Per il testamento di Giovan Galeazzo andava lo Stato diviso tra

due figli, dei quali il primogenito Giovanni Maria, ch’era in età

di tredici anni, ebbe il Ducato di Milano con le città poste tra

’l Mincio e il Ticino, e inoltre Piacenza, Parma, Bologna, Siena,

Assisi, Perugia. Pavia rimaneva come sede e come titolo al secondo

nato Filippo Maria, con quelle città le quali stanno ai due fianchi

della Lombardia verso il Piemonte e la Venezia. Un terzo figlio,

ma non legittimo, Gabriele Maria ebbe Pisa in successione, e Crema,

la quale il Duca potesse riscattare per moneta. Sebbene usanza del

Visconti fosse dividere le città considerandole nella successione come

tanti patrimoni ciascuna per sè, provvidde Giovan Galeazzo a mantenere

quanto per lui si potesse unito lo Stato, avendo anche fatto che i

due minori fratelli tenessero in feudo le città loro siccome parte del

Ducato di Milano. Ma era lo Stato senza armi proprie, i popoli stanchi

dalle gravezze; nelle città, le antiche parti risuscitavano, mosse dai

nobili che in ciascuna erano soliti dominare, e che ora oppressi dai

Visconti mettevano innanzi il nome guelfo: così aveano levato il capo

i Rossi a Parma, i Fogliani a Reggio, ed a Bergamo i Suardi, i Benzoni

a Crema, gli Scotti a Piacenza; Ugolino dei Cavalcabò, rioccupando

la signoria di Cremona e avuto rinforzo d’armi fiorentine, pigliava

Lodi, di là scorrendo fin sotto alle mura di Milano; intanto che i

Rusca ed il popolo con essi muovevano Como a feroce ribellione, che

le armi vennero ad estinguere. Ciascuna città faceva per sè, ma in

sè divisa: sul capo a tutte stava un’altra forza dispersa, vagante,

divisa anch’essa ma sola valida, i condottieri delle armi mercenarie,

i quali levati da Giovan Galeazzo a grande stato, perdevano ora la

sicurezza delle paghe e la fiducia delle imprese; mandati essi a

comprimere le ribellioni, di queste facevano il loro pro: ed in tale

modo ebbe occupata Facino Cane la signoria d’Alessandria; ed Ottobuon

Terzo prima facendo coi Rossi a mezzo, poscia ingannandoli, riduceva

Parma tutta a sua propria devozione: Brescia, dopo essersi prima data

al Carrarese, venne alle mani di Pandolfo Malatesta. I Fiorentini

ch’erano giunti per molte lunghezze a stringere lega col Papa nei

giorni quando morì Giovan Galeazzo, continuavano guerra stracca intorno

a Perugia e intorno a Siena ed in Romagna. Aveano condotto Alberico da

Barbiano, al quale si univa con le genti pontificie il troppo famoso

cardinale Baldassarre Cossa; e insieme avendo portata la guerra fin

sulle rive del Po, ecco giugnere a Firenze la mala novella che il

Cardinale si era accordato coi Visconti, avutone in prezzo l’abbandono

di Bologna, che subito venne a lui dal popolo consegnata: Perugia ed

Assisi tornarono anch’esse alla devozione del Pontefice. Aveano cercato

i Fiorentini che Bonifazio non ratificasse quell’accordo; indugiò il

Papa, e quindi offerse di rintegrare la prima lega e l’amicizia con la

Repubblica.[101] La quale intanto pigliava vendetta di quei signorotti

che a lei si erano ribellati, ampliando il dominio con la distruzione

dei Conti di Bagno, e avendo acquistato da quel lato degli Appennini

anche Castrocaro, e nelle Maremme Castiglione della Pescaia, importante

sito da stare a guardia contro a’ Senesi. Nè questi mantennero al nuovo

Duca la soggezione, ma raccostando il governo agli ordini popolari, ed

avendo richiamato i fuorusciti, fecero pace (sebbene ciò fosse a mala

voglia) co’ Fiorentini.[102] E in questo mezzo Francesco da Carrara,

uscito di Padova occupava con le armi Verona, dicendo tenerla per conto

d’un ultimo bastardo di casa Scaligera; ma questi però da indi a poco

venne a morte, non senza infamia del Carrarese; contro del quale i

Veneziani movendo allora una grande guerra, ebbero infine Padova e lui

a discrezione, e per iniqua ragione di Stato avendo nel carcere ucciso

Francesco e due suoi figli, a sè aprirono così la strada alle conquiste

ed alle guerre in terraferma. Pareva frattanto la signoria dei Visconti

al tutto disfarsi per interne commozioni mosse dai nobili malcontenti;

