conto, altro non fu: e Gino

Capponi scrive, che dubitando il Maresciallo non gli venisse ordine di

levare dal soldo dei Fiorentini quanti erano uomini a lui sottoposti,

avvisò fossero questi ricondotti con giuramento di non partirsi

per comandamento che ne avessero; il che si fece tosto per pubblico

consentimento del Maresciallo: ma questi afferma che dei Francesi molti

si partirono per non cadere nella disgrazia del Duca e dei signori di

quella Corte. Dichiara inoltre, che il Re avendo rotto l’accordo fatto

prima coi Fiorentini, erano questi verso lui disciolti da qualunque

obbligo o promessa. Gli ambasciatori mandati in Francia furono ivi

ritenuti, ma più mesi dopo senz’altro aggravio liberati.[117]

A questo modo era passata la cosa infino a mezzo settembre: allora

Giovanni Gambacorti essendo tornato al pensiero dell’accordo, mandava

nel campo un altro suo uomo, Bindo delle Brache, il quale di notte

segretamente era ammesso nella casa dove alloggiavano i Commissari

Gino Capponi e Bartolommeo Corbinelli, che l’uno e l’altro erano dei

Dieci. Sapevano essi che Pisa bentosto caderebbe per la fame; dal che

era segno, tra molti altri, che Bindo veniva sempre digiuno, e dopo

cenato avrebbono voluto egli ed il compagno portar seco qualche pane;

ma Gino diceva: «portatene in corpo quanto volete, chè altrimenti non

ne avrete tanto che vi tenga in vita pure un centesimo d’ora.» Ma

benchè avessero quella sicurezza, pensavano pure che ad acquistare

Pisa per assedio si penava qualche dì di più; il quale indugio avea

pericoli, e che la città sarebbe andata a sacco senza rimedio: quindi

parve loro tornasse al Comune più conto averla salva e buona, che

guasta e deserta. Fermarono i patti, dei quali Gino era andato a

conferire co’ Dieci a Firenze: i patti furono, che messer Giovanni

desse in mano de’ Commissari la cittadella ed i contrassegni delle

rôcche; avesse fiorini tremila d’oro e la signoria di Bagno, per la

quale fosse egli raccomandato al Comune di Firenze; gli rimanessero le

isole di Capraia, della Gorgona e del Giglio, e per Andrea Gambacorti

la rôcca di Sillano; tutti fossero cittadini di Firenze, nella quale

avessero tre case, e fossero esenti da gravezze e gabelle nè potessero

per debiti essere costretti: in benefizio dei Pisani non si scrisse

nulla. Per l’esecuzione dei quali patti se gli doveano dare venti

statichi, i quali stessero dentro alla rôcca di Ripafratta nelle mani

di messer Luca del Fiesco capitano delle genti fiorentine, e di Sforza

e del Tartaglia condottieri. I venti erano giovani delle principali

case di Firenze, tra’ quali Cosimo dei Medici e Neri Capponi figlio del

Commissario, che l’uno e l’altro toccavano appena l’anno diciottesimo.

I Commissari, i Capitani e i Condottieri si radunavano quindi alla Casa

Bianca sulla riva d’Arno a fine di consigliare il come ed il modo (nel

caso che Pisa si avesse per patti) d’entrarvi senza che ella andasse

a ruba ed a sacco. Nel che differivano, tra loro sempre mali amici,

Sforza e il Tartaglia; chè l’uno voleva s’entrasse in Pisa per la

porta dei Prati, come in luogo più largo e meno facile alle offese, e

l’altro per quella di San Marco giù per il Borgo. Grande era la contesa

tra’ Capitani, quando Gino levatosi disse: «voi ci avete alcuna volta

dato ad intendere di vincere Pisa per forza, e ora che noi vi facciamo

aprire qual porta voi volete, e voi dubitate: avete paura voi di gente

assediata ed affamata? non più novelle, noi vogliamo che s’entri per

San Marco, e date modo ciascuno di voi che s’entri come se si dovesse

entrare in Firenze, o il difetto de’ vostri uomini porteranno le

persone vostre.» Alle quali parole, uno dei condottieri Franceschino

della Mirandola avendo risposto: «voi ci fate un aspro comandamento e

stretto; ma se il popolo contra noi si levi, non volete voi che s’entri

a ogni modo?» Gino a fatica gli lasciò finire le parole, e con impeto

e furia se gli volse e disse: «Franceschino, Franceschino, se il popolo

si rivolgerà, noi vi saremo come tu, e comanderemo e a te e agli altri

quello che sia da fare; e non ci andare più tentando o rompendo il

capo, chè noi vogliamo che si faccia quanto per noi v’è comandato.»