quindi in Milano lunga sequela di fatti atrocissimi, i quali mi piace

non avere obbligo di narrare; e infine la vedova Duchessa, reggente pe’

figli, chiusa in castello e messa a morte: era essa nata di Bernabò,

e dopo regnato diciassette anni con l’uccisore del padre suo, venne al

fine stesso.[103]

Nel mese di novembre 1403 giungeva in Pisa il nuovo signore Gabriele

Maria Visconti, e seco la madre Agnese Mantegazza. Cominciò male,

essendo accolto con poca festa nella città, la quale era esausta

dalle guerre precedenti, nè poteva egli trarne danaro a volontà sua;

cosicchè in capo a pochi giorni fatti pigliare alcuni cittadini più

facoltosi sotto colore che a lui volessero tôrre la città, ad un

Agliata e a due altri fece tagliare la testa, altri condannando in più

migliaia di fiorini, pena la vita se dentro un mese non gli avessero

messi fuori;[104] altri, dopo averli bene smunti, mandò a confine:

talchè i Pisani cercavano modo come liberarsi d’un tale signore, il

quale vedeano essere uomo di poco senno e poche forze nè da potere

avere aiuti di Lombardia. I Fiorentini teneano l’occhio a queste

cose; e da un uscito di Pisa avendo i Dieci di balìa avuto avviso come

agevolmente si potesse entrare in città per una porta murata, ma il

muro era debole e sottile, mandarono genti segretamente nel mese di

gennaio con isperanza di occupare la terra; se non che la trovarono ben

guardata e il popolo in arme, perchè il traditore si venne a pentire

e increbbegli della sua patria e disse ogni cosa; talchè per allora

falliva il disegno: ma bene pareva a Gabriele Maria stare troppo male

tra’ Pisani, che a morte l’odiavano, e i Fiorentini, contro ai quali

non bastava egli alla difesa di quel suo stato pericolante. Era in

Genova governatore pel Re di Francia il maresciallo Giovanni Le Maingre

detto Bouciquaut, e i nostri lo chiamavano Bucicaldo: ignoro se primo

a lui si volgesse Gabriele Maria per darsi a Francia in protezione, o

se il Francese molto ambizioso di più distendere le radici nel cuore

d’Italia avviasse pratiche a tal fine, eccitato anche dai Genovesi, i

quali temevano se Pisa cadesse in mano dei Fiorentini, averne perdita

pe’ commerci loro. Fatto è che il Visconti si rendè vassallo al Re

di Francia, cui doveva in segno d’omaggio presentare ogni anno un

destriere e un falcone pellegrino; ma quel che più era, gli diede

in possesso i castelli di Livorno, di gran momento dappoichè il mare

col discostarsi lasciava in secco il Porto antico dei Pisani. Mandava

pertanto Bucicaldo a Firenze intimazione di cessare ogni offesa contro

alla città di Pisa, la quale era divenuta cosa del Re. Di ciò si

turbarono molto gli animi dei Fiorentini; vedevansi tôrre Pisa di bocca

e venire addosso la potenza de’ Francesi. Quindi per allora chiamandosi

offesi, e pigliando tempo, mandarono a Genova ambasciatori a Bucicaldo;

mandarono in Francia a richiamarsene al Re stesso. Ma quegli frattanto,

vie più sdegnato per quel ricorso, facea sequestrare le robe in Genova

dei Fiorentini, per oltre a centomila fiorini d’oro, e ad essi vietava

usare il porto di Talamone perchè fossero costretti valersi di Genova o

d’altri scali in suo dominio. Vennero infine le mercanzie rese e tolto

il divieto; ma la Repubblica fu costretta fare tregua coi Pisani per

quattro anni, che a Firenze parve durissima condizione.[105]