Andò a Firenze allora Gino, e parlò prima co’ Dieci e co’ Signori

soli; poi ai Signori ed ai Collegi disse: «Magnifici Signori, Iddio

ha permesso che Pisa venga alla vostra signoria; ed essa è in tanta

necessità delle cose da vivere, che pare a noi essere certi che voi

l’avrete in venti dì, come siamo certi d’avere a morire: ma così

accadendo non veggiamo come la terra non vada a saccomanno, con le

arsioni e ruberie e adulteri che a quello seguitano. Ma voi potete

averla per patti: sta ora alle Vostre Signorie a pigliarla per uno

de’ due modi, qual più v’aggrada; che se a patti eleggerete volerla,

l’avrete senza lesione alcuna nè ruberie o altro atto disonesto: e nel

cospetto di Dio ne acquisterete merito, ed appresso le strane genti

perpetua fama.» Sulle quali cose tenuto Consiglio, unitamente dissero

a voce viva volerla per patti. E dipoi messa a partito tra’ Signori,

Collegi e Dieci, di quarantasette ch’erano a sedere vi fu quarantasei

fave nere ed una bianca. Al che tutti gridarono ad una voce: rimettasi

un’altra volta, acciocchè si possa dire essere stati tutti d’una

volontà e che nessuna ce ne sia bianca; e così fatto, trovarono essere

tutte le fave nere.

Allora Gino tornò in campo, e sottoscrisse l’accordo; gli Statichi

giunsero da Firenze agli 8 d’ottobre, i quali doveano essere posti

sotto la guardia dei Capitani in Ripafratta perchè si potesse ire a

pigliare la tenuta della città; se non che i giovani malvolentieri

vi andavano, che avevano gran voglia d’essere all’entrata in Pisa:

del che ebbero grazia, avendo Gino e Bartolommeo promesso per loro si

costituirebbero il dì seguente, e i Capitani se ne fecero debitori al

Gambacorti. All’alba del giorno 9 di ottobre 1406, digià essendo per

alcune centinaia di fanti occupata la porta San Marco, ciascuno del

campo fu a cavallo, e ordinate le schiere con le bandiere spiegate

del Giglio e di Parte guelfa, e con gli stendardi del Capitano e

dei condottieri, giunsero al levare del sole in sulla porta di Pisa,

dov’era messer Giovanni Gambacorti con un verrettone in mano, il quale

pose in mano a Gino e disse: «questo vi dò in segno della signoria

di questa città, la quale è il più bel gioiello ch’abbia l’Italia;

e me di quello che abbia a fare avvisate.» Seguirono oltre tanto che

giunsero in piazza, dove il capitano Luca del Fiesco armò cavaliere

Iacopo dei Gianfigliazzi che teneva l’insegna del Giglio: fu fatta gran

forza dello stesso anche a Gino ed a Bartolommeo, ma non vollero. Era

la piazza gremita di fanti e di cavalli, che non vi si capiva; donde

sfilarono tutte le brigate armate, e andarono per la città pigliando

lungo cammino. I cittadini maravigliati si facevano alle finestre, che

pochi aveano prima saputo di quell’entrata: vedevansi gli uomini e le

donne smunti e quasi paurosi guatare. Alcuni dei soldati avevano recato

pani di campo, e ne buttavano dove avessero veduti assai fanciulli

alle finestre, i quali si gittavano a quel pane come uccelli rapaci;

ed i fratelli insieme si azzuffavano, e mangiavano con tanta rabbia

che a vederli era una pietà. Poi venne in Pisa, com’era dato l’ordine,

pane e farina in buona quantità; e ogni cittadino che poteva, corse

non guardando a prezzo; fu detto che molti per mangiare con troppa

rabbia, nè credendo mai torsi la fame, morissero. Non si trovò in Pisa

grano nè farina; solo vi era un poco di zucchero e un po’ di cassia e

tre vacche magre; ogni altra cosa v’era mangiata per necessità insino

a corre l’erba delle piazze e seccarla e farne polvere e poi focacce;

il pane che mangiavano i Priori era di lin seme. Bartolommeo da Scorno

aveva comprato un quarto di staio di grano che pesava libbre diciotto

e pagato fiorini diciotto d’oro larghi. E la mattina dell’entrata

sentendo ciascuno potere avere del pane mandò per un sacco del detto

pane, il quale nella sala di casa gittato innanzi alla famiglia sua

ch’era di trenta bocche, i fanciulli gridarono: Babbo, ne avremo noi

anche a merenda? tanto erano usi a patir la fame.

Tornati in piazza, i Commissari entrarono in palagio dov’erano i Priori

a piè delle scale, i quali a Gino ed a Bartolommeo diedero le chiavi

delle porte della città, e Neri di Gino per giovanile allegrezza

le prese in mano. Furono i Priori fatti ritrarre, e di palagio si

partì ognuno, salvo i Commissari con le brigate loro; e le bandiere

del Comune di Firenze furono appiccate alle finestre del palagio. Al

che Gino, ricordandosi d’una bandiera che i Pisani aveano tolta sul

principio della guerra e che trascinata a vitupero per la città era

indi stata posta a ritroso nel Duomo di Pisa; mandò ivi a rialzarla

e poi con grande compagnia e festa di trombetti recarla in palagio,

dove fu con le altre posta alle finestre. Mandarono quindi trecento

cavalli a pigliare le castella del contado di Pisa, delle quali niuna

fece resistenza, e tutte le terre mandarono in Pisa a fare le debite

sommissioni.

Gino allora volendo rassicurare gli animi dei cittadini, ai quali

pareva un miracolo che la terra non fosse ita a sacco, e non potevano

credere che ella ancora non andasse, tal che la mattina le robe

si davano per la metà della valuta; mandò per tutti i più notabili

cittadini, e raunati nella sala del Palagio, si levò e disse queste

parole che ognuno intese: «Onorevoli cittadini, noi non sappiamo se

pe’ vostri peccati o pe’ nostri meriti Iddio vi abbia condotti sotto

la signoria del nostro Comune, la quale con grandissimi spendii e

con grandissima sollecitudine abbiamo acquistata; e per le vostre

discordie questa vostra città è ridotta in tali termini, che infino

che la città di Firenze non diminuisse, ogni volta saremo atti a

conquistarvi di nuovo; e nonostante questo, siamo in animo disposti con

ogni sollecitudine conservare l’acquistato, con morte e con perpetuo

sterminio di chi tentasse il contrario. E quando voi penserete delle

cose passate, e quante volte voi siete stati cagione di mettere la

nostra città in pericolo della sua libertà, conoscerete voi essere

stati ricettacolo di qualunque è voluto venire in Toscana, e colla

compagnia degli Inghilesi fatto ardere e dibruciare i nostri contadi,

intesovi coi Visconti di Milano, ed a loro dato ogni aiuto e favore

per offendere e sottomettere la nostra città, infino a patire voi

d’essere venduti a messer Giovan Galeazzo, e sopportare la sua signoria

per offendere noi: e così molt’altre offese e ingiurie potremmo

raccontare. Ma perchè a voi sono benissimo note, le trapasserò. E per

rispetto delle quali vedrete che il nostro Comune non poteva fare

di meno che s’abbia fatto, a volere vivere sicuro di suo stato; nè

a voi debbe dispiacere tale signoria, perocchè i nostri magnifici ed

eccelsi Signori ci hanno comandato, che con ragione e giustizia noi

vi governiamo fino a tanto ch’altri manderanno al vostro governo:

e già per effetto potete avere veduto, che avendovi noi vinti per

assedio, ch’eravate ridotti in tanta estremità che vi conveniva o

morire di fame o aprirci le porte in questi tre giorni, e questo a

noi era benissimo noto. Ma noi piuttosto abbiamo voluto fare cortesia

a messer Giovanni Gambacorti di fiorini cinquantamila per avere la

città con patti, acciocchè con ragione si sia potuto rimediare che non

siate iti a sacco; chè se avessimo aspettato e non voluto concordia,

noi avevamo la città, e i soldati il sacco, il quale dicono che di

ragione non debbe essere loro vietato: e voi avete veduto che non

altrimenti sono entrati dentro, che se religiosi stati fussono; chè

solo una minima ruberia o estorsione non s’è inteso che sia stata

fatta ad alcuno. Del che certo noi medesimi ce ne rendiamo grandissima

maraviglia, che qualche scandalo non sia nato alla moltitudine grande

della gente che ci è; e non altrimenti che se nella propria città di

Firenze avessimo avuto a fare la mostra, e con molta più onestà si

sono portati, che quivi non arebbono fatto: chè, se altrettanti frati

osservanti ci fussono entrati, più scandalo certo ci sarebbe stato. La

cagione perchè al presente noi vi abbiamo qui raunati, principalmente

si è per confortarvi della Signoria del nostro Comune, dalla quale non

secondo l’opere fatte per voi pel passato contro a quello, ma siccome

buoni figlioli sarete benignamente trattati. Appresso, per rendervi

sicurtà, che voi e ogni altro vostro cittadino stia sicuramente, e

che di niente dubiti, nonostante alcun delitto o eccesso o bando per

qualunque cagione, o commesso da oggi indietro, ed etiam nonostante

alcun patto fatto con messer Giovanni, de’ rubelli ch’egli ha voluto

per patto (il quale patto di ragione non procede, come a luogo e tempo

sarete avvisati). E se a nessuno fosse fatta cosa alcuna non dovuta,

venga sicuramente a dolersene, e così vi comandiamo, e vedrete che per

effetto se ne farà tale punizione che sia esempio ad ognuno, e non fia

sì piccola ingiuria, che le forche quali abbiamo fatte rizzare in più

luoghi per la città, e i ceppi e mannaie che già in sulla piazza sono

in punto, si adopreranno contro a chi facesse quello che non dovesse.