Durava lo scisma nella Chiesa: in Avignone all’antipapa Clemente VII

era succeduto infino dall’anno 1394 uno spagnuolo, Pietro da Luna,

che prese nome di Benedetto XIII; e poichè le armi dei Francesi erano

entrate in Italia, ed in Genova il governatore gli mostrava una fede

da soldato,[106] si confidò Benedetto a vantaggiare la parte sua:

quindi spediva suoi Legati infino a Roma; dove accolti male, com’era da

credere, vennero chiusi nella fortezza di Castel Sant’Angelo. Intanto

moriva papa Bonifazio, e in mezzo alle gravi perturbazioni della città

di Roma gli fu eletto successore il cardinale Cosimo Migliorati col

nome d’Innocenzio VII, e con la promessa solenne di fare ogni cosa per

la cessazione dello scisma, fino a deporre la tiara i due contendenti,

se a tal fine s’accordassero. E Benedetto era venuto per Marsiglia

e Nizza infino a Genova, che Bucicaldo riceveva in ubbienza, a ciò

abbassandosi un Cardinale di casa Fieschi ed il Vescovo della città:

quindi usando la debolezza di Gabriele Maria, ottenne che in Pisa

questi comandasse il riconoscimento di Benedetto, il quale aveva fatto

anche disegno venirvi della persona sua; ma voleva le castella, egli

insieme e Bucicaldo avendo disegni, comunque vari e mal fermi, sulle

cose di Toscana. Ambiva questi che il Re suo acquistasse anche la

signoria di Pisa, incitato come sembra dal duca d’Orléans, il quale era

allora quasi che reggente del regno di Parigi, e forse cercava con la

Valentina, moglie sua, fare in Italia a sè uno stato. Ma Bucicaldo, non

credendosi avere forze a ciò sufficienti, e temendo per l’unione con la

ghibellina Pisa non venisse questa parte a farsi in Genova prevalente,

volgeva l’animo ad una qualche sorta di componimento con la Repubblica

di Firenze; al che spingevalo Benedetto nella speranza di trarre questa

a porsi sotto all’ubbidienza sua con l’esca di Pisa. Si aggiugneva che

Francesco da Carrara trovandosi allora a dure strette, molto avrebbono

i Genovesi e Bucicaldo avuto caro di procacciargli soccorso; e questo

voleano fosse un altro prezzo da imporre alla cupidità della Repubblica

di Firenze. Ondeggiava Bucicaldo variamente in questi pensieri,

temendo l’odiosità dell’opprimere una città ed un signore che a lui

erano confidati; dal che odio gli verrebbe nella Corte di Parigi da

quella parte la quale stava contro all’Orléans ed a lui. I Fiorentini,

tra ’l Re di Francia e il duca d’Orléans e Bucicaldo ed i Pisani e

Gabbriello e Benedetto, cercavano fare segretamente i fatti loro, o

almanco svilupparsi dell’impedimento della tregua che a forza avevano

consentito.[107]

La prima apertura del pensiero che Bucicaldo e Benedetto avrebbono

avuto della vendita di Pisa venne in Firenze per una lettera che

Buonaccorso degli Alderotti mercante in Genova scriveva privatamente

a Gino Capponi correndo il giugno 1405. La quale essendo subito

comunicata da questo ai Signori ed a pochissimi cittadini, fu preso

partito che Gino andasse a Genova come per altre faccende, e lì

vedesse qual fondamento avesse la cosa. Andava Gino, e fu a discorso

con l’Alderotti, poi con Bucicaldo, il quale chiedeva dapprima

quattrocentomila fiorini d’oro, che la metà fosse spesa nel soccorrere

a Francesco da Carrara; chiedeva inoltre che la Repubblica ubbidisse

a Benedetto; e interrogato da Gino qual modo terrebbe per avere Pisa

e quindi poterne fare cessione, disse l’avrebbe prestamente nelle mani

col favore del suo Papa. Rimasero, cercasse quegli di avere Pisa e poi

del resto si aggiusterebbero: con queste parole tornò a Firenze Gino

Capponi. Nel tempo stesso parendo a Gabriele Maria d’essere appiccato

con la cera nella signoria di Pisa, mandò a dire a Maso degli Albizzi

che avrebbe con lui voluto parlare segretamente; per il che Maso andato

un giorno come a diporto alla sua villa di Montefalcone, si condusse

con apparenza di pesca per Arno infino a Vico Pisano; dove abboccatosi

col Visconti non vennero a nulla, perchè Maso metteva innanzi discorsi

di vendita, e quegli di lega che lo rinforzasse nello Stato.[108]

Ma non così tosto il popolo di Pisa ebbe sentore di queste cose, bene

accorgendosi che il fine sarebbe cadere per ogni modo in servitù,

si levò in arme ai 21 luglio sotto la condotta di un Ranieri Zacci e

venne in piazza, dove ebbe lunga battaglia con le genti del Signore, le

quali infine si dovettono ritrarre in cittadella, quivi assediate dal

popolo e chiuse con fossi e steccati; intantochè altre uscite fuori ed

accogliendosi in Ripafratta, di là correvano il contado ed infestavano

la città con isperanza di racquistarla. Gabriele Maria si era condotto

in Sarzana, città sua; e la madre andata in Genova a trattare per la

cessione col Maresciallo, e di là tornata in cittadella, qui venne

a morte d’una caduta. Cotesto levarsi del popolo aveva storpiato

i disegni dei Fiorentini e di Bucicaldo, il quale metteva nella

cittadella un centinaio di genti d’arme francesi prima che i Pisani

chiudessero il fosso, e cercò pure mandare in Pisa altri soldati e

vettovaglie e fornimenti sopra una nave che dai Pisani fu combattuta

in foce d’Arno e presa, e le genti francesi rotte, e fatto prigione

un nipote dello stesso Maresciallo. Del che pigliava egli grande

sdegno, e si rendè facile prima agli accordi con Gino in Livorno,

indi alla finale conclusione con Gabriele Maria in Sarzana, dov’erano

andati da Firenze altri ambasciatori, e due Genovesi pure intervennero

commissari. Il domestico scrittore delle memorie di Bouciquaut molto

si adira co’ Pisani per la ribellione che aveano fatta contro al

legittimo Signore loro, che gli trattava, secondo lui, amorosamente;

notando com’era vizio delle genti d’Italia mutare spesso signoria; e

dice essere dal tradimento loro, quando rubata la nave a lui presero

il nipote, stato condotto il Maresciallo a fare la vendita. Della quale

ben si vede come avesse grande bisogno egli di scusarsi per l’odiosità

del fatto, e dissimula i discorsi che n’erano prima stati tenuti, e

vuole poi dare ad intendere come nel trattato fossero clausule per

le quali veniva la stessa Repubblica di Firenze a mettersi sotto la

protezione dei Re francesi. Il che non era nè poteva essere com’egli

vanta; ma io credo gli scrittori fiorentini nemmeno dicessero ogni

cosa di quel fatto. Ebbero questi la cittadella e le altre fortezze,

pagando dugentomila fiorini a Gabriele Maria Visconti che riteneva

Sarzana, ed a Bucicaldo rimaneva in possessione Livorno: promettevano

poi di soccorrere Padova; e fu la ruina ultima del Carrarese questa

fiducia che lo rattenne dal fare accordo co’ Veneziani: alcune cose

anche promisero intorno a papa Benedetto. A’ 31 agosto 1405 pigliava

Gino la tenuta della cittadella per carta segnata da un commissario di

Bucicaldo.[109]

Le più sostanziali differenze tra ’l racconto di Bucicaldo e quello

di Gino, consistono in ciò: che il Maresciallo dopo avere esposto

come avesse egli molto esortato i Pisani perchè tornassero in fede

al legittimo Signore loro, aggiugne questi essersi dati al Re di

Francia direttamente come avean fatto i Genovesi, ed egli essere alla

perfine nè senza molta esitazione condisceso ai desiderii loro, a

ciò consentendo Gabriele Maria con promissione di altri compensi dal

Re di Francia: il Maresciallo essere andato a ricevere in Livorno la

sommissione dei Pisani, e questi avere con insigne tradimento ucciso

sue genti, delle quali poche si condussero nella fortezza di Pisa;