E a questi Capitani e Condottieri che ci sono, abbiamo comandato, che

se di loro brigata alcuno farà cosa non dovuta, la imputeremo fatta

da loro propri, e che alle proprie persone daremo quella medesima

punizione che meriterebbe chi commessa l’avesse; sicchè state di buona

voglia, e di niente dubitate. Vogliamo eziandio che le vostre botteghe

e d’ogni altro s’aprano, e che attendiate a fare le vostre faccende,

traffichi e mercatanzie sicuramente sopra di noi. Crediamo ancora che

sia utile, che voi provvediate di mandare a’ piè de’ nostri eccelsi

Signori una solenne ambasciata con pieno mandato a riconoscerli per

vostri signori; e bench’essi sieno disposti benignamente verso di voi,

pure tale andata fia cagione di confermarli nel loro proposito: e anche

potrete loro raccomandarvi della riforma, che al presente si ha a fare

di questa città; del che non può essere che utilità grandissima non ve

ne segua.»

Finito che Gino ebbe di dire, si pose a sedere; al quale, com’era

prima ordinato, un Bartolo da Piombino rispose parole (un Pisano non

avrebbe) di abietta sommissione, di pentimento delle offese fatte

alla Repubblica di Firenze, e di smaccata gratitudine perchè la città

non fosse andata a saccomanno. Questa lunghissima diceria irta di

testi latini, ripigliando le parole che Gino avea dette, esortava

nominare gli ambasciatori i quali andassero ai Signori di Firenze

con pieno mandato a fare umili raccomandazioni circa l’assetto che ai

sopradetti Signori piacesse dare a questa loro città di Pisa. E dopo

ciò, fatto suonare a parlamento, furono eletti venti ambasciatori tra

cavalieri, dottori e capitani i più onorevoli che avesse la città, i

quali andassero a rappresentarsi ai Signori. Gino fu eletto Capitano di

Pisa per otto mesi, e Bartolommeo Corbinelli Potestà per sei, i quali

avessero il governo;[118] quindi a ordinare tutte le cose e dare forma

al nuovo acquisto elessero dieci, i quali furono chiamati i Dieci di

Pisa.

Non è da dire se a Firenze, tosto che seppero la novella, fosse

gran festa. Tre sere fecero fuochi in città e nel contado, tre dì

processioni e rendimenti di grazie a Dio nel maggior Tempio. Mandarono

avvisi per tutta Italia; e dai Signori in accomandigia e dai vicini e

dagli amici vennero ambasciate a congratularsi col Comune. Celebrarono

in sulla piazza di Santa Croce una ricca giostra, un’altra ne diede

il Signore di Cortona venuto in Firenze, un’altra fu a spese dei

Capitani di Parte guelfa. Grande lo sfoggio della magnificenza negli

abbigliamenti delle donne, e gli statuti contro al lusso non mai furono

osservati meno:[119] era Firenze in sul colmo allora d’ogni opulenza

e felicità. Molto anche si tenne onorata di quel celebre volume delle

Pandette di Giustiniano, che aveano i Pisani portato da Amalfi tre

secoli prima per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi

recava in Firenze:[120] il quale volume sebbene non fosse (come fu

creduto lungamente) solo in Italia a risuscitare ne’ tempi d’Irnerio

lo studio delle Romane leggi, fu però tra’ pochissimi esemplari tenuti

siccome testi autorevoli del diritto. Quindi riporlo negli armarii loro

parve a’ Fiorentini premio tra’ più nobili della vittoria conseguita,

siccome ai Pisani venirne spogliati fu lungo dolore, nè d’altro si

tennero ingiuriati maggiormente, nè più abbassati nella opinione degli

uomini allora volti agli studi d’erudizione e alla ricerca d’antichi

Codici. Oltre alle _Pandette_, vennero in Firenze certe Reliquie tenute

in grande venerazione dai Pisani. Questa pratica del togliere alle

città vinte le reliquie dei loro Santi non era nuova ai Fiorentini;

avea recato d’Arezzo in Firenze Donato Acciaioli quella di San Donato:

intorno a che uno storico non si dimentica classicamente di ricordare

la simile usanza che aveano i Romani, che non lasciarono se non per

obbrobrio ai Tarentini gli Dei sdegnati.[121]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 9 / 51 段