e quindi assalita in foce d’Arno la nave con tutte le robe che il

Maresciallo avea spedite per fare in Pisa l’entrata sua. Continua

mostrando la perfidia dei Pisani, i quali trattavano tuttavia sempre

darsi al Re; e al tempo stesso ai Fiorentini ed ai Genovesi proponevano

di unirsi tutti contro a’ Francesi, ed uccidere quanti ve n’era in

Pisa e in Genova e in Livorno. Dopo di che avendo Gabriele Maria

fatto l’accordo co’ Fiorentini, al quale voleva che il Maresciallo

consentisse, questo lo comunicava tosto ai Pisani, e intimava loro si

dessero a lui dentro due giorni, se non volevano andare in mano de’

Fiorentini. Negarono essi, ed il Maresciallo patteggiò allora con gli

inviati dalla Repubblica di Firenze: avesse questa la Signoria di Pisa

facendone omaggio al Re di Francia, dichiarandosi uomini ligi della

Corona; rimanesse Livorno in piena signoria del Re; ubbidissero i

Fiorentini a Benedetto, promettendo sotto certe condizioni combattere

anche il Papa di Roma, se dentro sei mesi non fosse accordo tra i

contendenti. Il quale trattato ebbe ratificazione solenne dal Re,

ma eseguito non fu mai, perchè i Pisani con le armi si opposero, e

la Repubblica di Firenze dopo la perdita della cittadella si tenne

sciolta: il che afferma Gino espressamente, ed il Maresciallo non

contradice, nè muove accuse alla Repubblica fiorentina di fede mancata:

tace bensì affatto la ripresa della cittadella che aveano fatta i

Pisani, come tace i negoziati avuti in principio per la vendita a’

Fiorentini, e per l’aiuto a Francesco da Carrara; delle quali cose ben

poteano essere stati discorsi più o meno espressi, ma pur vi furono. I

Fiorentini dal canto loro credo tacessero le parole corse circa a una

sorta di vassallaggio verso il Re di Francia per la signoria di Pisa;

e in quanto risguarda alle cose dello scisma, Gino confessa «certa

intenzione di dare la ubbidienza a papa Benedetto; il che e come non

bisogna qui altrimenti specificare, perchè poi si perdè la cittadella e

vennero a variare i tempi.»

Sei giorni dopo aveva il popolo dei Pisani racquistata la cittadella,

che per essere abbastanza forte di mura e di torri e per la guardia

che v’era dentro, non fosse stata trascurataggine dei capitani, poteva

reggere all’assalto di genti d’arme pratiche e valenti, non che d’un

popolo.[110] Ma forzata appena certa postierla in sito debole, i Pisani

con le scale su per le mura tumultuariamente v’entrarono dentro, e

tutta l’arsero e guastarono, eccetto le torri le quali poteano fare

custodia alla città. In Firenze, come giunse la novella, fu grande

sgomento; ai cittadini pareva fosse ad un tratto caduto un velo sugli

occhi; guardavansi muti, a ognuno pareva tutta sua propria la sciagura,

tanta era la passione d’aver Pisa. Un Raffacani, che avea la guardia

della cittadella, ebbe gastigo; Andrea Vettori, che fuori di Pisa

teneva il campo ma non potè giugnere a tempo, fu assoluto.[111] Una

troppo baldanzosa ambasceria de’ Pisani venuta a Firenze raccendeva

gli animi, e quindi con frettolosi provvedimenti s’attese alla guerra.

In Pisa, da che fu morto Piero de’ Gambacorti, dominava la parte

contraria, detta dei Raspanti; di buono animo richiamarono un Giovanni

Gambacorti co’ Bergolini; le due parti fecero insieme gran sacramento,

baciaronsi in bocca; ma durò poco. Giovanni tolse in pochi giorni

la signoria per sè e pe’ suoi, uccisi i capi dei Raspanti; un Piero

Gaetani di quella setta, il quale avea Laiatico ed altre castella,

cedeva queste per danari alla Repubblica di Firenze, della quale

divenne soldato, nè restava dal fare ai Pisani danni in Val d’Era e

nelle colline. Al Gambacorti aveva dato presso taluni favore l’essere

quella casa in amicizia coi Fiorentini, dai quali speravano più agevole

componimento: a tale effetto il Gambacorti scriveva lettere in Firenze

chiedendo salvocondotto per gli oratori di Pisa, i quali aveano da

trattare di certe cose: fugli risposto specificasse le condizioni;

e nulla si fece perchè la Repubblica teneva già Pisa come cosa

legittimamente sua, poichè l’avevano comperata, e sempre poneva nelle

soprascritte: «Al Capitano e Anziani della nostra città di Pisa.[112]»

Era cresciuta la Repubblica di Firenze francando gli uomini attorno

a sè da ogni legame di vassallaggio; ora ammetteva che un signore

vendesse un popolo, e di tal mercato faceasi titolo alla possessione

di città libera e gloriosa: cotesto titolo ai Pisani non parve buono e

resisterono.

Quindi attendevano a fare genti; ma pure temendo soli non reggere

quella guerra, mandarono chetamente sopra una loro galea quattro

ambasciatori al re Ladislao, chiedendo pigliasse la città loro in

protezione; e sulla galea erano molte robe di grande valuta, che i

cittadini di Pisa metteano in Napoli a salvamento:[113] ma il Re aveva

fatto promessa ai Fiorentini di non impacciarsi nelle cose di Toscana,

e che essi lui non impedissero de’ fatti di Roma, nei quali aveva

grandi disegni, che in altro luogo dovremo esporre. Così andò a vuoto

quella speranza: e pure falliva quella che i Pisani avevano posta in

Agnolo della Pergola soldato da essi, e dovea menare seicento cavalli;

ma i Fiorentini co’ danari fecero tanto, che Lodovico Migliorati nipote

del Papa, il quale si trovava nelle terre di Siena, quivi assalisse

alla sprovveduta quelli che si erano fatti innanzi; ai quali rubando

armi e cavalli gli lasciò andare, egli pago della preda, e i Fiorentini

d’avere tolto a’ Pisani quel soccorso. Un altro menavane Gaspare

dei Pazzi, il quale veniva da Perugia con cent’ottanta lance, ma i

Fiorentini avutone spia mandarono buon polso di genti in Volterra sotto

la condotta di Sforza Attendolo da Cotignola, perchè al passare gli

sorprendesse; e questi avendoli côlti in Maremma vicino a Massa, gli

pose in rotta, cosicchè vennero in sua balía cinquecento dei cavalli

dei nemici; scamparono il Pazzi e l’Abate di san Paolo di Pisa ed il

Vescovo de’ Gambacorti, ch’erano insieme con quelle genti. Ma i Pisani

la difesa loro contavano stesse nell’aver tempo lungo a sostenere

l’assedio, perchè gli assalti poco temevano, la città essendo forte

di mura, e unito il popolo a non volere la signoria dei Fiorentini.

Premeva loro a questo effetto sopra ogni cosa il provvedersi di

vettovaglie, ed ebbero danno fra tutti gravissimo allora quando una

galera che aveano mandata a recarne di Sicilia, tornando carica, ed

avuta caccia dalle galere dei Fiorentini, sotto la torre di Vada fu

presa ed arsa, rendendo insigne la virtù di un Piero Maringhi, il

quale esule da Firenze e proponendosi col valore suo di racquistare

la patria, si gettò a noto così armato com’egli era, nè per ferite si

ritraeva finchè non la vidde in fiamme tutta: a lui fu tolto il bando,

e n’ebbe premi e lode. In questo mentre Peccioli ed altre terre di Val

d’Era vennero in mano dei Fiorentini, e la Verrucola fu espugnata per

subito assalto, e Vico Pisano cinto d’assedio che poi sostenne con

molte battaglie fin quasi al fine di quella guerra. Nelle Maremme i

conti Gherardesca di Montescudaio, ed in Lunigiana alcuni dei Malaspina

si erano dati alla Repubblica di Firenze; la quale teneva pure in

tutela il giovane figlio del morto Signore di Piombino, avendo mandato

Filippo Magalotti a governare quello Stato e l’isola dell’Elba che ne

dipendeva.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 8 / 51 段